Connect with us

Editoriali

Armi in casa e strage nel Maryland, noi non siamo gli Usa

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo

In Maryland, USA, l’ennesima strage compiuta con armi da fuoco, nella redazione di un giornale da parte di uno squilibrato che ne odiava i membri. E subito in Italia si sfrutta l’occasione per dimostrare, o cercare di farlo, che più armi sono in possesso dei privati, e peggio è; che più armi sono in giro e più morti ci sono; che chi vuole il famigerato ‘porto d’armi’, è praticamente già un assassino in erba. Questo cozza, in questo momento, contro la ‘deprecabile richiesta’ degli anziani – o non anziani – di avere un’arma in casa. State tranquilli, si dice da tutte le parti, i numeri della criminalità sono diminuiti, e le statistiche ne fanno fede. Ma questa notizia non può consolare chi è stato di recente rapinato, scippato, aggredito, e la sua storia non è arrivata neanche sulle pagine dei quotidiani, chissà perché. Se mi entra in casa qualcuno, posso forse convincerlo ad andarsene mostrandogli le statistiche, e dicendogli che lui non può essere in casa mia in quel momento perché non è contemplato nella media? Pare quasi che ci sia una regia occulta che impedisce a certe notizie di essere messe a conoscenza del grande pubblico. Per non creare ‘paura’. Paura sulla quale la sinistra dichiara che la destra, o il centrodestra, ha creato la propria vittoria schiacciante alle ultime elezioni.

Bisogna fare il punto su alcuni elementi

Non è vero che Salvini, come stupidamente hanno interpretato alcuni, voglia dare una pistola a tutti. Sicchè alla fine tutti – ma proprio tutti – scenderemmo in strada per affrontarci a suon di 45, o di calibro 9. L’Italia non è l’America, dove vige una legge che dice che se qualcuno entra nella tua proprietà senza autorizzazione – leggi in casa, di giorno o di notte – è legittimo sparargli addosso, nella presunzione del fatto che ivi si sia introdotto non per farti gli auguri di buon compleanno, ma per portarti via qualcosa, e se tu ti ribelli, lo fai a tuo rischio e pericolo. Chi scrive ha degli amici nella Grande Mela, e poco tempo fa, uno di essi riferiva che dopo il sindaco Rudolph Giuliani, a New York si può girare tranquillamente di giorno e di notte, senza pericolo. Ciò che prima del sindaco della ‘tolleranza zero’ era impensabile. Questo ci induce ad una riflessione: non è che da noi il controllo del territorio è insuffici9ente? Non è che da noi la tolleranza è oltre la decenza, per cui agenti di PS o carabinieri vengono sanzionati per ‘arresto violento’ e portati in tribunale per una condanna o un risarcimento a favore del delinquente? E non è che questo accade un po’ troppo spesso? Di recente un rom – ma non ha importanza l’etnia – è stato risarcito dal Ministero dell’Interno di 60.000 euro – provvisionale stabilita dal giudice, secondo noi in eccesso di garantismo – perché, avendo forzato un posto di blocco a forte velocità su di un’auto rubata, è stato colpito alla schiena dal proiettile sparato da un poliziotto che era li per fare il proprio dovere, cioè controllare le auto che fossero passate e i loro autisti. Ed è chiaro, e secondo chi scrive costituirebbe omissione d’atti d’ufficio, che se qualcuno non si ferma all’alt della polizia, va fermato, magari sparando non a lui ma alle gomme. Cosa che è regolarmente avvenuta. Di diverso parere il magistrato, che ha condannato ad otto mesi per lesioni l’agente, e a nove mesi il bandito- oltre ad averlo premiato per la sua fuga, con 60.000 euro che appartengono al popolo italiano. Fatto sta che di questi episodi se ne sono verificati tanti, e nessuno ha mai pensato di indagare i magistrati troppo … ‘generosi’. Questo modo di fare costituisce un deterrente nei confronti proprio di chi l’ordine è preposto a mantenerlo, e chi ne subisce le conseguenze è proprio il cittadino comune, il ‘sig. Rossi’, o la ‘signora Maria’, che sono a rischio quando vanno al mercato, o quando sono all’ufficio postale in attesa della pensione. Oppure al bancomat. Oppure quando aprono il portone di casa, con le mani ingombre dei sacchetti della spesa; o vanno in ascensore, e via così. Diciamo anche che la ‘tolleranza zero’ di Giuliani, anche in Italia, da parte di alcuni quotidiani appartenenti alla corrente di sinistra, è stata criticata, e diversamente non poteva accadere. Figuriamo ci se i nostri politici buonisti ed ipergarantisti – a vantaggio della parte sbagliata – si facevano sfuggire l’occasione di denigrare chi, con metodi che non sono certo i loro, era riuscito a migliorare una situazione di ordine pubblico, in una città complessa e pericolosa come New York. Sicchè hanno incominciato a fiorire su alcuni giornali – sempre gli stessi – le critiche al sistema di Giuliani. Il quale, se non altro, ha voluto mettere un freno ad una situazione che non aveva confronti con quella italiana. I fatti parlano da soli. Bisogna anche dire che la polizia di NY non ha difetti di organico, come succede invece in Italia, dove la polizia è sottorganico di circa 22.000 elementi, e quelli che sono in servizio, stante il blocco del turnover, sono anziani, e più adatti al lavoro d’ufficio. A New York la polizia è dovunque, per esperienza personale. Stessa condizione di mancanza d’organico lamentano i carabinieri della territoriale, nel numero di circa 18.000. Purtroppo molti poliziotti e carabinieri sono impegnati nelle inutili scorte a personaggi, politici e non, che della scorta non avrebbero proprio bisogno.

Tiriamo le somme

Siamo partiti dalla strage del Maryland, con cinque morti e un numero imprecisato di feriti, operata da un pazzo che aveva molti motivi d’odio nei confronti di quella redazione di giornale, una strage annunciata che avrebbe potuto essere sventata se solo qualcuno fosse andato a verificare il profilo facebook dell’assassino. Dedichiamo un pensiero ai colleghi che hanno perso la vita – come a Parigi, nella redazione di Charlie Hebdo – solo per aver fatto ciò che era il loro dovere – parola abusata – insomma, ciò per cui erano assunti al giornale e scrivevano su quelle pagine. I giornalisti morti nell’esercizio della professione ammontano a 65 nel 2017, e 29 dall’inizio del 2018, secondo le notizie del media. Il che fa ritenere che la professione di giornalista – specialmente inviato di guerra – sia una delle più pericolose. Moltissimi quelli minacciati e ancora sotto scorta. A parte questo, diciamo che l’Italia non è l’America, una nazione che è nata e cresciuta e creata con le armi. La cultura delle armi è radicata in buona parte della popolazione, come i fatti e la NRA dimostrano. La NRA, National Rifle Association, la potente lobby che non riunisce le fabbriche di carri armati o aerei F35, ma più semplicemente armi portatili. Oggetti che sono per alcuni appassionati ‘da collezione’, destinati per la maggior parte e rimanere in una bacheca con cristallo antiproiettile e antiscasso per la gioia degli occhi del loro proprietario. Esattamente come un album di francobolli, un quadro di Van Gogh, o una raccolta di monete, o di vetture d’epoca. Le armi non sono buone, ma non sono neanche cattive. Sono semplicemente degli oggetti. Quello che ne fa cattivo uso è l’uomo, che può essere buono o cattivo. Come nel caso del Maryland. Altrimenti, dovremmo sanzionare anche il possesso di coltelli da cucina, da macellaio, bisturi chirurgici, pezzi di corda o cinture di cuoio, mazze da baseball, o da golf, o da polo, o da cricket, tronchetti di legna da ardere, punteruoli, martelli, cacciavite, chiavi inglesi, tondini di ferro per edilizia, sacchetti di plastica, eccetera, tutti oggetti atti ad offendere. La strage è stata compiuta con un’arma definita ‘ da caccia’, il che fa supporre che l’assassino abbia usato uno ‘shotgun’, un fucile cal. 12. Un’arma destinata ad una attività venatoria, per chi ci si diverte. Chi scrive ha smesso più di trent’anni fa, e oggi gli uccelletti preferisce sentirli cantare. In Italia la situazione è molto diversa. Intanto incominciamo con il mettere in chiaro che quando si parla di ‘porto d’armi’ bisogna fare un distinguo. Esiste in Italia un ‘porto di pistola per difesa personale’ che, a parte il costo enorme per la concessione e per il rinnovo annuale, presuppone, oltre ad una prova d’armi, una serie di visite mediche e psichiatriche cha attestino l’idoneità – almeno in teoria – del soggetto, alla concessione della licenza. Questo tipo di licenza si rilascia con il contagocce, perché la richiesta dev’essere motivata e giustificata dall’attività della persona. C’è poi il ‘permesso di trasporto’ per uso sportivo, che non è un porto d’armi, e che dà licenza di portare con sé l’arma sportiva nel tragitto da casa al poligono di tiro, nei giorni e negli orari previsti per l’attività di tiro. In questo caso l’arma va ‘trasportata’ scarica e in custodia – leggi valigetta,- in giorni e orari ben precisi. Del porto di fucile per uso caccia non mette conto di parlare, – anch’esso oneroso economicamente – riguardando esso solo ed esclusivamente l’esercizio venatorio, mentre pare che l’oggetto del desiderio degli anziani – ma non solo loro – sia proprio la pistola. Anch’esso comporta pratiche per la concessione, esami medici e tasse per il rinnovo. Esiste poi, come ribadiva l’altro giorno in TV il prefetto Francesco Tagliente, la possibilità di ‘detenzione’ di un’arma, lunga o corta, presso la propria abitazione, cioè la possibilità di avere un’arma nel cassetto del comodino, subordinata ad un nulla osta per l’acquisto da parte della Questura, senza la possibilità di portarla in giro. Questo pare che sia l’ultimo desiderio degli italiani. I quali, nonostante le statistiche dichiarino una diminuzione dei reati, hanno una percezione insufficiente di sicurezza, sia in casa che fuori. Qui un maligno potrebbe pensare ad un tarocco dei dati dell’Istat,e, diceva qualcuno, ci azzeccherebbe con grande probabilità. Ma da cosa deriverebbe questa mancata percezione di sicurezza? Certamente da quello che è sotto i nostri occhi, cioè il mancato o insufficiente controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine. Il vedere che esistono nelle città sacche di criminalità impunita che fa il bello e il cattivo tempo, senza remore e ostacoli. Il constatare che ogni giorno si verificano truffe e furti a carico soprattutto dei più deboli, e che gli autori, quando fossero per avventura individuati ed arrestati, non subiscono alcuna conseguenza, trattandosi di reati definiti ‘minori’ – facenti parte dell’elenco di 270 reati depenalizzati dal governo Renzi – e che quindi ognuno di noi cittadini è succube di questa gente senza potersi difendere. Difendere sé stessi e la propria famiglia, oltre che la proprietà, è un diritto civile, umano e sacrosanto, non negato dalla nostra Costituzione repubblicana. Bisogna perciò fare alcune cose. Prima di tutto reintegrare il difetto d’organico nelle Forze dell’Ordine, polizia e carabinieri. I soldati per la strada sono una presa in giro per i cittadini. Dovessero trovarsi in situazioni d’emergenza, non avrebbero alcun titolo giuridico per intervenire. In pratica, non sono ufficiali di Polizia Giudiziaria, e le armi che hanno in dotazione non sono adatte ad un teatro d’operazioni cittadino. Se poi dovessero uccidere un delinquente in fuga, quale sarebbe la loro sorte? Riteniamo che ci penserebbero più di due volte prima di sparare, e poi non ne farebbero nulla. Sentivamo una di queste mattine una esponente del PD dichiarare in TV che il suo governo avrebbe aumentato lo stipendio dei poliziotti: forse la tapina non è al corrente del fatto che, al netto, la cifra è di 9 euro lordi al mese, a cui vanno applicate le trattenute. Quindi, un controllo del territorio più capillare, che eliminasse dalle strade la piccola criminalità, quella che fa più male ai cittadini comuni. Certezza della pena, ed inasprimento delle pene, senza permessi premio – di che? – o libere uscite. Se necessario, costruire nuovi edifici carcerari. Come in USA, creare un tribunale che giudichi per direttissima i reati di strada, e che assicuri che questa gente, almeno per un buon periodo di tempo, non possa più delinquere. Pene pesantissime per i recidivi nello stesso reato, così da rendere non redditizio il ricominciare. Possibilità per il privato di detenere un’arma in casa, dopo un adeguato periodo di istruzione al maneggio: per chi la voglia ottenere, il che non è la totalità ci sono alcuni che dichiarano che le armi ‘fanno schifo’, e sotto un certo punto di vista – il loro – possiamo anche essere d’accordo. Ma costoro non possono e non devono prevaricare la libera volontà di alcuni che preferiscono armarsi. Fermo restando che le difese passive – cancelli, grate, allarmi, cani da guardia, telecamere, eccetera – vengono prima di quelle attive. Il deterrente più efficace contro un delinquente malintenzionato – ne esistono di genere diverso? – è senz’altro il sapere che se entra in una certa casa, specialmente di notte, può lasciarci la pelle, e senza lasciare eredità ai suoi parenti. Dichiarava Rita Dalla Chiesa, sempre in TV con il prefetto Tagliente, che a Palermo non ci sono scippatori, ladruncoli e piccola criminalità. Dobbiamo dire il perché? Lasciamo al lettore la conclusione. Quindi è possibile un controllo a tolleranza zero, anche nelle nostre città, se veramente questo si vuol fare, a difesa del cittadino, che non vorrebbe neanche più avere un’arma in casa. E poi, di grazia, perché ad un ladro non si dovrebbe sparare?

Roberto Ragone

Print Friendly, PDF & Email

Continua a leggere
Commenti

Editoriali

Amministrazioni comunali sotto la lente: Castel Gandolfo

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo

Come verificare se un sindaco e la sua amministrazione rispettano le promesse fatte in campagna elettorale? Un buon metodo può essere quello di consultare il DUP (Documento Unico di Programmazione) che i Comuni devono rendere pubblico anche sul proprio sito istituzionale.

Abbiamo quindi deciso di passare in rassegna questo documento per alcuni Comuni e dopo aver dato un’occhiata ad Albano Laziale, a Genzano di Roma, Marino Laziale e Rocca di Papa ci occupiamo di quello di Castel Gandolfo guidato dal sindaco Milvia Monachesi. In particolare ci siamo soffermati sulle sue linee programmatiche. Quest’ultime, che comprendono il triennio 2018-2020, sono contenute in un documento separato dal DUP e divergono per eccesso o per difetto rispetto all’opuscolo presentato dal sindaco area Pd Milvia Monachesi al momento delle elezioni.

Nel DUP sono presentate le relative spese per missione che nel primo anno ammontano alla cifra totale di 4 milioni e mezzo anche se per diverse missioni non è stata prevista alcuna spesa come nel caso della Giustizia e del Soccorso Civile. Le linee programmatiche sono suddivise in aree tematiche e, per motivi di spazio, riportiamo i punti che risultano essere salienti ed interessanti per un’amministrazione comunale e per i suoi cittadini.

OFFICINA STAMPA 15/11/2018 – IL VIDEO SERVIZIO SU CASTEL GANDOLFO

Nel primo paragrafo dedicato alla tutela sociale viene menzionato il Question Time

Tale istituto è stato oggetto del consiglio comunale dell’8 ottobre, in occasione del quale è stato approvato un regolamento non senza alcuna frizione come quella avvenuta tra i consiglieri Camerini e Gasperini. Paolo Gasperini si è astenuto dal voto dato che aveva riportato una mozione per allargare il diritto da mezz’ora ad un’ora. Durante lo stesso consiglio l’amministrazione ha provato per la prima volta lo streaming come riporta il consigliere a 5 stelle Belli sulla sua pagina Facebook. Ma l’amministrazione si ferma qui perché non vi è nessuna traccia del bilancio partecipato, della banca dati delle figure professionali del territorio e dell’albo dei cittadini in cerca di lavoro.

La sezione dedicata all’ambiente

Il comune di Castel Gandolfo sta trovando molte difficoltà a garantire la riapertura del sentiero che circonda il lago anche se il ministero dell’ambiente ha stanziato 4 milioni di euro per la programmazione dei lavori di riparazione che dovevano terminare nel 2013. Mantenuto la promessa dell’assegnazione degli spazi dell’ex mattatoio oggi occupati dalla Protezione Civile come anche la creazione di una seconda casetta dell’acqua (ACEA).

I cittadini possono, poi, beneficiare di un servizio bus-navetta che collega il centro storico alla stazione ferroviaria e le coste del lago. Per le fermate autobus in via Appia sono state installate, come prospettato nelle linee programmatiche, le pensiline.

Ma restando nella zona dell’Appia c’è da segnalare come l’amministrazione si era impegnata nel bandire una gara per l’assegnazione di chioschi (nel Parco Archeologico Ibernesi e non solo) ma sembrerebbe che nessuno vi aveva partecipato: l’assegnatario avrebbe dovuto provvedere agli allacci elettrici, idrici e fognari e, allo scadere della concessione, avrebbe dovuto ristabilire la condizione preesistente.

Spostandoci verso il lago troviamo ancora le vecchie tribune olimpiche (Olimpiadi del ’60) abbandonate dagli anni ‘80 che, complice anche la presenza dell’eternit, rimangono ben ancorate al suolo.

Se invece si fa riferimento alla tutela dei siti archeologici: il villaggio delle Macine, compreso nel Parco dei Castelli Romani, da quando l’abbassamento delle acque lo ha portato alla luce del sole, è esposto al rischio degrado mentre l’Emissario è inaccessibile a seguito di una frana verificatasi lo scorso anno.

Per quanto riguarda l’urbanistica, il sindaco Monachesi ha provveduto alla pianificazione esecutiva delle aree PRG della zona R ossia alla costruzione di complessi abitativi alle Mole ma anche alla manutenzione del “Cilindro Pertini”. Nelle stesse modalità è stata prevista la riapertura della palestra Terzo Millennio mentre i 5 stelle avevano presentato una mozione per il caso dell’ampliamento e della manutenzione del cimitero. Un provvedimento, che invece gioverebbe alle tasche dei cittadini di Castel Gandolfo, è la tariffa puntuale della gestione dei rifiuti: attraverso un codice a barre si utilizza come metro di misura per l’ammontare della bolletta il volume effettivo dell’immondizia prodotta.

Gianpaolo Plini

Print Friendly, PDF & Email

Continua a leggere

Editoriali

Referendum Atac. Mussolini e Catalano a Officina Stampa. Nicodemi: “Ecco cosa avrei voluto dire a riguardo”

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo

Di David Nicodemi (*)

Problemi di natura logistica mi hanno impedito di partecipare alla puntata de «Officina Stampa» di giovedì 8 novembre, incentrata, nella seconda parte, sul Referendum consuntivo di domenica prossima (11 novembre) sulla liberalizzazione del servizio di trasporto pubblico di Roma Capitale, promosso dai Radicali, in testa l’ex-consigliere Riccardo Magi, e caldeggiato da buona parte del PD – mah! – e da Forza Italia. Per questa mia débâcle chiedo principalmente scusa alla conduttrice e giornalista Chiara Rai, che ha avuto la sensibilità di invitarmi, alla redazione e ai agli altri ospiti, la consigliera comunale Rachele Mussolini e all’esponente della direzione romana dei Radicali Claudio Catalano. Al quale avrei voluto spiegare come stanno realmente le cose, dato che, a mio avviso, la campagna referendaria portata avanti dai promotori si basa quasi esclusivamente sull’emotività dell’utenza. Ma andiamo per ordine.

PUNTATA OFFICINA STAMPA 8/11/2018 RACHELE MUSSOLINI E CLAUDIO CATALANO SU REFERENDUM ATAC

 Un Referendum demagogico

Occorre subito chiarire che il 95% degli italiani si sono espressi contro la liberalizzazione della gestione dei servizi pubblici essenziali (acqua, trasporti etc.), abrogando, con il Referendum dell’11 giugno 2011, l’articolo 23bis del Decreto Legge 112/2008 convertito con la Legge 113 del 6 agosto 2008. Ma di cosa parliamo allora? A fronte di questa pragmatica analisi e considerata la gestione partitocratica di Atac – che vedremo a breve -, chiedere la liberalizzazione dei trasporto romano, enfatizzando il malfunzionamento aziendale, oltre ad apparire come un puro e semplice attacco all’attuale amministrazione, con la quale spesso sono entrato in conflitto, sia chiaro, «sembra», riprendendo le dichiarazioni del vicesegretario nazionale del SLM-Fast Confsal Antonio Prontestì, «possa nascondere qualche interesse diverso da quello che è contenuto nei dettami costituzionali». Pertanto, chiedo agli elettori di votare secondo coscienza, lasciando a casa l’ideologia e le simpatie partitiche: c’è in ballo il futuro di Atac, patrimonio dei romani.

Ce lo chiede l’Europa 

È Una delle tante favole raccontate dai promotori del referendum, e sostenitori del SI. Sfatiamo il mito, nessuna grande città europea ha messo a gara il trasporto pubblico, ci ha provato soltanto Londra, sulla scia delle esternalizzazioni/privatizzazioni delle ferrovie di thatcheriana memoria, ma entrambi i casi sono risultati un fallimento, al punto da costringere le istituzioni inglesi a tornare sui propri passi. Questo perché il complesso reticolato normativo attualmente in vigore, che disciplinano il settore, consente alle autorità competenti l’affidamento – senza alcun limite – dei servizi di TPL in house alle società a rilevanza pubblica, aggiudicando tramite contestuale procedura ad evidenza pubblica almeno il 10% del servizio a soggetti diversi da quelli che operano, come si evince dall’articolo 5 paragrafo 2 del Regolamento (CE) 1370/2007. Nel DL 50/2017, che recepisce la menzionata direttiva europea, stabilisce una decurtazione fino al 15% dei corrispettivi del Fondo Nazionale dei Trasporti ai «contratti di servizio non affidati con procedure ad evidenza pubblica (in house).

Roma liberalizzata

Nel corso della trasmissione il signor Catalano afferma, correggendo la Mussolini dicendo, che RomaTpl scarl opera dal 2010. Niente di più inesatto e forviante: amnesia o mera dimenticanza? In realtà, la normativa di riforma del TPL, avviata nel 1997 con il Decreto Legislativo 422 e la Legge Regionale 30/98 di attuazione imponeva, tra le altre cose, la fine del monopolio con l’introduzione di regole di concorrenzialità, utile ad ottenere servizi qualitativamente migliori a costi più bassi per i cittadini. In quest’ambito, sul finire del 1999, in occasione del grande Giubileo del 2000, il Comune di Roma decise di affidare le “linee J” a una società temporanea d’imprese di Sita, Cipar, APM, Transdev, denominata inizialmente Tevere TPL, antesignana di RomaTPL Scarl. Che successivamente si aggiudica il 20% delle linee di superficie, messo a gara dal Campidoglio, nel rispetto del citato Regolamento europeo 1370/2007. Con la gara del 2010 e ulteriori estensioni del contratto di servizio, prorogato sino al 2020, al consorzio RomaTPL Scarl sono stati affidati attualmente 30milioni di chilometri l’anno, pari al 30% delle linee. Percentuale superiore a quanto indicato dalla Direttiva europea.

Le liberalizzazioni funzionano?

È il quesito cardine che avrei voluto sottoporre all’esponente radicale, che, quasi certamente, avrebbe tirato fuori varie scartoffie con l’intento di rispondermi. Lavoro inutile, credetemi. All’estero si stanno affrettando a rinazionalizzare il servizio pubblico dei trasporti e in Italia le cose non sono andate meglio. Eclatante l’esempio della città di Genova, dove il TPL era stato affidato, con gara a doppio oggetto, a una società privata. Che nell’arco di poco tempo, non avendo ricevuto le necessarie copertura dal Comune, ha mollato la presa e lasciato tutti a piedi. E vogliamo parlare della stessa RomaTPL, la quale pur gestendo linee periferiche, con una velocità commerciale superiore a quelle in mano all’Atac, offre all’utenza un servizio qualitativamente e quantitativamente insoddisfacente. Poco edificante è, inoltre, il trattamento che il consorzio riserva al personale, e qui servirebbero altri due o tre capitoli aggiuntivi: mi limito soltanto a dire che quelle madri e quei padri di famiglia aspettano giorni, mesi prima di vedere lo stipendio, una condizione disumana.

PD bipolare

A eccezione della “cordata” legata al consigliere regionale Eugenio Patanè, comunque ragguardevole, l’intero Partito Democratico è salito sul carro del SI, facendo da spalla ai Radicali. O viceversa. Una contraddizione nella contraddizione: da un lato disconosce il Referendum del 2011 che aveva ampiamente sostenuto, dall’altra ammette, implicitamente, il proprio fallimento nell’Amministrazione di Roma Capitale. Il centrosinistra ha governato la città per circa 18 anni, al netto della parentesi di Alemanno, non ce lo dimentichiamo: un periodo lunghissimo, nel quale il trasporto pubblico ha subito cambiamenti sostanziali in meglio e in peggio. E che qualcosa sia andato storto, soprattutto dopo la creazione della nuova Atac, nata nel 2010 dalle ceneri di Trambus e MetRo, lo dice il buco di 1miliardo e 300 milioni di euro, che di certo non può essere ascrivibile all’attuale compagine amministrativa. Ma da qui a rinnegare il proprio passato, ce ne vuole. La schizofrenia aumenta se si pensa che alla Regione Lazio il PD, azionista di maggioranza del Presidente Zingaretti, è stato uno degli autori del risanamento della Cotral, ovvero dell’azienda di trasporto interamente pubblica – Operazione che ha fatto già risparmiare 35milioni di euro alla Regione sui costi di gestione della Compagnia -. Certo, piccolo inciso, occorre ammettere che il risanamento è stato un bagno di sangue, data la gestione privatistica, binomio inquietante, sono, infatti, numerosi i contenziosi aperti a tal proposito dai lavoratori. Fermo restando tale aspetto, estremamente delicato, insieme all’ATM di Milano, Cotral è un altro esempio fulgido di azienda pubblica applicata ai trasporti. E allora, sulla base di queste considerazione, perché dopo aver votato contro il Referendum sulle liberalizzazioni del 2011, gestito i trasporti pubblici di Roma e risanato Cotral, ora il PD è schierato in favore delle esternalizzazioni/demolizione della stessa Atac? Per opportunismo politico? Perché Cotral sarà ceduta soggetti privati? Cosa nasconde questa viscerale voglia di esternalizzare?

Caos Atac

Lo spezzatino promosso dai Radicali ci riporta indietro di oltre cento anni, al caos tariffario e gestionale antecedente alla riforma del sindaco Nathan, dove le imprese private, che gestivano i servizi tramviari, avevano assunto una posizione monopolistica, date risorse in loro possesso, riuscendo a dettare legge sulle politiche del trasporto e piegando, altresì, ai propri voleri il Comune. A parte questo c’è da dire che il debito di Atac, come detto, è figlio di una politica di gestione e pianificazione distorta, deriva da un uso scriteriato della politica e di quei dirigenti cooptati dalla politica che hanno trasformato l’azienda in un bancomat, in una sorta di machettificio, fatta salva l’esperienza di Rettighieri. Lo dicono le carte giudiziarie. E ora, quella stessa politica, che ha gravi responsabilità, chiede lo smembramento di Atac e, di conseguenza, la precarizzazione degli autoferrotranvieri romani – che sono gli unici a guidare oltre sei ore di fila -, facendo leva sull’emotività degli utenti. Ma più di tutte pesa l’inadeguatezza dei finanziamenti: il fatto che, ancora oggi, la Regione Lazio percepisce, in seguito alla Conferenza Stato/Regione del 1996, solo 176 milioni di euro, pari a circa 11% dal Fondo Nazionale TPL, a fronte del 17% concesso alla Lombardia. Una cifra nettamente insufficiente per garantire il trasporto ai cittadini del Lazio e di Roma che con Atac, l’azienda più grande d’Italia, serve un territorio vastissimo rispetto alle altre società pubbliche italiane ed ha un costo gestionale che supera abbondantemente i 300 milioni di euro; pesa la tariffazione clandestina, nessuno ne parla, che si è mangiata, lo dicono le carte in Procura, circa 700milioni di euro; pesa la destituzione del fiorente polo turistico di Atac, rappresentato da Trambus Open, un’eccellenza nel settore e, pesa, infine, l’esternalizzazione dei chilometri con maggiore velocità commerciale, mantenendo a sé le linee più lente. Al riguardo, dagli studi scientifici ed economici, emerge che con una velocità commerciale media sotto i 17 Km/h la società di trasporto, di qualunque natura sia, non riesce a coprire i costi di gestione. Questi sono soltanto alcuni esempi che hanno contribuito al dissesto finanziario di Atac che, messa alla strette, è stata costretta a economizzare sulle manutenzioni. È importante che il governo faccia la sua parte nel piano di risanamento messo in cantiere dall’Amministrazione Comunale con il concordato preventivo, e configgere, all’occorrenza, la sacca di potere che da anni tira le fila da via Prenestina.

(*) blogger, cronista e
responsabile Ufficio Stampa Fast-Confsal

Print Friendly, PDF & Email

Continua a leggere

Castelli Romani

Amministrazioni Comunali sotto la lente: Rocca di Papa

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo

Come verificare se un sindaco e la sua amministrazione rispettano le promesse fatte in campagna elettorale? Un buon metodo può essere quello di consultare il DUP (Documento Unico di Programmazione) che i Comuni devono rendere pubblico anche sul proprio sito istituzionale. Abbiamo quindi deciso di passare in rassegna questo documento per alcuni Comuni e dopo aver dato un’occhiata ad Albano Laziale, a Genzano di Roma e a Marino Laziale ci occupiamo di quello di Rocca di Papa guidato dal sindaco Emanuele Crestini, eletto a giugno del 2016 con l’appoggio di varie liste civiche.

Il DUP in questione occupa il triennio 2017-2019 ed è suddiviso in diverse missioni

La prima riguarda gli Organi Istituzionali; l’amministrazione pretende di allargare la base di fruizione garantendo delle dirette video dei Consigli Comunali che i cittadini possono trovare sulla pagina Facebook del comune e rendendo più facile l’accesso ai settori di interesse nel sito internet ufficiale.

Se riguardo il livello di sicurezza relazionato al presidio ed al controllo delle forze dell’ordine il Comune di Rocca di Papa sembra tenere il passo, è da sottolineare la mancata attuazione della “Giornata della Trasparenza” ma ancor di più della mappa delle opere di interesse pubblico. Di fatti anche se alla voce degli obiettivi operativi si recita “terminare i cantieri aperti, molte sono ancora le zone transennate tra cui il cantiere della vecchia stazione vicino a Piazza della Funicolare ed il muro in via Frascati crollato nel dicembre 2017.

Tra le altre missioni, Crestini vuole l’istaurarsi di un assiduo dialogo con i cittadini che, a causa anche della difficoltà stessa dell’obiettivo, trova scarsa attuazione come dimostrano le critiche riportate da alcuni abitanti che parlano di orari degli uffici troppo stringenti e perenni mancate risposte al telefono o alle e-mail. Ma comunque l’amministrazione ha rispettato la promessa di realizzare l’Ufficio per le Relazioni con il Pubblico (Urp) e cercherà di migliorare la situazione.

Se al settore culturale, che comprende l’apertura di un asilo comunale, la consulta della cultura e addirittura la prima sede europea di un’Università Olistica ed una scuola di formazione per badanti come anche la costruzione di un Osservatorio per il turismo, risulta dedicato poco impegno, l’amministrazione comunale si concentra a sanare gli abusi edilizi (secondo una sentenza passata in giudicato erano 189 gli edifici da demolire che invece sono stati prelevati dal Comune) e a sconfiggere la distorta presenza delle microdiscariche. I cittadini quest’estate si sono riuniti per pulire la zona della via Sacra.

Alle raggianti proposte relative gli sviluppi sostenibili che si rifacevano all’implemento del fotovoltaico e di piccole strutture eoliche, si avvicenda la real politik che costringe Rocca di Papa a controllare con cadenza assidua la presenza del gas nocivo Radon, anche se non si è creato il paventato sportello comunale. Sulle colonne de L’Osservatore d’Italia abbiamo già raccontato poi il certame del sindaco Crestini contro le antenne abusive: “Lo scorso 28 settembre, l’Amministrazione Comunale ha firmato la Delibera di Giunta n. 119, nella quale è stato conferito chiaro mandato agli organi comunali di procedere all’esecuzione delle sentenze riguardanti l’abbattimento delle antenne abusive presenti sul territorio di Rocca di Papa. Un atto teso a rafforzare l’indirizzo già espresso nelle comunicazioni ufficiali del Sindaco nei mesi precedenti e nella programmazione operativa dell’Ente”.

Gianpaolo Plini

Print Friendly, PDF & Email

Continua a leggere

Traduci/Translate/Traducir

Il calendario delle notizie

novembre: 2018
L M M G V S D
« Ott    
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
2627282930  

L’Osservatore su Facebook

I tweet de L’Osservatore

L’Osservatore su Google+

Le più lette

Copyright © 2017 L'Osservatore d'Italia Aut. Tribunale di Velletri (RM) 2/2012 del 16/01/2012 / Iscrizione Registro ROC 24189 DEL 07/02/2014 Editore: L'osservatore d'Italia Srls - Tel. 345-7934445 oppure 340-6878120 - PEC osservatoreitalia@pec.it Direttore responsabile: Chiara Rai - Cell. 345-7934445 (email: direzione@osservatoreitalia.it