Connect with us

Editoriali

ARTE, PENSIERO E DIRITTI: L'INTERVISTA CON L'ARTISTA DELL'ANNO 2015 PATRICE MAKABU

Clicca e condividi l'articolo

Tempo di lettura 10 minuti "quando si parla di fuga di cervelli tiro sempre un sospiro di sollievo, perchè per qualcuno è finita una prigionia intellettuale"

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo
Tempo di lettura 10 minuti
image_pdfimage_print

di Domenico Leccese
La fotografia per Patrice Makabu non è la classica finestra sul mondo, ma uno spazio all' interno del quale cogliere i particolari meno visibili ed usarli come nuova chiave di lettura, un microcosmo che cattura la mente per prepararla a ricevere nuovi e provocanti impulsi.

Ecco una nuova intervista all'artista Lucano, Patrice Makabu, V/Presidente della Associazione Culturale Borgo Antico Portasalza di Potenza, che lo scorso 16 gennaio ha ricevuto il premio "Artista dell'anno 2015".


Più volte hai detto che il tuo percorso ha avuto inizio con il web design, e che internet è stato il tuo trampolino di lancio, in che misura il web design ha influito sulla tua formazione artistica?

-La mia formazione artistica è cominciata con sigle, numeri, parentesi, virgolette, punti e tutto quello che contengono gli script che formano un codice HTML o un PHP, vale a dire lo scheletro che tiene in piedi una pagina web o un sito internet che dir si voglia.

Mi piaceva così tanto l' idea di poter avere uno spazio all' interno della rete, dove poter condividere con gli amici qualcosa di mio -per lo più foto- che presi a studiare per circa sei mesi un manuale di quasi cinquemila pagine dove c' era tutto dalla a alla zeta sul mondo del web e su come costruire un sito internet partendo da zero. Nasce così nel 1999 Patricemakabu.it, che attualmente è ancora il mio sito web, sono passati diciassette anni e quello spazio è ancora li a raccontare qualcosa di me.

Cosa presentavi nello specifico all' interno del tuo primo sito web, nel 1999?

-A parte le foto che mi piaceva scattare in giro a sconosciuti protagonisti di ignara bellezza ed espressività c' era una bacheca dove descrivevo i fatti più importanti della mia settimana, le mie riflessioni su tutto quello che accadeva nel mondo ed il risultato delle riflessioni sulle mie fotografie, immaginando come potesse essere la giornata tipo di chi vi era ritratto. Patricemakabu.it era in un certo senso un antenato dell' attuale profilo Facebook -con un layout molto più bello- diviso in sezioni, con uno spazio molto ben articolato dove inserivo quello che oggi posto con molta più facilità sul social che per molti è diventata ragione di vita. I miei amici ogni giorno guardavano tutto quello che accadeva nella mia vita e dal 2001 lo commentavano attraverso i forum di discussione.

Che direzione ha preso successivamente a partire da questo punto la tua creatività?

-Beh, innanzitutto avevo un' università da finire e che ho finito nel 2005, ma nel mentre, considerando che ero una persona più irrequieta di quanto lo sia adesso, mi davo da fare in molti modi. Nell' ambito del web ho creato ad esempio il primo sito italiano di televendite in streaming, quando YouTube ancora non esisteva e bisognava prendere in affitto un potente server per gestire il video sharing da una piattaforma la cui centrale fisicamente si trovava negli Stati Uniti, il sito fu realizzato per una società di tele promozioni.

Successivamente in Spagna mi sono dedicato esclusivamente alla fotografia per il collezionismo privato ed eventi espositivi che hanno avuto un buon riscontro, la Spagna mi ha dato moltissimo in termini di formazione artistica.

Spesso hai parlato della Spagna, che cosa ha significato per te la vita li ed in che termini la tua professionalità è cresciuta grazie a questa esperienza?

-Quella della Spagna è una questione che si è chiusa per un cambiamento improvviso nella mia vita, altrimenti oggi sarei ancora li. Un luogo bello da vivere per come la vedo io è fatto dalla gente, più che dalla città in sé per stupenda parlando di Barcellona in questo caso. Gli spagnoli sono un popolo molto aperto, riescono ad entrare in contatto con gli altri molto velocemente, sono accoglienti, sono dei buoni confidenti e credono nelle potenzialità altrui sapendo cogliere le più piccole sfumature. Negli anni in cui ho vissuto li ho ereditato appieno questa grande risorsa, che ancora oggi mi distingue nel carattere. Quando organizzavo eventi espositivi tutti erano ansiosi di conoscermi e, a parte apprezzare e fare proprie le mie creazioni, il contatto umano era quello che più mi rendeva appagato di qualunque altra cosa. Ho conosciuto persone di ogni tipo, dal personaggio dello spettacolo alla persona della porta accanto, curiosa di scoprire “un artista italiano muy elegante” col nome francese, che in Spagna sembrava attirare molto. Inoltre nessuno trasformava come in Italia la pronuncia del mio nome da Patrìs in Pàtris…


Tu sei nato in Basilicata, cosa hai portato di te nel tempo della Lucania e cosa hai fatto conoscere agli altri della Lucania?

-A questa domanda posso rispondere che sono nato in Basilicata e mi chiamo Patrice Makabu, cosa abbastanza “discordante”.. Ho portato poco della Lucania con me, non ho né un nome né un cognome lucano tanto per cominciare, e nell' aspetto niente che mi potrebbe collegare addirittura all' Italia. Sono andato via da Potenza a diciotto anni, quindi la mia vita a parte la scuola e i compiti da fare a casa (quando li facevo) era tutta da costruire. La mia formazione è stata sviluppata nella parte più consistente a Perugia dove ho studiato e poi appunto a Barcellona dove ho vissuto per molto tempo, dapprima spostandomi periodicamente, poi stabilmente. Quindi della Lucania non avevo molto da portare con me, la mia curiosità mi spingeva a guardare all' allora presente perchè il mio bagaglio era assai esiguo.

Patrice Makabu è artista che fa spesso parlare di sé attraverso opere che si fanno notare per originalità, creatività e per il voler rappresentare la realtà in maniera molto incisiva.

Oggi sei un artista con un vasto bagaglio di esperienza nella comunicazione, un giornalista, un web designer, un fotografo, un regista, uno scultore, un pittore, Patrice Makabu è tutto questo o solo parte di questo?

-Patrice Makabu è una persona che fa arte in tanti modi, Patrice Makabu è un artista che a differenza di molti altri non si vende al primo capitato, e per questo spazia tra le varie forme d' espressione che più gli aggradano, non avendo obblighi e aspettative che pendono sulla sua testa.

In che senso, spiegaci cosa intendi con questa affermazione.

-Intendo che l' arte è un settore sul quale i più furbi, anche e soprattutto nell' ambiente della politica hanno iniziato ad investire molto, investono anche più di quanto facciano nella comunicazione perchè l' arte è un ambiente di grande richiamo sociale e culturale che accoglie tutti indistintamente. Ovvio è che, e questo volevo dire, ci sono artisti che prostituiscono la loro arte e il loro cervello pur di avere un minimo di visibilità che “grazie” alla politica riescono ad avere.

L' arte a tuo parere è davvero così “corrotta”?

-In Italia oltre il 70% delle cose è corrotto, ormai anche per fare la fila alle poste ci sono preferenze e c'è chi scavalca volentieri chi lo precede perchè allo sportello c'è il parente del parente. In altri posti non funziona così, infatti quando si parla di fuga di cervelli tiro sempre un sospiro di sollievo, perchè per qualcuno è finita una prigionia intellettuale immeritata in un posto dove se non sei “agganciato” a nessuno non diventerai TU, mai nessuno.

Ti è mai capitato che qualcuno abbia pensato a te per raggiungere degli scopi servendosi della tua arte o del tuo lavoro, magari nell' ambito politico piuttosto che sociale?

-Non basterebbe un' intervista per raccontare quante volte sono stato chiamato per “grandi occasioni di visibilità”, posso solo limitarmi a dire che spesso il mio nome è stato usato addirittura a mia insaputa, me lo sono trovato spesso e volentieri nei risultati di ricerca abbinato a cose di cui non sapevo nemmeno l' esistenza. Politicamente anche, in molti hanno tentato di fare affidamento alle mie capacità comunicative ed artistiche per portarsi avanti e magari distinguersi. Per fortuna non basta questo per distinguersi, i premi Oscar per la recitazione in politica e nel sociale non sono stati ancora assegnati.

Qual è la cosa che non sopporti di più in assoluto e con la quale ti trovi più spesso a scontrarti nella vita e nel lavoro?

-Premetto che non sono il tipo di persona che manda a dire agli altri le cose, comunque sia quella con la quale mi scontro molto più frequentemente sono i favoritismi uniti spesso e volentieri alle piccole e grandi invidie la cui tenuta in conto sottrae tempo a cose ben più importanti.

Nella vita capita di chiederci che cosa ne pensino gli altri di noi, capita anche a te? Cosa credi che gli altri pensino di Patrice Makabu?

-Se dovessi spendermi a cercare risposte del genere probabilmente aggiungerei tempo perso a quello già perso. Piacere o non piacere non è un problema, “accontentare tutti” è inutile, non credo di passare per una persona stupida e questo mi basta. Oggi più che mai poi, vanno sempre più di moda quelli che non si espongono, che pensano e fanno sempre ciò che pensano e fanno gli altri per non uscire dal coro, che hanno la frase buona per tutti in ogni momento.
 

E tu invece? Che tipo di persona ti ritieni?

-A me piace ricordare piuttosto un episodio che ha cambiato la mia vita.

Un giorno è morta una persona che mi era quasi quasi indifferente, una conoscenza che nulla toglie nulla aggiunge, per intenderci. Nell' organizzarmi per il funerale faccio una chiamata ad una mia amica che all' epoca aveva settant' anni per comunicargli l' accaduto e chiederle se avrebbe preso parte all' ultimo saluto. In tutta risposta lei mi dice: “Scusami Patrice, mi dispiace per i suoi familiari, ma dovrei dimostrare agli altri che me ne importava qualcosa di lui giusto oggi?” Captando il mio sgomento per questa risposta continua dicendo: “Sono una persona coerente, a settant' anni se non ho imparato questo non ho imparato niente”. Detto ciò, da quel giorno la coerenza per me è stata la prima cosa, forse per imparare a non aver paura di come gli altri ti giudicano non c'è bisogno di arrivare ad una certa età, volendo si può cominciare anche prima.

Parlando di paure e di rapporti con gli altri, qual' è la cosa che ti fa più paura negli altri?

-Mi fanno paura le persone col sorriso stampato sulla faccia h24. Di quelle c'è da aver sia paura che poca fiducia, e ti dirò, sin da piccolo ho sempre confidato in chi invece sembra scontroso e sai perchè? Perchè per qualcosa ha sofferto, la sofferenza spesso è resa in volto e nei modi, ma dietro la sofferenza c'è anche una grande sensibilità, altrimenti non ci sarebbe sofferenza. Quando si è una persona attenta si riesce a capire assai bene di cosa aver paura, c'è da aver paura più di un sorriso poco sincero che di una sincera scontrosità.

Tu invece come ti definisci? Una persona allegra o una persona scontrosa e come credi che gli altri ti leggano nella tua arte quando non ti conoscono?

-Mi definisco uno che difficilmente non riesce a capire chi ha di fronte, ma a parte questo credo innanzitutto di essere affidabile, allegro spesso si ma non sempre, non è urgente essere allegri in tutti i momenti. Le persone che tentano di leggermi nella mia arte sono destinate a non capire molto di me, fino ad oggi chi ha avuto il piacere di conoscere prima le mie opere è poi rimasto molto sorpreso nel trovare in me tanta predisposizione al dialogo e disponibilità all' ascolto. Evidentemente le idee che mi precedevano erano vaghe.


Dove finisce la persona e dove comincia l' artista è giusto che ci sia una distinzione secondo te?

-C'è chi vuole essere un artista a tutti i costi, nell' immagine che da di sé e attraverso il modo di comportarsi ed apparire. Spesso si rifà ad un personaggio famoso, magari quello preferito, per facilitarsi il duro compito. Serve a qualcosa?


Passando ai temi attuali per i quali tu hai sempre grande attenzione, cosa ne pensi delle unioni civili e delle adozioni da parte di coppie composte da persone dello stesso sesso?

-Per quanto riguarda le unioni civili e tutto quello che oggi in Italia le ostacola credo che surrogata o no la madre dei cretini è sempre incinta, e detto questo credo di aver detto tutto. Per quanto riguarda invece l' adozione ho molti dubbi, credo che la questione debba essere valutata in maniera molto seria perchè è necessario scindere in maniera netta il diritto degli “aspiranti genitori” dal bisogno di chi dovrebbe e potrebbe essere adottato. Sono due cose che non possono convivere unicamente tenendo presente quello che si traduce nel diritto all' uguaglianza.


Pensi che l' Italia sia pronta a parte che per questa annosa questione a fare qualche passo verso il cambiamento allineandosi ad altri stati più evoluti sotto molti punti di vista uno tra tutti i diritti civili?

-Credo che pronta o no, i passi verso il miglioramento della vita vadano fatti. L' Italia ormai è pronta a tutto, basti pensare che dobbiamo dare ascolto addirittura a chi si vanta di essere conosciuta fino ad Hollywood con sul capo un' accusa di un omicidio del proprio figlio, che chissà se troverà mai giustizia. In Italia si sta assistendo a fenomeni di ogni tipo che infestano le pagine dei giornali e che per dritto o vie traverse arrivano a farci riflettere su quanto tutti siano in grado di ritagliarsi uno spazio in qualunque modo. Forse è per questo che si tende a far passare i secondo piano le cose serie.


Da buon comunicatore quale sei, pensi ci sia qualcosa di sbagliato nel modo di comunicare agli altri la necessità di essere riconosciuti, parlando di diritti alla pari?

-Per quanto riguarda le unioni civili in un Paese civile dovrebbero essere riconosciute di default, tanto di cappello a chi sta lottando per qualcosa che incomprensibilmente stenta a vedere la luce. Per il resto, e parlo di adozioni perlopiù, un messaggio comprensibile a tutti e volto alla sensibilizzazione, dev' essere necessariamente costruito facendo ricorso ad un “linguaggio” comprensibile a tutti, tenendo conto -sempre- del contesto.

A questo punto è lecito chiederti quanto conta secondo te l' immagine nella comunicazione.

-L' immagine nella comunicazione conta per come la vedo io almeno per il 50%, il messaggio può essere assolutamente convincente su tutti i fonti, ma un' immagine sbagliata a corredo di un messaggio giusto rende molto poco condivisibile il risultato finale agli occhi dei più. Risultato: zero.


Cosa cambieresti in Italia parlando di arte e di costume ed altro?

-Ognuno è libero di esprimersi nel modo che ritiene più opportuno, sia nell' arte che nelle abitudini, ma sicuramente quello che cambierei è la caparbietà di essere originali per forza solo perchè si è italiani, molto spesso non giova. La comprensione del contesto è la chiave di volta per una sicura riuscita nella vita e qualche volta nell' arte, oltre che nei messaggi sociali come ho già detto prima. Strafare non è necessario. L' arte dovrebbe essere accolta con maggior facilità dalla pubblica amministrazione, che dovrebbe essere molto più disponibile nei confronti degli artisti. Sembra più facile parlare con la regina Elisabetta che con un responsabile di un luogo espositivo pubblico ultimamente. Sono tutti così impegnati che mi chiedo quando abbiano il tempo di esistere.

In Italia quello che cambierei per quanto riguarda invece la comunicazione è certamente il giornalismo, e parlo da giornalista. Il giornalismo è diventato un mercato delle pulci, dove si cerca sempre la rarità al prezzo più basso e l' occasione di trovare qualcosa che ne valga veramente la pena è rara. Il giornalismo è stato rovinato dai tanti giornalisti che si sono svenduti e riciclati letteralmente per la fame di click, perchè un titolo altisonante si fa cliccare, perchè dietro un click c'è la pubblicità che fa guadagnare, perchè pochi centesimi moltiplicati per milioni di lettori fanno un bel gruzzoletto. Tutto a discapito dell' informazione. Dare la colpa dell' intorbidimento dell' informazione ai blogger è facile, ma i blogger non hanno il gravoso compito di tenere alta la qualità, per differenziare l' informazione corretta dalla cialtroneria allo stato puro e dall' immondezza indifferenziata, i giornalisti invece dovrebbero.


Cosa non ti piace e cosa ti piace della televisione invece?

-La televisione è fatta per intrattenere, e l' intrattenimento di qualità o no che sia è importante che faccia ascolti. Per quanto concerne l' informazione anche li si tende a spettacolarizzare cose che valgono meno di niente. Parola d' ordine: rendere notizia, piuttosto che fare notizia. Anche in tv.

Mi piacciono le trasmissioni che danno spazio alla cultura, ai viaggi, alla scoperta delle civiltà che non si conoscono, alla scienza, al cinema ed al dietro le quinte. C'è tutto un mondo da scoprire, se sei abbonato ad un pacchetto a pagamento, gratis invece la vedo dura..


Cambiando argomento, si parla spesso di risorse del territorio, quali sono secondo te le risorse del territorio Italia?

-Le persone, che sono in grado di cambiare il mondo, come dice lo slogan di una famosa compagnia telefonica. L' unica risorsa del territorio Italiano sono solo le persone, alle quali dovrebbe essere dato più valore rispetto a quello che si da alle cose. Retorica? Può darsi, ma tant'è.


Patrice Makabu è una persona che ama molto i modi di dire, qual' è il detto che più interpreta la situazione attuale dell' Italia, se tra quelli che conosci c'è.

-Non c'è nel mio repertorio mi spiace, ma se dovessi inventarne uno sul momento direi che: “E' Stato quel che è stato”. Punto.


Il futuro nella tua arte, cosa vedi e cosa ti piacerebbe realizzare di veramente importante.

-Sono una persona che non parla volentieri dei progetti futuri anche perchè le mie continue evoluzione non mi permettono di farlo con tanta facilità, in genere ho alternato momenti di silenzio a momenti di grande produttività. Quello che certamente voglio è continuare a fare arte quando sono ispirato e non perdere l' occasione di non dire nulla quando non ho niente di importante da dire.

 

Editoriali

Querele temerarie, a chi vorrà farsi carico il “caffè è pagato”

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo
Tempo di lettura 8 minuti
image_pdfimage_print

Chiedo alla categoria tutta, a l’organismo di cui mi pregio appartenere di non lasciare da solo chi cerca di essere un giornalista libero

Ci sono giornalisti che ammiro perché timbrano il cartellino e non si sentono neppure in dovere di fare i conti con la propria coscienza quando qualcuno si rivolge a loro per sottoporgli “un caso” e loro fanno spallucce e lasciano stare. Vivono sicuramente meglio perché in realtà non fanno alcun servizio concreto alla collettività che ogni tanto si aspetta che qualche professionista dell’informazione sollevi quel tappeto polveroso e ricerchi la verità sostanziale dei fatti nell’interesse di una comunità che ha il diritto dovere di essere informata.

Una premessa per dire che la sottoscritta, iscritta all’ordine dei giornalisti, categoria Professionisti, tessera numero 083762, si sente lesa nei suoi diritti inviolabili. Mi sento messa a tacere da chi ha le spalle più larghe di me, da chi non vuole giornalisti “rompipalle” tra le scatole.

Tutti gli avvocati che ho sentito mi dicono che la persecuzione va provata ma il puzzle è difficile, ci vuole tempo, i giudici devono crederci e allora il desiderio di giustizia e la sana voglia di continuare a fare il mio mestiere sembra volermi abbandonare sempre di più.

Mettiamo un piccolo comune in provincia di Roma dove mi sono spostata con la mia famiglia nel 2005. Arrivo e Nemi è un paesino meraviglioso, sembra una piccola Svizzera innevata (siamo arrivati a dicembre, era pressappoco la Vigilia di Natale quando abbiamo messo piede in casa). In quella cornice pulita, verde e che infonde serenità decidiamo di fermarci. Proprio lì muovono i primi passi i nostri figli, proprio da lì inizia il mio percorso per diventare giornalista.

Non sò se è stata più la voglia di far emergere situazioni, di voler fornire un servizio a quella che era la mia comunità adottiva ma inizio a scrivere, senza paura delle ripercussioni. Le prime querele nei miei confronti le firma il sindaco di Nemi Alberto Bertucci per una serie di motivi tra cui probabilmente la presa d’atto che non sarei stata mai una “brava giornalista”.

Il Comune di Nemi, ovvero i cittadini, hanno iniziato ovviamente a pagare le spese legali (non sarebbe stato meglio lasciar perdere?). Tra i primi articoli ne scrissi uno di cronaca che diceva semplicemente che il cimitero era chiuso durante un giorno festivo, una settimana prima della commemorazione dei defunti. Misi anche la foto del cancello chiuso a corredo dell’articolo ricco di dichiarazioni di chi era andato al cimitero e non aveva potuto portare i fiori. Scrissi quell’articolo 9 anni fa, il 28 ottobre 2012, decidendo di dare voce ai cittadini che mi chiamarono per denunciare il fatto. Fu il primo di una lunga serie che mi portò a ricevere tanta attenzione da parte dell’attuale amministrazione. La querela fu archiviata perché ovviamente il fatto era vero.

Nel frattempo, a darmi il benvenuto, un vicino di casa, grande elettore e amico del sindaco decise di farmi una serie di esposti chiedendo di verificare se l’abitazione che avevamo comprato fosse in regola con il distanziamento dai confini, l’utilizzo della cantina…ecc.

A spingerlo a fare esposti, forse le segnalazioni di movimenti di terra sul costone del lago sempre segnalatoci (anche mio marito ha sempre seguito l’attività del giornale) dai residenti. Segnalazioni a cui demmo voce, ci furono controlli e in quel caso se ne occupò anche l’autorità competente. Poi demmo anche voce al comitato I Corsi che chiedeva di saperne di più su una lottizzazione nella zona. Prima regola di un giornalista “gobbo” mai dare voce alle minoranze, mai rompere piuttosto meglio raccontare che Nemi è praticamente perfetta grazie a chi l’amministra.

Ricordo quando entrarono in casa nostra le forze dell’ordine: sembrava di essere in un film. Misurarono tutto, entrarono dappertutto, quasi come se nascondessi qualche carico di stupefacente o un pericoloso latitante. Anche quella fu una forte pressione da sopportare. Ma più pensavo dentro di me che qualcuno stesse abusando del suo potere e più mi convincevo che scrivere sarebbe stato il mio antidoto. Credevamo di fare la cosa giusta ma non sapevamo che ci saremmo scontrati contro forze ben più grandi.

Quel periodo la moglie di questo vicino mi scrisse dei messaggi di minaccia a me e alla mia famiglia. Querelai per paura di ripercussioni ma poi persone vicine mi convinsero a rimettere la querela, “in fondo non era poi un atto così grave, c’era d’aspettarselo visti gli articoli”.

Sempre nel 2012 o giù di lì (molte cose le ho volute rimuovere per non lasciarmi fagocitare) purtroppo per me che avrei dovuto dare la notizia, arrivò l’imputazione e poi il rinvio a giudizio e poi il processo per turbativa d’asta e frode nei pubblici incanti per il sindaco di Nemi Bertucci. Un lungo processo terminato soltanto tre anni fa circa con la prescrizione. Senza che si sia chiarito nulla. Puff… il tempo ha cancellato tutto.

Era Aprile del 2013 quando all’epoca scrivevo sul quotidiano Il Tempo come collaboratore per la cronaca di Roma e Metropoli. Dopo diversi accertamenti e segnalazioni scrissi su Il Tempo: “Stipendio doppio per il sindaco Ma non gli spetta”. Approfondii il caso su questo quotidiano L’Osservatore d’Italia. Naturalmente il sindaco Bertucci non querelò il quotidiano Il Tempo per l’articolo da me firmato ma querelò sempre e soltanto me e il mio giornale per diffamazione. In seguito la Procura della Corte dei Conti chiese in merito al sindaco Bertucci la restituzione di somme “indebitamente percepite” ma poi non si seppe più nulla neppure di questa vicenda se nonché dovemmo difenderci con l’avvocato anche da questa causa, finita poi in prescrizione. E pure qui, nonostante le interrogazioni dei consiglieri di opposizione, non si è mai avuta risposta sulle successive attività amministrative.

Proseguo o devo fare un inciso su tutta la pressione che abbiamo dovuto sopportare soltanto per aver svolto il nostro lavoro? E poi volendo parlare dell’enorme esborso economico: migliaia di euro contro pochi spiccioli pagati per gli articoli scritti. L’unica grande consolazione è aver agito con la schiena dritta e senza che nessuno, nonostante i biechi tentativi, ci zittisse. Abbiamo scritto e detto e io, in fondo in fondo, ho sempre creduto che a proteggerci fosse la buona fede, la professionalità e soprattutto gli articoli 3 e 21 della Costituzione italiana che dovrebbero tutelare soprattutto chi sceglie di fare un mestieraccio come il giornalista di inchiesta.

Proseguo. Seguimmo una inchiesta sugli Ncc a Nemi che 8 anni fa portò ai sequestri di licenze a 8 persone che le avevano ottenute con false attestazioni. Un’altra operazione innescata con gli articoli de L’Osservatore D’Italia.

Sette anni fa denunciammo insieme a coraggiosi cittadini di Nemi la volontà di costruire delle ville nel Parco (ai Verbiti). Abbiamo scritto innumerevoli articoli con fotografie e atti. Quattro anni fa i carabinieri hanno definitivamente chiuso il caso e sequestrato il complesso.

Intanto ancora interrogativi in paese e la gente chiede spiegazioni. Tra una querela e uno sgambetto, il Comune ha addirittura acquisito l’intonaco esterno della mia abitazione. Poi, il macigno. Arriva un progetto dal nome inglese. Nel 2017 questo progetto prende un finanziamento dall’Europa di oltre due milioni di euro, tramite Horizon. In concomitanza con l’arrivo del finanziamento, molti cittadini di Nemi ci segnalano una moltitudine di acquisti immobiliari sul territorio da parte di “stranieri”.

Avremmo potuto girarci dall’altra parte e fare finta di nulla. Ma ancora una volta ci siamo chiesti: è giusto ignorare le tante segnalazioni? Fatti i doverosi accertamenti, qualche anno per accumulare visure, dichiarazioni, atti e interviste per poi pubblicare quattro articoli, soltanto la minima parte di quanto avevamo acquisito, gli unici articoli totalmente supportati da visure catastali e carte che ne comprovassero l’attendibilità. Circa un anno fa pubblichiamo la notizia: dalle visure emerse che gli stranieri che in poco tempo avevano acquistato 12 immobili figuravano anche nel progetto beneficiario dei fondi europei. Non abbiamo trovato solo questi elementi ma altri particolari che abbiamo preferito non pubblicare perché li ritenevamo “pesanti”, cose che poveri giornalisti di un “giornalino online” non avrebbero potuto sostenere. Così, abbiamo ritenuto di affidarci alle autorità competenti.

La Guardia di Finanza ha fatto accertamenti, consegnato di recente in Procura un fascicolo con delle rilevanze che non sappiamo che fine faranno e se verranno prescritte ma intanto, la signora straniera presente negli articoli, anziché ricorrere al diritto di replica, alla rettifica oppure anziché accogliere la mia richiesta d’intervista per fare chiarezza ha iniziato uno dei più pesanti affronti alla libertà di stampa: ha presentato due querele penali per diffamazione e mi ha citata in sede civile chiedendomi 100 mila euro di risarcimento per presunti danni che avrebbe avuto a causa dei quattro articoli che abbiamo scritto.

Il giudice ha respinto le richieste della straniera tra cui la richiesta dei 100 mila euro e la richiesta di cancellare gli articoli, ha riconosciuto la fondatezza delle informazioni degli articoli ma ha rilevato che in alcuni passaggi io abbia “superato la continenza”, ovvero abbia in qualche modo indotto il lettore ad avere dubbi sulla liceità della loro azione. Abbiamo rispettato la sentenza e stiamo pagando le spese legali pari a circa 11 mila euro.

Ben 500 euro al mese per aver detto cose vere ma secondo il giudizio del giudice civile le abbiamo dette male o meglio avremmo potuto dirle meglio. Ebbene, non siamo ancora nella fase del primo grado, l’ordinanza del giudice civile che ci condanna alle spese legali è di settembre e qualche giorno fa, tanto per rimanere in tema di “querele temerarie”, la signora straniera ci ha citati in giudizio davanti al giudice ordinario civile chiedendoci 500 mila euro (nel frattempo la somma è lievitata) perché le abbiamo cagionato delle perdite di commesse, dei danni economici oltre che psicologici.

La signora, che quasi ogni giorno vediamo sorridente a Nemi e che si beffa di noi insieme a un suo stretto amico (di recente qualcuno ha anche scritto qualcosa di poco edificante su un muro) nel suo ufficietto con il suo business perché è una imprenditrice, nel frattempo a luglio ha aperto anche un’altra attività e sempre insieme all’altro “straniero” con qui ha comprato i 12 immobili. La signora ha rinunciato agli utili della società in favore del suo socio che paga le tasse in un altro Paese.

Nel frattempo abbiamo affrontato altre spese legali per fare un reclamo rispetto all’ordinanza del giudice civile che ci condanna a spese legali per noi insostenibili soltanto perché a suo avviso abbiamo superato la continenza pur dicendo cose vere. L’udienza per il reclamo si terrà il 10 gennaio prossimo.

Ad Aprile ci aspetta la prima udienza per difenderci da una richiesta di 500 mila euro e nel frattempo stiamo pagando 500 euro al mese di spese legali. La legge sulle querele temerarie (che permetterebbe un canale giudiziario diverso) è ferma in Senato perché alcuni partiti sono contrari alla tutela dei giornalisti rispetto richieste esagerate di risarcimento economico soltanto per cercare di fermarli. Nel frattempo mio marito è stato querelato dal sindaco Bertucci perché da amministratore del gruppo Facebook Nemi Notizie ha pubblicato una domanda rivolta al primo cittadino formulata da uno sconosciuto che voleva avere chiarimenti. Sarebbe colpevole di aver permesso che una persona formulasse questa domanda. I primi giorni di dicembre si terrà l’udienza.

Questo articolo o meglio commento personale che ho scritto è in realtà una richiesta di attenzione per una categoria messa in ginocchio. I giornalisti che scavano, che ascoltano le segnalazioni che ci mettono la faccia e scrivono nero su bianco anche le cose più indigeste.

La signora straniera, oltre al mezzo milione di euro, ha chiesto che mai più e per sempre non si parli del progetto e di lei.

Devo dire che il desiderio di gettarci tutto alle spalle c’è perché al netto di tutto quello che è successo mi ritrovo con una pressione addosso troppo sproporzionata rispetto al beneficio del diritto dovere di informare la cittadinanza. Il servizio pubblico costa troppo. Meglio parlare di ricette di cucina, del fatto che a Nemi non esiste il Covid o che sia stata trovata la terza nave o fatto causa alla Merkel.

Noi giornalisti siamo esseri umani in carne ed ossa, anche non volendo, forse, esprimiamo dei sentimenti ma ciò che ci spinge a scrivere è soltanto l’interesse di fornire un servizio alla collettività.

Se la signora avesse davvero voluto che non si parlasse del progetto avrebbe potuto rispondere semplicemente a delle domande senza chiedere cifre stratosferiche a una professionista e madre di famiglia. E io non posso permettermi perizie sui danni morali che mi stanno cagionando. Non so’ fin quando potrò permettermi di pagare le spese legali per difendermi, per il momento lo facciamo a testa alta perché fortunatamente lavoro e sono una apprezzata professionista.

Chiedo alla categoria tutta, a l’organismo di cui mi pregio appartenere di non lasciare da solo chi cerca di essere un giornalista libero. Mio padre che non c’è più mi ha sempre detto che da piccola avevo una postura retta. Camminavo con il viso alto e la schiena dritta. Oggi non mi vergogno di guardarmi allo specchio e quando entro al Tribunale per parare i colpi penso che alla fine la giustizia e la verità avranno la meglio.

Il dieci gennaio e ad aprile prossimo non sarò da sola perché faccio parte di una rete di persone di valore che credono nei principi fondamentali della nostra Costituzione. E comunque vada il verdetto lo rispetterò, sicura che la vita è una ruota che gira e che se semini bene raccogli infinite soddisfazioni. Al netto di tutto mi considero molto fortunata perché nonostante gli “schiaffi” ricevuti da persone senza scrupoli ho tanta forza e tanta fede. Il benessere non ha prezzo ma confido nelle azioni delle persone oneste che siedono al vertice dell’Ordine Nazionale dei giornalisti e di quello del Lazio, di FNSI, del sindacato di Stampa Romana, di Articolo 21, del Governo, affinché la voce afona di chi fa inchiesta non venga sottaciuta da richieste economiche impossibili. Per chi vorrà farsi carico il “caffè è pagato”.

Continua a leggere

Editoriali

Lucarella: “Tre mosse auspicabili per cambiare la giustizia e il volto del Paese. Ma serve la politica”

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo
Tempo di lettura 2 minuti
image_pdfimage_print

La riforma Cartabia ha dovuto fare i conti con quel che rimaneva in piedi della c.d. “Bonafede” e il Governo Draghi si appresta, anche in vista dei primi passi post delega fiscale, ad intensificare gli interventi normativi in ambito giudiziario.

Il comparto giustizia, come risaputo, è anche motore di sviluppo e, traduzione economica vuole, condiziona nel bene o nel male la vita quotidiana, l’andamento del PIL, ecc.

Abbiamo voluto sentire su questo tema l’opinione dell’avvocato Angelo Lucarella, vice pres. coord. della Commissione giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico, saggista ed attento conoscitore delle dinamiche politiche.

“Indubbiamente il Min. Cartabia sta facendo il possibile stando a quanto, come ho avuto modo di dire qualche mese addietro, l’Unione Europea ci obbliga a fare dal 2016 in special modo con la direttiva sulla non regressione delle tutele e garanzie per gli imputati.

D’altronde nella relazione della Commissione Lattanzi quest’ultimo passaggio è stato evidenziato. Diciamo che intervenire sulla dinamica della prescrizione era un atto dovuto da parte del Governo Draghi e il Ministro della Giustizia, certamente, non si è sottratta alla chiamata di responsabilità.

Il vero problema sarà nella prossima legislatura perché, al netto di questi primi interventi di restyling, c’è da capire quale visione di Paese si voglia mettere a disposizione degli italiani.

Sarei dell’idea che almeno su tre fronti si possa ulteriormente intervenire, ma servirà una politica coesa, consapevole delle sfide e, soprattutto, pronta a confrontarsi con alla base un pensiero di nuova prossimità al cittadino considerando gli inediti assetti che si creeranno a seguito del taglio dei parlamentari.

Al di là di ciò che si sente ormai da mesi (se non anni), come ad esempio la separazione delle carriere, tempi della giustizia, ecc., penso a tre cose:

– costituzionalizzazione della giustizia tributaria e, al contempo, migliorare i Principi di Giusto processo con integrazioni specifiche;

– rivisitazione dell’obbligatorietà dell’azione penale legandola ad una riserva di legge (escludendo reati medi e di grave entità);

– strutturazione, presso la Corte Costituzionale, di una sorta di ufficio delle pregiudiziali e delle incostituzionalità a cui i cittadini possano ricorrere direttamente (ovviamente ciò implica, evitando la genesi di fatto di un soggetto in sé pletorico, un ridisegno del numero e/o delle funzioni sul fronte del già costituzionalmente previsto atteso che buona parte dell’ingolfamento contenzioso, oggi in mano ai giudici delle leggi, riguarda i famosi conflitti di competenza tra Stato e Regioni attesa la riforma del Titolo quinto di vent’anni fa). 

Ma senza investire sulla formazione e sulle carriere sin dal momento universitario (anche se sono convinto si possa addirittura intervenire prima e cioè sulle scuole), non si può sperare molto.

Occorrono almeno 20 anni per portare a frutto la complessa opera di ridisegnamento di un sistema come quello giudiziario italiano.

Tuttavia, a monte ci deve essere la buona volontà perché non si può pensare solo ad ingolfare la magistratura di leggi. Ecco, questo è un altro elemento da considerare. Occorre snellire il quadro normativo il più possibile e miglioralo dove c’è bisogno. Ci si può ancora fossilizzare sul concetto che il cittadino possa avere a che fare con migliaia di norme, regolamenti, ecc. per fare qualcosa? Così si rischia che non la faccia più o, peggio il contrario, che cada per forza di cose in situazioni non legittime o lecite. E questa è anche una questione che interferisce con il realismo lavorativo e, di riflesso, sul Pil.

La giustizia è un tema sul quale non si può più temporeggiare. Ne va della credibilità del Paese anche difronte alle sfide del PNRR”.

Continua a leggere

Editoriali

Perché Mimmo Lucano è stato condannato a 13 anni e due mesi?

Pubblicato

il

Clicca e condividi l'articolo
Tempo di lettura 2 minuti
image_pdfimage_print

La condanna di Mimmo Lucano è arrivata a una quantificazione pari al doppio di quella dell’accusa. Alla fine è stato infatti condannato per la commissione di 16 reati e, nel caso in cui si profilino le caratteristiche del reato continuato, ovvero della commissione di diversi reati accomunati da un medesimo disegno criminoso, il calcolo della pena viene effettuato tenendo presente la pena del reato più grave che potrà essere aumentata dal giudice fino al triplo.

In questo caso il reato peggiore contestato è quello di peculato. Questo reato si ricorda consistere nell’appropriazione di denaro o cosa mobile altrui in ragione della propria funzione di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio. Secondo gli inquirenti questa tipologia di reato è stata commessa dall’imputato in vari episodi, con l’aggravio del fatto che il danno costituisse una rilevante entità.

Un reato, purtroppo, tra i più diffusi tra coloro che esercitano pubbliche funzioni, tanto da indurre di recente il legislatore ad introdurre pene più severe, con l’emanazione della legge n. 190 del 2012 prima, e della legge n. 69 del 2015 dopo, che hanno fatto passare, infatti, la pena minima da tre a quattro anni e la massima da dieci anni a dieci anni e sei mesi. Quindi si presume che il computo della pena per Mimmo Lucano non sia stato fatto tenendo come base di calcolo il minimo (quattro anni) moltiplicato per tre, ma che sia stata utilizzata una base di calcolo più alta, anche in ragione della natura degli aggravi degli altri reati ad esso ascritti.

Si ricorda che l’accusa aveva chiesto una condanna di 7 anni e 11 mesi, per i reati, tra gli altri, di falso in atto pubblico, abuso d’ufficio e associazione a delinquere e concussione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Quest’ultimo reato, era il più grave secondo i PM. Per la concussione, infatti, la pena va da sei a dodici anni. Ma il Tribunale ha assolto l’imputato da questo reato, riconoscendo come reato più grave, quindi, quello di peculato.

Tra gli altri reati più gravi, per cui il Lucano è stato dichiarato colpevole sono: abuso d’ufficio, truffa aggravata e associazione a delinquere.

Per i giudici di primo grado, i fatti contestati e posti alla base della condanna scaturiscono da una complessa attività di indagine che ha visto l’ex sindaco di Riace adoperarsi nel combinare matrimoni con il solo fine di far ottenere la cittadinanza a soggetti extracomunitari e per aver messo a disposizione di questi ultimi delle case abbandonate e poi recuperate. Altra accusa era relativa all’affidamento diretto di appalti per la raccolta dei rifiuti alle cooperative Eco-Riace e L’Arcobaleno, per il periodo che va da ottobre 2012 fino all’aprile 2016, senza che fosse stata imbandita una gara d’appalto e senza che le due cooperative fossero iscritte negli albi previsti dalla legge.

Si tratta di una sentenza di primo grado e destinata da ora a raggiungere la Corte di Cassazione. Non sono da escludere colpi di scena per i successivi gradi di giudizio. La pronuncia sulla questione Lucano ha fatto chiaramente molto rumore da un punto di vista politico, nonché mediatico e l’interesse nazionale sulla questione è molto alto perché si sentono tirati in ballo gli ideali contrapposti tra chi si ritiene aperto alle politiche di accoglienza e chi invece preferisce chiudere i confini al prossimo.

In definitiva si può dire che la questione è assai delicata perché da un punto di vista prettamente tecnico-giuridico quello che viene preso in considerazione non è il fine morale dell’operato (suscettibile quindi di una valutazione ideologica) ma la commissione di fatti previsti dalla legge come reato.

Continua a leggere

I più letti