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Costume e Società

Chiesa Cristiana Evangelica Pentecostale, adorare Dio secondo le scritture: l’intervista al pastore Fernando

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Suzana e Fernando De Franca
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A Roma, in via di Tor Cervara 34, in un grande fabbricato, di oltre mille metri quadrati, c’è una chiesa evangelica. Dirla così pare semplice. Ma non è così. L’evangelismo in Italia ha mille sfumature, non tutte positive, purtroppo. A volte si inizia un’opera pensando di essere nella volontà di Dio, e poi ci si accorge che le difficoltà sono enormi e insormontabili, e questo denota il fatto che, in quell’opera, Dio non c’entra. Il locale ha una capienza di oltre quattrocento posti a sedere, con uffici, snack bar, toilette e un’orchestra dove non mancano gli strumenti e la musica. Sicuramente non corrisponde all’idea che noi Italiani abbiamo di ‘chiesa’, abituati come siamo al parlare sommesso, all’odore di incenso e di candele, e agli sguardi dei vari personaggi raffigurati sui dipinti tutto intorno. Ma qui Dio c’entra, fa la parte del leone, anzi Lui ha guidato ogni più piccola mossa di questa opera che parte dal Brasile ventiquattro anni fa, e della quale Fernando de Franca è il pastore missionario, qui a Roma. In realtà la guida vera, che opera tramite i Suoi figli, è il Signore, attraverso lo Spirito Santo, il Consolatore, il Paraclìto, quello che Gesù lasciò ai Suoi sulla terra quando salì al Padre. La connessione con lo Spirito è la parola ‘pentecostale’, cioè una chiesa che riconosce l’importanza dello Spirito Santo, ricerca i Suoi carismi, e conforma la vita cristiana alla Sua voce. Secondo la Bibbia, infatti, esistono due gradi di crescita, nelle vie del Signore, dopo il ravvedimento: la Nuova Nascita e il Battesimo nello Spirito Santo, contemplato nel libro degli Atti degli Apostoli, al cap. 2, nel giorno di Pentecoste. Tutto ciò si ripete ancora oggi nelle chiese pentecostali, ed è il segno della presenza del Signore, e della Sua approvazione, oltre che del fatto che i fedeli sono in sintonia con Lui, attraverso – come con un lungo filo telefonico – lo Spirito Santo.

 

Abbiamo voluto intervistare il pastore Fernando, anche perché nel mondo in cui siamo costretti a vivere, è giusto che quest’opera venga conosciuta il più possibile, come una boccata d’aria fresca, una via d’uscita per molti, una speranza dove speranza più non c’è. “Cercate il Signore mentre Lo si può trovare, invocatelo mentre è vicino” dice la Scrittura, nel libro di Isaia, al cap. 55 – versetti 6 e 7: e qui, noi L’abbiamo trovato.

Pastore Fernando. Fernando e poi?

Fernando De Franca.

Che cos’è la CEIZS?

La CEIZS sta per: Comunidade Evangelica Internacional de Zona Sul.

Questa è la spiegazione dell’acronimo. Ma che cosa è la CEIZS?

È una chiesa cristiana evangelica di radice pentecostale che ama la Parola di Dio, che crede che la chiesa ha un ruolo fondamentale nel portare sapienza e nell’illuminare la società attraverso l’Evangelo di Gesù Cristo, attraverso la predicazione, ed è una chiesa che vuole aiutare i suoi membri ad avere una testimonianza veramente forte. Devono essere loro ad influenzare, a benedire: quindi è passato il tempo in cui il pastore era la stella polare, era il pastore a fare tutto. Noi crediamo nella potenza della chiesa, come Corpo di Cristo, crediamo nella potenza della Parola, crediamo che siamo in un tempo in cui la chiesa farà la differenza. Quindi noi lavoriamo molto nel fortificare la chiesa locale. Andare fuori, vivere la vita cristiana in modo intenso, reale, come, tra l’altro dice la Bibbia stessa.

Quando è nata la CEIZS, l’idea, il progetto?

La nostra chiesa è nata dal ministero del pastore, oggi apostolo, Marco Antonio Peixoto e la pastora Juçara, sono sposati da trentasei anni, è una coppia eccezionale, sono i nostri genitori spirituali.

Quindi avete incominciato aprendo una chiesa in Brasile?

Esatto. Eravamo un gruppo di giovani, parlo della fine degli anni ’70, inizio anni ’80, eravamo tutti molto giovani, appartenevamo ad una chiesa tradizionalista, e lì Dio ha incominciato a chiamare, in qualche modo a ravvivare il nostro spirito, visitandoci con lo Spirito Santo, e in quella struttura non era possibile restare, perché loro credevano in modo diverso, e per non avere ribellioni, che è una cosa che non va mai contemplata, noi abbiamo chiesto ai pastori, alla leadership di quella denominazione, di benedirci, pastore Marco, pastora Juçara, con la loro benedizione, e lì abbiamo incominciato. Prima un incontro di preghiera, e noi abbiamo incominciato a frequentare quella riunione; e lì eravamo quindici, poi siamo diventati trenta, poi cinquanta…

Questo è il sintomo che stavate percorrendo la via giusta.

Esatto.

Mi hai detto che eravate membri di una chiesa tradizionalista…

Sì, eravamo membri di una chiesa presbiteriana.

Quindi non pentecostale.

Non pentecostale.

Ecco questo è molto importante.

Esatto. Ma lì, nella chiesa presbiteriana, quel gruppo di giovani ha incominciato a cercare Dio, sentivamo fame di Dio.

Mi ricorda l’esperienza di Azusa Street, [ Los Angeles, 1901, alle origini del pentecostalismo, ndr.] dove è praticamente successa la stessa cosa.

Sì, Azusa Street, esatto. E lì, a Rio De Janeiro abbiamo iniziato questo incontro di preghiera, della ricerca della presenza di Dio. Eravamo guidati dal pastore Marco e dalla pastora Juçara, che allora non erano ancora riconosciuti pastori. Lì, Dio ha incominciato a lavorare. Abbiamo ricevuto l’aiuto di altri uomini di Dio, che ci hanno dato quel supporto che serve. Però il pastore Marco ha seguito veramente questa chiamata, e oggi come oggi è il nostro leader.

Quante chiese avete, oggi?

Allora, oggi, è una cosa interessante il numero delle chiese. Noi non abbiamo come obiettivo di aumentare il numero delle chiese. Piuttosto vogliamo lavorare sulla qualità delle chiese che abbiamo. Oggi in Brasile abbiamo 45 milioni di evangelici. Per un leader come Marco Antonio, conosciuto e rispettato, avere trecento chiese sarebbe molto facile, perché i gruppi si manifestano, le situazioni vengono fuori, cercano un leader, e lui potrebbe diventare leader di tutte queste situazioni. Invece no. Il pastore Marco vuole sviluppare chiese che nascono dalla stessa visione, come la domanda che Abramo fece al Signore. ‘Signore, chi sarà il mio erede? Sarà il figlio di un mio servo, nato a casa mia?’ Quindi il pastore Marco ha sempre voluto iniziare chiese dove i pastori che saranno lì a guidare quella comunità saranno figli suoi, gente che riconosce in lui la paternità, la guida e l’apostolato.

Tornando alla domanda di prima, quante chiese avete, e in quante nazioni del mondo?

Noi siamo presenti in sei nazioni nel mondo: Brasile, Italia, Svizzera, Portogallo, Stati Uniti e Inghilterra. In Brasile ovviamente abbiamo un numero maggiore di chiese, dal nord al sud il pastore Marco è presente in modo forte, grazie a Dio.

Tanta gente si chiede da dove arrivi il denaro per fare quello che fate. Io lo so, però vorrei che me lo dicessi tu.

Il denaro arriva dalla fede. Dalla fede e dalla visione. Nessuno offre perché ha pietà. Le persone che offrono, quando portano il proprio contributo, lo fanno perché vogliono sentirsi parte di un qualcosa più grande di loro. Quindi noi abbiamo una visione, abbiamo una visione evangelistica, abbiamo una visione di conquista e di eccellenza. Per fare un esempio, quando spendo cinque euro di qualcuno che mi ha portato cinque euro, io prima di tutto ho timore davanti a Dio perché quella persona ha portato quella piccola somma per la quale ha fatto non so quante ore di lavoro. E io cerco di spendere quel denaro nel modo migliore possibile. Quindi non acquisto mai prodotti e apparecchiature che possano durare tre giorni. Da dove arrivano i soldi? Arrivano dal popolo di Dio, da chi si identifica con la chiesa, con la sua visione. Ovviamente abbiamo un’organizzazione forte. Nel nostro caso abbiamo cinque tesorieri, non che il movimento economico ne giustifichi il numero, ma almeno io sono più tranquillo, non gestisco il denaro in prima persona, abbiamo cinque fratelli italiani che seguono, abbiamo un programma fatto ad hoc per la gestione economica della chiesa, è tutto cartaceo, è tutto dimostrabile, quindi, grazie a Dio, in questi ventitré anni in Italia, non abbiamo mai avuto problemi, la nostra vita è una vita aperta, i nostri beni e le nostre difficoltà sono alla luce del sole.

Quindi sono ventitré anni che sei in Italia?

Abbiamo iniziato nel 1994.

Ma non avete iniziato con questo locale…

No, eravamo io, mia moglie e tre figli piccoli. Ci siamo riuniti, allora, una domenica pomeriggio a casa mia, e io ho detto ai miei figli: domenica prossima alle sei ci sarà la prima riunione della nostra chiesa. Loro mi hanno guardato, e io ho detto: noi siamo la nostra chiesa. Ogni volta mi emoziona ricordare quei momenti.

Come mai in Italia?

In Italia perché Dio ci ha chiamati per venire in Italia. Non è una cosa che decidi tu. Non sono cose che tu decidi. Non è che dalla tua nazione, con tre figli piccoli, senza nulla, senza nessuno, senza conoscere una parola della lingua, vieni in Italia così, perché sei un avventuriero, non esiste questo, è una irresponsabilità. Noi ci siamo trasferiti qui prima di tutto perché la nostra leadership, il nostro pastore è stato svegliato, di notte, e ha sentito: “Prendi Fernando e la sua famiglia e mandali in Italia”. Dio aveva già parlato con mia moglie, contemporaneamente, le ha dato dei sogni. Io, sette anni prima, avevo ricevuto già una parola molto specifica a proposito di un cambiamento che ci sarebbe stato nella nostra vita, quindi… Dio quando ti guida, ti parla, Dio non è un Dio di confusione. Dio è il Dio dell’ordine, fa ogni cosa come un aereo quando deve atterrare, che segue una linea di luci sul campo, da lontano, fa in modo che l’atterraggio sia morbido e preciso, su quella linea. Quindi noi abbiamo avuto una serie di lampadine, che ci hanno dato la direzione giusta. Ecco perché siamo qui, abbiamo iniziato noi, la nostra casa; poi Dio ha mandato la prima persona, che tuttora è qui, in chiesa, la nostra prima figlia ministeriale in Italia. È  arrivata da noi che era distrutta, a pezzi, una person, insomma… è arrivata qui, noi l’abbiamo seguita. Ti diceva in faccia “Io non mi fido di voi, non mi fido di nessuno.” E noi rispondevamo: ma Dio si fida di te. Abbiamo fatto un gran lavoro di evangelizzazione della Parola, ma un lavoro così intenso che restavamo con questa persona tutti i giorni della settimana, l’accompagnavamo a casa sua, quando c’erano i culti, restavamo in macchina tre, quattro ore, fino all’una di notte, mentre i nostri figli dovevano andare a scuola, e noi eravamo lì, con lei. Questo lavoro è stato ricompensato, perché questa ragazza oggi è una donna di Dio che frequenta la nostra chiesa, è sposata ed è felice. Sua madre prima di morire ha detto: mia figlia ora è figlia vostra, quindi prendetevi cura di lei. Poi Dio ha incominciato a mandare altre persone. Abbiamo incominciato a mettere in pratica la visione evangelistica che abbiamo ricevuto dai nostri pastori. Perché il grande problema della chiesa, di quella europea principalmente, non voglio stare a puntare il dito, ma è che la chiesa europea si è chiusa in se stessa, pensando che le persone devono per forza entrare. No, noi dobbiamo andare fuori a prendere, a riprendere queste persone, dobbiamo evangelizzare, dobbiamo andare a trovarle, insomma, non bisogna rimanere con i nostri culti, con le nostre riunioni, pensando che per caso qualcuno entrerà. Può anche succedere, ma non è questa l’enfasi del ministero di Gesù. Questo, a mio parere, è il problema della chiesa europea, una chiesa che è diventata egocentrica. La gente viene ai culti per risolvere i propri problemi. Io non devo venire al culto per risolvere i miei problemi, devo venire al culto per rendere culto a Dio. Lui non mi lascerà tornare a casa a mani vuote. La Bibbia dice che Dio ha sempre qualcosa da darti. Ma la mia motivazione dev’essere adorare il mio Dio, servire il mio Dio, rallegrarmi nella sua presenza, evangelizzare, questa è la visione della nostra chiesa.

Come dice Isaia: “La mia Parola non torna mai indietro a vuoto, prima d’aver compiuto ciò per cui l’ho mandata.”

Bravo, ma nello stesso tempo dice: “Date e vi sarà dato.” Quindi nella misura in cui posso evangelizzare, uscire dalle quattro pareti, andare fuori, guardare il mio vicino che ha bisogno, e lì ci penserà Dio a me. È così che viviamo noi. Abbiamo cresciuto i nostri figli mentre eravamo totalmente coinvolti nell’evangelizzazione, nel prestare assistenza ai membri della chiesa. I nostri figli sono cresciuti sani, non sono mai stati bocciati a scuola. Adesso mio figlio è uno scrittore, è al quarto libro, scrive sulla chiesa, sono studi, libri seri, libri importanti. Anche lui è molto impegnato nella chiesa. L’altro figlio più piccolo, pur di stare qui a servire Dio si accontenta di guadagnare di meno, e paga il prezzo del suo servizio. È così che è cresciuta la nostra chiesa, e ritengo che siamo solo all’inizio.

Quanti metri quadri avete qui?

Come struttura qui abbiamo più di mille metri quadri, abbiamo tutto il fabbricato, in affitto, ogni mese tu paghi un affitto, e già pensi alla prossima scadenza. Non voglio entrare nel dettaglio dei costi, ma vi posso garantire che è altissimo. Ogni mese diciamo Signore, pensaci tu. Se io guardo la condizione economica dei membri, dico, Signore, non è possibile. Qui c’è un valore aggiunto. Abbiamo avuto delle esperienze in questo senso. Abbiamo fatto degli eventi costosissimi. Perché una cosa che Dio mi ha chiamato a fare è organizzare eventi, organizzare manifestazioni, avere una vetrina. La chiesa in qualche modo dev’essere vista. Noi organizziamo eventi anche per questo. Ho organizzato un evento nel 2009, ho preso il Palaghiaccio di Marino. Siamo partiti avendo in banca millecinquecento euro. Abbiamo chiuso l’evento che avevamo ancora da saldare la metà della somma. A quel punto tu dici: e adesso Signore? Che facciamo? Abbiamo incominciato a pregare, e Dio ha mandato una persona che non era membro della chiesa, che non ci conosceva, eccetera eccetera, e che ha portato quei soldi che mancavano. Anzi, ne ha portati di più, come offerta. Questa è la nostra esperienza, quella di una completa dipendenza da Dio. Io non ho una chiesa in Brasile che mi sostenga. Solo per i primi due anni il pastore mi ha mandato un aiuto, poi dopo il periodo d’inizio mi ha detto: è giunto il tempo che tu cominci a camminare con le tue gambe. È questa la nostra fede, è questa la nostra chiesa. E i fratelli avvertono questa fede. Un giorno eravamo qui, in questo ufficio, squilla il telefono, ed era il direttore del ministero di Reinhard Bonnke. Non so se conosci Reinhard Bonnke. Reinhard Bonnke, negli ultimi dieci anni, ha portato cinquanta milioni di africani a Cristo. Se vai su Internet, ci sono delle foto delle sue crociate, che tu dici; non è possibile. In un sola delle sue riunioni c’erano due milioni di persone, riunite lì davanti a lui. Quest’uomo è come Billy Graham, come Benny Hinn. Benny Hinn è venuto qua due volte. Mi squilla il telefono qua, era il direttore di Bonnke. Mio figlio, che parla bene inglese ha risposto, e quello gli ha detto: vogliamo venire a Roma e vogliamo stare con voi. Mio figlio ha risposto che in questa sede entrano solo quattrocento persone. Il direttore gli ha risposto: non c’interessa, vogliamo venire a Roma e conoscervi, fare una riunione presso di voi. Abbiamo avuto venti giorni per organizzare  tutto. In venti giorni ho organizzato una manifestazione con quattromila persone. Non qui, a Tendastrisce, qua vicino. C’erano centotrentadue pastori. In Italia è un fenomeno mettere insieme centotrentadue pastori. La gente mi guardava e diceva: ma come hai fatto? Io dicevo non lo so. Myles Munroe, non so se hai mai sentito parlare di Myles Munroe. Purtroppo tre anni fa è morto di un incidente aereo. Un grandissimo scrittore, un uomo che quando ministrava, quando parlava, stavi a bocca aperta. Era originario delle Bahamas. Ma di una tale saggezza! Ed è così vero, che noi abbiamo avuto due giorni con lui qua dentro. I suoi libri sono best-seller. L’ultimo ha venduto dodici milioni di copie. Darlene Zschech, una cantante australiana famosissima, così famosa che ho dovuto organizzare il suo evento nella Tendastrisce per quattromila persone, e altri quattromila sono rimaste fuori. Le ho detto: “Darlene, ci sono quattromila persone fuori, come facciamo?” Lei mi risponde: “Pastore Fernando, io son venuta qua per servirti. Cosa vuoi fare?” Le ho risposto: “A questo punto, possiamo ripetere lo stesso evento? Finiamo questo, facciamo una pausa di mezz’ora, e poi, tu lo rifaresti?” Mi ha risposto: “Pastore, è fatto!” Queste cose ci sono accadute, quindi le persone ci guardano come se noi fossimo chissà che, ma sono porte che Dio apre. Perché quando ti muovi, non stai facendo un’opera che appartiene a te, ma che appartiene a Lui. L’opera Sua, e Lui ha tutto l’interesse di provvedere tutti gli strumenti di cui tu possa avere bisogno. La mia responsabilità è restare fedele, umile, e avere coraggio, perché ci vuole coraggio. Adesso, a giugno, ospiteremo la stessa band che ha partecipato alla realizzazione dei film “God’s not dead”, Dio non è morto. Sta per uscire il terzo della serie. Potete immaginare l’impegno economico. Ma io dico: no, io sto facendo l’opera di Dio. Dio provvederà. Io voglio evangelizzare i giovani, e questa band è una band seria. Sono ragazzi, sono uomini di Dio, non hanno nessuna cattiva testimonianza, li porterò in Italia, e Dio ci darà tutte le condizioni economiche per realizzare questo evento. Infatti oggi ho un appuntamento alle cinque con una signora che lavora con “Roma Today”, e lei seguirà la parte della pubblicità. Parto sapendo che non ho una lira. Ma sarà lei ad aprire le porte per me. Poi il 26 ho un appuntamento con l’Ufficio Stampa che seguirà l’evento. È lo stesso Ufficio Stampa che ha seguito San Remo. Sono porte in cui io entro perché è il Signore che le apre, l’opera è Sua. Lui si offenderebbe se io stessi qui a dire: Signore, no, non faccio pazzie, ho la testa in cielo ma i piedi per terra, come si dice; ma uno deve fare, ed è questo il grande bisogno della chiesa italiana: coraggio. I soldi non possono limitarci, di fronte a Dio, Mammona non può essere un gigante Golia che dice ogni giorno: Di qua non passi. Noi dobbiamo andare avanti, dobbiamo credere. Ovviamente ci sono difficoltà, ma Dio ci ha mandati. Dopo ventitrè anni di iniziative evangelistiche, di radio, televisione, ricordo che nel 94, 95, sono andato in una radio FM, giusto così, per prendere qualche informazione. Ho detto al direttore: “Senta, io sono un pastore, un sacerdote evangelico, son venuto a chiedere informazioni. Quanto potrebbe costare un minuto, o cinque minuti nella sua radio?” Lui mi chiesto cosa dovessi fare, e io gli ho detto :”Sono un pastore, predico il Vangelo, voglio aiutare i giovani, le famiglie, ad avere una parola di speranza, una via d’uscita.” Gli ho un po’ trasmesso la mia visione, e lui mi ha detto: “Ma di quanto tempo hai bisogno?” Gli ho risposto: “Direttore, lei non ha capito, io sono passato da lei per avere un’informazione, perché conosco i costi di una radio.” “Non ti preoccupare. Quanto tempo ti serve?” Gli ho risposto che quindici minuti sarebbero stati sufficienti. E lui mi ha risposto: “Facciamo così, io ho a disposizione due trasmissioni a settimana di un’ora. Tu le prendi tutte e due, e non voglio una lira.” Così sono stato lì per due anni, con un vocabolario di dieci parole. Alla fine uno si fa capire, ma alla fine, una benedizione, una cosa bellissima che Dio ha fatto, tanta gente raggiunta… Così facciamo noi, per fede.

Roberto Ragone

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La Polizia di Stato spegne 169 candeline

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Oggi ricorre il 169° anniversario della fondazione della Polizia di Stato. Anni ricchi di cambiamenti, che vengono ricordati il 10 aprile giorno in cui nel 1981 è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale la Legge 121 che, come evidenziato dalle parole del Capo della Polizia Prefetto Lamberto Giannini “portava in sé il seme di grandi evoluzioni, ridisegnando una polizia moderna e a forte identità civile”.

Per il secondo anno consecutivo, l’emergenza epidemiologica impone la massima sobrietà nelle celebrazioni. Nella mattinata di ieri il Capo della Polizia – Direttore generale della pubblica sicurezza Prefetto Lamberto Giannini è stato ricevuto a palazzo del Quirinale dal Presidente della Repubblica, accompagnato dai Vice Capi della Polizia, dai Direttori centrali del Dipartimento della pubblica sicurezza e da una rappresentanza del personale.

Proprio per suggellare questo Anniversario il servizio di Guardia d’onore al Palazzo del Quirinale oggi è affidato al Reparto a cavallo della Polizia di Stato che per l’occasione indosserà l’uniforme storico risorgimentale.

Questa mattina, il Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese accompagnata dal Capo della Polizia, depone una corona d’alloro al Sacrario dei Caduti presso la Scuola Superiore di Polizia.

Successivamente nel piazzale della Scuola, dopo la rassegna dello schieramento e la lettura del messaggio del Presidente della Repubblica, il Ministro dell’Interno consegna la medaglia d’oro al merito civile, conferita dal Presidente della Repubblica, alla Bandiera della Polizia di Stato. Il prestigioso riconoscimento è stato attribuito per il compito svolto dai Questori, Autorità provinciali di pubblica sicurezza preposte al coordinamento tecnico operativo dei servizi di ordine e sicurezza pubblica, con la seguente motivazione:

“Erede di una prestigiosa tradizione risalente a prima dell’Unificazione d’Italia, la Polizia di Stato, con assoluta fedeltà allo Stato e in difesa della collettività, ha assicurato, da centosessantanove anni, il mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica facendosi interprete sul territorio dell’alto magistero affidato alle Autorità provinciali di pubblica sicurezza preposte al coordinamento tecnico operativo dei servizi di ordine e sicurezza pubblica. Attraverso le proprie donne e i propri uomini, chiamati a ricoprire questo difficile ed essenziale compito, la Polizia di Stato, nelle fasi anche più drammatiche della storia del Paese, ha contribuito in maniera decisiva alla coesione della Nazione e ha garantito, sin dalla nascita della Repubblica, la tutela delle libertà fondamentali, la salvezza delle Istituzioni democratiche, assicurando altresì i presupposti per il progresso e il benessere collettivo e dei singoli.”

L’attribuzione della medaglia d’oro corona un delicato lavoro svolto in un ampio lasso di tempo che ha visto cambiare profondamente le sensibilità ed il contesto sociale e culturale, fino ai nostri giorni caratterizzati dalla necessità di contemperare il pieno esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali previsti dalla nostra Costituzione Repubblicana, con le eccezionali condizioni imposte dalla pandemia.

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Corecom Lazio, educazione digitale e adolescenti: fondamentale il ruolo di genitori e insegnanti

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Rimettere al centro l’educazione creativa e digitale per contrastare quella che ormai rappresenta una vera e propria emergenza sociale: parliamo di cyberbullismo, ma anche di quei fenomeni che vengono definiti come sexting e sexstortion: le pratiche di inviare messaggi, immagini o video a sfondo sessuale o sessualmente espliciti tramite dispositivi informatici portatili o fisse e di estorcere denaro, favori sessuali o altro ai danni di una persona, con la minaccia di rendere pubblici contenuti compromettenti di natura sessuale (messaggi di testo, foto o video).

Importante l’attività portata avanti dal Corecom Lazio attraverso incontri con genitori e insegnanti: I genitori e gli insegnanti incontrati durante le iniziative hanno riconosciuto infatti la necessità di una più puntuale collaborazione fra scuola e famiglie nell’influire, preventivamente o in modo correttivo, sulla qualità dell’uso dei dispositivi digitali da parte dei minori insegnando loro il valore della privacy, del rispetto dell’altro, ovvero il senso più profondo della legalità e dell’educazione civica digitale.

Prevenzione al cyberbullismo ed educazione digitale: Corecom in prima linea

Il Comitato regionale per le comunicazioni (abbreviato Corecom), in Italia, è un organo previsto dalla legge Maccanico. Svolge funzioni di governo e controllo del sistema delle comunicazioni sul territorio regionale di competenza e indirizza la propria attività alla comunità regionale, in particolare cittadini, associazioni e imprese, operatori delle telecomunicazioni e al sistema dei media locali.

Il video servizio che spiega cosa sono i CORECOM trasmesso a Officina Stampa del 8/4/2021

In particolare il Corecom:

  • favorisce i tentativi di accordo nelle controversie tra i gestori dei servizi di telecomunicazioni e gli utenti;
  • vigila sul rispetto delle norme in materia di tutela dei minori, pubblicità e televendite nel settore radiotelevisivo locale;
  • verifica il rispetto della parità di accesso ai mezzi di informazione durante le campagne elettorali;
  • controlla la corretta pubblicazione e diffusione dei sondaggi e tutela il diritto di rettifica di notizie errate, incomplete o fuorvianti diffuse dalle tv locali
  • regola la partecipazione di associazioni ed organizzazioni alle trasmissioni televisive di RAI3
  • svolge attività consultiva e di studio in materia di comunicazione;
  • promuove l’educazione ai media
  • svolge funzioni di controllo e garanzia degli equilibri tra concessionari pubblici e privati del settore radiotelevisivo, anche per ciò che attiene gli impianti di ripetizione delle frequenze;
  • gestisce specifiche banche dati sui media locali;
  • elabora la graduatoria delle emittenti televisive locali che possono accedere a contributi economici erogati dallo Stato.

Il Corecom è al contempo organo regionale che svolge funzioni delegate dall’Agcom e organo che svolge funzioni amministrative per conto del Ministero dello Sviluppo Economico – Dipartimento delle Comunicazioni.

Il dottor Roberto Giuliano Consigliere del Corecom Lazio e l’Avvocato Oside Castagnola del Comitato Media e Minori del Ministero dello Sviluppo Economico e Consigliere del Corecom Lazio ospiti a Officina Stampa del 8/4/2021 per l’approfondimento sul tema dell’educazione digitale

“E’ importante che i genitori sappiano che i loro ragazzi, al di sotto dei 13 anni, non possono avere un account social – ha spiegato la dottoressa Iside Castagnola del Comitato Media e Minori del Ministero dello Sviluppo Economico e Consigliere del Corecom Lazio – È un importante filtro per proteggere e mettere in sicurezza i più piccoli. Moltissimi bambini inseriscono con i genitori una data falsa e subiscono challenge e adescamento online. Internet è piena di persone che si approfittano della sensibilità dei bambini”.

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Castelli Romani

Slow tourism, qualità contro il “mordi e fuggi”: privati e istituzioni in campo per un nuovo concept

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Nella zona dei Castelli Romani sono già diversi gli operatori del settore che si stanno muovendo in questa direzione

Dal turismo “mordi e fuggi” al turismo di qualità. Un cambio di tendenza che fa parte della mission di tanti operatori del settore che in questo momento di emergenza sanitaria, dove non è possibile spostarsi tra le varie regioni del nostro Bel Paese, stanno assistendo al fenomeno di tanti turisti che vanno alla scoperta di località rimaste inesplorate in passato.

Una occasione quindi per cercare di “trattenere” questi nuovi turisti attraverso un’offerta di qualità, in modo da invogliarli a restare sul posto almeno uno o due giorni contrariamente a quanto spesso invece accade con il turismo “mordi e fuggi” dove ci si ferma nel luogo visitato giusto qualche ora.     

E nella zona dei Castelli Romani sono già diversi gli operatori del settore che si stanno muovendo in questa direzione, promuovendo un turismo lento, quindi di qualità, come Azzurra Marinelli accompagnatrice turistica autorizzata e manager della destinazione e l’imprenditrice agricola Cecilia Conti. Ma anche a livello istituzionale attraverso organismi come il GAL Castelli Romani e il Consorzio Bibliotecario dei Castelli Romani.     

Azzurra Marinelli manager della destinazione parla delle iniziative da mettere in atto per un turismo di qualità che invogli i turisti a trattenersi qualche giorno nei luoghi visitati – Da Officina Stampa del 8/4/2021
L’imprenditrice agricola Cecilia Conti attiva sul territorio di Nemi con un’offerta turistica di qualità ospite a Officina Stampa del 8/4/2021
Patrizia Di Fazio Direttore Tecnico del GAL Castelli Romani e Giacomo Tortorici Direttore del Consorzio Bibliotecario dei Castelli Romani – SBCR – ospiti di Chiara Rai a Officina Stampa del 8/4/2021 intervengono sul tema del turismo lento e delle iniziative istituzionali messe in campo per promuoverlo

Slow tourism o “turismo lento”

Lo slow tourism o “turismo lento”, è il nuovo modo di viaggiare sempre più diffuso che nasce in risposta alla frenesia che caratterizza le nostre vite quotidiane e che non ci permette di rilassarci e prenderci un po’ di tempo per ammirare le bellezze che ci circondano. Si tratta di una nuova filosofia che pone l’attenzione sui dettagli e accompagna il turista attraverso un viaggio alla scoperta di luoghi nascosti, culture diverse e prodotti locali, nel pieno rispetto dell’ambiente, il tutto procedendo con calma e lentamente in modo da cogliere ogni straordinario particolare.

Il video servizio sul turismo lento trasmesso a Officina Stampa del 8/4/2021

I viaggi organizzati sono ancora molto diffusi e prevedono fitti programmi a tappe, con orari prestabiliti, per accompagnare i turisti a visitare una moltitudine di luoghi in poco tempo. In questo modo, però, il viaggiatore non riesce a immergersi completamente nell’esperienza e a cogliere la vera essenza locale. Per questo sono sempre di più coloro che ricercano un tipo di viaggio diverso, che permetta loro di vivere a contatto con la natura e godersi appieno ogni luogo esplorato.

Il turista “slow” predilige luoghi poco affollati e immersi nella cultura locale, per conoscere le tradizioni, gli usi e costumi e vivere intensamente ogni singolo istante del proprio viaggio. Questa nuova filosofia di viaggio invita i turisti a viaggiare in modo lento, consapevole e sostenibile per scoprire le destinazioni rispettandole e custodendo il valore del patrimonio e delle ricchezze che hanno da offrire.

Un viaggio “slow” si pianifica in modo che sia sostenibile fin dalle prime fasi, per far sì che ogni dettaglio sia pensato nel rispetto dell’ambiente.

Uno degli elementi più inquinanti dell’industria turistica è il trasporto: per questo nel turismo lento si tende a privilegiare mezzi sostenibili come il treno o la bicicletta, che diventano parte integrante dell’esperienza, permettendo al turista di ammirare le bellezze del territorio circostante.

Il turismo lento si pone dunque l’obiettivo di lasciare ai turisti un ricordo indelebile dei luoghi visitati, arricchendo la loro esperienza di emozioni e sensazioni indimenticabili. Una volta tornati a casa i viaggiatori si sentiranno arricchiti e appagati, oltre che più rilassati e in pace con se stessi, perché viaggiare “lenti” permette di vivere la propria avventura in modo più sostenibile, in netto contrasto con i ritmi frenetici a cui siamo abituati ogni giorno e nel pieno rispetto dell’ambiente che ci circonda.

I Castelli Romani

I Castelli Romani da sempre rappresentano nell’immaginario romano e laziale un territorio, un insieme di località dall’importanza storico artistica, connotati da una natura lussureggiante, da prodotti genuini, da un clima accogliente, da un contesto caloroso, ma allo stesso tempo calmo e sicuro.

Il video servizio sui Castelli Romani trasmesso a Officina Stampa del 8/4/2021

Questi luoghi hanno il privilegio di essere da una parte una appendice della capitale, abitata in gran parte da gente che a Roma lavora o che comunque ha con Roma rapporti quasi quotidiani, e dall’altra qualcosa di diverso e separato dalla capitale, qualcosa che mantiene le tracce della «villa», tra case e casette immerse nel verde, tra residences arroccati e nascosti tra i colli, tra vigne e giardini, tra borghi e cittadine che ancora mantengono un originario tessuto «paesano».

In questi luoghi una natura addomesticata e da sempre controllata dall’uomo, ma insidiata dal ricordo di antichi vulcani (i laghi vulcanici di Albano e di Nemi), suggerisce molteplici percorsi storici e letterari.

Si può risalire indietro ai miti fondanti del Latium vetus, al mondo arcaico e originario vivo già prima di Roma, agli eroi o alle divinità albane, e poi seguire i culti romani (come quello di Diana nemorense) e presenze come quelle di Catone, che lascia segno nel nome di Monteporzio Catone e di Cicerone con la sua villa di Tuscolo.

Dalle sparse tracce dei signorotti medievali si può passare poi alle sontuose ville cardinalizie tardo rinascimentali, alle più tarde frequentazioni dei viaggiatori sette-ottocenteschi (Frascati nel Viaggio in Italia di Goethe), alla grottesca immagine che di certe zone tra Marino e la via Appia ha dato Gadda nella parte finale del Pasticciaccio.

Un territorio a pochi passi da Roma dove, soprattutto cibo e vino, attraggono centinaia e centinaia di famiglie e giovani, che rendono i Castelli Romani uno dei luoghi più vitali della campagna romana, in cui una socialità sana, viene portata avanti da centinaia di anni di folclore e tradizione.

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