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Ace Combat 7 Skies Unknown, si torna a combattere fra le nuvole

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Sono trascorsi ben 24 anni dall’uscita del primo Ace Combat. A partire dal 1995 la fortunata saga targata Bandai Namco ha fatto vivere ai suoi numerosissimi appassionati una quantità formidabile di adrenaliniche battaglie tra le nuvole. La serie è una saga a dir poco leggendaria nel panorama mondiale dei videogiochi. Un brand che ha visto, fino a oggi con questo Ace Combat 7: Skies Unknown, ben diciassette titoli prendere vita tra alti e bassi su ogni tipo di piattaforma di gioco conosciuta in questi anni. L’episodio che ci accingiamo a recensire era tra l’altro molto atteso dagli appassionati, perché fin dal suo annuncio nel 2015 prometteva alcune novità pensate dagli sviluppatori per migliorare il brand, senza però snaturarlo, dopo alcuni episodi poco esaltanti, a cominciare da una modalità storia più interessante e variegata. Per la cronaca, il titolo propone anche una modalità extra per il visore 3D di Sony, una “spettatore” chiamata Air Show e un’altra multigiocatore con Battle Royale (4 vs 4) e Deathmatch. Ace Combat 7, che vi ricordiamo essere disponibile su Pc, Xbox One e Ps4, fonda le proprie radici su una campagna per giocatore singolo fortemente caratterizzata dagli eventi che, in questo caso, fanno di nuovo da sfondo al mondo alternativo creato da Sunao Katabuchi. Sono passati circa 9 anni dai fatti descritti in Ace Combat 5 e la pace fra il regno indipendente di Erusea e quello di Osea sembrerebbe procedere senza particolari intoppi.

La crescente intraprendenza di Osea in ambito tecnologico militare e la continua invadenza sulle questioni di Erusea culminato con l’installazione di un ascensore spaziale sul loro territorio, segnerà tuttavia l’inizio di una nuova crisi, che avrà il proprio culmine nell’attacco a sorpresa “dei ribelli” e la conseguente conquista sia dell’ascensore spaziale che di diverse strutture belliche del nemico.

Nel frattempo anche il modo di combattere le guerre è cambiato, visto che in questo caso ad affiancare se non a sostituire la “solita carne da macello” ci sarà anche una nuova categoria di droni (UAV) sviluppati su un IA basata sulle routine di volo di un vecchio asso dell’aviazione.

La campagna single player si divide in 20 adrenaliniche missioni che spiccano per varietà e che danno ben presto filo da torcere ai giocatori. Le vicende narrate in questo settimo capitolo di Ace Combat ruotano attorno al continente Usea e in particolare al già citato International Space Elevator, costruito dalla Federazione Oseana e simbolo di pace. Fortemente voluto dal presidente Vincent Harling, lo scopo di tale struttura è raccogliere l’energia solare dall’atmosfera e trasmetterla sulla terra ferma per aiutare la ricostruzione del macrocontinente Usea, devastato nel 1999 dall’impatto dell’asteroide Ulysses 1994XF04. Forti dell’aiuto dei droni di combattimento, velivoli d’attacco dotati di intelligenza artificiale, le truppe Eruseane insorgono per conquistare lo Space Elevator e da qui tutto il continente di Usea. Trigger, taciturno protagonista di cui i giocatori vestiranno i panni durante il gioco, partecipa ad una serie di missioni per recuperare lo Space Elevator ma in una di queste è vittima di un incidente che lo porta a compiere un crimine gravissimo, o almeno così pensano tutti. Si ritrova dunque confinato suo malgrado nella base 444 e con altri criminali di guerra dovrà riscattarsi dopo l’incidente partecipando a pericolosissime missioni. Il segno distintivo dei reietti della base 444 sono dei graffi sulla coda dell’aero, e Trigger essendo accusato di un delitto gravissimo ne ha ben tre. Col passare del tempo e delle missioni il marchio del disonore che Trigger porta sulla coda diventerà un simbolo distintivo, che lo farà lentamente diventare l’asso più temuto dei cieli di Usea. Grazie a questa trama Ace Combat 7 Skies Unknown riuscirà a tenere incollati i fan più accaniti oltre 20 ore se si gioca alla difficoltà massima. Ma andiamo oltre, per quanto concerne il gamelay, Ace Combat 7 offre diversi tipi di missioni, alcune che traggono ispirazione dai titoli passati, altre del tutto nuove. Di base vi sono sempre due fazioni, quella del giocatore e quella nemica. In alcune missioni è necessario abbattere determinanti obiettivi, in altre distruggere il più possibile dei rifornimenti della fazione avversaria. Non mancano le missioni in cui è vitale proteggere un determinato alleato e quelle in cui bisogna infiltrarsi senza essere visti dai radar nemici.

L’elemento stealth è molto importante in battaglia. Il più grande aiuto in questo senso viene fornito dalle nuvole, in cui ci si può nascondere per pochi istanti, per poi fiondarsi di nuovo all’attacco. Rimanendo molto tempo nelle nubi si rischia di ghiacciare alcune parti del motore, aumentando dunque il pericolo di stallo. Le condizioni meteo delle missioni sono una delle cose più riuscite di Ace Combat 7, l’epicità e la tensione che si vengono a creare durante una battaglia aerea tra i fulmini è qualcosa che emoziona e lascia veramente senza fiato. La visibilità è chiaramente compromessa quando le condizioni meteorologiche sono avverse. Infilarsi in una tempesta di sabbia o in una nuvola temporalesca aumenta vertiginosamente il rischio di schianto improvviso su un ostacolo non visibile.

https://www.youtube.com/embed/wsH9tyeBbT4

Per quanto riguarda il sistema di combattimento, Bandai Namco ha deciso di snellire quanto visto in passato per rendere l’esperienza più intuitiva, più arcade e quindi di conseguenza meno simulativa. L’intelligenza artificiale dei nemici è abbastanza curata e soprattutto nelle situazioni più caotiche colpire l’aereo nemico non è affatto cosa semplice. Accumulando ore di volo si iniziano ad intuire le varie tattiche con cui approcciare il nemico e di conseguenza anche le manovre per non essere colpiti dai nemici. Quando si viene agganciati dal sistema di puntamento avversario si viene avvertiti del pericolo e una volta partito il missile è necessario compiere delle evoluzioni per evitarlo. Ogni aereo ha la possibilità di montare solitamente due tipi di armi, salvo rare eccezioni dettate da particolari missioni. L’arma principale standard, dedita a colpire sia i nemici in volo che quelli sul suolo e l’arma speciale, solitamente perfezionata in un solo stile di attacco, aria-terra o aria-aria. A dare un ottimo senso di progressione alla campagna c’è anche la possibilità di investire i punti esperienza accumulati per sbloccare nuovi aerei e personalizzarli. Un esteso albero della progressione dà infatti l’opportunità di ottenere caccia rapidissimi, letali bombardieri, ma anche modifiche per migliorare l’efficacia dei missili, la manovrabilità dei mezzi o la loro resistenza. Prima di uscire dall’hangar per affrontare una missione sarà infatti possibile non solo scegliere l’arma secondaria da utilizzare, ma anche installare diverse modifiche sulla fusoliera o nell’elettronica del velivolo. In pratica si compone una sorta di loadout, personalizzato per ogni singolo aereo. Per sbloccare tutti i mezzi, inoltre, sarà necessario impegnarsi a dovere, rigiocando le varie missioni oppure dedicandosi ai match online in maniera seria. I velivoli più potenti costano diverse migliaia di crediti e per poterli acquistare tutti ci vorranno molte ore di gioco.

https://www.youtube.com/embed/UtjO-rUIahM

Parlando del comparto multigiocatore online possiamo dire che questo funziona davvero bene. Esistono due tipi di modalità che si possono scegliere: la Battle Royale e il Deathmatch a squadre. Nella prima fino a otto velivoli sono chiamati a scontrarsi in un tutti contro tutti mortale, mentre nella seconda due squadre di massimo quattro membri ciascuna sono chiamate a confrontarsi tra loro. Giocando online si comprende davvero la profondità del gameplay, che con pochi comandi consente di realizzare vere e proprie tattiche di guerra, soprattutto nella modalità a squadre. Ad esempio facendosi inseguire da un veicolo nemico si può mettere a segno un assist per un compagno che può approfittare sull’abbassamento della guardia nemica. Probabilmente l’unica pecca dell’online risiede proprio nella mancanza di altre modalità, visto che le due presenti, anche se strutturate egregiamente, risultano essere un po’ pochine. Dal punto di vista grafico Ace Combat 7 si fa forte dell’Unreal Engine 4, che garantisce un livello di dettaglio come mai in passato si era visto nella serie, complici texture in alta definizione ed effetti luminosi di un certo spessore, più un meteo variabile che conferisce alla visione d’insieme un maggior realismo, apprezzabili con qualsiasi delle visuali disponibili, sia essa la prima persona, dall’abitacolo o in terza persona. Notevoli in generale i modelli degli aerei e la regia di gioco. Ci sono attimi in cui i panorami sono talmente belli da vedere che ci si può distrarre dall’azione di gioco e la presenza di un intero replay della missione a fine partita risulta un bellissimo espediente se si desidera ammirare tutta la maestosità offerta dai panorami e dagli eventi climatici. Tirando le somme, Bandai Namco con Ace Combat 7 Skies Unknown ha fatto davvero centro. Diciamo questo perché la casa nipponico è riuscita a portare sugli schermi un titolo avvincente, bello da vedere, divertente e adatto sia ai casual gamers che agli hardcore players. I tre livelli di difficoltà disponibili e la scelta se pilotare i velivoli in maniera semplificata o realistica rendono infatti l’esperienza di gioco profonda e davvero appagante. Con questo settimo capitolo la saga di Ace Combat si arricchisce di un gioiello preziosissimo e credeteci, lasciarselo sfuggire, specialmente se siete appassionati di aerei da guerra, sarebbe un pessimo errore.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 9

Gameplay: 8,5

Sonoro: 8,5

Longevità: 8

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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Sensazionale esperimento: riattivate le cellule del cervello di maiali dopo ore dalla morte

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Circolazione del sangue e funzioni cellulari nel cervello di maiale sono state ripristinate ore dopo la morte, ma non l’attività elettrica associata alla coscienza. Il risultato, al quale Nature dedica la copertina, si deve al gruppo dell’Università di Yale guidato da Nenad Sestan. Ricadute possibili sulla possibilità di studiare più a fondo malattie neurodegenerative e sperimentare farmaci.

Dopo una prima fuga di notizie nel 2018, i risultati dell’esperimento indicano che il cervello dell’uomo e degli altri grandi mammiferi conserva la capacità, finora ritenuta impossibile, di ripristinare la funzione di alcune cellule e la circolazione sanguigna anche a ore di distanza da un arresto circolatorio.

Alla ricerca, i cui primi autori sono Zvonimir Vrselja e Stefano G. Daniele, ha collaborato l’italiana Francesca Talpo, che lavora fra Yale e Università di Pavia. Per Sestan, in futuro la stessa tecnologia “potrebbe essere utilizzata per terapie contro i danni provocati dall’ictus”.

L’esperimento è stato condotto su 32 cervelli di maiale ottenuti da macelli con lo strumento chiamato BrainEx, progettato e finanziato nell’ambito della Brain Initiative promossa dagli statunitensi National Institutes of Health (Nih). Il dispositivo si basa su un sistema che, a temperatura ambiente, pompa nelle principali arterie del cervello una soluzione chiamata BEx perfusato, un sostituto del sangue basato su un mix di sostanze protettive, stabilizzanti e agenti di contrasto. Immersi nel dispositivo, che in sei ore ha ripristinato l’irrorazione in tutti i vasi sanguigni, i cervelli hanno mostrato sia la riduzione della morte cellulare, sia il ripristino di alcune funzioni cellulari, compresa la formazione di connessioni tra i neuroni (sinapsi).

Non è chiaro se tempi di perfusione più lunghi potranno ripristinare completamente l’attività cerebrale: per verificarlo saranno necessari ulteriori esperimenti. E’ stato invece dimostrato che mantenere l’irrorazione sanguigna e la vitalità di alcune cellule può aiutare a conservare gli organi più lungo.

Nel caso del cervello umano, per esempio, ritarderebbe il processo di degradazione che distrugge le cellule e permetterebbe ricerche oggi impossibili perché le attuali tecniche di conservazione richiedono processi, come il congelamento, che alterano la struttura cellula in modo irreparabile.

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Sekiro: Shadows Die Twice, un’impresa titanica

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Sekiro: Shadows Die Twice, l’ultimo videogame sviluppato da From Software per Pc, Xbox One e PS4, non delude le aspettative e si presenta come un titolo estremamente difficile, fatto per chi ha pazienza e soprattutto voglia di imparare dai propri errori. In un mix esplosivo fra dinamiche simili alla saga di Dark Souls insieme a componenti presenti nel primo originale Tenchu per Psx (sviluppato anche da From Software nel 1998). In questa nuova avventura la software house in partnership con Activision abbandona il mondo medioevale/fantasy dei Souls per abbracciare il Giappone feudale. Il titolo infatti è ambientato nel periodo Sengoku, un’epoca di crisi e molteplici conflitti interni che caratterizzarono il paese del Sol Levante tra la metà del XV secolo e l’inizio del XVII secolo. In Sekiro: Shadows die Twice il giocatore impersona il Lupo, uno shinobi dotato di straordinarie capacità al quale è stato affidato l’onere, e l’onore, di proteggere l’Erede Divino, un giovane dal retaggio nobile nel cui sangue scorre un potere immenso capace, almeno così si dice, di sconfiggere addirittura la morte. Quando i comandanti del clan Ashina, una delle famiglie più influenti del periodo, iniziano a intravedere la possibilità che il loro dominio, ottenuto pochi anni prima attraverso un sanguinoso conflitto, venga messo in discussione dall’autorità del governo centrale, decidono di rapire l’Erede Divino per tentare di sfruttare il suo potere a loro vantaggio. Il protagonista, nel prologo-tutorial del gioco, tenta invano di salvarlo, finendo per perdere il proprio braccio sinistro. In suo soccorso arriva però un misterioso scultore, il quale non solo gli salva la vita, ma installa una protesi meccanica al posto dell’arto mozzato consentendo al Lupo, anche conosciuto come Sekiro, di tornare a combattere e di rimettersi sulle tracce del suo giovane Signore. Da questi eventi ha inizio l’avventura del Lupo, un’avventura difficile, che richiederà impegno e pazienza, che farà perdere le staffe per via della sua accentuata difficoltà, ma che sa anche regalare grandissime emozioni quando si riesce a superare un boss che sembrava impossibile da battere. La formula utilizzata da Sekiro è crudele ma in realtà non è nulla di nuovo. Il titolo di From Software e Activision infatti rispolvera la formula con cui, nei lontani anni 80 e 90 si giocava ai videogame, ossia: muori e riprova finché non ci riesci. Non ci sono scorciatoie o trucchetti che tengano, se si vuole arrivare alla fine del gioco servirà infatti pazienza, sangue freddo, nervi d’acciaio e soprattutto una grande, anzi grandissima dose di buona volontà. Insomma, in Sekiro chi si ferma è perduto. La produzione, visto l’altissimo livello di sfida e soprattutto visto il tipo di gioco, non è un titolo adatto a tutti, è molto probabile infatti che i casual gamer si arrendano quasi subito. Questo videogame, invece, è una vera e propria sfida per giocatori “duri”, per chi si vuole mettere in gioco e soprattutto per chi vuole riscoprire la bellezza di giocare in single player per portare a compimento un’impresa titanica, ma assolutamente non impossibile. La nostra esperienza con Sekiro, per ottenere il finale migliore ci ha tenuto impegnati per una sessantina di ore, ma se si vuole scoprire ognuno dei 4 epiloghi, ogni volta che si porterà a termine il gioco verrà proposta un’avventura nuovo +, dove potenziamenti e bonus ottenuti rimarranno attivi, ma i nemici saranno molto più forti e in alcuni casi introdurranno delle novità. Insomma, se si vuole completare Sekiro al cento per cento sono necessarie (per un giocatore medio) una gran dose di pazienza e moltissime ore di gioco.

Il nuovo gioiello di From Software è un titolo action in terza persona, e come tale lascia dietro di sé praticamente tutta la componente ruolistica che caratterizzava i vari Dark Souls e Bloodborne, prima su tutte quella riguardante la creazione e lo sviluppo del personaggio tramite numerose caratteristiche. In Sekiro: Shadows die Twice il giocatore controlla un protagonista ben definito, dotato di una propria personalità e di due sole caratteristiche base, ovvero Vitalità e Forza d’Attacco. Dalla prima dipendono la salute del protagonista e la postura, ovvero la capacità di mantenere l’equilibrio nonostante i colpi avversari, mentre la seconda ha, come facilmente intuibile, un impatto sulla quantità di danni inferta dal protagonista con la sua katana, unica arma principale presente nel gioco. A questa si affiancano poi gli “Strumenti Prostetici”, ossia alcuni speciali gadget che possono essere installati dallo scultore nel braccio meccanico del protagonista dopo essere stati raccolti nel mondo gioco, e che gli conferiscono la capacità di usare un rampino, di lanciare shuriken, di colpire i nemici con una potente ascia a molla, di sfruttare una lancia per trafiggere i nemici o per eliminare le armature più rudimentali, di lanciare getti infuocati e molto altro ancora. In totale nel gioco sono presenti 10 strumenti prostetici differenti, alternabili liberamente e che possono essere potenziati consumando risorse e Sen, la valuta presente nel gioco. Andando avanti nella storia il giocatore ha poi la possibilità di utilizzare svariate abilità, utili sia in fase difensiva che in fase offensiva, il cui sviluppo e utilizzo è in questo caso leggermente più articolato. Nel gioco esistono diversi tipi di arti di combattimento, di arti marziali shinobi, di abilità latenti e di tecniche Ninjustu, che si differenziano tra loro per modalità di utilizzo e metodo di apprendimento. In generale tutte le capacità possono essere sbloccate in due modi: o superando punti specifici della trama o consumando i punti abilità accumulati raccogliendo esperienza fino a quel momento, a patto di aver già raccolto il tomo relativo alla quella specifica tipologia di arte. Le abilità latenti e le arti marziali shinobi, una volta apprese, entrano subito a far parte del ventaglio di capacità in possesso del protagonista, offrendogli dei vantaggi passivi o la possibilità di eseguire mosse in specifiche situazioni. Le arti di combattimento e le tecniche Ninjutsu, che permettono al giocatore di eseguire attacchi speciali o di perfezionare le sue doti stealth, invece devono essere inserite nello slot dedicato presente nel menù ed è possibile tenerne attiva solo una per volta. Insomma, come gli appassionati dei Souls avranno notato, il tipo di gioco è leggermente diverso da quanto visto negli altri titoli di From Software. Strumenti e abilità rivestono un ruolo fondamentale all’interno di quelli che sono, di fatto, i veri tratti distintivi di Sekiro: Shadows die Twice, ovvero il sistema di movimento e il combattimento. Il protagonista infatti è dotato di capacità atletiche particolari che gli permettono di saltare, di scivolare, di appendersi alle sporgenze e di raggiungere punti apparentemente fuori dalla sua portata sfruttando il rampino installato nella sua protesi shinobi. Lupo però essendo un ninja ha la capacità di nascondere la sua presenza agli avversari muovendosi in posizione accucciata, usando ripari, camminando sotto il pavimento delle tipiche case giapponesi o scomparendo nell’erba alta e nell’acqua. Sfruttando tutte queste tecniche il protagonista può facilmente evitare gli scontri, ridurre le distanze che lo separano dai suoi obiettivi o coglierli di sorpresa con un colpo mortale. Il lupo può sfruttare le sue abilità anche per tendere imboscate, attirare i nemici in determinate zone e colpirli dove non desta sospetto, e proprio in questo (assieme alla pioggia di sangue in stile Tenchu quando si elimina un nemico) sta la genialità del titolo. In ogni caso, è bene sottolineare che finire il gioco senza dover combattere è impossibile, in Sekiro: Shadows die Twice si deve ricorrere alla katana tanto, sia contro i nemici semplici che pattugliano le aree di gioco, sia contro nemici speciali e boss. A caratterizzare le diverse tipologie di avversari, oltre al livello di difficoltà degli scontri, spicca la gestione delle caratteristiche principali degli stessi, che ricalcano quelle del protagonista. Ogni personaggio è infatti dotato di una certa quantità di salute e di postura. La prima può essere danneggiata portando a segno i colpi mentre la seconda diminuisce ogni volta che il personaggio para, vede un suo attacco che viene deviato o subisce una contromossa. Quando la postura, la cui velocità di recupero dipende anche dalla salute e dalla capacità del giocatore di rimanere in guardia, arriva a zero, il personaggio può essere sbilanciato, esponendosi ad un colpo mortale capace di causare la morte istantanea dello stesso, almeno quando si tratta di nemici base. Generali, boss intermedi e boss principali invece dispongono di più barre della vitalità, il che richiede al giocatore di mettere al tappeto più volte questi specifici avversari, i quali però spesso lo ricompensano con oggetti fondamentali per proseguire, come nuove tecniche o con “Grani di Rosario” utili per aumentare la vitalità e “Ricordi” che fanno crescere la forza di attacco del Lupo. In Sekiro: Shadows Die Twice viene inserita la meccanica del Colpo Mortale (presente anch’essa in Tenchu) per eliminare gli avversari in un colpo solo. C’è la possibilità di sorprendere i nemici alle spalle o da dietro ed eliminarli facilmente, ma per quanto riguarda gli avversari più forti e nei combattimenti sarà possibile sferrare un colpo mortale a patto di rompere la postura del nemico. Questo comporta non dare tregua al nemico, poiché l’indicatore si svuota a velocità variabile a seconda di chi si ha di fronte, e al tempo stesso giocare d’astuzia perché la postura è strettamente legata alla salute: meno se ne ha, più lento sarà il suo ripristino. Ecco quindi che torna quel concetto di pazienza e dedizione alla base non solo del gioco ma dell’intera filosofia su cui è costruito. Il problema è che la ferocia con cui sono stati programmati questi boss secondari li rende a volte al pari dei boss primari e soprattutto una prova alla quale non ci si sente mai pronti, persino quando si pensa di essere progrediti a sufficienza.

Per quanto riguarda il sistema di controllo base nel corso dei combattimenti prevede l’utilizzo del tasto dorsale destro per sferrare gli attacchi, di quello sinistro per parare o deflettere con il giusto tempismo i fendenti dei nemici e l’utilizzo simultaneo dei due tasti per attivare l’arte di combattimento equipaggiata. A questo vanno aggiunte poi la possibilità di effettuare schivate e saltare sfruttando i tasti frontali, due mosse indispensabili per evitare le 3 tipologie di colpi speciali in possesso dei nemici che vengono preannunciate a schermo dalla comparsa di specifici kanji (ideogrammi giapponesi), la capacità di utilizzare gli strumenti prostetici equipaggiati o il rampino, delegati ai due grilletti posteriori, e la possibilità di combinare insieme tutti questi effetti. L’utilizzo di questi strumenti, rampino a parte, non è però illimitato e prevede il consumo di “Emblemi Spiritici”, che possono essere raccolti esplorando, uccidendo nemici o possono essere acquistati pregando presso gli idoli dello scultore, ossia l’equivalente dei falò visti in Dark Souls. Per chi non lo sapesse quando ci si ferma a pregare (a riposare nella saga di Dark Souls) sarà possibile recuperare vitalità, recuperare oggetti curativi e potenziare il personaggio. Inoltre gli idoli fungono da checkpoint e consentono al giocatore di viaggiare da un’area all’altra di quelle scoperte nel mondo di gioco. In Sekiro: Shadows die Twice, come è abitudine nei titoli targati From Software, viene permesso giocatore di utilizzare una vasta gamma di oggetti, equipaggiabili in uno specifico menù rapido che può essere passato in rassegna in qualunque momento tramite la croce direzionale. Tra questi, oltre ai classici consumabili curativi o che incrementano specifiche caratteristiche, sono presenti una borraccia, che nel titolo prende il posto della famosa fiaschetta Estus, che consente al giocatore di recuperare un po’ di salute. Una volta terminati gli usi, come già detto, il giocatore non può fare altro che recarsi presso uno degli idoli dello scultore e ricaricarne il potere, consentendo però ai nemici eliminati nelle varie zone di tornare in vita, proprio come accadeva nei precedenti titoli di From Software. Quando diciamo che Sekiro è un titolo difficile, punitivo e a volte tremendamente irritante, lo diciamo con cognizione di causa. Durante l’avventura, infatti, dopo esser morti non esiste la possibilità di tornare a raccogliere i propri resti in caso di sconfitta. Quando muore, il giocatore perde irrimediabilmente metà dei punti esperienza accumulati fino a quel momento, che però si azzerano ogni volta che si sblocca un punto abilità, e metà dei Sen raccolti. Una punizione severa, ma che si accompagna ad una caratteristica inedita. Come conseguenza dei suoi servigi all’Erede Divino, Lupo ha ottenuto la capacità di risorgere dalla morte, il che significa che non sempre cadere in battaglia equivale al dover ripartire dall’ultimo checkpoint visitato. Sekiro ha infatti la possibilità di sfruttare il potere del Drago che risiede nel suo sangue per rinascere e continuare a combattere, seppur con delle precise limitazioni. Innanzitutto non può risorgere a suo piacimento, ma solo una volta, almeno nelle fasi iniziali. Dopo aver esaurito questo “bonus” la morte è definitiva e si riparte dall’ultimo checkpoint, con tutto ciò che ne consegue. Per ripristinare il potere dopo l’utilizzo è ovviamente sufficiente riposare presso uno degli idoli, ma questa non è l’unica via. Abbattendo nemici e mandando a segno colpi mortali, il protagonista può infatti ripristinare il potere del suo sangue senza dover riposare. Il “rovescio della medaglia” è però rappresentato dal Mal del Drago, un morbo che si diffonde nel mondo di gioco quando il sangue del protagonista entra in “stagnazione” in seguito alle troppe morti consecutive ed egli inizia ad attingere a quello dei vari personaggi o vendor per tornare in vita. Un evento fortunatamente reversibile, ma che ha effetti tangibili sullo sviluppo del gioco, primo su tutti la possibilità di ottenere il cosiddetto “Aiuto Divino”. Il protagonista in caso di morte può infatti ricevere una sorta di “grazia”, che gli consente di rinascere senza alcuna penalità. La possibilità di ottenere questo favore parte da un limite massimo del 30% e diminuisce gradualmente al diffondersi del Mal del Drago, esponendo il giocatore a conseguenze più durature per ogni sconfitta subita. Ovviamente, essendo un titolo single player, differentemente da Dark Souls, il giocatore non potrà ricevere nessuna mano da un amico facendolo entrare nella propria partita. Qui si combatte da soli, si muore da soli e si vince da soli. Inoltre, tale regola è a nostro avviso assolutamente coerente in quanto se si fosse in due contro un boss, danneggiare vita e postura sarebbe un gioco da ragazzi in quanto un giocatore si limiterebbe ad attirare il nemico mentre l’altro lo colpirebbe ripetutamente alle spalle. In Sekiro si è volutamente soli, ma ciò è un bene in quanto da ogni sconfitta si impara qualcosa e a ogni vittoria ci si sente estremamente emozionati e orgogliosi di se stessi.

Come ogni produzione From Software che si rispetti, anche in questo caso il level design è un aspetto che è stato curato parecchio. In Sekiro ci sono paesaggi mozzafiato, mappe stupende, visivamente evocative grazie al loro fascino orientale espresso nel miglior modo possibile. Grazie alla mobilità del protagonista, data dall’utilissimo rampino, le aree di gioco acquistano un’ulteriore dimensione, quella verticale, aspetto che le rende ancora più complesse che in passato. Le classiche scorciatoie che collegano le diverse mappe sono sempre presenti, anche se meno d’impatto rispetto ai Dark Souls. Ciò che invece non cambia è la bellezza delle fasi d’esplorazione, durante le quali si apre la caccia dei segreti di ogni mappa: oggetti e altri misteri nascosti in angoli impensabili. Parte del background narrativo è poi tutto da scovare osservando le ambientazioni, che offrono scorci evocativi e pregni del fascino nipponico che qui si unisce al gusto della corruzione palpabile tipica delle produzioni From. Tecnicamente parlando Sekiro si presenta con un’ottima qualità grafica, che però non fa gridare al miracolo se paragonata ad altri titoli recenti. D’altronde il dettaglio grafico non è mai stato il punto di forza della software house e lo si vede in modelli poligonali mai troppo particolareggiati e in alcuni difetti ricorrenti come la telecamera a volte problematica nelle fasi più concitate della battaglia, compenetrazioni poligonali con cui è possibile colpire o essere colpiti attraverso i muri e texture non di altissima qualità. Questi difetti sono comunque sopperiti dall’elevata qualità artistica delle ambientazioni, di cui vi abbiamo appena parlato, e dalle animazioni rese in maniera perfetta. Aspetto, quest’ultimo, fondamentale in un titolo in cui il combattimento è basato principalmente sulla lettura delle mosse del nemico. Ultimo ma non per questo meno importante elemento è il comparto audio. Sekiro riesce a stupire anche per quanto riguarda questo aspetto, infatti, le musiche sono evocative e sempre coerenti con ciò che succede sullo schermo, gli effetti sonoro sono altrettanto incredibili e sentire il clangore delle spade che si colpiscono l’un l’altra durante un duello o il vento che soffia tra gli alberi è davvero da brivido. Il titolo poi, differentemente da quanto visto nelle vecchie produzioni di From Software, è doppiato interamente in un ottimo italiano. Grazie a questa importantissima aggiunta sarà possibile per tutti capire meglio la trama e avere un quadro globale ancora più preciso. Ovviamente il titolo può essere giocato in molte altre lingue come l’inglese e anche in giapponese. Tirando le somme, Activision e From Software con Sekiro: Shadows Die Twice hanno aggiunto alla bellezza di un gameplay e un combat system del tutto rinnovato, la durezza e la difficoltà che hanno da sempre caratterizzato la serie Souls. Lo ripetiamo ancora una volta, questa produzione non è assolutamente adatta a qualsiasi tipo di giocatore in quanto richiede impegno, pazienza, costanza e nervi saldi. Morire, morie e ancora morire non piace a nessuno, proprio per questo motivo è facile scoraggiarsi presto. Se invece si è alla ricerca di una sfida straordinaria, di un titolo appagante, di un videogame che mette alla prova le proprie capacità, Sekiro rappresenta tutto ciò di cui avete bisogno. A nostro avviso un titolo del genere non può mancare in casa di ogni buon giocatore, ma se avete la possibilità di poterlo provare perché siete indecisi sul doverlo acquistare o meno, fatelo, in quanto portare a termine l’avventura del Lupo è una vera e propria impresa.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 9

Sonoro: 9,5

Gameplay: 9,5

Longevità: 9,5

VOTO FINALE: 9,5

Francesco Pellegrino Lise

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Dal videogioco alla realtà, milionario organizza vera Battle Royale: in palio 100mila sterline per chi vince

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Milionario cerca 100 persone per una Battle Royale dal vivo. In palio 100mila sterline per chi vince. Nelle ultime ore il web sta letteralmente impazzendo per questa notizia. Ma cos’è una Battle Royale? Questo fenomeno nasce da un libro di Koshun Takami che ha spopolato in Giappone.

In pratica un certo numero di persone su di un’isola devono uccidersi a vicenda e resistere il più possibile

Chi sopravvive al massacro vince. A quest’idea si sono ispirate diverse pellicole cinematografiche, e sono stati sviluppati diversi videogames sia per console che per smartphone, i cui più famosi sono Pubg e Fortnite. Ovviamente quest’ultima forma di media ha fatto si che il fenomeno si espandesse a macchia d’olio e diventasse uno dei generi più apprezzati e giocati dagli appassionati di gaming. Evidentemente influenzato da questa passione, il milionario anonimo ha pubblicato un annuncio sul sito di e-commerce di lusso HushHush, per trovare chi è interessato ad andare sulla sua isola privata e giocare dal vivo alla Battle Royale, che in genere è online.

Ovviamente non ci saranno armi vere, ma armamenti e protezioni da softair, però il risultato potrebbe essere un vero e proprio successo nel campo dei giochi di ruolo dal vivo.

Nello specifico, l’uomo sta cercando un Game Maker in grado di un’arena adatta a 100 persone. È disposto a pagarlo 45.000 sterline per sei settimane di lavoro, ovvero una cifra che si aggira intorno alle 1.500 sterline al giorno. Che tradotto in euro fa più di 1.700. Questa persona deve essere in grado di creare grandi eventi e campi da gioco.

L’obiettivo è rendere questa Battle Royale la più realistica possibile

La competizione durerà 3 giorni, per 12 ore al giorno, e i partecipanti avranno in dotazione tutto il necessario per divertirsi. Il primo classificato si aggiudicherà un premio di 100.000 sterline. Se l’esperimento dovesse andare a buon fine il milionario è intenzionato anche a ripeterlo. Laddove ci fossero interessati, online è possibile trovare il link per iscriversi alla competizione.

F. P. L. 

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