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Editoriali

A proposito della legittima difesa e dei soliti luoghi comuni: cerchiamo di fare chiarezza una volta per tutte!

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Quando si parla di legittima difesa tutti pensano subito alle armi da fuoco, in particolare alle pistole, presentando, specialmente nella TV asservita, nonostante il cambio di governo, chi va al poligono, anche solo per passione, come una specie di assassino, maniaco, violento, affetto da tare psicopatologiche e così via.

La denunzia di questa situazione è in luce nella presentazione dei vari servizi giornalistici. Tanto che i commercianti, i tabaccai e i farmacisti hanno sentito il bisogno di dichiarare pubblicamente che “Non avrebbero fatto i giustizieri”. Siamo veramente a quel livello che il buon Pazzaglia definiva “sotto la rotula”.

Intanto la nuova legge per la legittima difesa, che modifica l’art. 52 C. P., non dichiara che si può sparare a volontà, e non facilita l’acquisizione di armi da fuoco, corte o lunghe che siano. La difesa di un privato cittadino, in assenza di controllo del territorio a causa di politiche sbagliate del precedente governo, è sacrosanta, e si può esplicare non soltanto con armi da fuoco.

Soprattutto si spera che con questa nuova disposizione venga finalmente protetta la vittima delle aggressioni, risparmiando a chi vive del proprio lavoro (onesto) un calvario giuridico di anni solo per aver subìto una rapina.

Finalmente si abolisce l’iniqua norma del risarcimento del danno in sede civile a chi è venuto in casa mia e mi ha fracassato di botte, argomento che purtroppo tocca anche i nostri tutori dell’ordine, ormai intimiditi e qualche volta reticenti ad intervenire, quando invece andrebbero sostenuti e incoraggiati almeno durante il loro servizio.

E’ poi ridicolo il conto che si fa di “quante armi circolano in Italia”, stabilendo nella media un certo numero di non meglio identificate “armi” per cittadino, il che ci fa credere che siamo un popolo di guerrafondai. Bisognerebbe avere un po’ di buona fede, per fare certi conti: che poi sono tendenziosi e menzogneri. In Italia c’è gente che va a caccia, e ogni cacciatore non ha un solo fucile, ma più d’uno.

Chi scrive ne aveva tre da caccia cal. 12 (a pallini, per i non competenti), più una carabina Remington cal. 222 e una Winchester mod. 94 cal. 30-30. Più dodici pistole di vario calibro, che andavano e venivano, dal cal. 22 al 44 magnum. Ho avuto il porto di pistola per difesa personale a causa del mio lavoro per circa trent’anni, senza mai dover usare la mia arma. Sono stato istruttore di poligono di grosso calibro per lo stesso periodo, senza mai dover segnalare alcun incidente. Sono stato tiratore sportivo, e ho fatto anche gare importanti. Ho fatto tre stage alla Scuola dello Sport del CONI, come istruttore per i ragazzi. Tutto questo non ha mai fatto di me uno psicopatico, un maniaco, un violento, nè ai miei amici appassionati – fra i quali uno dei più grandi ricaricatori d’Italia, il prof. Andrea Bonzani, autore di numerosi libri di ricarica e collaboratore della rivista Armi e Tiro, persona degnissima – ha mai causato turbe mentali, nè alcuno ha mai usato la propria arma se non al poligono di tiro.

Eravamo tutti – e lo siamo ancora – persone tranquille, che hanno sempre visto soltanto come oggetto ludico quelle che tanti – non conoscendole – chiamano “armi” con disprezzo. Fate conto che un tiratore di pistola ha almeno cinque o sei strumenti da tiro, vecchie glorie a cui è affezionato, o moderni oggetti tecnologici di precisione. Sappiate che l’Italia ad ogni Olimpiade conquista le sue brave medaglie soprattutto nel tiro – pistola, carabina, tiro a volo, skeet, tiro con l’arco – e che il tiro a segno, tranne la PGC, pistola di grosso calibro – che comunque utilizza cartucce da tiro a bassa velocità – si fa con il calibro più piccolo, il 22.

Ora, quanti tiratori e quanti cacciatori pensate che ci siano in Italia? E quanti collezionisti di armi individuali residuati bellici ex ordinanza? Sono tanti, molti di più di quelli che l’arma la portano con regolare permesso di porto d’armi per difesa personale, e che pagano ogni anno una tassa salatissima allo Stato. Dicevo all’inizio che difendersi non vuol dire necessariamente sparare addosso ad un ladro. Bene, ci sono altri sistemi per difendere la propria incolumità, ma se la legge non fosse stata cambiata, non avremmo potuto utilizzare neanche quelli. In definitiva, ciò che interessa al comune cittadino è prima di tutto non dover subire violenze e rapine. Ma soprattutto non soccombere all’aggressore in sede civile solo per avere esercitato un suo sacrosanto diritto, quello all’incolumità sua e della sua famiglia.

Purtroppo una certa politica attacca a prescindere, solo per denigrare, e non per fare quella che avevano promesso, una opposizione “senza sconti”, piena invece di menzogne e di negazioni della realtà. Poi si scopre che anche “loro” hanno un armadietto con qualche fucile, o una pistola nel comodino. Spero ardentemente che con un maggior controllo del territorio anche da noi si possa stare tranquilli: a parte gli stupri quotidiani, gli spacciatori ad ogni angolo di strada, che magari aggrediscono i nostri carabinieri e poliziotti, le bombe per il ‘pizzo’, gli assassini stradali che vengono messi fuori il giorno dopo, i furti, le rapine, gli assalti in villa.

Senza che questo governo venga etichettato come quello ‘della paura’. Mi sembra che la nostra paura venga da lontano, cioè dai vari governi non eletti, specialmente dopo Berlusconi, e dalla politica dissennata dell’accoglienza senza regole.

Bisognerà poi anche, a mio giudizio, rivedere i concetti di giudizio dei magistrati. Oggi ci sono troppe scappatoie per chi delinque, dallo sconto di pena per rito abbreviato – che pare venga concesso senza particolari formalità – ai permessi premio assurdi a personaggi che non li meriterebbero, alla mancanza di certezza della pena per qualsivoglia reato, agli arresti domiciliari concessi, per esempio, a chi non ha fissa dimora, abitando in un campo rom. Si parla tanto male degli States, a proposito di armi, ma lì, quando ti mettono dentro, te la fai tutta.

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Il Vangelo, l’immigrante ed il grande equivoco

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Succede qualcosa di sconcertante. Persone che non hanno mai letto una pagina dei libri sacri ed altri che si sono sempre dichiarati agnostici, in quest’era che infiamma i cuori, ardendo con il sacro fuoco degli adulatori del culto del migrante, predicano e pontificano e spesso quello che non dicono nasconde il grande equivoco.

Ovvio, la figura dell’emigrante non può che suggerire loro la parabola del buon Samaritano

Non sanno dove l’abbiano sentita e non sanno dire precisamente di che si tratta. Qualche monsignore adulto, qualche parroco di frontiera oppure qualcuno del “migrante generation” l’avrà nominata in qualche partecipazione ai talk show di intrattenimento televisivo. L’avranno sentita ed anche se non l’avessero capita avranno pensato: sa di buono, è d’effetto, perché non sfruttarla?

Impossessatisi di questa “verità evangelica secondo i talk show televisivi” pensano di usarla come clava contro quei credenti che si dichiarano contrari ad un’accoglienza disordinata e ad un’integrazione disorganizzata, caotica e non compatibile con la capacità ricettiva della penisola. Questi credenti rischiano la scomunica e subiscono le imprecazioni, fra le tante, anche della “cattolicissima” Famiglia Cristiana che non ci pensa due volte ad intimargli : andate retro, voi assatanati.

C’è in giro un grande equivoco e a nessuno giovano le mezze verità.
La parabola del buon samaritano è narrata dall’evangelista Luca e si trova in 10, 25-37.

Anche allora c’era chi si serviva delle parole del Maestro per scopi propri. A parere di molti uomini di Chiesa la scomunica a Salvini di mons. Domenico Mogavero non ha nulla di misericordioso anche perché i suoi commenti successivi sapevano molto del politico. Il primo a smarcarsi dal vescovo di Mazara è stato il suo confratello il vescovo di Noto, che con modi evangelici ha dimostrato moderazione, arrivando persino a dichiarare : “se Salvini lo ha fatto dal profondo del suo cuore ha fatto anche bene”.

Poi, se vogliamo dirla tutta: chi siamo noi a giudicare?

Riprendiamo con il testo della parabola. Alla domanda faziosa di un dottore della legge per mettere il Maestro alla prova, Gesù aveva ribattuto: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno”. (Vangelo: Luca 10, 25-37)

La conclusione è più che ovvia, ma non della conclusione bensì dell’atto completo di cui vogliamo parlare.
I tanti buonisti, “gli ultràs dell’immigrazione”, forse per svista o più probabilmente perché non avranno mai letto il testo evangelico, si fermano al fatto che il Samaritano, pur non facendo parte del “popolo eletto” ebbe compassione del malcapitato, lo caricò sopra il suo giumento e lo portò a una locanda.

Per i tanti che dibattono nei vari talk show televisivi la storia finisce qui. L’atto di per se è misericordioso ma non è quello che vuole trasmettere il messaggio evangelico.

Quale sarebbe stato il giudizio di tutti se il Samaritano, seppure mosso dalla compassione , caricando il malcapitato sul giumento lo avesse scaricato vicino alla locanda e poi avesse ripreso la strada, senza accertarsi se il locandiere fosse stato in grado fisicamente e anche finanziariamente di accudirlo?

C’è poi un altro atto misericordioso compiuto dai Carola di turno e le Ong di passaggio. E’ bello e buono salvare le vite umane, “ fasciare le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricarli sopra le navi Ong, portarli a Lampedusa. E poi? E il “giorno dopo”? Nulla da obiettare, la loro opera è meritevole, è caritatevole ma c’entra niente con la parabola del samaritano? No, il messaggio della parabola è un altro. C’è il seguito che poi è la parte più importante.” Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno”. E’ proprio questo passaggio che manca. Chi scarica l’emigrante a Lampedusa non si sente più responsabile di quello che succede dopo.

Bello è l’operato delle varie Carola che salvano naufraghi oppure li trasferiscono da un paese all’altro , li mettono in salvo a Lampedusa ma poi, sono veramente certi di avere fatto tutto?
Fino ad ora non si è sentito alcuno dire : “Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno”. Al contrario, da quando la diaria giornaliera per ogni emigrante è stata ridotta da 35 euro a 20 euro, molte associazioni di “accoglienza”si sono tirate indietro. Che tipo di carità è questa? Mi sembra tanto che stiano liberando gli emigranti dal fuoco africano per buttarli nella brace italiana. No….! Chi è il locandiere? Che capacità ha di prendersi cura di quell’emigrante, curarlo, offrirgli un lavoro, istruzione, futuro per lui e per la sua famiglia? E’ questo il problema. Salvare le vite è sacrosanto e nessuno lo può negare e non c’è bisogno che ce lo ricordi nessuno. L’abbiamo inciso nel nostro dna. Il problema è un altro.

Chi sono oggi i vari leviti e i vari sacerdoti che girano la testa e fanno finta di non vedere e di non sentire?

L’Europa per primo, con i suoi moderni leviti,sempre pronti a legiferare, pontificare su tutto, promuovere teorie del gender, legiferare a favore delle unioni civili, condannare l’omofobia, l’islamofobia , si occupa dei temi etici, dell’intelligenza artificiale MA ” il tema immigrazione”è sparito dalla sua agenda.

L’Onu, la Nato e non solo mentre risultano osservanti rigorosi dell’inviolabilità del diritto di ingerenza che potrebbe salvare le vite nei campi libici, in Venezuela e non solo, sono di manica larga quando una Carola forza il blocco, infrangendo qualsiasi regola in nome dei “diritti umani”. Quelli in Libia, in Venezuela cosa sarebbero?

Il messaggio pieno della parabola verrà compiuto quando gli ultras dell’emigrazione si faranno avanti, dichiarandosi disposti a prendere a proprio carico un certo numero di immigranti, provvedendo alla loro sistemazione, offrendo loro casa e mantenimento, assistenza e sicurezza e assicurandogli un futuro lavorativo. Garantendo che nulla avranno mai a pretendere dallo Stato per quanto suesposto.

“Armiamoci e PARTITE” l’abbiamo sentita tante altre volte. E’ ora di tacere se non si crede in quello che si dice.

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Editoriali

Stato di bandiera, Convenzione di Dublino e asilo politico: A.a.a. cercasi buona volontà

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Stato di bandiera, Convenzione di Dublino e… l’asilo politico
Secondo l’ordinamento giuridico, l’espressione Stato di bandiera indica “lo Stato che attribuisce la propria nazionalità ad una nave oppure un aeromobile”. Ai sensi della Convenzione di Ginevra (II, 5, 1) e della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS, 91, 1), affinché uno Stato possa legittimamente concedere la sua bandiera deve esistere un “legame sostanziale” tra la nave e l’ordinamento nazionale. Questo è molto importante e potrebbe risolvere le tante discussioni che nascono ogni volta che una Ong decide di sbarcare i suoi “naufraghi” nei porti italiani. Questo stato di Bandiera fa da pendant, forma una coppia, con il Trattato internazionale, comunemente conosciuto come Convenzione di Dublino. Quest’ultimo, modificato nel 2013 e rinominato Dublino III prevede: “I cittadini extracomunitari che fuggono da Paesi d’origine perché in guerra o perseguitati per motivi di natura politica o religiosa possono fare richiesta di asilo solo nel primo Paese membro dell’UE in cui arrivano…..”

Dunque da una parte il rifugiato può fare richiesta d’asilo solo nel primo paese membro dell’Ue in cui arriva e dall’altra parte la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS, 91, 1), stabilisce che è lo Stato che attribuisce la propria nazionalità ad una nave e l’esposizione della sua bandiera ed ergo, la coperta delle navi nella fattispecie, rappresenta il paese in cui per primo il rifugiato arriva e quindi è lì, il luogo designato da Dublino III dove dovrebbero essere presentate le richieste d’asilo. Fino a qui è tutto chiaro e non si capisce quali siano le difficoltà che impediscono l’attuazione di tale iter.

Ritornando all’ultimo episodio della Sea Watch III e del successivo spettacolare ed improvvido arrembaggio dei deputati PD su quella nave, molti sono stati i commenti per dimostrare la natura propagandistica di quel gesto e non intendiamo ritornarci sopra.

Una battaglia da portare a Bruxelles passata nell’ombra

Durante i vari dibattiti, allora, ci sono state voci di giuristi che avevano accennato ai principi di cui tratta questo articolo.
Desta molta meraviglia dunque che la loro voce sia caduta nel più assordante silenzio e nessuno della maggioranza di governo si è interessato di accogliere quella riflessione che dell’emergenza immigrati, offriva su un piatto d’argento la soluzione, una battaglia da portare a Bruxelles, l’uovo di Colombo.
Il combinato disposto “Stato di bandiera” e “Convenzione di Dublino III”, a tutti gli effetti potrebbe essere considerato un assist a Salvini , la mossa giusta da giocare in Europa. Potrebbe anche essere una sfida alle Ong per farle uscire fuori dall’equivoco e infine per i signori di Bruxelles ci sarebbe una proposta “che non potrebbero rifiutare” senza perdere ulteriormente la faccia e così costringerli a dichiararsi.

La soluzione c’era, non si vedeva oppure non la volevano vedere, altrimenti non si comprende perché il decreto sicurezza bis non l’abbia presa in considerazione, sollevando l’eccezione.

Grava sull’attuale emergenza immigrazione anche il “libero convincimento e la discrezionalità” dei giudici.

Sulla legalità, la libertà e l’arbitrio nell’applicazione della legge, si rimette la materia ai tecnici giurisdizionali. E’ tutto un altro problema meritevole di un serio dibattito. Auguriamoci che qualcuno lo metta in agenda.
Il tema oggetto del presente articolo appartiene alla sfera politica ed è il Parlamento che deve prendersene carico.
Sarebbe più facile che i comandanti delle navi di salvataggio, le Ong incluse, venissero approvvigionate dal proprio “Stato di bandiera” di moduli ufficiali emessi per la richiesta d’asilo. A salvataggio avvenuto, i profughi verrebero identificati e in mano al comandante dovrebbero firmare la propria richiesta.
La stessa richiesta, annotata sul registro di bordo, sarebbe, un valido documento per i rifugiati per permettere loro poi di attraversare la frontiera ed arrivare nel paese che esaminerà ed eventualmente concederà la richiesta d’asilo. Caso contrario sarà quel paese a rimpatriare l’emigrante non avente diritto.

Quanto esposto faciliterebbe di molto la risoluzione del problema dei rifugiati a bordo delle navi Ong. Parlando dell’Italia, se la richiesta risultasse negativa, quell’emigrato andrebbe a sommarsi agli arrivi fantasma, gli emigranti economici che arrivano sulle coste italiane in piccoli numeri. su pescherecci, velieri ed altri natanti senza bandiera alcuna.

A proposito, la succitata Convenzione, specifica anche che : “ Le navi da guerra di qualsiasi Paese (Navetta Guardia di finanza ndr) possono pertanto, nell’ambito dell’esercizio dei poteri connessi al diritto di visita sottoporre tali navi a inchiesta di bandiera e, qualora risulti confermata la mancanza di nazionalità, catturarle e condurle con la forza in un porto nazionale per gli opportuni provvedimenti”.

Una parentesi riguardo a questi “poveri disgraziati che arrivano da noi in cerca di un futuro migliore”

A prescindere dal fatto che l’Italia non è in grado di offrire qualsiasi futuro a chiunque, vedi gli 80 mila giovani che ogni anno espatriano in cerca di lavoro. Dicono questi signori: si dimentica che anni fa anche gli italiani emigravano, andavano in America bla, bla, bla.

Punto primo. L’America a quei tempi stava nascendo e offriva mille occasioni a chiunque. Non è il caso dell’Italia. Poi, ed è il punto che interessa, gli emigranti appena arrivati non andavano in giro. Tutti sbarcavano su Ellis Island, che si trova nella parte alta della baia di New York. Qui venivano identificati, visitati e riconosciuti e talvolta rimanevano stanziati qui, seduti su panchine di legno, per due, tre giorni aspettando il verdetto degli ispettori della dogana. Se non passavano l’esame medico venivano rispediti indietro con il primo piroscafo che salpava per l’Italia e dovevano aspettare sempre qui. Comunque erano altri tempi, non è corretto parlare di emigranti italiani di allora comparandoli con quelli di oggi.
A proposito di isola americana e sbarco degli emigranti, leggendo una notizia data da Askanews il 2 febbraio 2017, si ha la conferma di quello che già era di dominio pubblico. Secondo il Washington Post, in una delle sue solite “straordinarie”, Donald Trump avrebbe sbattuto il telefono in faccia al presidente australiano Malcolm Turbull, perché questi avrebbe firmato un accordo con Obama per inviare in America i rifugiati tenuti in Australia in campi detentivi di natura controversa. Continuava, il Washington Post, quell’accordo sarà comunque onorato perché lo scorso novembre è stato firmato e prevedeva l’accoglienza in Usa di una parte di quei 1.600 emigranti che allora erano parcheggiati nei parchi dell’isola di Manus e di Nauro.

Seguendo la scia di questa notizia, molti si sono ricordati dell’Isola dell’Asinara, già dagli anni ‘70 carcere di massima sicurezza con i maggiori esponenti dell’Anonima Sarda.

Oggi l’isola è praticamente inutilizzata, a parere di tanti, e dicono che per venire incontro all’emergenza, potrebbe essere attrezzata come campo di accoglienza per quegli immigrati economici che arrivano singolarmente più quelli irregolari sparsi per l’Italia e quelli a cui viene negato il diritto di asilo. Sarebbe un luogo ideale per ospitarli in attesa della loro collocazione oppure del loro rimpatrio.

Sull’isola già esistono le strutture di base ed una volta aggiornate ed attrezzate con un adeguato servizio sanitario, di sicurezza, amministrativo e tutte le strutture necessarie per una degna accoglienza, si potrebbe evitare di disseminare “gli irregolari” per tutta Italia. Così operando l’Italia potrebbe offrire una migliore permanenza in attesa del rimpatrio o della collocazione in altri Stati.

L’emergenza immigrazione è una realtà.
Fatto!
Gli ordinamenti per affrontarla ci sono tutti.
Fatto!
La buona volontà? AAA cercasi!

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Operazione liberazione dall’inferno libico, arriva la confraternita della misericordia italiana: “Alzatevi, armatevi, partite”

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L’ordinanza del Gip Alessandra Vella, giudice per l’indagine preliminare presso il Tribunale di Agrigento, inerente al caso della capitana Rackete, depositata lo scorso 2 luglio e l’emergenza umanitaria degli emigranti nei lager in Libia, scuotono le coscienze ed esigono dall’Italia e dalla sua centenaria generosità e la sua innata vocazione umanitaria, un’iniziativa  a favore di quei sofferenti, in virtù del principio giurisprudenziale testé sancito a Lampedusa e cioè, il diritto ad atti violenti umanitari.

Nelle 13 pagine dell’ordinanza, il Gip, dott.ssa Alessandra Vella, compiendo una lunghissima e meticolosa disamina, percorre il diritto Costituzionale, la convenzione SAR, le convenzioni internazionali, il diritto consuetudinario e la convenzione delle Nazioni Unite sulle leggi del mare. Un’esauriente documentazione che illustra gli obblighi del capitano in ordine alle operazioni di soccorso in mare.

Quando poi la dottoressa arriva a fare delle valutazioni del caso in esame, convinzioni ed opinioni personali prendono il soppravvento ed  accantonano la documentazione.

L’interpretazione personale sembra volere dominare il ragionamento dell’ordinanza

Si fa riferimento al decreto sicurezza bis,  si commenta il fatto dei porti chiusi, si legittima  la scelta di un comandante di nave che soccorre migranti in zona Sar libica di fare rotta verso l’Italia e non spiega perché si esclude Malta, si legittima l’attraversamento irregolare della frontiera, nega la  natura di nave da guerra alla barca della finanza e altre valutazioni. Il tutto sorretto in nome del “sovrano diritto umanitario”.

Ciò nonostante, le sentenze, si dice, vanno rispettate e la presente non fa eccezione. Comunque, questa ordinanza farà giurisprudenza e avrà dei lunghi strascichi.

Per “l’inferno libico” tre sono le considerazioni da fare: l’emergenza, gli strumenti per affrontarla, le persone e le volontà disponibili

A raccontare l’orribile scenario dei campi di concentramento in cui si tengono segregati gli emigranti che dal subsahariano arrivano continuamente con la vana speranza di approdare in Europa, non c’é solamente Human Rights Watch perché altri, come Avvenire, parlamentari vari, giornalisti ,la maggior parte dei talk show televisivi e tante omelie dei parroci e alcune pastorali dei vescovi,  tutti sono concordi a certificare gli  orrori di quell’inferno. Le torture e le sevizie raccontate dagli emigranti fortunatamente  riusciti ad arrivare salvi  in Italia, sono delle testimonianze oculari di quel inferno libico dove, dicono,  ci sia un “vero sterminio di popoli sub sahariani”.

Quale persona con un minimo di sentimento di pietà potrebbe mai rimanere indifferente al grido di dolore che s’innalza da quei lager?

Le ragioni per una iniziativa umanitaria ci sono tutte e l’ordinanza di Agrigento segna il percorso da seguire. Aspettare aiuti dall’Europa è solo un sogno, interventi da parte  dell’Onu è una chimera, l’assistenza delle istituzioni internazionali è un’ingenuità..

L’unica speranza resta nella  buona volontà degli italiani che non manca. L’Italia per la sua storia, per la sua cultura civile, sempre aperta alla solidarietà, all’accoglienza, anche se oggi non si può più dire cattolica al cento per cento  essendo  la stragrande maggioranza diventata laicista, pro aborto, pro divorzio, pro unioni civili, pro eutanasia, PERO’ questa grande maggioranza rimane più che mai sensibile a un’emergenza umanitaria e certamente non si tirerà indietro se viene chiamata a prestare aiuto a quei sfortunati.

L’ordinanza di Agrigento del 2.7.2019 sta offrendo un’opportunità unica, un  valido strumento a tutti quegli italiani che fino ad ora hanno riempito piazze, social network, giornali, ore pomeridiane di talk show, prediche sui sacrari delle chiese e delle cattedrali, sedi di partiti e movimenti sociali, tutti pro “porti aperti”, tutti pro accoglienza, tutti pro altri gommoni stivati di povera gente verso Lampedusa, altre navi Ong che trasferiscono disgraziati dalla povertà africana all’indecenza italiana.

Un’opportunità unica anche per don Paolo Farinella che chiuse la chiesa a natale per protestare contro Salvini. Anche per don Armando Zappolini che per protestare gettò il presepe dentro la spazzatura.

Sulla squadriglia navale delle Ong: la Sea Watch 1-2-3, La S.O.S. Mediterranee, la Proactive Open Arms, la Sea Eye, la Mission Lifeline con Fratoianni, Magi, Orfini, Del Rio,Faraone e friends si spera di vedere Saviano, Toscani, Leuluca Orlando, Zingaretti e Matteo Renzi. L’augurio di tanti italiani è di vedere in questa crociata Famiglia Cristiana, baluardo dell’accoglienza.

 Cari migranti sub sahariani, sofferenti in cattività, la vostra liberazione è vicina. Arriva la confraternita della misericordia italiana e vi riporterà tutti a casa vostra.

Suonate lo shofar! Si parte. Barra dritta. Direzione Tripoli, Zuara.

Alzatevi, Armatevi, partite.

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