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Editoriali

Armi in casa e strage nel Maryland, noi non siamo gli Usa

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In Maryland, USA, l’ennesima strage compiuta con armi da fuoco, nella redazione di un giornale da parte di uno squilibrato che ne odiava i membri. E subito in Italia si sfrutta l’occasione per dimostrare, o cercare di farlo, che più armi sono in possesso dei privati, e peggio è; che più armi sono in giro e più morti ci sono; che chi vuole il famigerato ‘porto d’armi’, è praticamente già un assassino in erba. Questo cozza, in questo momento, contro la ‘deprecabile richiesta’ degli anziani – o non anziani – di avere un’arma in casa. State tranquilli, si dice da tutte le parti, i numeri della criminalità sono diminuiti, e le statistiche ne fanno fede. Ma questa notizia non può consolare chi è stato di recente rapinato, scippato, aggredito, e la sua storia non è arrivata neanche sulle pagine dei quotidiani, chissà perché. Se mi entra in casa qualcuno, posso forse convincerlo ad andarsene mostrandogli le statistiche, e dicendogli che lui non può essere in casa mia in quel momento perché non è contemplato nella media? Pare quasi che ci sia una regia occulta che impedisce a certe notizie di essere messe a conoscenza del grande pubblico. Per non creare ‘paura’. Paura sulla quale la sinistra dichiara che la destra, o il centrodestra, ha creato la propria vittoria schiacciante alle ultime elezioni.

Bisogna fare il punto su alcuni elementi

Non è vero che Salvini, come stupidamente hanno interpretato alcuni, voglia dare una pistola a tutti. Sicchè alla fine tutti – ma proprio tutti – scenderemmo in strada per affrontarci a suon di 45, o di calibro 9. L’Italia non è l’America, dove vige una legge che dice che se qualcuno entra nella tua proprietà senza autorizzazione – leggi in casa, di giorno o di notte – è legittimo sparargli addosso, nella presunzione del fatto che ivi si sia introdotto non per farti gli auguri di buon compleanno, ma per portarti via qualcosa, e se tu ti ribelli, lo fai a tuo rischio e pericolo. Chi scrive ha degli amici nella Grande Mela, e poco tempo fa, uno di essi riferiva che dopo il sindaco Rudolph Giuliani, a New York si può girare tranquillamente di giorno e di notte, senza pericolo. Ciò che prima del sindaco della ‘tolleranza zero’ era impensabile. Questo ci induce ad una riflessione: non è che da noi il controllo del territorio è insuffici9ente? Non è che da noi la tolleranza è oltre la decenza, per cui agenti di PS o carabinieri vengono sanzionati per ‘arresto violento’ e portati in tribunale per una condanna o un risarcimento a favore del delinquente? E non è che questo accade un po’ troppo spesso? Di recente un rom – ma non ha importanza l’etnia – è stato risarcito dal Ministero dell’Interno di 60.000 euro – provvisionale stabilita dal giudice, secondo noi in eccesso di garantismo – perché, avendo forzato un posto di blocco a forte velocità su di un’auto rubata, è stato colpito alla schiena dal proiettile sparato da un poliziotto che era li per fare il proprio dovere, cioè controllare le auto che fossero passate e i loro autisti. Ed è chiaro, e secondo chi scrive costituirebbe omissione d’atti d’ufficio, che se qualcuno non si ferma all’alt della polizia, va fermato, magari sparando non a lui ma alle gomme. Cosa che è regolarmente avvenuta. Di diverso parere il magistrato, che ha condannato ad otto mesi per lesioni l’agente, e a nove mesi il bandito- oltre ad averlo premiato per la sua fuga, con 60.000 euro che appartengono al popolo italiano. Fatto sta che di questi episodi se ne sono verificati tanti, e nessuno ha mai pensato di indagare i magistrati troppo … ‘generosi’. Questo modo di fare costituisce un deterrente nei confronti proprio di chi l’ordine è preposto a mantenerlo, e chi ne subisce le conseguenze è proprio il cittadino comune, il ‘sig. Rossi’, o la ‘signora Maria’, che sono a rischio quando vanno al mercato, o quando sono all’ufficio postale in attesa della pensione. Oppure al bancomat. Oppure quando aprono il portone di casa, con le mani ingombre dei sacchetti della spesa; o vanno in ascensore, e via così. Diciamo anche che la ‘tolleranza zero’ di Giuliani, anche in Italia, da parte di alcuni quotidiani appartenenti alla corrente di sinistra, è stata criticata, e diversamente non poteva accadere. Figuriamo ci se i nostri politici buonisti ed ipergarantisti – a vantaggio della parte sbagliata – si facevano sfuggire l’occasione di denigrare chi, con metodi che non sono certo i loro, era riuscito a migliorare una situazione di ordine pubblico, in una città complessa e pericolosa come New York. Sicchè hanno incominciato a fiorire su alcuni giornali – sempre gli stessi – le critiche al sistema di Giuliani. Il quale, se non altro, ha voluto mettere un freno ad una situazione che non aveva confronti con quella italiana. I fatti parlano da soli. Bisogna anche dire che la polizia di NY non ha difetti di organico, come succede invece in Italia, dove la polizia è sottorganico di circa 22.000 elementi, e quelli che sono in servizio, stante il blocco del turnover, sono anziani, e più adatti al lavoro d’ufficio. A New York la polizia è dovunque, per esperienza personale. Stessa condizione di mancanza d’organico lamentano i carabinieri della territoriale, nel numero di circa 18.000. Purtroppo molti poliziotti e carabinieri sono impegnati nelle inutili scorte a personaggi, politici e non, che della scorta non avrebbero proprio bisogno.

Tiriamo le somme

Siamo partiti dalla strage del Maryland, con cinque morti e un numero imprecisato di feriti, operata da un pazzo che aveva molti motivi d’odio nei confronti di quella redazione di giornale, una strage annunciata che avrebbe potuto essere sventata se solo qualcuno fosse andato a verificare il profilo facebook dell’assassino. Dedichiamo un pensiero ai colleghi che hanno perso la vita – come a Parigi, nella redazione di Charlie Hebdo – solo per aver fatto ciò che era il loro dovere – parola abusata – insomma, ciò per cui erano assunti al giornale e scrivevano su quelle pagine. I giornalisti morti nell’esercizio della professione ammontano a 65 nel 2017, e 29 dall’inizio del 2018, secondo le notizie del media. Il che fa ritenere che la professione di giornalista – specialmente inviato di guerra – sia una delle più pericolose. Moltissimi quelli minacciati e ancora sotto scorta. A parte questo, diciamo che l’Italia non è l’America, una nazione che è nata e cresciuta e creata con le armi. La cultura delle armi è radicata in buona parte della popolazione, come i fatti e la NRA dimostrano. La NRA, National Rifle Association, la potente lobby che non riunisce le fabbriche di carri armati o aerei F35, ma più semplicemente armi portatili. Oggetti che sono per alcuni appassionati ‘da collezione’, destinati per la maggior parte e rimanere in una bacheca con cristallo antiproiettile e antiscasso per la gioia degli occhi del loro proprietario. Esattamente come un album di francobolli, un quadro di Van Gogh, o una raccolta di monete, o di vetture d’epoca. Le armi non sono buone, ma non sono neanche cattive. Sono semplicemente degli oggetti. Quello che ne fa cattivo uso è l’uomo, che può essere buono o cattivo. Come nel caso del Maryland. Altrimenti, dovremmo sanzionare anche il possesso di coltelli da cucina, da macellaio, bisturi chirurgici, pezzi di corda o cinture di cuoio, mazze da baseball, o da golf, o da polo, o da cricket, tronchetti di legna da ardere, punteruoli, martelli, cacciavite, chiavi inglesi, tondini di ferro per edilizia, sacchetti di plastica, eccetera, tutti oggetti atti ad offendere. La strage è stata compiuta con un’arma definita ‘ da caccia’, il che fa supporre che l’assassino abbia usato uno ‘shotgun’, un fucile cal. 12. Un’arma destinata ad una attività venatoria, per chi ci si diverte. Chi scrive ha smesso più di trent’anni fa, e oggi gli uccelletti preferisce sentirli cantare. In Italia la situazione è molto diversa. Intanto incominciamo con il mettere in chiaro che quando si parla di ‘porto d’armi’ bisogna fare un distinguo. Esiste in Italia un ‘porto di pistola per difesa personale’ che, a parte il costo enorme per la concessione e per il rinnovo annuale, presuppone, oltre ad una prova d’armi, una serie di visite mediche e psichiatriche cha attestino l’idoneità – almeno in teoria – del soggetto, alla concessione della licenza. Questo tipo di licenza si rilascia con il contagocce, perché la richiesta dev’essere motivata e giustificata dall’attività della persona. C’è poi il ‘permesso di trasporto’ per uso sportivo, che non è un porto d’armi, e che dà licenza di portare con sé l’arma sportiva nel tragitto da casa al poligono di tiro, nei giorni e negli orari previsti per l’attività di tiro. In questo caso l’arma va ‘trasportata’ scarica e in custodia – leggi valigetta,- in giorni e orari ben precisi. Del porto di fucile per uso caccia non mette conto di parlare, – anch’esso oneroso economicamente – riguardando esso solo ed esclusivamente l’esercizio venatorio, mentre pare che l’oggetto del desiderio degli anziani – ma non solo loro – sia proprio la pistola. Anch’esso comporta pratiche per la concessione, esami medici e tasse per il rinnovo. Esiste poi, come ribadiva l’altro giorno in TV il prefetto Francesco Tagliente, la possibilità di ‘detenzione’ di un’arma, lunga o corta, presso la propria abitazione, cioè la possibilità di avere un’arma nel cassetto del comodino, subordinata ad un nulla osta per l’acquisto da parte della Questura, senza la possibilità di portarla in giro. Questo pare che sia l’ultimo desiderio degli italiani. I quali, nonostante le statistiche dichiarino una diminuzione dei reati, hanno una percezione insufficiente di sicurezza, sia in casa che fuori. Qui un maligno potrebbe pensare ad un tarocco dei dati dell’Istat,e, diceva qualcuno, ci azzeccherebbe con grande probabilità. Ma da cosa deriverebbe questa mancata percezione di sicurezza? Certamente da quello che è sotto i nostri occhi, cioè il mancato o insufficiente controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine. Il vedere che esistono nelle città sacche di criminalità impunita che fa il bello e il cattivo tempo, senza remore e ostacoli. Il constatare che ogni giorno si verificano truffe e furti a carico soprattutto dei più deboli, e che gli autori, quando fossero per avventura individuati ed arrestati, non subiscono alcuna conseguenza, trattandosi di reati definiti ‘minori’ – facenti parte dell’elenco di 270 reati depenalizzati dal governo Renzi – e che quindi ognuno di noi cittadini è succube di questa gente senza potersi difendere. Difendere sé stessi e la propria famiglia, oltre che la proprietà, è un diritto civile, umano e sacrosanto, non negato dalla nostra Costituzione repubblicana. Bisogna perciò fare alcune cose. Prima di tutto reintegrare il difetto d’organico nelle Forze dell’Ordine, polizia e carabinieri. I soldati per la strada sono una presa in giro per i cittadini. Dovessero trovarsi in situazioni d’emergenza, non avrebbero alcun titolo giuridico per intervenire. In pratica, non sono ufficiali di Polizia Giudiziaria, e le armi che hanno in dotazione non sono adatte ad un teatro d’operazioni cittadino. Se poi dovessero uccidere un delinquente in fuga, quale sarebbe la loro sorte? Riteniamo che ci penserebbero più di due volte prima di sparare, e poi non ne farebbero nulla. Sentivamo una di queste mattine una esponente del PD dichiarare in TV che il suo governo avrebbe aumentato lo stipendio dei poliziotti: forse la tapina non è al corrente del fatto che, al netto, la cifra è di 9 euro lordi al mese, a cui vanno applicate le trattenute. Quindi, un controllo del territorio più capillare, che eliminasse dalle strade la piccola criminalità, quella che fa più male ai cittadini comuni. Certezza della pena, ed inasprimento delle pene, senza permessi premio – di che? – o libere uscite. Se necessario, costruire nuovi edifici carcerari. Come in USA, creare un tribunale che giudichi per direttissima i reati di strada, e che assicuri che questa gente, almeno per un buon periodo di tempo, non possa più delinquere. Pene pesantissime per i recidivi nello stesso reato, così da rendere non redditizio il ricominciare. Possibilità per il privato di detenere un’arma in casa, dopo un adeguato periodo di istruzione al maneggio: per chi la voglia ottenere, il che non è la totalità ci sono alcuni che dichiarano che le armi ‘fanno schifo’, e sotto un certo punto di vista – il loro – possiamo anche essere d’accordo. Ma costoro non possono e non devono prevaricare la libera volontà di alcuni che preferiscono armarsi. Fermo restando che le difese passive – cancelli, grate, allarmi, cani da guardia, telecamere, eccetera – vengono prima di quelle attive. Il deterrente più efficace contro un delinquente malintenzionato – ne esistono di genere diverso? – è senz’altro il sapere che se entra in una certa casa, specialmente di notte, può lasciarci la pelle, e senza lasciare eredità ai suoi parenti. Dichiarava Rita Dalla Chiesa, sempre in TV con il prefetto Tagliente, che a Palermo non ci sono scippatori, ladruncoli e piccola criminalità. Dobbiamo dire il perché? Lasciamo al lettore la conclusione. Quindi è possibile un controllo a tolleranza zero, anche nelle nostre città, se veramente questo si vuol fare, a difesa del cittadino, che non vorrebbe neanche più avere un’arma in casa. E poi, di grazia, perché ad un ladro non si dovrebbe sparare?

Roberto Ragone

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Castelli Romani

Asl Rm6, i dati non sono allineati: l’editoriale del direttore

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A volte è importante riflettere ad alta voce. Per alcuni versi sono profondamente toccata dall’umanità e dalla competenza di molti colleghi che ai tempi del Coronavirus preferiscono tacere e contare fino a dieci anziché correre dietro una conta spasmodica dei positivi, anche ufficiosi, svilendo e demolendo tutto il lavoro buono che la categoria porta avanti.

Non è semplice per nessuno. E mi si permetta uno sfogo, non sono affatto soddisfatta di come certe Asl, come la Rm6, gestiscano la comunicazione con i giornalisti, le amministrazioni locali che diventa poi la comunicazione con la cittadinanza.

Mi spiego meglio, spesso la realtà non coincide con la conta. Si vedono camper che circolano e fanno i tamponi, cittadini chiusi in casa perché hanno ricevuto i risultati, altri con parenti stretti positivi ma che non riescono a ottenere la possibilità di fare un tampone per escludere un possibile contagio.

Mi arrivano telefonate di persone in lacrime che non possono dire addio ai loro cari entrati per una patologia e diventati positivi nelle strutture.

Ci sono altri residenti del territorio Asl Rm6 che comunicano la loro positività al loro sindaco, tanto per essere trasparenti e per ricevere una parola di solidarietà ma che non risultano nel conteggio del giorno che fa la Asl.

I dati che arrivano dalla Asl Rm6 ai sindaci non appaiono allineati con la realtà. Le dimostrazioni sono innumerevoli basta citare i casi di Albano, è stata data notizia sia dei primi casi positivi che non erano stati comunicati, sia dell’età delle persone e delle circostanze del contagio vedi la gita religiosa ad Assisi che poi ha causato almeno cinque ricoveri e una persona deceduta ieri.

Tutta questa cronaca chi ce l’ha fornita? Nessuna delle istituzioni, proiettandoci come cronisti allo sbaraglio a caccia dei contagiati omessi. Poi con il contagocce sono arrivate le informazioni e questo grande gap ha fatto sì che si creasse un grande spartiacque tra i quotidiani che come il nostro preferiscono non fare falsi allarmismi e si attengono a una conta ufficiale che ci arriva con enorme approssimazione e i quotidiani che comunque vogliono contare anche i positivi sommersi.

In pratica la carenza d’informazione ha messo tutti contro tutti. Invece, questo non dovrebbe accadere. Qui non si pretende di sapere nome e cognome ma soltanto il numero di positivi esatto di ogni giorno con specifica dei Comuni di appartenenza e di informazioni che si ritengono importanti per la collettività come ad esempio se il contagiato sia entrato a contatto con qualcuno con particolare attenzione ai focolai (case di riposo, posti di lavoro come addetti ai supermercati ecc)…

Lavoro encomiabile stanno facendo quasi tutti i sindaci che cercano il più possibile di aggiornare i cittadini sullo stato dei fatti, sui contagi sebbene leggo in alcune situazioni la volontà di mettere la polvere sotto il tappeto. Di dire che i contagi sono pochi, di sminuire una situazione pandemica unica e devastante.

La mia impressione, confortata anche da lunghe chiacchierate con chi naturalmente e per ovvi motivi non può palesarsi e metterci la faccia è che le conte giornaliere siano poco attendibili e che se un giorno ci sono 3 contagiati e il giorno dopo 20 dipende soltanto dal numero di tamponi che si effettuano. Ci sono giorni dove in alcuni Comuni non si effettuano tamponi e quindi i contagiati risultano stabili, non aumentano. E noi pensiamo che sia un bene ma in realtà non è un dato attendibile. Si muore per delle patologie pregresse o soltanto per coronavirus? In entrambi i casi penso ma sarebbe bene scindere meglio questo dato perché se ogni giorno contiamo i decessi di anziani già malati rischiamo di non avere i dati puliti.

Bisognerebbe fermarsi. Oggi abbiamo perso molto tempo intorno alla comunicazione di un sito online fatta ieri nel tardo pomeriggio (3 aprile) su un contagiato a Nemi.

Si è aperta una vera e propria caccia al positivo cercando di circoscrivere il campo. In tanti ci hanno telefonato e tanti abbiamo contattato noi: “Come stai cara vicina di casa? Quanto tempo che non ci sentiamo…”. I sospetti hanno cavalcato e predominato sulla nostra capacità di essere razionali. Chi non ha una stabilità psicofisica ben salda con una notizia del genere può essere colto da attacco di panico, da crisi e non a caso i distretti sanitari hanno attivato i consulti psicologici per telefono.

Ma torniamo ai fatti. Come è possibile che abbiano scritto di un contagiato senza che sia stata diffusa alcuna comunicazione ufficiale? Evidentemente avranno avuto i loro motivi e le loro fonti. Ma perché nel 2020 queste fonti rimangono carbonare? Ebbene su Nemi, la Asl non comunica nulla al Comune (quindi si deduce che ad oggi non ci siano contagi) ma il sito locale è ancora lì con la notizia di un positivo e il link rimbalza sui social, viene condiviso e crea agitazione, preoccupazione e anche tanti sospetti: cosa ci nascondono? Di chi è la mancanza? Perché?

Non ho scritto per dare delle risposte a tutte queste domande ma per denunciare una gestione della comunicazione da parte della Asl Rm6 che non funziona. Ripeto, i decessi, i dati, i fatti spesso non sono confortati dai numeri che vengono dati con ritardo o messi in un calderone approssimativo e dunque poco attendibile. sicuramente sono dati non allineati con la realtà. Domani è domenica e chissà quanti tamponi fatti avranno un esito, chissà se la situazione sarà stabile per poi tornare a impennarsi lunedì e soprattutto chissà se veramente c’è questo positivo a Nemi a cui a questo punto facciamo i nostri migliori auguri ovunque egli sia e se realmente esista.

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Editoriali

Ciak si gira. Silenzio e buio in paese: Conte decreta

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Il silenzio regna ovunque e per le strade non c’è più nessuno. E’ ritornato il coprifuoco. Aleggia il fantasma del medioevo. Le caratteristiche ci sono tutte ed il banditore che diffonde le notizie non manca.


Udite, udite, Conte annuncia un altro decreto e poi un altro e poi un altro ancora. Il Viminale raccoglie la sfida e si cimenta nell’emissioni di autocertificazioni, una dopo l’altra, mettendo a dura prova la pazienza e la sopportazione del cittadino. Udite, udite, i bambini possono uscire con un genitore, forse si, forse no, magari dopo, chissà!

Il coprifuoco è fra di noi

Un anziano signore, ultraottantenne, raccontava a suo nipote: “Il mio bisnonno, ai suoi tempi, svolgeva un strano compito comunale. Dopo il passaggio del banditore che girava per le strade del paese, al calar del sole, urlando “sono le sette e tutto va bene”, passava il mio bisnonno, accendendo i fanali stradali, che allora erano alimentati a gas. A quell’ora il paese si svuotava e tutti si ritiravano. Le porte si chiudevano e le finestre pure. Fuori rimaneva qualche cane randagio ed i soliti gatti con il loro miagolare pietoso”. Gli anziani di una certa età ricordano l’ultima guerra mondiale e anche allora, in certi momenti, era vietato lasciare penetrare la luce da fuori le abitazioni. Dopo il tramonto era d’obbligo il coprifuoco. Nascondiamoci che il nemico ci osserva, si diceva allora.
Oggi non c’è il coprifuoco dei tempi del bisnonno, non c’è il coprifuoco dell’ultima guerra mondiale. Oggi c’è il coprifuoco del presidente Conte con l’arma del decreto contro il coronavirus.

La fila indiana, di passata memoria

Il presidente Conte decreta e dei fantasmi del passato riemergono in ogni luogo. Qualcuno ancora ricorda la fila indiana che si faceva alle fermate dell’autobus. Nessuno osava oltrepassare e fare il furbo. Tutti rispettosi seguivano la fila per salire sul bus. Oggi la scena si ripete davanti alla filiale della banca, davanti al bar-tabacchi, davanti all’ufficio postale e davanti ai supermercati. Conte decreta ed il cittadino si mette in fila. Al fedele è stato risparmiato il sacrificio di fare la fila davanti alla chiesa, sbarrando le porte con tanto di avviso: “Inutile bussare, qui non vi aprirà nessuno”.

Il presidente Giuseppe Conte agli italiani: Sereni, sereni!

Dallo scoppio del primo caso di Covid-19 il presidente non ha mai smesso di infondere fiducia al Paese. Il 21 febbraio scorso assicurava: “La situazione è sotto controllo”. Oggi non è certo intenzione con questo articolo ribadire che l’Italia sta piangendo circa 13.955 morti per il Covid-19 e che i malati, a oggi sono 80.572 . E’ giusto, quando si chiede di non fare polemica in questo tragico momento. E per questo tralasciamo di parlare dei 69 medici morti mentre in prima linea combattevano questa battaglia. Non diciamo niente sui 10 mila sanitari contagiati. Nessuna polemica sul dramma delle mascherine. Non si deve parlare della vergogna che, in situazioni di grande difficoltà, nonostante la gravissima carenza, il materiale sanitario sta venendo bloccato alle dogane e chi di dovere non muove un dito per sbloccare la situazione. Niente polemiche, tutto rimandato a dopo crisi.

Quella brace che cova sotto la cenere coronavirus

Sempre il presidente Conte, lo scorso 26 febbraio dalla postazione della Protezione Civile ritornava a tranquillizzare il paese: ‘Niente polemiche, è l’ora dell’unità’. Ci stiamo adoperando con grande impegno, avvalendoci dei migliori esperti, per gestire questa emergenza nel modo più efficace”. Niente polemica, va bene, ma qualche domanda si può fare? Nell’era dell’avanzata tecnologia web, quando da un remoto paesino dell’Aspromonte, oggi ci si può mettere visibilmente in contatto con un congiunto risedente nella parte più remota del globo. Considerato ciò, come si poteva negare e continuare a negare ad un anziano moribondo, di salutare e vedere per l’ultima volta i suoi cari? A che serve il progresso se non risponde alle più elementari aspettative dell’uomo?

Domani, crisi alle spalle, qualcuno dovrà rispondere

Un altro quesito che lascia tanti dubbi e perplessità riguardo quelle salme sequestrate ai congiunti aventi diritto. A questi ultimi è stato negato di dare una degna sepoltura ai loro cari ed avere una lapide dove domani sarebbero potuti andare a posare un fiore e dire una preghiera. Dei loro cari non hanno lasciato che polvere. Chi li ha mai autorizzati ad incenerire quelle salme? Qualcuno ha chiesto l’autorizzazione dei parenti aventi diritto? Quanta brace cova sotto la cenere del Covid-19! Quanti atti illiberali! Quanti pubblici ministeri già affilano le pratiche per avviare indagini, denunce, avvisi di garanzia! Quanti “eroi” stanno rischiando di finire domani dietro le sbarre!

Ai posteri l’ardua sentenza

C’è troppa euforia. Ci sono troppi galli che cantano. Troppe divergenze. Mille virologi, immunologi, esperti, analisti dei dati statistici, matematici e mille proposte, mille soluzioni. Dice un vecchio saggio: quando si ha fretta è il momento di andare piano. Si sta correndo troppo e non tutto il Paese ce la fa a tenere il passo. Niente polemiche. Conte decreta, la CEI si accoda e i cittadini eseguono. Sarà un bene, sarà unmale? Ai posteri l’ardua sentenza.

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Economia e Finanza

Gli “euroburocrati” e gli accademici invocano l’Europa della solidarietà contro quella degli egoismi sovranistici

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di Alessandro Butticé

Nella frenetica attesa delle decisioni economiche del Consiglio Europeo per fronteggiare l’emergenza Coronavirus, continua il grande fermento nella comunità italiana e internazionale a Bruxelles.

Oltre all’iniziativa di Esperia – circolo di ispirazione centro-destra europea, nato più sull’esempio dell’Agorà greco che di un vero e proprio circolo politico – che ha lanciato una petizione pubblica in favore dell’istituzione degli Eurobond, che in poche ore ha raggiunto oltre 2000 firme.

ed alla quale si sono aggiunti ora i tedeschi, olandesi e austriaci promotori di altra petizione, sono ora scesi in campo anche i funzionari dell’Unione Europea, e gli accademici europei.

Il principale sindacato dei funzionari dell’UE, Rinnovamento e Democrazia (R&D), presieduto dall’italiano Cristiano Sebastiani, ha inviato oggi una dura lettera aperta alla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Layen.

Durante questo periodo di emergenza sanitaria ed economica, R&D chiede alla Commissione europea di tornare ad essere il vero motore dell’integrazione europea e di svolgere un ruolo chiave in questa crisi.
“In tutta l’Unione, i governi hanno adottato misure coraggiose per impedire che il virus si diffonda ulteriormente.
Anche così, e lungi dall’essere finita, migliaia di persone hanno perso la vita in questa battaglia.
Il blocco ha radicalmente cambiato la vita di tutti noi in molti modi e ad ogni latitudine.
Solo per citarne alcuni: scuole, università e uffici pubblici sono chiusi, eventi culturali e sportivi sono stati rinviati e negozi, ristoranti, grandi fabbriche, PMI, lavoratori autonomi e molti altri stanno affrontando sfide eccezionali che porteranno sicuramente a molti fallimenti e  tassi di disoccupazione senza precedenti.
Soprattutto, nessuno sa quanto durerà questa situazione e questo è abbastanza inquietante.”, scrive Sebastiani.

In questa lettera, che ha ricevuto il plauso dei funzionari delle istituzioni europee, spesso sconcertati dalle loro guide politiche, e frustrati nei loro sforzi di proteggere e tutelare i cittadini europei e le loro famiglie che vivono in tutti gli stati membri, R&D ricorda che “va da sé che deve emergere un risveglio collettivo.  Oggi più che mai l’Unione europea, e in particolare la Commissione europea, devono svolgere un ruolo chiave, fungendo ancora una volta da vero motore del processo di integrazione europea.”
“Come personale delle istituzioni dell’UE, siamo rimasti in silenzio a lungo negli ultimi anni durante varie crisi passate, che hanno costantemente minato la credibilità delle nostre istituzioni, come la recessione del 2008 e la successiva crisi del debito sovrano, non  per citare la crisi migratoria e la Brexit.
Tutte queste crisi avrebbero dovuto essere prese come segnali di sveglia e opportunità per dimostrare che quelle lezioni erano state apprese”, scrive il rappresentante dei veri euroburacrati. Criticati dall’opinione pubblica per perseguire sempre lealmente le direttive dei vertici politici delle istituzioni UE. E che ora vogliono rendere pubblico il loro grido e la loro frustrazione di fronte ai veti del Consiglio.
“Oggi più che mai”, si legge nella nota “R&D richiede una vera solidarietà europea e quindi chiede alla von der Leyen, di coordinare immediatamente tutte le azioni nel campo della salute, per impedire ulteriormente l’aumento del bilancio delle vittime, non solo nei settori critici della logistica e di preziose misure restrittive,  ma anche sostenendo iniziative per l’uso immediato di nuovi mezzi terapeutici promettenti.  Alcune azioni, come lo stock comune di attrezzature mediche, stanno andando nella giusta direzione, ma chiediamo molto di più.
Per questo Sebastiani, in nome di tutti i funzionari europei, chiede anche alla presidente della Commissione Europea di lavorare a stretto contatto con il Parlamento europeo, al fine di trovare una soluzione alle vergognose strozzature emerse nell’ultimo Consiglio europeo, più rapidamente delle due settimane scadenza.  “Agire con la mentalità secondo cui il giuramento di agire nel migliore interesse dell’Unione è ora più che mai diametralmente opposto a una formula semplice e vuota.”, conclude Sebastiani riferendosi al giuramento di assoluta indipendenza prestato dai membri della Commissione Europea. Esortando Ursula von der Leyen ad agire insieme a tutti i rappresentanti politici e al personale dell’UE per difendere l’integrazione europea, attraverso la solidarietà, il dialogo, la comprensione reciproca e il sostegno tra i paesi europei”.

Un’altra lettera aperta alle Istituzioni Europee, ed in particolare al Consiglio, è stata scritta, su input di Mario Telò, professore alla LUISS-Roma e ULB, e presidente emerito dell’Istituto di Studi Europei di Bruxelles, assieme ad altri accademici di tutti gli stati membri dell’UE.

Convinti che “Senza un nuovo patriottismo europeo, sia inevitabile il declino dell’UE”

Di seguito il testo della lettera, firmata da Gesine Schwan, ex Rettore Viadrina University of Frankfurt,  e due volte candidato alla Presidenza della Repubblica Federale Tedesca; Bertrand Badie, professore emerito di università presso Sciences Po Paris; Ramona Coman, professore all’ULB e presidente dell’IEEE-ULB; Biagio De Giovanni, ex rettore dell’Università dell’Est di Napoli ed ex presidente della commissione affari costituzionali del PE; André Gerrits, Università di Leyden, Paesi Bassi; Christian Lequesne, professore a Sciences Po Paris, ex direttore del CERI; Lucio Levi, Università di Torino, direttore del dibattito The Federalist; Thomas Meyer, direttore, Neue Gesellschaft / Frankfurter Hefte, Berlino; Leonardo Morlino, professore ed ex vice-rettore LUISS, Roma; Ferdinando Nelli Feroci, Presidente dell’Istituto Affari internazionali (IAI) di Roma; Ruth Rubio Marin, Professore presso l’Istituto universitario europeo (Fiesole) e presso l’Università di Siviglia, in Spagna; Maria Joao Rodrigues, ex ministro del Portogallo e presidente della FEPS; Mario Telò, professore alla LUISS-Roma e ULB, presidente emerito IEE; Luk Van Langenhove, professore presso l’Istituto di studi europei VUB, Bruxelles; Didier Viviers, segretario perpetuo della Royal Academy of Belgium; Michael Zürn, professore alla Freie Universität e direttore fondatore della Hertie School di Berlino.

“L’UE è uscita strappata dal Consiglio europeo del 26 marzo dedicato alla gestione della crisi più grave dal 1929, molto peggio di quella del 2012-2017.  Tuttavia, riteniamo che la pandemia di coronavirus e la crisi economica e sociale offrano all’Europa una straordinaria opportunità di decidere se andare verso un’unità più profonda o se declinare irreversibilmente.  Dipenderà dalle decisioni dei governi, del Consiglio europeo e delle istituzioni dell’UE;  ma anche e soprattutto la mobilitazione appassionata e competente dei cittadini e dell’opinione pubblica in ogni stato membro.  La domanda per l’Europa è questa: è una comunità del destino, una Schicksalsgemeinschaft, consapevole delle sue responsabilità globali, o è solo un’associazione strumentale di egoismo suicida nazionale, dove la scelta cieca di tutti per se stesso prevale chiaramente durante gli eventi storici? Esiste ancora un senso di appartenenza comune, basato su forti interessi comuni?
Le forze della disintegrazione e dell’estrema destra, vittoriose della Brexit, ma sconfitte alle elezioni del PE del 26 maggio, sono già lì, pronte per un nuovo attacco illimitato all’euro e all’UE: questa volta il  l’attacco potrebbe vincere, sfruttando cinicamente l’enorme disaffezione popolare causata dall’enorme sofferenza causata dalla crisi sanitaria e dalla tragedia sociale ed economica che ci attende, ma anche dall’inerzia politica delle élite europee.
Il Parlamento europeo si è chiaramente dichiarato a favore di un balzo in avanti: ma come?  La Commissione europea, che aveva comunque proposto il “pilastro sociale europeo” e lanciato il grande progetto “Green Deal”, è responsabile dell’attuale stagnazione, a causa della sua mancanza di leadership sia in termini di bilancio pluriennale che di strumenti innovatori per gestire la crisi sanitaria e le sue conseguenze economiche.
Questa crisi non è uno shock asimmetrico come quello del 2012-17: è simmetrico, riguarda tutti i paesi, anche se colpisce per il momento soprattutto quelli che erano già stati maggiormente colpiti dalla crisi dei migranti e dei rifugiati.

Un’emergenza eccezionale richiede rimedi eccezionali

La decisione della BCE di impegnare 750 miliardi di euro nel mercato obbligazionario è necessaria ma non sufficiente.  Per la crisi del 2012, meno grave, la BCE si è impegnata da diversi anni tra i 50 e gli 80 miliardi al mese (Q.E).  Inoltre, la BCE non può essere lasciata sola: le sue misure devono essere accompagnate da politiche nazionali ed europee.  La sospensione del Patto di stabilità può consentire ai governi nazionali di rispondere a questa emergenza “come una guerra”, nelle parole di Draghi (Financial Times): tutto ciò che serve per salvare la nostra industria e la nostra economia, il che implica anche il nostro livello  di lavoro.
Ma tutto ciò sarebbe insufficiente di fronte ai disavanzi fiscali che aumenteranno inevitabilmente di diversi punti del PIL e in un contesto di recessione previsto dagli ottimisti tra – 2 e – 5%.  L’UE deve imperativamente combinare una spinta alla solidarietà antivirus con una nuova solidarietà finanziaria.
Perché così poca iniziativa e creatività nelle istituzioni dell’UE?  Perché tale inerzia burocratica?  I gesti politici, simbolici di solidarietà e nuove proposte in cerca di un compromesso dinamico, aiuterebbero enormemente, in un quadro in cui sembrano manifestarsi solo gli aiuti di Cina, Russia, Stati Uniti e Cuba!
Due iniziative per due messaggi forti, ai cittadini e al mondo
La situazione nell’UE non è mai stata peggiore e le decisioni fallite possono spingere milioni di cittadini verso l’euroscetticismo e il nazionalismo con conseguenze imprevedibili, come dimostra l’esempio ungherese.
In effetti le accuse reciproche sono più dure che mai.  Da un lato, il tema del diritto olandese e tedesco del “rischio morale”: Eurobond, la messa in comune dei debiti nazionali incoraggerebbe pratiche immorali di lassità fiscale nei paesi indebitati.  D’altra parte, accusiamo i paesi del Nord, non solo della mancanza di solidarietà in una situazione che vede quasi 1000 morti al giorno e dei primi disordini sociali in Italia e Spagna, e di una svolta dell’epidemia in Francia e Belgio;  l’accusa più grave è quella di voler approfittare dell’imminente crisi finanziaria per arricchirsi e cambiare l’equilibrio di potere in Europa.  Diventa ricco?  Sì, dal desiderio di attrarre risparmi globali sulle obbligazioni nazionali.  E gli investimenti delle multinazionali, attraverso il dumping fiscale ottenuto riducendo le imposte sulle società.  Queste accuse non provengono più dalla sottocultura dei Salvini, dai Wilders, da Le Pen o dall’AfD, ma da circoli decisivi e centrali, quelli che hanno investito nella costruzione europea.  Queste reciproche accuse, questo crollo della fiducia, pubblicizzato e ripetuto mille volte, sconvolgono anche gli europei più convinti, a impantanare il nocciolo duro del consenso europeo che è stato costruito in 70 anni.  Il danno arrecato alle nostre democrazie potrebbe presto essere irreparabile.
Il Consiglio europeo ha delegato la ricerca di una soluzione all’Eurogruppo, quando quest’ultimo aveva appena delegato la mediazione, bloccata al suo interno, al Consiglio europeo.  Siamo quindi in un vicolo cieco e i prossimi giorni saranno decisivi.
Siamo convinti che non solo nelle 9 nazioni i cui governi hanno inviato a Ch. Michel la lettera per i coronabond, ma anche nelle opinioni pubbliche di Germania, Paesi Bassi, Austria e Finlandia, un grande  esiste un consenso per:
a) negoziare le condizioni per l’accesso al MES, il meccanismo europeo di stabilità, dotato di 430 miliardi, i cui prestiti sono ora troppo subordinati a un’inaccettabile subordinazione dello Stato in crisi;
b) creare un gruppo europeo di esperti qualificati, che possano proporre urgentemente nuovi strumenti con tutti i dettagli tecnici necessari.  Va bene, i 9 stati non devono accontentarsi di coronabondi come se fosse l’unica soluzione: ma a condizione di salvare l’idea di base, perché questa proposta è tuttavia ricca di promesse di efficacia (  mostra unità di fronte ai mercati globali) e simbolico (di fronte ai cittadini): non può essere liquidato come uno “slogan di propaganda”.  La cosa principale è quindi che vengano inviati due messaggi:
1.il primo messaggio di speranza deve essere fedele ai cittadini comuni, ai popoli d’Europa sconvolti dalla crisi del coronavirus e preoccupati per il loro futuro: l’UE è lì per aiutarli concretamente e si trova ad affrontare la crisi sanitaria e sociale ed economico attraverso una maggiore unità e un grande progetto di rilancio economico e sociale.
2. Il secondo messaggio deve essere inviato al mondo esterno: unità, forza e stabilità della zona euro, una garanzia, come dice Macron, della nostra “sovranità comune” di fronte ai mercati mondiali e di fronte alle potenze che cercano di dividere e distruggere l’UE.
L’UE ha effettivamente la responsabilità globale di fronte alla razza umana e alle implicazioni geopolitiche della crisi.  Gli Stati Uniti hanno sottovalutato l’epidemia e l’amministrazione centrale, nella fase preelettorale e di autoisolamento, dimostra che non ha più l’autorità politica e morale necessaria per coordinare la lotta contro il coronavirus a livello globale, anche della nuova politica economica necessaria.  In questa situazione, la Cina sta giocando il suo soft power.  Gli aiutanti sono i benvenuti.  Ma, responsabile di ritardi e mancanza di trasparenza sulla malattia e sulle sue vittime, non può costituire un modello globale, perché, di fatto, si oppone all’efficienza e al rispetto dei diritti dell’individuo.  L’India è nel caos totale e il Brasile è trattenuto da uno strano presidente che si presenta come l’ultimo negazionista dell’epidemia.  Solo l’Europa può indicare la strada, come parte di uno sforzo di cooperazione multilaterale.
Questa è l’idea centrale per un nuovo patriottismo europeo, nuovo perché deve assolutamente essere radicato sia nelle comunità nazionali rinnovate sul tema della solidarietà, sia nelle reti transnazionali.  I milioni di cittadini impegnati, volontari, membri del personale sanitario e associazioni di volontariato della società civile, attivi nelle molteplici opere essenziali per la sopravvivenza della nostra società, essenziali per resistere oggi e per il recupero di domani: questa è la base  solido umano per una nuova fase dell’idea di Europa, il modo di collegare in modo innovativo i nostri valori fondamentali e la capacità tecnica e politica di offrire al mondo un messaggio di speranza e forza contro la crisi.”

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