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Armi in casa e strage nel Maryland, noi non siamo gli Usa

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In Maryland, USA, l’ennesima strage compiuta con armi da fuoco, nella redazione di un giornale da parte di uno squilibrato che ne odiava i membri. E subito in Italia si sfrutta l’occasione per dimostrare, o cercare di farlo, che più armi sono in possesso dei privati, e peggio è; che più armi sono in giro e più morti ci sono; che chi vuole il famigerato ‘porto d’armi’, è praticamente già un assassino in erba. Questo cozza, in questo momento, contro la ‘deprecabile richiesta’ degli anziani – o non anziani – di avere un’arma in casa. State tranquilli, si dice da tutte le parti, i numeri della criminalità sono diminuiti, e le statistiche ne fanno fede. Ma questa notizia non può consolare chi è stato di recente rapinato, scippato, aggredito, e la sua storia non è arrivata neanche sulle pagine dei quotidiani, chissà perché. Se mi entra in casa qualcuno, posso forse convincerlo ad andarsene mostrandogli le statistiche, e dicendogli che lui non può essere in casa mia in quel momento perché non è contemplato nella media? Pare quasi che ci sia una regia occulta che impedisce a certe notizie di essere messe a conoscenza del grande pubblico. Per non creare ‘paura’. Paura sulla quale la sinistra dichiara che la destra, o il centrodestra, ha creato la propria vittoria schiacciante alle ultime elezioni.

Bisogna fare il punto su alcuni elementi

Non è vero che Salvini, come stupidamente hanno interpretato alcuni, voglia dare una pistola a tutti. Sicchè alla fine tutti – ma proprio tutti – scenderemmo in strada per affrontarci a suon di 45, o di calibro 9. L’Italia non è l’America, dove vige una legge che dice che se qualcuno entra nella tua proprietà senza autorizzazione – leggi in casa, di giorno o di notte – è legittimo sparargli addosso, nella presunzione del fatto che ivi si sia introdotto non per farti gli auguri di buon compleanno, ma per portarti via qualcosa, e se tu ti ribelli, lo fai a tuo rischio e pericolo. Chi scrive ha degli amici nella Grande Mela, e poco tempo fa, uno di essi riferiva che dopo il sindaco Rudolph Giuliani, a New York si può girare tranquillamente di giorno e di notte, senza pericolo. Ciò che prima del sindaco della ‘tolleranza zero’ era impensabile. Questo ci induce ad una riflessione: non è che da noi il controllo del territorio è insuffici9ente? Non è che da noi la tolleranza è oltre la decenza, per cui agenti di PS o carabinieri vengono sanzionati per ‘arresto violento’ e portati in tribunale per una condanna o un risarcimento a favore del delinquente? E non è che questo accade un po’ troppo spesso? Di recente un rom – ma non ha importanza l’etnia – è stato risarcito dal Ministero dell’Interno di 60.000 euro – provvisionale stabilita dal giudice, secondo noi in eccesso di garantismo – perché, avendo forzato un posto di blocco a forte velocità su di un’auto rubata, è stato colpito alla schiena dal proiettile sparato da un poliziotto che era li per fare il proprio dovere, cioè controllare le auto che fossero passate e i loro autisti. Ed è chiaro, e secondo chi scrive costituirebbe omissione d’atti d’ufficio, che se qualcuno non si ferma all’alt della polizia, va fermato, magari sparando non a lui ma alle gomme. Cosa che è regolarmente avvenuta. Di diverso parere il magistrato, che ha condannato ad otto mesi per lesioni l’agente, e a nove mesi il bandito- oltre ad averlo premiato per la sua fuga, con 60.000 euro che appartengono al popolo italiano. Fatto sta che di questi episodi se ne sono verificati tanti, e nessuno ha mai pensato di indagare i magistrati troppo … ‘generosi’. Questo modo di fare costituisce un deterrente nei confronti proprio di chi l’ordine è preposto a mantenerlo, e chi ne subisce le conseguenze è proprio il cittadino comune, il ‘sig. Rossi’, o la ‘signora Maria’, che sono a rischio quando vanno al mercato, o quando sono all’ufficio postale in attesa della pensione. Oppure al bancomat. Oppure quando aprono il portone di casa, con le mani ingombre dei sacchetti della spesa; o vanno in ascensore, e via così. Diciamo anche che la ‘tolleranza zero’ di Giuliani, anche in Italia, da parte di alcuni quotidiani appartenenti alla corrente di sinistra, è stata criticata, e diversamente non poteva accadere. Figuriamo ci se i nostri politici buonisti ed ipergarantisti – a vantaggio della parte sbagliata – si facevano sfuggire l’occasione di denigrare chi, con metodi che non sono certo i loro, era riuscito a migliorare una situazione di ordine pubblico, in una città complessa e pericolosa come New York. Sicchè hanno incominciato a fiorire su alcuni giornali – sempre gli stessi – le critiche al sistema di Giuliani. Il quale, se non altro, ha voluto mettere un freno ad una situazione che non aveva confronti con quella italiana. I fatti parlano da soli. Bisogna anche dire che la polizia di NY non ha difetti di organico, come succede invece in Italia, dove la polizia è sottorganico di circa 22.000 elementi, e quelli che sono in servizio, stante il blocco del turnover, sono anziani, e più adatti al lavoro d’ufficio. A New York la polizia è dovunque, per esperienza personale. Stessa condizione di mancanza d’organico lamentano i carabinieri della territoriale, nel numero di circa 18.000. Purtroppo molti poliziotti e carabinieri sono impegnati nelle inutili scorte a personaggi, politici e non, che della scorta non avrebbero proprio bisogno.

Tiriamo le somme

Siamo partiti dalla strage del Maryland, con cinque morti e un numero imprecisato di feriti, operata da un pazzo che aveva molti motivi d’odio nei confronti di quella redazione di giornale, una strage annunciata che avrebbe potuto essere sventata se solo qualcuno fosse andato a verificare il profilo facebook dell’assassino. Dedichiamo un pensiero ai colleghi che hanno perso la vita – come a Parigi, nella redazione di Charlie Hebdo – solo per aver fatto ciò che era il loro dovere – parola abusata – insomma, ciò per cui erano assunti al giornale e scrivevano su quelle pagine. I giornalisti morti nell’esercizio della professione ammontano a 65 nel 2017, e 29 dall’inizio del 2018, secondo le notizie del media. Il che fa ritenere che la professione di giornalista – specialmente inviato di guerra – sia una delle più pericolose. Moltissimi quelli minacciati e ancora sotto scorta. A parte questo, diciamo che l’Italia non è l’America, una nazione che è nata e cresciuta e creata con le armi. La cultura delle armi è radicata in buona parte della popolazione, come i fatti e la NRA dimostrano. La NRA, National Rifle Association, la potente lobby che non riunisce le fabbriche di carri armati o aerei F35, ma più semplicemente armi portatili. Oggetti che sono per alcuni appassionati ‘da collezione’, destinati per la maggior parte e rimanere in una bacheca con cristallo antiproiettile e antiscasso per la gioia degli occhi del loro proprietario. Esattamente come un album di francobolli, un quadro di Van Gogh, o una raccolta di monete, o di vetture d’epoca. Le armi non sono buone, ma non sono neanche cattive. Sono semplicemente degli oggetti. Quello che ne fa cattivo uso è l’uomo, che può essere buono o cattivo. Come nel caso del Maryland. Altrimenti, dovremmo sanzionare anche il possesso di coltelli da cucina, da macellaio, bisturi chirurgici, pezzi di corda o cinture di cuoio, mazze da baseball, o da golf, o da polo, o da cricket, tronchetti di legna da ardere, punteruoli, martelli, cacciavite, chiavi inglesi, tondini di ferro per edilizia, sacchetti di plastica, eccetera, tutti oggetti atti ad offendere. La strage è stata compiuta con un’arma definita ‘ da caccia’, il che fa supporre che l’assassino abbia usato uno ‘shotgun’, un fucile cal. 12. Un’arma destinata ad una attività venatoria, per chi ci si diverte. Chi scrive ha smesso più di trent’anni fa, e oggi gli uccelletti preferisce sentirli cantare. In Italia la situazione è molto diversa. Intanto incominciamo con il mettere in chiaro che quando si parla di ‘porto d’armi’ bisogna fare un distinguo. Esiste in Italia un ‘porto di pistola per difesa personale’ che, a parte il costo enorme per la concessione e per il rinnovo annuale, presuppone, oltre ad una prova d’armi, una serie di visite mediche e psichiatriche cha attestino l’idoneità – almeno in teoria – del soggetto, alla concessione della licenza. Questo tipo di licenza si rilascia con il contagocce, perché la richiesta dev’essere motivata e giustificata dall’attività della persona. C’è poi il ‘permesso di trasporto’ per uso sportivo, che non è un porto d’armi, e che dà licenza di portare con sé l’arma sportiva nel tragitto da casa al poligono di tiro, nei giorni e negli orari previsti per l’attività di tiro. In questo caso l’arma va ‘trasportata’ scarica e in custodia – leggi valigetta,- in giorni e orari ben precisi. Del porto di fucile per uso caccia non mette conto di parlare, – anch’esso oneroso economicamente – riguardando esso solo ed esclusivamente l’esercizio venatorio, mentre pare che l’oggetto del desiderio degli anziani – ma non solo loro – sia proprio la pistola. Anch’esso comporta pratiche per la concessione, esami medici e tasse per il rinnovo. Esiste poi, come ribadiva l’altro giorno in TV il prefetto Francesco Tagliente, la possibilità di ‘detenzione’ di un’arma, lunga o corta, presso la propria abitazione, cioè la possibilità di avere un’arma nel cassetto del comodino, subordinata ad un nulla osta per l’acquisto da parte della Questura, senza la possibilità di portarla in giro. Questo pare che sia l’ultimo desiderio degli italiani. I quali, nonostante le statistiche dichiarino una diminuzione dei reati, hanno una percezione insufficiente di sicurezza, sia in casa che fuori. Qui un maligno potrebbe pensare ad un tarocco dei dati dell’Istat,e, diceva qualcuno, ci azzeccherebbe con grande probabilità. Ma da cosa deriverebbe questa mancata percezione di sicurezza? Certamente da quello che è sotto i nostri occhi, cioè il mancato o insufficiente controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine. Il vedere che esistono nelle città sacche di criminalità impunita che fa il bello e il cattivo tempo, senza remore e ostacoli. Il constatare che ogni giorno si verificano truffe e furti a carico soprattutto dei più deboli, e che gli autori, quando fossero per avventura individuati ed arrestati, non subiscono alcuna conseguenza, trattandosi di reati definiti ‘minori’ – facenti parte dell’elenco di 270 reati depenalizzati dal governo Renzi – e che quindi ognuno di noi cittadini è succube di questa gente senza potersi difendere. Difendere sé stessi e la propria famiglia, oltre che la proprietà, è un diritto civile, umano e sacrosanto, non negato dalla nostra Costituzione repubblicana. Bisogna perciò fare alcune cose. Prima di tutto reintegrare il difetto d’organico nelle Forze dell’Ordine, polizia e carabinieri. I soldati per la strada sono una presa in giro per i cittadini. Dovessero trovarsi in situazioni d’emergenza, non avrebbero alcun titolo giuridico per intervenire. In pratica, non sono ufficiali di Polizia Giudiziaria, e le armi che hanno in dotazione non sono adatte ad un teatro d’operazioni cittadino. Se poi dovessero uccidere un delinquente in fuga, quale sarebbe la loro sorte? Riteniamo che ci penserebbero più di due volte prima di sparare, e poi non ne farebbero nulla. Sentivamo una di queste mattine una esponente del PD dichiarare in TV che il suo governo avrebbe aumentato lo stipendio dei poliziotti: forse la tapina non è al corrente del fatto che, al netto, la cifra è di 9 euro lordi al mese, a cui vanno applicate le trattenute. Quindi, un controllo del territorio più capillare, che eliminasse dalle strade la piccola criminalità, quella che fa più male ai cittadini comuni. Certezza della pena, ed inasprimento delle pene, senza permessi premio – di che? – o libere uscite. Se necessario, costruire nuovi edifici carcerari. Come in USA, creare un tribunale che giudichi per direttissima i reati di strada, e che assicuri che questa gente, almeno per un buon periodo di tempo, non possa più delinquere. Pene pesantissime per i recidivi nello stesso reato, così da rendere non redditizio il ricominciare. Possibilità per il privato di detenere un’arma in casa, dopo un adeguato periodo di istruzione al maneggio: per chi la voglia ottenere, il che non è la totalità ci sono alcuni che dichiarano che le armi ‘fanno schifo’, e sotto un certo punto di vista – il loro – possiamo anche essere d’accordo. Ma costoro non possono e non devono prevaricare la libera volontà di alcuni che preferiscono armarsi. Fermo restando che le difese passive – cancelli, grate, allarmi, cani da guardia, telecamere, eccetera – vengono prima di quelle attive. Il deterrente più efficace contro un delinquente malintenzionato – ne esistono di genere diverso? – è senz’altro il sapere che se entra in una certa casa, specialmente di notte, può lasciarci la pelle, e senza lasciare eredità ai suoi parenti. Dichiarava Rita Dalla Chiesa, sempre in TV con il prefetto Tagliente, che a Palermo non ci sono scippatori, ladruncoli e piccola criminalità. Dobbiamo dire il perché? Lasciamo al lettore la conclusione. Quindi è possibile un controllo a tolleranza zero, anche nelle nostre città, se veramente questo si vuol fare, a difesa del cittadino, che non vorrebbe neanche più avere un’arma in casa. E poi, di grazia, perché ad un ladro non si dovrebbe sparare?

Roberto Ragone

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Sicurezza, terrorismo, migranti, beni sequestrati e contenimento costi di gestione. Intervista esclusiva al prefetto Francesco Tagliente.

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In occasione della consegna del “Premio Castel Gandolfo 2018”, alla presenza del Ministro della Difesa Elisabetta Trenta aveva parlato di un progetto per il contenimento dei costi di gestione degli immobili in uso alla pubblica amministrazione.

Un progetto portato avanti con i Funzionari della Questura di Roma e condiviso con la Regione Lazio all’epoca in cui Pino Cangemi era Assessore regionale alla sicurezza.

Il prefetto Francesco Tagliente aveva accettato la mia richiesta di intervista ponendo però la condizione di rilasciarla nel corso di un incontro conviviale. Promessa mantenuta. Ci siamo incontrati al ristorante “I Quadri” di Castel Gandolfo. Pranzo e intervista mentre lo chef ci prepara assaggini di prodotti tipici dei Castelli. Un lungo pranzo in compagnia della moglie Maria Teresa con intervista che si conclude nel tardo pomeriggio con un sigaro cubano e un calice di Cognac.

La conversazione inizia con un tema di estrema attualità. L’annunciata imminente presentazione del decreto sicurezza e migranti voluto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Tagliente esordisce che “la bozza del nuovo decreto sicurezza comprende nuove norme per rafforzare i dispositivi a garanzia della sicurezza pubblica, con particolare riferimento alla minaccia del terrorismo e al contrasto delle infiltrazioni criminali negli appalti pubblici, al miglioramento del circuito informativo tra le Forze di polizia e l’Autorità giudiziaria e alla prevenzione e al contrasto delle infiltrazioni criminali negli enti locali, nonché mirate ad assicurare la funzionalità del Ministero dell’interno”.

L’esordio mi suggerisce di cogliere l’occasione per iniziare l’intervista chiedendo al prefetto Tagliente una sua valutazione sul provvedimento.

Prefetto lei un anno fa, alla vigilia della conversione in legge del decreto Minniti del 2017, nel corso di una intervista rilasciata al nostro Giornale il 25 maggio, ha usato parole severe sulla bozza di quel provvedimento dicendo che senza adeguati strumenti sanzionatori il tutto si riduceva a un mero trasferimento di deleghe dallo Stato ai Comuni. In questi giorni si torna a parlare decreto-sicurezza. Sul tavolo del Consiglio dei Ministri sta per arrivare un nuovo decreto Sicurezza, la cui bozza è già stata presentata. Si tratta del primo provvedimento recante la firma di Matteo Salvini con un intervento massiccio Esprime un giudizio critico anche su questo provvedimento?

Il testo è ancora in via di ultimazione ed è possibile che venga cambiato nel corso del Consiglio dei Ministri prima ancora che in Parlamento. Le disposizioni contenute nella bozza sono molto complesse. Sono comunque cariche di rilevanza sociale e civile con un impatto securitario. Peraltro sono due provvedimenti unificati: quello della sicurezza e quello della immigrazione che prevede anche di restringere la protezione umanitaria, la revoca della cittadinanza e l’estensione della dei procedimenti penali che dovrebbero bloccare la procedura di asilo. Alcune disposizioni potrebbero rischiare la censura alla prima valutazione della Corte Costituzionale.

Se ricordo bene il tema della revoca della cittadinanza le è particolarmente caro. E stato lei ha sollevare la questione della impossibilità di procedere alla espulsione dei terroristi islamici naturalizzati italiani.

Io ho sottolineato l’impossibilità di procedere alla espulsione di due terroristi islamici naturalizzati italiani perché il nostro legislatore non ha contemplato il potere di revoca della cittadinanza a un terrorista straniero diventato cittadino italiano. Una lacuna denunciata dopo l’arresto di due fondamentalisti: uno che stava studiando come preparare il camion per compiere un attentato e l’altro perché indottrinava i bambini sul martirio durante le lezioni di religione. Questa norma è rilevante per la lotta al terrorismo e mi auguro che questa volta passi al vaglio del Parlamento.

È stata mai affrontata dal nostro legislatore la questione della revoca della cittadinanza concessa agli stranieri?

Nel corso delle passate legislature qualche iniziativa c’è stata ma non si parlava di terrorismo. Ricordo che un disegno di legge proponeva la revoca della cittadinanza concessa agli stranieri nel caso di reati gravi come, omicidio doloso, violenza sessuale, pedofilia, riduzione in schiavitù, associazione per delinquere di stampo mafioso, traffico di droga. Comunque il terrorismo è un problema europeo e, anche in tema di espulsione dei terroristi naturalizzati, richiede un approccio e una risposta comune a livello internazionale

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L’Europa: una candela nel vento

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“Cos’è l’Europa?”, domanda una bambina alla mamma, forse incuriosita da tutto quello che si sente dire in giro al riguardo. Domanda semplicissima e nello stesso tempo difficile da spiegare a una ragazzina di otto/nove anni che si domanda cosa sia veramente l’Europa.

C’è da scommettere che di fronte a una domanda simile, tanti giovani ed altrettanti adulti piombino nel più acuto imbarazzo e non c’è nulla da meravigliarsi se si dice che persino alcuni pseudo “esperti” e commentatori dei vari talk show si troverebbero a disagio a rispondere adeguatamente al riguardo.

L’auspicio sarebbe che “l’Europa”, come tema di studio entrasse a fare parte del curriculum scolastico dei nostri studenti e la tv trasmettesse , al posto di qualche reality dozzinale, dei forum condotti da professionisti e studiosi della materia, evitando politici e giornalisti vari, spiegando il tema “Europa” nei suoi lati chiari e scuri.

Il Miur, anziché preoccuparsi della teoria gender e affini, farebbe cosa buona e giusta se si applicasse anche a questa branca d’istruzione in maniera tale da poter rispondere alla domanda: “Mamma, cos’è l’Europa?”

L’Europa fu un gran bel sogno

L’Europa non è altro che un sogno che fu tanto caro a dei veri leader, come Winston Churchill, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Altiero Spinelli, Jean Monnet ed altri visionari che prendendo atto dell’Europa degli anni cinquanta, dilaniata da una guerra fredda e una minaccia reale per la pace, situazione sfociata poi nella seconda guerra mondiale, decisero di unirsi nell’intento di porre in essere un accordo per unificare i paesi europei e mettere fine alle guerre frequenti e sanguinose tra paesi vicini. Il 25 marzo 1957, riunitisi a Roma, sei membri fondatori , cioè il Belgio, la Francia, la Germania, l’Italia, il Lussemburgo e i Paesi Bassi sancivano la costituzione della CEE.

Progetti ambiziosi in parte disattesi ed in parte elusi

I padri fondatori sognavano in grande. Il Trattato di Maastricht prevedeva:

“Uno sviluppo armonico, equilibrato e sostenibile delle attività economiche, una crescita duratura e non inflazionistica; un elevato livello di competitività e di convergenza dei risultati economici; un livello elevato di protezione e di miglioramento della qualità dell’ambiente, l’innalzamento del livello e della qualità della vita, la coesione economica e sociale e la solidarietà tra gli Stati membri”.

La maggiore parte dei progetti, con il passare dei tempi sono stati elusi e disattesi. Stiamo vivendo una delle clausole tanto care al Trattato di Maastricht, la solidarietà tra gli Stati membri. Si può toccare con mano, nel caso specifico dell’immigrazione, e parlare di solidarietà tra gli Stati membri offende tutto il trattato e dovrebbe far arrossire gli Stati membri.

La CEE è un gran bel sogno abortito

Oggi la CEE ha perso la faccia. E’ come una candela nel vento. Nel linguaggio cabalistico il sogno di una candela è spesso legato a fragilità e mai un’istituzione è stata così fragile come si presenta oggi la CEE. Se non si riforma ritornando al progetto dei suoi fondatori, si spegnerà come “una candela nel vento” per restare su Elton John.

La beffa della “pace duratura”

Qui sta la parte più ingrata da spiegare a quella ragazzina di otto/nove anni: “Perché in nome della pace si riempiono tante bocche?” Innanzitutto l’Unione si prefiggeva di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli . Orbene, ci si domanda, cosa significa promuovere la pace mentre i suoi Stati, come Svezia, Italia, Spagna, Regno Unito, Francia e Germania continuano ad alimentare il mercato delle armi, fra gli altri, verso l’Algeria, la Turchia, l’Iraq, il Pakistan ed il Vietnam? Si può considerare tra i valori di benessere per i popoli la manifattura di armi moderne come quelle che si fabbricano negli Stati europei e cioè: l’ Ungheria, l’Italia, l’Irlanda, i Paesi Bassi, la Norvegia, la Polonia,il Portogallo,la Romania, la Spagna, ed il Regno Unito?

Una tale assurdità sarebbe difficile farla capire ai grandi e diventa impresa impossibile farlo digerire ai piccoli che domani dovrebbero giudicare queste istituzioni.

L’Europa oggi è come una candela al vento e se non si decide per una riforma da cima a fondo sarà destinata a spegnersi inesorabilmente.

Il nostro augurio che ciò non avvenga e persone di buona volontà e capacità vadano avanti il prossimo maggio per riprendere i sogni dei visionari del 1957, fondatori della CEE. e portarli avanti.

Emanuel Galea

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Asselborn, merde alors? Il ministro piuttosto si vergogni e chieda scusa all’Italia!

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Diciamo subito una cosa: il Belgio fa la voce grossa – a sproposito. È un piccolo paese, con 11 milioni e rotti di abitanti, praticamente un quinto scarso dell’Italia. È uno Stato federale, retto da una monarchia parlamentare. Insomma, il contrario della nostra antica democrazia, che non risponde ad alcuna famiglia reale, né per spocchia, né per istituzione. Certamente è un paradiso fiscale, in cui convergono grossi capitali di gente che non vuole appalesarli in patria. Possiamo quindi presumere che lo Stato lucri su basso prelevamento fiscale, e non solo, ma anche sulle grandi quantità di denaro più o meno lecite presenti nelle banche belghe. Non possiamo quindi, sotto il profilo morale e politico, accettare alcuna critica da chi moralmente non si comporta. L’arroganza del ministro Asselborn, poi, supera ogni limite di decenza – in special modo nell’ambiente e nei modi in cui essa si è manifestata.

Evidentemente il ministro pensa ancora di essere ai tempi in cui gli Italiani furono venduti come schiavi al Belgio da un governo indegno, in cambio di carbone

Cioè, ai tempi della disgrazia di Marcinelle. Che i Belgi speculino sui migranti trattati come schiavi è chiaro, anche guardando il bilancio della tragedia dell’8 di agosto del 1956, in cui morirono sottoterra 262 persone. Fra i morti, 136 erano Italiani. Poi ci furono 95 Belgi, otto Polacchi, sei Greci, 5 Tedeschi, 3 Algerini, 2 Francesi, tre Ungheresi, un Inglese, un Olandese, un Russo e un Ucraino. Solo dodici i sopravvissuti. L’incidente fu causato dall’urto di un montacarichi contro una trave metallica che va a squarciare una conduttura d’olio, un cavo elettrico e un tubo dell’aria compressa. Immediatamente il fuoco. Le vecchie strutture in legno e le centinaia di litri d’olio favorirono un incendio che, in mancanza di vie di fuga e di maschere ad ossigeno, ed in presenza di strutture di sicurezza obsolete e insufficienti, portarono alla morte quelle 262 persone, quasi tutte uccise dall’ossido di carbonio. I nostri erano partiti – nell’ambito di un impegno dell’Italia verso il Belgio di fornire almeno duemila minatori a settimana, in cambio di forniture di carbone – con la certezza, da parte del nostro governo, di trovare abitazioni confortevoli. Furono invece ammassati in ex campi di concentramento, senza luce e con un solo bagno per accampamento. In più disprezzati dagli indigeni. Né il nostro governo, pur conoscendo le condizioni di questa povera gente, fece nulla per migliorarle.

Forse l’arrogante Asselblom quando risponde a Salvini si ricorda del bisogno estremo della nostra gente, ancora nel ’56 con le ferite di una guerra disastrosa, con un paese lacerato da una guerra civile che non ha risparmiato né vinti, né vincitori. Forse pensa che dobbiamo ringraziare i Belgi per la carità pelosa che ci hanno fatto, importando mano d’opera a basso costo da ridurre in schiavitù. Come oggi vogliono fare con i migranti africani. Che poi il loro paese invecchi, sono cose che a noi non interessano, e non devono interessare.

Oggi l’Italia grazie a Dio non è più in quella condizione, né ha un governo che baratti i suoi figli per un sacco di carbone, purchessia

Fa male il ministro Asselblom a ricordare quei tempi come una coccarda sul suo petto. Gli schiavisti non hanno alcun merito, quando si comportano come tali, speculando sul bisogno di chi ha abbandonato famiglia, mogli, figli, patria, con la speranza – delusa – di una vita migliore. E che questa vita ha poi dovuto lasciare nei meandri di un sottosuolo nero e senz’aria. È a questo che si riferisce Asselblom, quando dice che i nostri compatrioti sono andati a lavorare in Belgio per dare da mangiare ai propri figli in Italia? Bè, dovrebbe soltanto avere vergogna di quei tempi. Dovrebbe seppellirli sotto diversi metri di terra, decine, centinaia, per la precisione 975, come sono rimasti sepolti i minatori barattati dall’Italia – anche questa una vergogna inammissibile. Che senza il disastro di Marcinelle non sarebbe venuta alla luce.

Quindi ad un “Merde alors” indirizzato inopportunamente e con maleducazione al nostro ministro Salvini, rispondiamo con un “Vergogna” senza riferimenti coprofili, ad un personaggio che dovrebbe per lo meno chiedere scusa all’Italia. E non solo per quella frase imperdonabile, soprattutto perché preceduta da un rinfaccio – allo scopo di ricordare l’elemosina che il Belgio fece all’Italia – pronunciata come se invece che in un ambito internazionale, fosse stato al bar con gli amici il sabato sera, dopo una birra di troppo. I minatori rimasti in Belgio dopo quella catastrofe, per lo più malati di silicosi e col fiato corto, non dimenticano. Non amano l’Italia, perché, dicono, “L’Italia non ci ama. Si ricordano di noi solo per le elezioni, quando ci mandano la propaganda elettorale.” Comunque la si guardi, questa è una brutta pagina della nostra storia più recente. Stia zitto quindi, il ministro Asselblom, e la sua “merde” la indirizzi piuttosto a qualcuno nel suo paese, se è ancora in vita, che inventò l’abominio della tratta dei minatori italiani – ognuno dei quali valeva 15 chili di carbone al giorno. Ma in cambio, dava la vita.

Roberto Ragone

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