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Cronaca

ALPIGNANO: CONFERITA LA CITTADINANZA ONORARIA ALLA "MAMMA CORAGGIO" OLIMPIA FUINA ORIOLI

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Una onorificenza importante per l'impegno di una mamma coraggio, testimone ed esempio di giustizia e di legalità!

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di Domenico Leccese

Alpignano (TO) – Complimenti alla, Mamma Coraggio Olimpia Fuina Orioli, mia amica personale da tanti anni, e complimenti al comune di Alpignano per questa scelta esemplare.Olimpia è la madre di ‪‎Luca Orioli‬ morto a Policoro (Matera) il 23 marzo 1988 insieme a Marirosa Andreotta (Caso Fidanzatini di Policoro) L’onorificenza, è scritto nella motivazione, per l’impegno profuso, sia a livello nazionale che internazionale, nelle iniziative sociali e sulla legalità e per la lotta che da anni sostiene per far emergere la verità e la giustizia.

La cittadinanza onoraria sarà conferita dal sindaco di Alpignano, Gianni Da Ronco, nel corso di una cerimonia in programma il prossimo ‎6 febbraio 2016‬ alle ore 16:00.

I due giovani, ventenni, furono ritrovati morti nel bagno dell’abitazione della ragazza la sera del 23 marzo 1988, in un primo momento il decesso fu collegato a una scarica elettrica dovuta a un malfunzionamento di un caldobagno, ma subito dopo si fece strada l’ipotesi della morte per monossido di azoto, confermata quindi a livello processuale.

Nel 2010 fu riaperto il caso, e fu disposta una nuova autopsia sui due corpi, a cui seguì una richiesta di archiviazione. ‪‎Olimpia Fuina Orioli‬ in questi anni, non ha mai creduto alla fatalità, dicendosi invece convinta che la morte dei due ragazzi sia dovuta a un duplice omicidio, e quindi a un tentativo di occultamento delle prove. Il conferimento della cittadinanza onoraria mi ripaga del tempo vissuto – ha detto Olimpia – a lottare da sola perché il sistema potesse assicurare a tutti e a ciascuno uguaglianza di diritti, secondo i dettati della nostra Costituzione, in tutto questo percorso di vita ho potuto sperimentare la positività del dolore, fino a considerarlo un privilegio Divino che mi ha guidata a non perdere me stessa e la mia giusta via verso la terra e il Cielo in armonia tra loro. E questa è stata ed è la ragione della mia forza che ha radici profonde nell’amore.
 

L'intervista a Olimpia Fuina Orioli

Nella stanza di Luca c’era un cassetto chiuso.
Uno di quei cassetti dove, a vent’anni, ti arrabbi se la mamma ficca il naso per mettere ordine. Uno di quei cassetti in cui i sogni diventano poesie, scritte su fogli stropicciati e quaderni di tanti colori.
Uno di quei cassetti che Luca avrebbe riaperto solo molti anni dopo, da uomo adulto che, magari trasferitosi per farsi una posizione, tornava a casa per le feste a riabbracciare la famiglia.
E avrebbe sorriso di sé stesso, Luca, e della sua ingenuità di ragazzo.
Avrebbe sorriso di quei pensieri apparentemente sconnessi, destinati a rimanere segreti per la maggior parte di noi.
Avrebbe sorriso di una purezza che non ricordava di avere, ormai così preso dalla frenesia della vita quotidiana.

Luca Orioli non aprirà mai più quel cassetto.

Il tempo su di lui si è fermato quella sera del 23 marzo 1988 a Policoro, quando il suo corpo senza vita è stato ritrovato accanto a quello della fidanzata, Marirosa Andreotta, nel bagno della casa di lei.

Ma quel cassetto non è rimasto chiuso.

Ci ha pensato mamma Olimpia, con la dolcezza e il coraggio che solo una madre può avere, a dare nuova vita al suo Luca. Olimpia ha messo ordine nel proprio cuore, prendendosi cura di Luca ancora una volta. I sogni, i pensieri e le speranze di Luca sono oggi raccolte in un libro dal titolo “Il mio nome è Luca Orioli”, edizioni Giuseppe Laterza, e costituiscono una preziosa eredità spirituale fortemente voluta da Olimpia. Perché ad un dolore eterno non si può che rispondere con l’eternità del ricordo.

Chi era Luca e quante volte al giorno pensi a lui?

Luca è, per me. Continua a vivere, al contrario di tanti viventi che vivono da morti, coi loro pesi sul cuore. Luca è vivo dentro di me, respira con me e vive in ogni mia cellula. Non posso dire quante volte al giorno lo penso, perché è con me continuamente. Ogni cosa che faccio, penso, dico, lui è con me.
È la mia forza, la mia luce, la mia grazia, la mia dolcezza, la mia capacità di amare tutti come fossero Luca. Sento che questo è il suo grande desiderio e quindi mi metto in sintonia con questo amore, per lui divino, per me divino solo internamente, per il momento. E così riesco a vivere gioiosamente, con entusiasmo. Così il dolore per tutte le situazioni subite, sofferte e che veramente mi hanno straziato il cuore, questo dolore è per me fonte di elevazione, per cui io affronto tutto e riesco a trovare dentro di me tutte le energie e le risorse necessarie. Quindi, anche se intorno non dovessi avere nulla, so dove potrei attingere vita e vitalità. Se Luca adesso è in grado di essere per me tutto questo, si può facilmente immaginare come fosse in vita. Era uno studente modello e un figlio meraviglioso che, da piccolo, giocava con me, scherzava, mi dava i baci sugli occhiali, mi slacciava il grembiule.
Una volta cresciuto ci sentivamo ogni sera e con lui dovevo parlare di tutto: dalla moda, alla letteratura, passando per la musica, la filosofia, l’arte, insomma proprio di tutto quello che, magari, durante la giornata, aveva attirato la sua attenzione o mosso una sua riflessione. Tutti mi dicevano che Luca era il figlio che ogni mamma avrebbe voluto avere e me lo dicevano già quando era in vita.

In questi anni qual è stato il momento più difficile, in cui hai creduto di non farcela?
Ce ne sono stati tanti, soprattutto ogni volta che dovevo andare in Tribunale. Diventavo di marmo, era come salire al patibolo. È una sensazione che fatico a descrivere. Ricordo un episodio in particolare: quando il caso è stato chiuso per la terza volta, ero convinta di non farcela. Invece quando mi è arrivata la notizia ho sentito come se il mio cuore fosse stretto tra le mani di qualcuno che lo teneva sollevato, tanto che io non ne sentivo più neppure il peso. Percepivo questa leggerezza indescrivibile, come se fossi stata un’altra, come se quella che ascoltava la notizia fosse un’altra persona e non io stessa.

Di fronte ad una storia così drammatica e assurda quanto spesso ci si chiede perché è accaduta e perché proprio a noi?

No, mai. Quello che riuscivo a chiedere a Dio è stato solo di dirmi cosa avevo fatto per meritare ciò che mi stava capitando e non il perché stesse accadendo a me. Chiedevo cosa avessi fatto per meritare tutto questo dolore e perché Dio non si commuovesse di fronte a questa sofferenza straziante e senza limiti, aggravata dalle menzogne di chi mi aveva nascosto la verità e me l’aveva negata di fronte alla legge. Costoro sopportano il peso di una verità che è stata negata, travisata, dissimulata sotto i cavilli procedurali, coperta dall’incompetenza. Hanno usato armi che io definisco profondamente illegali e che ledono il diritto del cittadino, che fa semplicemente appello alla Costituzione e alla legge. Anche se purtroppo ho dovuto constatare che sembra non esserci una legge che protegga l’onesto, sono e resto garantista. Spesso però la legge protegge il delinquente e quindi Caino viene difeso da tutti, mentre Abele viene ignorato, banalizzato ed è oggetto di tutto il male al quale deve quasi abituarsi, se vuole sopravvivere.

Come si fa a non essere solo arrabbiati per l’accaduto e increduli per le motivazioni che si sono ricostruite nel tempo?
In tutto questo tempo io mi sono convinta che il male è di chi lo fa, non di chi lo riceve. Se io mi dovessi mettere a confronto con chi ha taciuto e con chi non è stato in grado di compiere il proprio dovere, sia testimoni, sia inquirenti, io mi sento infinitamente più fortunata di loro, perché non devo vivere con questi pesi sulla coscienza e so che sulla mia anima non potrà scendere nessuna goccia di sangue innocente, la mia anima è rimasta pulita. Se penso a Luca credo che lui non avrebbe voluto rancore da parte mia. Dovevo riuscire a trasformare i risentimenti in sentimenti, chiedendo a Dio di darmi la forza di continuare a credere, a lottare, a sperare. A Dio ho chiesto solo di essere resa strumento di bene e nient’altro. Questo mi ha aiutata. Ero arrabbiata e lo sono stata per molto, ma si è trattato di una rabbia figlia del bene. Mi domandavo continuamente perché chi sapeva qualcosa non parlasse e non fosse toccato dal pensiero di lasciare un’eredità così pesante ai propri figli, oltre a quella che si sarebbero portati dentro. Non c’è luce quando c’è senso di colpa e nessuno più di me capisce quanto è terribile vivere senza luce interiore. Per questo, in tanto buio, io ho cercato la mia luce e ho preso esempio dalla pianta che quando intorno a sé non ha né acqua, né luce, né aria, affonda le sue radici e cerca tutto quanto ha di riserva nelle sue profondità, per sopravvivere.
Questo è esattamente quello che ho fatto.

Dalla raccolta di tutti gli scritti e le poesie di Luca è nato un libro di rara profondità, che dimostra quanto le domande e i sogni dei giovani siano così simili in ogni tempo e in ogni epoca. Chi sarebbe oggi Luca?

I sogni di Luca, in quel cassetto chiuso, che io ho aperto e ho messo a disposizione di tutti, sono i sogni di tutti gli altri giovani che adesso, attraverso lui, mi stanno chiedendo di fare qualcosa per loro. Di fare qualcosa per amore e cercare di sopperire alle tante situazioni in cui i giovani rimangono da soli e vengono ignorati, maltrattati. Io non so come, ma sento che Luca continua a vivere nei sogni degli altri giovani e di tutte le altre persone che oggi hanno l’età che avrebbe avuto lui, ormai non più giovanissimi. Il mio impegno è per tutti, tutti coloro che sono stati giovani come Luca e che ora invecchiano, mentre Luca è rimasto giovane per sempre. Si tratta di sogni belli, liberi, freschi, verdi, che vengono rivissuti attraverso le poesie di Luca e io cerco di alimentarli con questo amore che Luca mi ha lasciato in eredità.
È a questi suoi scritti, che sono per me un’immensa eredità spirituale, che la mia vita si ispira ogni momento. Luca è nei suoi sogni e sono sicura che, se fosse qui, li avrebbe realizzati tutti con l’entusiasmo che lo contraddistingueva.

Quali sono stati, in questo lungo periodo di dolore e ricerca, i cinque minuti di felicità che ti hanno permesso di continuare a vivere?

Veramente non sono solo cinque minuti. Ogniqualvolta riesco a donare un sorriso o farlo nascere sul viso di chi era triste, io vivo l’immensità di Luca, la sua profondità spirituale, il suo arrivo presso Dio. È come se mi mettessi le ali e riuscissi a raggiungerlo e questo mi unisce ancora di più a lui. E siccome di sorrisi, per fortuna, ne faccio partorire tanti nelle persone che mi stanno accanto, mi sento felice e vicina a Luca.
Ormai far nascere un sorriso è la mia unica aspirazione e mi dà una gioia così profonda, da farmi chiedere al Signore di non farmi morire fino a quando potrò essere sorriso e speranza per chiunque Egli voglia.

La Nota che Olimpia Fuina Orioli ha indirizzato al Comune di Alpignano

Al Sindaco del Comune di Alpignano dott Gianni Da Ronco,
e p. c. all'Associazione Calabresi di Alpignano e Caselette,
Ringrazio vivamente il Sindaco, la Giunta Comunale, gli Assessori, i Consiglieri Comunali e tutto il personale che ha collaborato per darmi l'onore di far parte della vostra generosa Comunità. Porto nel cuore i giorni trascorsi ad Alpignano a parlar dei Grandi Valori da difendere per cui vale la pena spendere la propria vita con Amore e per Amore. Ringrazio l'Associazione Calabresi di Alpignano Caselette che mi ha candidata per il conferimento della Cittadinanza. Egregio il lavoro finora da loro svolto con competenza e passione civile e sociale, riuscendo a unire Nord e Sud in un unico afflato umano che qualifica la vostra realtà Cittadina. Immensa è la gioia che mi date. Mi ripaga del tempo vissuto a lottare da sola perché il sistema potesse assicurare a tutti e a ciascuno uguaglianza di diritti, secondo i dettati della nostra Costituzione. Vorrei dire che, grazie a Voi e ai Tanti che mi hanno premiata con la loro attenzione non solo alla mia persona, ma anche ai temi più scottanti della nostra attuale società, sostenendomi con grande affetto e stima in questo privilegiato percorso di Verità e Giustizia, è stata restituita dignità e speranza alla perseveranza nella lotta per un diritto giusto. L'importanza di questo evento è data dall'esempio che Voi rappresentate a difesa dei diritti del popolo verso cui indirizzate degnamente il vostro serio e competente impegno politico e sociale. Il mio sforzo, la mia fatica sarebbero state vane, sotto questo profilo, se non ci foste stati Voi e la Stampa e i Mass Media anche nazionali che ringrazio sempre con cuore sincero. In tutto questo percorso di vita ho potuto sperimentare la positività del dolore, fino a considerarlo un privilegio Divino che mi ha guidata a non perdere me stessa e la mia giusta via verso la terra e il Cielo in armonia tra loro. E questa è stata ed è la ragione della mia forza che ha radici profonde nell'Amore. Grazie (Olimpia Fuina Orioli)

 

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Borgorose, arriva il metano: 40 chilometri di nuove condotte

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BORGOROSE (RI) – Il metano è finalmente una realtà anche per i cittadini e per la zona industriale di Borgorose. Il 17 giugno il Comune e Italgas inaugurano, infatti, la rete di distribuzione cittadina del gas
naturale con la tradizionale cerimonia di accensione della fiaccola.

L’impianto ha richiesto la posa da parte di Italgas di 40 chilometri di nuove condotte che serviranno a collegare alla rete – proveniente dalla zona industriale – il nucleo abitato e le famiglie di Borgorose che saranno così stabilmente approvvigionate del gas naturale, fonte energetica sicura, economica e sostenibile.

Borgorose va così ad aggiungersi a tutte le località che, negli ultimi mesi, hanno potuto contare sui benefici del metano e sulle possibilità di sviluppo ad esso connesso.

Le famiglie e le aziende interessate ad allacciarsi alla rete, sono invitate a sottoscrivere l’apposita richiesta quanto prima. In seguito alla richiesta di allaccio alla rete gas e alla regolare stipula del contratto di fornitura con una società di vendita, Italgas provvederà all’installazione di misuratori intelligenti di ultima generazione (smart meters) in grado di consentire, tra le altre funzioni, la lettura in tempo reale dei consumi. Un vantaggio per il cliente finale, che vedrà la sua bolletta sempre più aderente ai consumi reali, e un importante beneficio anche per l’ambiente in virtù dei minori spostamenti necessari per svolgere la tradizionale attività di rilevazione manuale.

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Successo, auto e belle donne: Fabrizio Gatta dalla tv passa al sacerdozio

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Dalla tv alla vita religiosa: Fabrizio Gatta ha scelto la strada del sacerdozio. Il giornalista e conduttore di Linea Blu, Unomattina Weekend e Linea Verde, romano di nascita, aveva detto addio al piccolo schermo nel 2013. Nel 2019 si è laureato in Teologia ed è oggi diacono nella città di Sanremo. Il prossimo 7 dicembre, nella città ligure, diventerà ufficialmente prete a 57 anni.

La decisione di lasciare la Tv risale al 2013, al culmine di quasi 20 anni di carriera televisiva. Gatta aveva esordito su Rai1 nel 1996 con il Concerto dell’Epifania, che poi condusse per otto edizioni consecutive.

“Avevo successo, belle auto, belle donne, non mi mancava nulla — spiegava Gatta proprio nel 2013 alla rivista Credere. — Vivevo un po’ quel senso di onnipotenza che ti dà la notorietà. Ma qualcosa in realtà mancava”.

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Strage di Ardea: consulenza psichiatrica al Nuovo Ospedale dei Castelli per il killer

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Emergono nuovi dettagli della strage avvenuta a Marina di Ardea, vicino a Roma, quando un uomo armato e psicolabile, Andrea Pignani, ha ucciso a sangue freddo due bambini e un anziano, togliendosi poi la vita.

Andrea Pignani fu sottoposto a “consulenza psichiatrica” per uno “stato di agitazione psicomotoria” l’11 maggio scorso presso il Pronto Soccorso del Nuovo Ospedale dei Castelli di Ariccia (RM). E’ quanto è emerso dagli accertamenti dei carabinieri e della Procura di Velletri.

In ospedale Pignani fu accompagnato “volontariamente” da un’ambulanza dopo una lite con la madre. Pignani non era comunque in cura “per patologie di carattere psichiatrico”.

Pignani era uscito di casa intorno alle 11 con felpa, zainetto e guanti e avrebbe percorso con la pistola in pugno alcune strade del comprensorio di Colle Romito, ad Ardea. Poi ha puntato la pistola contro le prime persone che ha incontrato, i due bambini e l’anziano. E’ quanto accertato finora dagli investigatori che stanno ricostruendo i terribili attimi della strage di Ardea. Le prime persone che l’uomo ha incontrato sono stati dunque i fratellini Fusinato a cui, secondo quanto si è appreso, avrebbe sparato un colpo ognuno. Poi è passato in bicicletta Salvatore Ranieri a cui avrebbe sparato due colpi. A quel punto è tornato a casa dove, sembrerebbe dopo aver fatto uscire la madre, si è barricato. Dalle indagini dei carabinieri non risulterebbero altre persone scampate agli spari né liti o dissidi con le famiglie delle vittime.

“Cinque minuti prima della sparatoria una pattuglia dei carabinieri di Marina di Ardea era andata a controllare che il mio assistito Domenico Fusinato stesse in casa a rispettare l’ordinanza di custodia ai domiciliari”. Rivela l’avvocato Diamante Ceci, legale dei genitori dei piccoli David e Daniel uccisi ieri ad Ardea. Quella stessa pattuglia, secondo quanto riferito, una manciata di minuti dopo è intervenuta dopo l’allarme lanciato e il triplice omicidio.

“Non la trovavamo”. Si sarebbero giustificati così i familiari di Andrea Pignani, l’ingegnere informatico che ieri ad Ardea ha ucciso due fratellini e un anziano, per non aver denunciato la pistola in casa alla morte del padre dell’omicida. A quanto ricostruito dagli investigatori, l’arma era regolarmente detenuta dal padre di Pignani, morto diversi mesi fa. L’uomo fino al 1986 era stato una guardia giurata poi aveva continuato a detenere regolarmente la pistola. La famiglia si era trasferita nel comprensorio di Colle Romito nel 2019. 

“Non ho firmato alcun Tso per il soggetto in questione. In quattro anni ne ho disposto solo uno e non è nei confronti di questa persona. Ho saputo che è stato in cura ma senza il coinvolgimento di questa amministrazione”. Lo spiega il sindaco di Ardea, Mario Savarese, sulle notizie di un presunto Tso, (il trattamento sanitario obbligatorio), cui era stato sottoposto in passato Andrea Pignani, l’omicida di Colle Romito.

LA STRAGE. Daniel e David avevano 5 e 10 anni e stavano giocando di mattina in un parco davanti a casa quando gli hanno sparato a bruciapelo e li hanno uccisi senza un motivo apparente. L’uomo che li ha colpiti ha poi tolto la vita anche a un pensionato di 74 anni che passava di lì in bici. Infine si è chiuso in casa e si è suicidato con la stessa pistola prima dell’irruzione dei carabinieri.

Una strage feroce e insensata si è abbattuta in una domenica di mare su un comprensorio residenziale, Colle Romito, ad Ardea, quaranta chilometri a sud di Roma. L’assassino aveva 35 anni, si chiamava Andrea Pignani, viveva con la madre in una villetta acquistata nel 2019, a poche decine di metri dal campetto del triplice omicidio. Laureato in ingegneria informatica, disoccupato, un anno fa, a maggio, era stato sottoposto a Trattamento sanitario obbligatorio (Tso) per aver aggredito la madre, ma non risulta che fosse attualmente in cura per problemi mentali. Secondo i carabinieri non usciva di casa praticamente da un anno. I vicini, altri abitanti del comprensorio, raccontano di quella pistola che tirava fuori per minacciare ogni volta che c’era una discussione, qualcosa che lo infastidiva, che fosse la potatura degli alberi o qualche rumore intorno a casa sua. Ma nessuno aveva sporto denuncia, secondo i carabinieri. Stamani verso le 11, a quanto ricostruito finora, Pignani è uscito e sulla sua strada ha incontrato Daniel e David che giocavano tranquilli. Gli ha sparato al collo e al petto e, racconta la nonna, “sono morti tenendo la mano del padre”, Domenico Fusinato, ai domiciliari in un’altra villetta di Colle Romito per reati di droga, ma subito accorso appena sentiti gli spari. Nel frattempo Pignani aveva colpito e ucciso con un proiettile alla testa anche Salvatore Ranieri, 74 anni, che passava in bicicletta e non conosceva né il suo assassino né i fratellini. Una quarta vittima, un uomo che stava andando a buttare la spazzatura, sarebbe sfuggita alla morte solo perché troppo distante per la gittata della pistola. Pignani è quindi rientrato in casa, si è chiuso dentro e per ore non ha risposto ai negoziatori arrivati sul posto per convincerlo ad arrendersi. Quando a metà pomeriggio un commando del Gis carabinieri è entrato nella villetta l’uomo si era già ucciso con la stessa pistola. La fine di una giornata di sangue non mette la parola fine sulla strage. Secondo il presidente di Colle Romito, Romano Catini, la presenza di una pistola – che era del padre del 35enne, una guardia giurata morta un anno fa – era stata più volte segnalata dai vicini spaventati. Ma agli inquirenti non risultano denunce. Si cerca un movente, ma non ci sarebbero stati contrasti tra Pignani e il padre dei bambini, quest’ultimo comparso nel 2018 in un’operazione dei carabinieri a Ostia contro gli scissionisti del clan Triassi, ritenuto avversario degli Spada. Difficile pensare a una vendetta spietata. Le indagini comunque proseguono per accertare l’esatta dinamica. Rimane il ricordo delle vittime. Di due bambini. racconta la nonna, “educati e rispettosi. Daniel, il più grande, aveva solo 9 e 10 in pagella”. E del 74enne Ranieri, in vacanza con la moglie a Colle Romito, dove aveva una seconda casa. Il sindaco di Ardea, Mario Savarese, racconta di un luogo tranquillo in cui nei decenni scorsi venivano a villeggiare anche personaggi politici noti. Alcuni abitanti di lungo corso raccontano invece di personaggi poco raccomandabili, alcuni dei quali ai domiciliari come il padre dei bimbi uccisi. Ma il vero movente di un massacro a freddo come questo sarà difficile da trovare, visto che l’autore si è poi suicidato.

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