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Armi in casa e strage nel Maryland, noi non siamo gli Usa

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In Maryland, USA, l’ennesima strage compiuta con armi da fuoco, nella redazione di un giornale da parte di uno squilibrato che ne odiava i membri. E subito in Italia si sfrutta l’occasione per dimostrare, o cercare di farlo, che più armi sono in possesso dei privati, e peggio è; che più armi sono in giro e più morti ci sono; che chi vuole il famigerato ‘porto d’armi’, è praticamente già un assassino in erba. Questo cozza, in questo momento, contro la ‘deprecabile richiesta’ degli anziani – o non anziani – di avere un’arma in casa. State tranquilli, si dice da tutte le parti, i numeri della criminalità sono diminuiti, e le statistiche ne fanno fede. Ma questa notizia non può consolare chi è stato di recente rapinato, scippato, aggredito, e la sua storia non è arrivata neanche sulle pagine dei quotidiani, chissà perché. Se mi entra in casa qualcuno, posso forse convincerlo ad andarsene mostrandogli le statistiche, e dicendogli che lui non può essere in casa mia in quel momento perché non è contemplato nella media? Pare quasi che ci sia una regia occulta che impedisce a certe notizie di essere messe a conoscenza del grande pubblico. Per non creare ‘paura’. Paura sulla quale la sinistra dichiara che la destra, o il centrodestra, ha creato la propria vittoria schiacciante alle ultime elezioni.

Bisogna fare il punto su alcuni elementi

Non è vero che Salvini, come stupidamente hanno interpretato alcuni, voglia dare una pistola a tutti. Sicchè alla fine tutti – ma proprio tutti – scenderemmo in strada per affrontarci a suon di 45, o di calibro 9. L’Italia non è l’America, dove vige una legge che dice che se qualcuno entra nella tua proprietà senza autorizzazione – leggi in casa, di giorno o di notte – è legittimo sparargli addosso, nella presunzione del fatto che ivi si sia introdotto non per farti gli auguri di buon compleanno, ma per portarti via qualcosa, e se tu ti ribelli, lo fai a tuo rischio e pericolo. Chi scrive ha degli amici nella Grande Mela, e poco tempo fa, uno di essi riferiva che dopo il sindaco Rudolph Giuliani, a New York si può girare tranquillamente di giorno e di notte, senza pericolo. Ciò che prima del sindaco della ‘tolleranza zero’ era impensabile. Questo ci induce ad una riflessione: non è che da noi il controllo del territorio è insuffici9ente? Non è che da noi la tolleranza è oltre la decenza, per cui agenti di PS o carabinieri vengono sanzionati per ‘arresto violento’ e portati in tribunale per una condanna o un risarcimento a favore del delinquente? E non è che questo accade un po’ troppo spesso? Di recente un rom – ma non ha importanza l’etnia – è stato risarcito dal Ministero dell’Interno di 60.000 euro – provvisionale stabilita dal giudice, secondo noi in eccesso di garantismo – perché, avendo forzato un posto di blocco a forte velocità su di un’auto rubata, è stato colpito alla schiena dal proiettile sparato da un poliziotto che era li per fare il proprio dovere, cioè controllare le auto che fossero passate e i loro autisti. Ed è chiaro, e secondo chi scrive costituirebbe omissione d’atti d’ufficio, che se qualcuno non si ferma all’alt della polizia, va fermato, magari sparando non a lui ma alle gomme. Cosa che è regolarmente avvenuta. Di diverso parere il magistrato, che ha condannato ad otto mesi per lesioni l’agente, e a nove mesi il bandito- oltre ad averlo premiato per la sua fuga, con 60.000 euro che appartengono al popolo italiano. Fatto sta che di questi episodi se ne sono verificati tanti, e nessuno ha mai pensato di indagare i magistrati troppo … ‘generosi’. Questo modo di fare costituisce un deterrente nei confronti proprio di chi l’ordine è preposto a mantenerlo, e chi ne subisce le conseguenze è proprio il cittadino comune, il ‘sig. Rossi’, o la ‘signora Maria’, che sono a rischio quando vanno al mercato, o quando sono all’ufficio postale in attesa della pensione. Oppure al bancomat. Oppure quando aprono il portone di casa, con le mani ingombre dei sacchetti della spesa; o vanno in ascensore, e via così. Diciamo anche che la ‘tolleranza zero’ di Giuliani, anche in Italia, da parte di alcuni quotidiani appartenenti alla corrente di sinistra, è stata criticata, e diversamente non poteva accadere. Figuriamo ci se i nostri politici buonisti ed ipergarantisti – a vantaggio della parte sbagliata – si facevano sfuggire l’occasione di denigrare chi, con metodi che non sono certo i loro, era riuscito a migliorare una situazione di ordine pubblico, in una città complessa e pericolosa come New York. Sicchè hanno incominciato a fiorire su alcuni giornali – sempre gli stessi – le critiche al sistema di Giuliani. Il quale, se non altro, ha voluto mettere un freno ad una situazione che non aveva confronti con quella italiana. I fatti parlano da soli. Bisogna anche dire che la polizia di NY non ha difetti di organico, come succede invece in Italia, dove la polizia è sottorganico di circa 22.000 elementi, e quelli che sono in servizio, stante il blocco del turnover, sono anziani, e più adatti al lavoro d’ufficio. A New York la polizia è dovunque, per esperienza personale. Stessa condizione di mancanza d’organico lamentano i carabinieri della territoriale, nel numero di circa 18.000. Purtroppo molti poliziotti e carabinieri sono impegnati nelle inutili scorte a personaggi, politici e non, che della scorta non avrebbero proprio bisogno.

Tiriamo le somme

Siamo partiti dalla strage del Maryland, con cinque morti e un numero imprecisato di feriti, operata da un pazzo che aveva molti motivi d’odio nei confronti di quella redazione di giornale, una strage annunciata che avrebbe potuto essere sventata se solo qualcuno fosse andato a verificare il profilo facebook dell’assassino. Dedichiamo un pensiero ai colleghi che hanno perso la vita – come a Parigi, nella redazione di Charlie Hebdo – solo per aver fatto ciò che era il loro dovere – parola abusata – insomma, ciò per cui erano assunti al giornale e scrivevano su quelle pagine. I giornalisti morti nell’esercizio della professione ammontano a 65 nel 2017, e 29 dall’inizio del 2018, secondo le notizie del media. Il che fa ritenere che la professione di giornalista – specialmente inviato di guerra – sia una delle più pericolose. Moltissimi quelli minacciati e ancora sotto scorta. A parte questo, diciamo che l’Italia non è l’America, una nazione che è nata e cresciuta e creata con le armi. La cultura delle armi è radicata in buona parte della popolazione, come i fatti e la NRA dimostrano. La NRA, National Rifle Association, la potente lobby che non riunisce le fabbriche di carri armati o aerei F35, ma più semplicemente armi portatili. Oggetti che sono per alcuni appassionati ‘da collezione’, destinati per la maggior parte e rimanere in una bacheca con cristallo antiproiettile e antiscasso per la gioia degli occhi del loro proprietario. Esattamente come un album di francobolli, un quadro di Van Gogh, o una raccolta di monete, o di vetture d’epoca. Le armi non sono buone, ma non sono neanche cattive. Sono semplicemente degli oggetti. Quello che ne fa cattivo uso è l’uomo, che può essere buono o cattivo. Come nel caso del Maryland. Altrimenti, dovremmo sanzionare anche il possesso di coltelli da cucina, da macellaio, bisturi chirurgici, pezzi di corda o cinture di cuoio, mazze da baseball, o da golf, o da polo, o da cricket, tronchetti di legna da ardere, punteruoli, martelli, cacciavite, chiavi inglesi, tondini di ferro per edilizia, sacchetti di plastica, eccetera, tutti oggetti atti ad offendere. La strage è stata compiuta con un’arma definita ‘ da caccia’, il che fa supporre che l’assassino abbia usato uno ‘shotgun’, un fucile cal. 12. Un’arma destinata ad una attività venatoria, per chi ci si diverte. Chi scrive ha smesso più di trent’anni fa, e oggi gli uccelletti preferisce sentirli cantare. In Italia la situazione è molto diversa. Intanto incominciamo con il mettere in chiaro che quando si parla di ‘porto d’armi’ bisogna fare un distinguo. Esiste in Italia un ‘porto di pistola per difesa personale’ che, a parte il costo enorme per la concessione e per il rinnovo annuale, presuppone, oltre ad una prova d’armi, una serie di visite mediche e psichiatriche cha attestino l’idoneità – almeno in teoria – del soggetto, alla concessione della licenza. Questo tipo di licenza si rilascia con il contagocce, perché la richiesta dev’essere motivata e giustificata dall’attività della persona. C’è poi il ‘permesso di trasporto’ per uso sportivo, che non è un porto d’armi, e che dà licenza di portare con sé l’arma sportiva nel tragitto da casa al poligono di tiro, nei giorni e negli orari previsti per l’attività di tiro. In questo caso l’arma va ‘trasportata’ scarica e in custodia – leggi valigetta,- in giorni e orari ben precisi. Del porto di fucile per uso caccia non mette conto di parlare, – anch’esso oneroso economicamente – riguardando esso solo ed esclusivamente l’esercizio venatorio, mentre pare che l’oggetto del desiderio degli anziani – ma non solo loro – sia proprio la pistola. Anch’esso comporta pratiche per la concessione, esami medici e tasse per il rinnovo. Esiste poi, come ribadiva l’altro giorno in TV il prefetto Francesco Tagliente, la possibilità di ‘detenzione’ di un’arma, lunga o corta, presso la propria abitazione, cioè la possibilità di avere un’arma nel cassetto del comodino, subordinata ad un nulla osta per l’acquisto da parte della Questura, senza la possibilità di portarla in giro. Questo pare che sia l’ultimo desiderio degli italiani. I quali, nonostante le statistiche dichiarino una diminuzione dei reati, hanno una percezione insufficiente di sicurezza, sia in casa che fuori. Qui un maligno potrebbe pensare ad un tarocco dei dati dell’Istat,e, diceva qualcuno, ci azzeccherebbe con grande probabilità. Ma da cosa deriverebbe questa mancata percezione di sicurezza? Certamente da quello che è sotto i nostri occhi, cioè il mancato o insufficiente controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine. Il vedere che esistono nelle città sacche di criminalità impunita che fa il bello e il cattivo tempo, senza remore e ostacoli. Il constatare che ogni giorno si verificano truffe e furti a carico soprattutto dei più deboli, e che gli autori, quando fossero per avventura individuati ed arrestati, non subiscono alcuna conseguenza, trattandosi di reati definiti ‘minori’ – facenti parte dell’elenco di 270 reati depenalizzati dal governo Renzi – e che quindi ognuno di noi cittadini è succube di questa gente senza potersi difendere. Difendere sé stessi e la propria famiglia, oltre che la proprietà, è un diritto civile, umano e sacrosanto, non negato dalla nostra Costituzione repubblicana. Bisogna perciò fare alcune cose. Prima di tutto reintegrare il difetto d’organico nelle Forze dell’Ordine, polizia e carabinieri. I soldati per la strada sono una presa in giro per i cittadini. Dovessero trovarsi in situazioni d’emergenza, non avrebbero alcun titolo giuridico per intervenire. In pratica, non sono ufficiali di Polizia Giudiziaria, e le armi che hanno in dotazione non sono adatte ad un teatro d’operazioni cittadino. Se poi dovessero uccidere un delinquente in fuga, quale sarebbe la loro sorte? Riteniamo che ci penserebbero più di due volte prima di sparare, e poi non ne farebbero nulla. Sentivamo una di queste mattine una esponente del PD dichiarare in TV che il suo governo avrebbe aumentato lo stipendio dei poliziotti: forse la tapina non è al corrente del fatto che, al netto, la cifra è di 9 euro lordi al mese, a cui vanno applicate le trattenute. Quindi, un controllo del territorio più capillare, che eliminasse dalle strade la piccola criminalità, quella che fa più male ai cittadini comuni. Certezza della pena, ed inasprimento delle pene, senza permessi premio – di che? – o libere uscite. Se necessario, costruire nuovi edifici carcerari. Come in USA, creare un tribunale che giudichi per direttissima i reati di strada, e che assicuri che questa gente, almeno per un buon periodo di tempo, non possa più delinquere. Pene pesantissime per i recidivi nello stesso reato, così da rendere non redditizio il ricominciare. Possibilità per il privato di detenere un’arma in casa, dopo un adeguato periodo di istruzione al maneggio: per chi la voglia ottenere, il che non è la totalità ci sono alcuni che dichiarano che le armi ‘fanno schifo’, e sotto un certo punto di vista – il loro – possiamo anche essere d’accordo. Ma costoro non possono e non devono prevaricare la libera volontà di alcuni che preferiscono armarsi. Fermo restando che le difese passive – cancelli, grate, allarmi, cani da guardia, telecamere, eccetera – vengono prima di quelle attive. Il deterrente più efficace contro un delinquente malintenzionato – ne esistono di genere diverso? – è senz’altro il sapere che se entra in una certa casa, specialmente di notte, può lasciarci la pelle, e senza lasciare eredità ai suoi parenti. Dichiarava Rita Dalla Chiesa, sempre in TV con il prefetto Tagliente, che a Palermo non ci sono scippatori, ladruncoli e piccola criminalità. Dobbiamo dire il perché? Lasciamo al lettore la conclusione. Quindi è possibile un controllo a tolleranza zero, anche nelle nostre città, se veramente questo si vuol fare, a difesa del cittadino, che non vorrebbe neanche più avere un’arma in casa. E poi, di grazia, perché ad un ladro non si dovrebbe sparare?

Roberto Ragone

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Guerra civile, mafia nigeriana, sbarchi senza controllo… povera Italia!

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In Italia è in corso una guerra civile, ma nessuno lo dice. La scintilla che ha dato fuoco alle polveri è scoccata nel momento in cui Salvini e Di Maio hanno trovato un accordo per mettere insieme una coalizione di governo, la cui guida hanno affidato – con scelta esemplarmente saggia e azzeccata – al professor Giuseppe Conte, che si sta rivelando uomo di grande saggezza, capacità ed equilibrio, al di sopra di tutti i politici che si sono succeduti durante i quattro governi non eletti – ma calati dall’alto da un compiacente Napolitano – che hanno in maniera fallimentare guidato allo sfascio le sorti della nostra bella Italia. O a dir così s’è tacciati – horribile dictu! – di populismo, o peggio di sovranismo? Una volta l’accusa che la gente con il pugno alzato, quella di ‘Bella ciao’ – che critica tanto il trascorso e mai più ripetibile ventennio, Deo gratias – che invece adotta gli stessi sistemi ‘squadristici’, era di ‘qualunquismo’, quel movimento che nelle vene probabilmente voleva essere pro cittadini: cioè senza destra o sinistra, ma solo ‘dell’uomo qualunque’, quello che oggi ci rimette regolarmente le penne.

Sempre più chiaro che l’Italia è spaccata in due

Da una parte, con la bava alla bocca, la sinistra o presunta tale – tacciata di destrismo da Di Battista: in effetti si sta diventando politicamente strabici, anche per chi soltanto voglia capirci qualcosa – e dall’altra i due vicepresidenti del Consiglio; i quali, proprio perché la loro visione non è sinottica, alla fine trovano, nel nome dei cinque anni di legislatura e della realizzazione del programma, sempre un accordo. Il che è segno di equilibrio nonostante tutto. Infatti ‘in medio stat virtus’, se vogliamo dirla con i nostri progenitori. Fatto sta che più passa il tempo, e più l’assedio al forte Apache si fa violento, portato non da una parte sola, ma da attacchi concentrici. Landini, per dirne una, il quale, giunto finalmente dove la sua ambizione lo aveva diretto da lustri, non ha perso occasione per vestirsi da capopopolo, giusto per coagulare, sotto lo sguardo compiaciuto della Camusso, gli scontenti che non mancano mai in nessuna categoria. Berlusconi, che, a sentir lui, recita novene per pregare che questo governo cada, magari abbattuto a forza di preghiere e di intenzioni velleitarie. Salvo poi, durante uno dei tanti convegni, a giocarsi la faccia raccontando le sue prodezze sessuali. Pare infatti che abbia narrato – ma quelle che si narrano sono le favole – che “Una volta ne facevo sei o sette, ma sto invecchiando perché adesso dopo la terza mi addormento”. Una favola non creata per bambini, ma in ogni caso decisamente di cattivo gusto, da umorismo che neanche in seconda media. Facendoci ricordare che questo personaggio ha collezionato le più grosse grezze in campo internazionale che l’Italia possa annoverare. E facendoci capire chiaramente quale potrebbe essere il suo contributo alla gestione della cosa pubblica, olgettine permettendo. Seguono in fila per tre con il resto di due: Martina, Minniti, Migliore, Romano, perfino il presidente della regione Campania De Luca, su di una tv privata. E per carità cristiana risparmiamo tutte le signore del PD, ospiti a turno di trasmissioni ‘eversive’ come Agorà, al mattino su Rai Tre, tralasciando per brevità tutti quelli che, a turno, si affacciano a quel palcoscenico mediatico per avere centoventi secondi di visibilità. Dimenticavamo – non per poca memoria, ma perché la loro presenza sulla scena politica è, nonostante a loro sia dedicato altrettanta attenzione quanto ad un partito vero, del tutto insignificante – LEU, Liberi (da che?) e Uguali (a che cosa?), il partito di “+ Europa”, con l’abortista storica e recidiva Bonino, amica di Soros, sempre in evidenza. Gli attacchi sono condotti con menzogne demagogiche, che il grosso pubblico, in altre faccende affaccendato, cioè il quotidiano, non ha tempo e modo di verificare. Né ci dovrebbe essere, nelle intenzioni del ‘nemico’, il tempo di constatare gli effetti positivi, o negativi tanto sbandierati, delle misure adottate per portare finalmente l’Italia fuori della grossa zampa recessiva conseguente all’austerità voluta dai ‘poteri forti’, e imposta dall’Europa e dalla Merkel alla nostra nazione, come, con effetti disastrosi, alla Grecia. Particolari ‘attenzioni’ ricevono i ministri come Savona, accusati di voler portare l’Italia fuori dalla UE. Delle intenzioni europee abbiamo avuto un campione nella recente storia, quando Giuseppe Conte è andato a discutere con Moscovici e Co. Il messaggio era chiaro: se volete sopravvivere, dovete adeguarvi al passo. Mentre chi non si adegua al passo è Macron, che è libero di sforare fino al 3,50% e oltre, se capita. Ma, come ha detto Junker, “La France c’est la France.” Il che non significa nulla, ma fa capire tutto, essendo Macron proveniente da Goldman Sachs… Il parafulmine, comunque, di tutte le attenzioni, è Matteo Salvini, dipinto velatamente da Mattarella, come ‘il male assoluto’. Soprattutto oggi, giorno della memoria delle atrocità naziste nei campi di sterminio, durante le cui manifestazioni si vuol fare intendere che l’Italia ha preso una deriva fascista e che ciò che è accaduto dal 1938 in poi potrebbe ripetersi – anzi certamente si ripeterà. Fomentando quella politica della paura che la sinistra imputa all’attuale governo. Il quale governo, è bene ricordarlo, – perché qualcuno se ne dimentica – è stato democraticamente eletto dai cittadini, con regolari consultazioni; e tutti quelli che lo vogliono abbattere non hanno alcun rispetto per il popolo costituzionalmente sovrano che lo ha eletto. La fola in circolazione, a proposito delle promesse non mantenute, è, appunto, una fola, una favola, una bugia. Nessuno ha la bacchetta magica – e il governo Renzi ce lo ha dimostrato, a proposito di favole – e per realizzare qualsiasi riforma ci vuol tempo. Non è un anno che questo governo si è insediato, e chi lo contesta su certe basi ha due possibili denominazioni: poco intelligente – per usare un eufemismo – o in malafede. Ma noi sappiamo che certe persone sono malignamente intelligenti e calcolatrici, e che, anzi, scommettono sulla poca intelligenza degli elettori: ma noi speriamo che l’Italiano vero – quello di Toto Cutugno, fiero di esserlo – apra gli occhi, andando al di là della disinformazione televisiva. Insomma, in questi giorni l’attacco frontale più minaccioso è a proposito della nave Sea Watch al largo della Sicilia con 47 migranti a bordo. Molti dei quali sarebbero – ma controllare l’esatta età e nazionalità di queste persone è sempre un’alea – minorenni ‘non accompagnati’. Ora, chiunque ascolti questa definizione si figura bambini di dieci/dodici anni piangenti e con il moccio al naso, tristi perché separati dalla mamma, e affamati. Bene, non è così. I ‘minorenni non accompagnati’ sono giovanotti di diciassette anni, quindi minorenni solo per poco ancora, e solo per legge, assimilabili ad un qualunque maggiorenne – visto che in quei climi caldi si matura più in fretta. Mandati dalla famiglia che ha raccolto i 3000 dollari necessari al passaggio in barcone – quindi con certe capacità economiche – che vengono alla ventura in Europa, o in Italia, dove sono accolti e muniti di carta di credito prepagata dell’UNHCR, oltre che di una diaria che altro che il reddito di cittadinanza! Posto che chi li ha finanziati sia stata la famiglia. Con l’ombra di Soros sullo sfondo. Vi siete chiesti mai chi finanzia le navi ‘umanitarie’ che scorrazzano per il Mediterraneo come pattini in spiaggia? Noi sappiamo, ad esempio, che un peschereccio di famiglia, per affrontare una giornata di pesca spende circa 600 euro solo di carburante – cifra probabilmente non più attuale. Ogni giorno quindi di navigazione dalle coste libiche – entro le cinquanta miglia – fino ad un porto italiano, possiamo ipotizzare che costi attorno ai mille euro, o giù di lì. Aggiungiamo le provviste di cibo, di acqua e quant’altro è necessario – oltre la paga – ad una navigazione ‘da corsa’, e ci rendiamo conto che dietro la Sea Watch e le sue compagne ci sono capitali importanti, che hanno interesse a che nel Mediterraneo ci sia sempre qualcuno che possa ‘salvare’ i naufraghi prodotti artificialmente da trafficanti che mettono in acqua non più barconi fatiscenti – le riserve sono finite – ma gommoni a scadenza, cioè che si sfasceranno dopo qualche ora, e che, pur avendo un motore – insufficiente a raggiungere una qualsiasi costa europea, – non hanno carburante di riserva. Non sono quindi salvataggi, quelli delle navi cosiddette ‘umanitarie’, ma passaggi organizzati per raggiungere le coste europee: cioè, esattamente ciò per cui i passeggeri hanno pagato. Nessuno vuole ancora morti in mare: quelli fanno comodo soltanto ai trafficanti e a chi li foraggia, in modo da costringere chiunque a trasbordare i passeggeri di turno su di una nave, o su di una motovedetta della nostra Marina Militare. Da questo, a voler morti in mare, ce ne corre. È sacrosanto soccorrere chi in mare è in difficoltà, meno lo è mettere in mare imbarcazioni fatte apposta per sgonfiarsi dopo poco. Né è obbligatorio accogliere chi questo viaggio ha voluto intraprendere, dopo averlo ‘salvato’. I centri di raccolta libici li conosciamo: fanno parte del gioco, e non dobbiamo meravigliarci se i migranti che arrivano da noi hanno segni fisici che fanno pensare a torture. Né dobbiamo dar seguito all’accordo che Matteo Renzi aveva fatto con l’UE, per cui, a fronte di uno sforamento che gli consentì la mancetta elettorale di 80 euro – prontamente ritirata – promise lo sbarco di tutti i migranti in porti italiani. Alla fine, chi è che foraggia le navi ONG? È mai possibile che, sic stantibus rebus, le stesse navi non abbiano contatti e connivenza con gli scafisti – i quali, a quanto pare trasportano anche merce clandestina, come armi e droga? E chi è dietro a tutte queste operazioni? Pare che le navi ONG siano finanziate dalle fondazioni di George Soros, almeno da una, denominata ‘Open’ – come una di quelle di Renzi. Allora, senza essere complottisti, ma realisti, ci rendiamo conto di chi vuole mettere in imbarazzo il governo e il popolo italiani, con una specie di invasione africana. Dalla quale abbiamo ricevuto un bel regalo, come la mafia nigeriana – come se già non ne avessimo abbastanza di quelle autoctone: mafia, camorra ‘ndrangheta, Sacra Corona Unita, e, poco conosciuta, La Rosa. A cui possiamo aggiungere la Yakuza – mafia giapponese – e la Triade, quella cinese. Passati i bei tempi in cui ogni atto criminoso si poteva attribuire al Marsigliesi, oggi evocarli vuol dire fare del romanticismo. Pare, da una intervista mascherata, che in barcone arrivino anche ‘chirurghi nigeriani’, che si occuperebbero di espiantare organi – fegato, reni, cuore ai malcapitati, anche spariti dopo essere giunti col gommone – e di magari reimpiantarli ai clienti che quell’organo hanno prenotato, cinquemila euro per un rene. Sembra fantascienza. Di certo c’è che la nuova mafia, quella nigeriana, è la più spietata,e che fa commercio di organi, smembrando poi i cadaveri e disperdendone i pezzi. Il che spiegherebbe l’omicidio di Pamela Mastropietro, uccisa e ritrovata in due valige lasciate in campagna, al cui cadavere pare che mancassero degli organi, come riferito da chi ha eseguito l’autopsia. Omicidio per cui è stato arrestato il nigeriano Innocent Osegale, il quale si difende dicendo che la ragazza è morta per droga e che lui ha soltanto voluto evitare d’essere incolpato. Ma purtroppo per lui, il cadavere di Pamela è stato smembrato da chi sapeva come fare, non da un dilettante. Si può ipotizzare l’intervento di una seconda o terza persona che si è occupata di espiantare gli organi con mano esperta, sezionare il cadavere e metterlo in due valigie. Così la storia non è più fantascienza, ma diventa sempre più realistica, e la premeditazione la volontarietà dell’omicidio appaiono in tutta la loro evidenza. Concludendo: i veri razzisti sono quelli che accusano di razzismo Salvini e chi lo sostiene: è una mossa fatta ad arte per suscitare odio contro chi è al governo. Pretendere di sapere e di selezionare chi deve entrare in casa nostra è un diritto. È un dovere proteggere i nostri confini e i nostri cittadini contro un’immigrazione selvaggia e incontrollata. Non è un dovere accogliere chiunque in maniera irregolare e senza alcun controllo. Non tutti quelli che arrivano hanno diritto di rimanere in Italia, secondo la Convenzione di Ginevra del 1951 (rifugiati politici o perseguitati per qualsiasi motivo), protezione sussidiaria (quando si teme che la persona, in caso di rientro in patria, possa essere in pericolo di vita), protezione umanitaria (quando la persona, pur non rientrando nelle categorie precedenti, viene giudicato soggetto a rischio per motivi di carattere umanitario). Vanno quindi respinti, secondo i trattati internazionali i cosiddetti ‘migranti economici’, a cui ignobilmente si vogliono assimilare i nostri emigranti che dall’800 in poi hanno affollato le navi per gli USA. Ben altra era la selezione, ben altre le condizioni, ben altre le accoglienze e i respingimenti. E a volte poteva accadere che le famiglie fossero separate, qualcuno che poteva rimanere in America, e qualcun altro che doveva tornare in patria.

Roberto Ragone

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Velletri, Banca Popolare del Lazio: dal verbale di Bankitalia a quelle strane e fortunate coincidenze (L’inchiesta 3 parte)

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La banca che, finanziando un’impresa insolvente, ritardandone il fallimento, ingeneri nei creditori un’idea distorta sulle reali condizioni economiche dell’impresa, può essere ritenuta responsabile per abusiva concessione di credito se l’affidamento dei creditori sia esente da colpa. È questo il principio enunciato dalla Cassazione, nella sentenza n. 11695 del 14 maggio 2018. La Suprema Corte ricorda come in passato si sia osservato che la banca che continui a finanziare un’impresa insolvente anziché avviarla al fallimento, offre agli operatori di mercato una sensazione distorta, ingannandoli sulle reali situazioni dell’impresa finanziata e inducendoli a continuare a trattare con essa, come se fosse un’impresa sana, con la conseguenza che il suo fallimento viene artificiosamente ritardato, con pregiudizio per la posizione di tutti i creditori.

Il video servizio su Banca Popolare del Lazio (3 puntata) andato in onda il 24/01/2019 a Officina Stampa

Banca Popolare del Lazio e affidamenti facili

Torniamo quindi a parlare di quelle che appaiono come pratiche bancarie discutibili relative ad affidamenti facili che consentono a società con poche credenziali creditizie e garanzie quasi nulle di ricevere prestiti a sei zeri mentre per i piccoli imprenditori il più delle volte l’accesso al credito bancario risulta praticamente impossibile.

L’ispezione e il verbale di Bankitalia

Si ha conferma della presenza di un nutrito gruppo di ispettori della Banca D’Italia all’interno della Banca Popolare del Lazio con sede a Velletri per tutta la prima metà del 2018 dove è stato poi stilato un verbale che bacchetterebbe pesantemente la Governace ed il Collegio sindacale dell’istituto di credito.

Un verbale, quello stilato dagli ispettori della Banca d’Italia in cui si fa riferimento ad un episodio in particolare: affidamenti per oltre un milione e seicentomila euro ad una società, che operava al di fuori del territorio naturale della Banca Popolare del Lazio, priva di beni immobili e di quel minimo di garanzie che al contrario vengono rigorosamente richieste a tutti i piccoli risparmiatori.

Massimo Lucidi, una figura che torna alla ribalta come presentatore

Ma andiamo per gradi: è il 2012, tra i mesi di maggio e giugno quando presso la filiale di Viterbo della Banca Popolare del Lazio apre i propri rapporti la società Protercave Spa. A presentare la new entry è l’amministratore delegato della Banca Popolare del Lazio il ragionier Massimo Lucidi che all’epoca dei fatti ricopre la carica di direttore generale. Una figura, quella di Lucidi, che torna alla ribalta come presentatore di nuova clientela.

Massimo Lucidi e il processo sui fondi neri degli ex servizi segreti

Ricordiamo infatti, per dovere di cronaca, che Massimo Lucidi venne ascoltato come testimone nel processo sui fondi neri degli ex servizi segreti civili, perché quando era direttore della filiale Carimonte di via Quintino Sella di Roma (oggi filiale della Banca Popolare del Lazio) – aveva presentato alcuni soggetti, appartenenti al Sisde, che depositarono miliardi delle vecchie lire, soprattutto in contanti con bancanote nuove di zecca fascettate Banca d’Italia sui propri conti personali. Soggetti poi condannati per essersi appropriati indebitamente di soldi dello Stato.


Il video servizio su Banca Popolare del Lazio (2 puntata) andato in onda il 20/12/2018 a Officina Stampa

La Protercave SpA e gli affidamenti milionari tra Popolare del Lazio e Banca Popolare di Spoleto

Nel 2012, dunque, la Protercave, con sede a Perugia, amministrata da Gabriele Chiocci , non appena aperti i conti alla Banca Popolare del Lazio chiede un affidamento per 1.600.000 euro, tra scoperto di conto corrente ed anticipo fatture che il consiglio di amministrazione della Banca decide di accordare nella misura ridotta di 1.200.000 euro, limitando l’anticipo fatture.

Una società, la Protercave Spa che nasce a novembre del 2010 a seguito della variazione di denominazione e della forma giuridica della precedente Proter Srl e che al momento della variazione presenta un capitale pari ad un milione e seicentomila euro, la stessa cifra richiesta inizialmente come affidamento alla Popolare del Lazio.

L’amministratore di Protercave anche consigliere di amministrazione di Popolare di Spoleto

Da rilevare, inoltre, che Gabriele Chiocci contemporaneamente al ruolo di amministratore della Protercave riveste anche il ruolo di Consigliere di amministrazione della Banca Popolare di Spoleto, successivamente commissariata dalla Banca D’Italia.

E solo l’anno prima, siamo nel 2011, la Banca Popolare di Spoleto aveva già accordato alla società Protercave Spa la concessione di un mutuo ipotecario fondiario di complessivi tre milioni e cinquecentomila euro per la durata di 15 anni, oltre ad aver rinnovato gli affidamenti in essere fino alla data del 31 luglio 2012 per un totale di 1.105.000,00 euro di cui: 1.100.000,00 euro sotto forma di SBF (fido da revocare all’erogazione del mutuo di 3.500.000,00 euro e 5mila euro sotto forma di apertura di credito in conto corrente.

Operazioni bancarie garantite anche da fideiussione di Franco Chiocci e Gabriele Chiocci, azionisti di maggioranza di Protercave Spa.
La Banca Popolare di Spoleto rinnova inoltre i fidi per complessivi 95.072,00 euro sulla posizione personale di Gabriele Chiocci.

Dai fatti appena narrati si delinea un quadro che nel 2012 vede la Banca Popolare del Lazio aprire un conto e concedere affidamenti per oltre un milione di euro alla società Protercave Spa che proprio a luglio del 2012 ha necessità di coprire 1 milione e centomila euro di affidamenti presso la Popolare di Spoleto per poter accedere al mutuo di 3.500.000,00 euro.

Il figlio di Massimo Lucidi assunto alla Popolare di Spoleto filiale di Roma Prati

E sempre in quel mese di giugno del 2012, Fabrizio Lucidi, figlio di quel Massimo Lucidi all’epoca direttore generale ed oggi amministratore delegato di Banca Popolare del Lazio che aveva presentato Protercave Spa, viene assunto quale direttore della filiale proprio della Banca Popolare di Spoleto e non di una filiale qualunque, bensì della filiale di Roma Prati, zona che tra l’altro evitava al giovane residente a Roma di subire sfiancanti spostamenti per raggiungere il posto di lavoro.

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Editoriali

Bruno Astorre e la nuova rotta del PD: dalle radici nel volontario cattolico ad oggi

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Figlio della tradizione contadina, secondo cui: un albero che cresce è tale sia se guardato dalla finestra di una casa sia se ammirato dalla piazza di un paese. Quella tradizione contadina, però, che sa che è importante che ci sia, tanto in quella casa quanto in quel Comune che amministra, il massimo della collaborazione, della lealtà, della assunzione di responsabilità, per far sì che l’albero viva. Così si definisce Bruno Astorre senatore della Repubblica per il partito Democratico di cui dallo scorso mese di dicembre ne è il nuovo segretario regionale del Lazio.

Bruno Astorre: il video servizio

Le radici nel mondo del volontario cattolico

Astorre ha da sempre militato nelle formazioni giovanili della Democrazia Cristiana, provenendo dal mondo del volontariato cattolico. Una formazione giovanile, quella di Bruno Astorre, che lo ha visto attivo nel mondo della parrocchia dove ha affrontato un percorso intenso, una scuola che ha sostenuto la sua crescita interiore e sociale. Politicamente, con la fine della prima Repubblica e con la conclusione della grande storia della Democrazia cristiana, aderisce al Partito Popolare per poi approdare nella Margherita e oggi, dopo aver partecipato alla sua nascita, è un esponente del Partito Democratico.

“Il mio essere cristiano, cattolico, è un punto di partenza ed un porto di approdo. Da questo molo m’incammino, ogni giorno, perché ritengo necessario confrontarmi con la società. Questa esigenza nasce dal desiderio di costruire, essere al servizio della comunità, delle famiglie che la compongono, dei cittadini, tutti protagonisti in cui mi riconosco perché io a loro appartengo, con tutto il mio essere e, dunque, anche con la mia fede ed i miei errori.” Parole queste con le quali Astorre descrive quello che è il suo credo, il suo modo di vedere e affrontare le sfide che si incrociano lungo il percorso della vita e che ora fanno da preludio a quella che è la nuova mission del neo segretario Dem.

Astorre e la “nuova rotta” del PD

“La nuova rotta sulla quale il partito Democratico deve posizionarsi partendo dalle Sezioni che devono ospitare le energie per poter essere tra i più indifesi, – come ha spiegato Astorre – coi cittadini che hanno difficoltà e quindi utilizzando piccoli team di professionisti, di avvocati o di commercialisti sul modello di quelli di strada che danno una mano, fanno consulenze gratuite a tante persone che ne hanno bisogno, che desiderano un consiglio su un problema”.

Bruno Astorre: l’intervista di Chiara Rai

Una nuova rotta quella disegnata da Astorre, che durante l’ultima assemblea capitolina ha suscitato grandi entusiasmi nel popolo del PD che è tornato a sentir parlare dei suoi principi e dei suoi valori e nel corso della quale il neo segretario regionale ha concluso citando un proverbio africano ‘Se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi andare lontano vai insieme’. Andiamo uniti e andremo lontani, insieme“.

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