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Editoriali

ARTE, PENSIERO E DIRITTI: L'INTERVISTA CON L'ARTISTA DELL'ANNO 2015 PATRICE MAKABU

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"quando si parla di fuga di cervelli tiro sempre un sospiro di sollievo, perchè per qualcuno è finita una prigionia intellettuale"

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di Domenico Leccese
La fotografia per Patrice Makabu non è la classica finestra sul mondo, ma uno spazio all' interno del quale cogliere i particolari meno visibili ed usarli come nuova chiave di lettura, un microcosmo che cattura la mente per prepararla a ricevere nuovi e provocanti impulsi.

Ecco una nuova intervista all'artista Lucano, Patrice Makabu, V/Presidente della Associazione Culturale Borgo Antico Portasalza di Potenza, che lo scorso 16 gennaio ha ricevuto il premio "Artista dell'anno 2015".


Più volte hai detto che il tuo percorso ha avuto inizio con il web design, e che internet è stato il tuo trampolino di lancio, in che misura il web design ha influito sulla tua formazione artistica?

-La mia formazione artistica è cominciata con sigle, numeri, parentesi, virgolette, punti e tutto quello che contengono gli script che formano un codice HTML o un PHP, vale a dire lo scheletro che tiene in piedi una pagina web o un sito internet che dir si voglia.

Mi piaceva così tanto l' idea di poter avere uno spazio all' interno della rete, dove poter condividere con gli amici qualcosa di mio -per lo più foto- che presi a studiare per circa sei mesi un manuale di quasi cinquemila pagine dove c' era tutto dalla a alla zeta sul mondo del web e su come costruire un sito internet partendo da zero. Nasce così nel 1999 Patricemakabu.it, che attualmente è ancora il mio sito web, sono passati diciassette anni e quello spazio è ancora li a raccontare qualcosa di me.

Cosa presentavi nello specifico all' interno del tuo primo sito web, nel 1999?

-A parte le foto che mi piaceva scattare in giro a sconosciuti protagonisti di ignara bellezza ed espressività c' era una bacheca dove descrivevo i fatti più importanti della mia settimana, le mie riflessioni su tutto quello che accadeva nel mondo ed il risultato delle riflessioni sulle mie fotografie, immaginando come potesse essere la giornata tipo di chi vi era ritratto. Patricemakabu.it era in un certo senso un antenato dell' attuale profilo Facebook -con un layout molto più bello- diviso in sezioni, con uno spazio molto ben articolato dove inserivo quello che oggi posto con molta più facilità sul social che per molti è diventata ragione di vita. I miei amici ogni giorno guardavano tutto quello che accadeva nella mia vita e dal 2001 lo commentavano attraverso i forum di discussione.

Che direzione ha preso successivamente a partire da questo punto la tua creatività?

-Beh, innanzitutto avevo un' università da finire e che ho finito nel 2005, ma nel mentre, considerando che ero una persona più irrequieta di quanto lo sia adesso, mi davo da fare in molti modi. Nell' ambito del web ho creato ad esempio il primo sito italiano di televendite in streaming, quando YouTube ancora non esisteva e bisognava prendere in affitto un potente server per gestire il video sharing da una piattaforma la cui centrale fisicamente si trovava negli Stati Uniti, il sito fu realizzato per una società di tele promozioni.

Successivamente in Spagna mi sono dedicato esclusivamente alla fotografia per il collezionismo privato ed eventi espositivi che hanno avuto un buon riscontro, la Spagna mi ha dato moltissimo in termini di formazione artistica.

Spesso hai parlato della Spagna, che cosa ha significato per te la vita li ed in che termini la tua professionalità è cresciuta grazie a questa esperienza?

-Quella della Spagna è una questione che si è chiusa per un cambiamento improvviso nella mia vita, altrimenti oggi sarei ancora li. Un luogo bello da vivere per come la vedo io è fatto dalla gente, più che dalla città in sé per stupenda parlando di Barcellona in questo caso. Gli spagnoli sono un popolo molto aperto, riescono ad entrare in contatto con gli altri molto velocemente, sono accoglienti, sono dei buoni confidenti e credono nelle potenzialità altrui sapendo cogliere le più piccole sfumature. Negli anni in cui ho vissuto li ho ereditato appieno questa grande risorsa, che ancora oggi mi distingue nel carattere. Quando organizzavo eventi espositivi tutti erano ansiosi di conoscermi e, a parte apprezzare e fare proprie le mie creazioni, il contatto umano era quello che più mi rendeva appagato di qualunque altra cosa. Ho conosciuto persone di ogni tipo, dal personaggio dello spettacolo alla persona della porta accanto, curiosa di scoprire “un artista italiano muy elegante” col nome francese, che in Spagna sembrava attirare molto. Inoltre nessuno trasformava come in Italia la pronuncia del mio nome da Patrìs in Pàtris…


Tu sei nato in Basilicata, cosa hai portato di te nel tempo della Lucania e cosa hai fatto conoscere agli altri della Lucania?

-A questa domanda posso rispondere che sono nato in Basilicata e mi chiamo Patrice Makabu, cosa abbastanza “discordante”.. Ho portato poco della Lucania con me, non ho né un nome né un cognome lucano tanto per cominciare, e nell' aspetto niente che mi potrebbe collegare addirittura all' Italia. Sono andato via da Potenza a diciotto anni, quindi la mia vita a parte la scuola e i compiti da fare a casa (quando li facevo) era tutta da costruire. La mia formazione è stata sviluppata nella parte più consistente a Perugia dove ho studiato e poi appunto a Barcellona dove ho vissuto per molto tempo, dapprima spostandomi periodicamente, poi stabilmente. Quindi della Lucania non avevo molto da portare con me, la mia curiosità mi spingeva a guardare all' allora presente perchè il mio bagaglio era assai esiguo.

Patrice Makabu è artista che fa spesso parlare di sé attraverso opere che si fanno notare per originalità, creatività e per il voler rappresentare la realtà in maniera molto incisiva.

Oggi sei un artista con un vasto bagaglio di esperienza nella comunicazione, un giornalista, un web designer, un fotografo, un regista, uno scultore, un pittore, Patrice Makabu è tutto questo o solo parte di questo?

-Patrice Makabu è una persona che fa arte in tanti modi, Patrice Makabu è un artista che a differenza di molti altri non si vende al primo capitato, e per questo spazia tra le varie forme d' espressione che più gli aggradano, non avendo obblighi e aspettative che pendono sulla sua testa.

In che senso, spiegaci cosa intendi con questa affermazione.

-Intendo che l' arte è un settore sul quale i più furbi, anche e soprattutto nell' ambiente della politica hanno iniziato ad investire molto, investono anche più di quanto facciano nella comunicazione perchè l' arte è un ambiente di grande richiamo sociale e culturale che accoglie tutti indistintamente. Ovvio è che, e questo volevo dire, ci sono artisti che prostituiscono la loro arte e il loro cervello pur di avere un minimo di visibilità che “grazie” alla politica riescono ad avere.

L' arte a tuo parere è davvero così “corrotta”?

-In Italia oltre il 70% delle cose è corrotto, ormai anche per fare la fila alle poste ci sono preferenze e c'è chi scavalca volentieri chi lo precede perchè allo sportello c'è il parente del parente. In altri posti non funziona così, infatti quando si parla di fuga di cervelli tiro sempre un sospiro di sollievo, perchè per qualcuno è finita una prigionia intellettuale immeritata in un posto dove se non sei “agganciato” a nessuno non diventerai TU, mai nessuno.

Ti è mai capitato che qualcuno abbia pensato a te per raggiungere degli scopi servendosi della tua arte o del tuo lavoro, magari nell' ambito politico piuttosto che sociale?

-Non basterebbe un' intervista per raccontare quante volte sono stato chiamato per “grandi occasioni di visibilità”, posso solo limitarmi a dire che spesso il mio nome è stato usato addirittura a mia insaputa, me lo sono trovato spesso e volentieri nei risultati di ricerca abbinato a cose di cui non sapevo nemmeno l' esistenza. Politicamente anche, in molti hanno tentato di fare affidamento alle mie capacità comunicative ed artistiche per portarsi avanti e magari distinguersi. Per fortuna non basta questo per distinguersi, i premi Oscar per la recitazione in politica e nel sociale non sono stati ancora assegnati.

Qual è la cosa che non sopporti di più in assoluto e con la quale ti trovi più spesso a scontrarti nella vita e nel lavoro?

-Premetto che non sono il tipo di persona che manda a dire agli altri le cose, comunque sia quella con la quale mi scontro molto più frequentemente sono i favoritismi uniti spesso e volentieri alle piccole e grandi invidie la cui tenuta in conto sottrae tempo a cose ben più importanti.

Nella vita capita di chiederci che cosa ne pensino gli altri di noi, capita anche a te? Cosa credi che gli altri pensino di Patrice Makabu?

-Se dovessi spendermi a cercare risposte del genere probabilmente aggiungerei tempo perso a quello già perso. Piacere o non piacere non è un problema, “accontentare tutti” è inutile, non credo di passare per una persona stupida e questo mi basta. Oggi più che mai poi, vanno sempre più di moda quelli che non si espongono, che pensano e fanno sempre ciò che pensano e fanno gli altri per non uscire dal coro, che hanno la frase buona per tutti in ogni momento.
 

E tu invece? Che tipo di persona ti ritieni?

-A me piace ricordare piuttosto un episodio che ha cambiato la mia vita.

Un giorno è morta una persona che mi era quasi quasi indifferente, una conoscenza che nulla toglie nulla aggiunge, per intenderci. Nell' organizzarmi per il funerale faccio una chiamata ad una mia amica che all' epoca aveva settant' anni per comunicargli l' accaduto e chiederle se avrebbe preso parte all' ultimo saluto. In tutta risposta lei mi dice: “Scusami Patrice, mi dispiace per i suoi familiari, ma dovrei dimostrare agli altri che me ne importava qualcosa di lui giusto oggi?” Captando il mio sgomento per questa risposta continua dicendo: “Sono una persona coerente, a settant' anni se non ho imparato questo non ho imparato niente”. Detto ciò, da quel giorno la coerenza per me è stata la prima cosa, forse per imparare a non aver paura di come gli altri ti giudicano non c'è bisogno di arrivare ad una certa età, volendo si può cominciare anche prima.

Parlando di paure e di rapporti con gli altri, qual' è la cosa che ti fa più paura negli altri?

-Mi fanno paura le persone col sorriso stampato sulla faccia h24. Di quelle c'è da aver sia paura che poca fiducia, e ti dirò, sin da piccolo ho sempre confidato in chi invece sembra scontroso e sai perchè? Perchè per qualcosa ha sofferto, la sofferenza spesso è resa in volto e nei modi, ma dietro la sofferenza c'è anche una grande sensibilità, altrimenti non ci sarebbe sofferenza. Quando si è una persona attenta si riesce a capire assai bene di cosa aver paura, c'è da aver paura più di un sorriso poco sincero che di una sincera scontrosità.

Tu invece come ti definisci? Una persona allegra o una persona scontrosa e come credi che gli altri ti leggano nella tua arte quando non ti conoscono?

-Mi definisco uno che difficilmente non riesce a capire chi ha di fronte, ma a parte questo credo innanzitutto di essere affidabile, allegro spesso si ma non sempre, non è urgente essere allegri in tutti i momenti. Le persone che tentano di leggermi nella mia arte sono destinate a non capire molto di me, fino ad oggi chi ha avuto il piacere di conoscere prima le mie opere è poi rimasto molto sorpreso nel trovare in me tanta predisposizione al dialogo e disponibilità all' ascolto. Evidentemente le idee che mi precedevano erano vaghe.


Dove finisce la persona e dove comincia l' artista è giusto che ci sia una distinzione secondo te?

-C'è chi vuole essere un artista a tutti i costi, nell' immagine che da di sé e attraverso il modo di comportarsi ed apparire. Spesso si rifà ad un personaggio famoso, magari quello preferito, per facilitarsi il duro compito. Serve a qualcosa?


Passando ai temi attuali per i quali tu hai sempre grande attenzione, cosa ne pensi delle unioni civili e delle adozioni da parte di coppie composte da persone dello stesso sesso?

-Per quanto riguarda le unioni civili e tutto quello che oggi in Italia le ostacola credo che surrogata o no la madre dei cretini è sempre incinta, e detto questo credo di aver detto tutto. Per quanto riguarda invece l' adozione ho molti dubbi, credo che la questione debba essere valutata in maniera molto seria perchè è necessario scindere in maniera netta il diritto degli “aspiranti genitori” dal bisogno di chi dovrebbe e potrebbe essere adottato. Sono due cose che non possono convivere unicamente tenendo presente quello che si traduce nel diritto all' uguaglianza.


Pensi che l' Italia sia pronta a parte che per questa annosa questione a fare qualche passo verso il cambiamento allineandosi ad altri stati più evoluti sotto molti punti di vista uno tra tutti i diritti civili?

-Credo che pronta o no, i passi verso il miglioramento della vita vadano fatti. L' Italia ormai è pronta a tutto, basti pensare che dobbiamo dare ascolto addirittura a chi si vanta di essere conosciuta fino ad Hollywood con sul capo un' accusa di un omicidio del proprio figlio, che chissà se troverà mai giustizia. In Italia si sta assistendo a fenomeni di ogni tipo che infestano le pagine dei giornali e che per dritto o vie traverse arrivano a farci riflettere su quanto tutti siano in grado di ritagliarsi uno spazio in qualunque modo. Forse è per questo che si tende a far passare i secondo piano le cose serie.


Da buon comunicatore quale sei, pensi ci sia qualcosa di sbagliato nel modo di comunicare agli altri la necessità di essere riconosciuti, parlando di diritti alla pari?

-Per quanto riguarda le unioni civili in un Paese civile dovrebbero essere riconosciute di default, tanto di cappello a chi sta lottando per qualcosa che incomprensibilmente stenta a vedere la luce. Per il resto, e parlo di adozioni perlopiù, un messaggio comprensibile a tutti e volto alla sensibilizzazione, dev' essere necessariamente costruito facendo ricorso ad un “linguaggio” comprensibile a tutti, tenendo conto -sempre- del contesto.

A questo punto è lecito chiederti quanto conta secondo te l' immagine nella comunicazione.

-L' immagine nella comunicazione conta per come la vedo io almeno per il 50%, il messaggio può essere assolutamente convincente su tutti i fonti, ma un' immagine sbagliata a corredo di un messaggio giusto rende molto poco condivisibile il risultato finale agli occhi dei più. Risultato: zero.


Cosa cambieresti in Italia parlando di arte e di costume ed altro?

-Ognuno è libero di esprimersi nel modo che ritiene più opportuno, sia nell' arte che nelle abitudini, ma sicuramente quello che cambierei è la caparbietà di essere originali per forza solo perchè si è italiani, molto spesso non giova. La comprensione del contesto è la chiave di volta per una sicura riuscita nella vita e qualche volta nell' arte, oltre che nei messaggi sociali come ho già detto prima. Strafare non è necessario. L' arte dovrebbe essere accolta con maggior facilità dalla pubblica amministrazione, che dovrebbe essere molto più disponibile nei confronti degli artisti. Sembra più facile parlare con la regina Elisabetta che con un responsabile di un luogo espositivo pubblico ultimamente. Sono tutti così impegnati che mi chiedo quando abbiano il tempo di esistere.

In Italia quello che cambierei per quanto riguarda invece la comunicazione è certamente il giornalismo, e parlo da giornalista. Il giornalismo è diventato un mercato delle pulci, dove si cerca sempre la rarità al prezzo più basso e l' occasione di trovare qualcosa che ne valga veramente la pena è rara. Il giornalismo è stato rovinato dai tanti giornalisti che si sono svenduti e riciclati letteralmente per la fame di click, perchè un titolo altisonante si fa cliccare, perchè dietro un click c'è la pubblicità che fa guadagnare, perchè pochi centesimi moltiplicati per milioni di lettori fanno un bel gruzzoletto. Tutto a discapito dell' informazione. Dare la colpa dell' intorbidimento dell' informazione ai blogger è facile, ma i blogger non hanno il gravoso compito di tenere alta la qualità, per differenziare l' informazione corretta dalla cialtroneria allo stato puro e dall' immondezza indifferenziata, i giornalisti invece dovrebbero.


Cosa non ti piace e cosa ti piace della televisione invece?

-La televisione è fatta per intrattenere, e l' intrattenimento di qualità o no che sia è importante che faccia ascolti. Per quanto concerne l' informazione anche li si tende a spettacolarizzare cose che valgono meno di niente. Parola d' ordine: rendere notizia, piuttosto che fare notizia. Anche in tv.

Mi piacciono le trasmissioni che danno spazio alla cultura, ai viaggi, alla scoperta delle civiltà che non si conoscono, alla scienza, al cinema ed al dietro le quinte. C'è tutto un mondo da scoprire, se sei abbonato ad un pacchetto a pagamento, gratis invece la vedo dura..


Cambiando argomento, si parla spesso di risorse del territorio, quali sono secondo te le risorse del territorio Italia?

-Le persone, che sono in grado di cambiare il mondo, come dice lo slogan di una famosa compagnia telefonica. L' unica risorsa del territorio Italiano sono solo le persone, alle quali dovrebbe essere dato più valore rispetto a quello che si da alle cose. Retorica? Può darsi, ma tant'è.


Patrice Makabu è una persona che ama molto i modi di dire, qual' è il detto che più interpreta la situazione attuale dell' Italia, se tra quelli che conosci c'è.

-Non c'è nel mio repertorio mi spiace, ma se dovessi inventarne uno sul momento direi che: “E' Stato quel che è stato”. Punto.


Il futuro nella tua arte, cosa vedi e cosa ti piacerebbe realizzare di veramente importante.

-Sono una persona che non parla volentieri dei progetti futuri anche perchè le mie continue evoluzione non mi permettono di farlo con tanta facilità, in genere ho alternato momenti di silenzio a momenti di grande produttività. Quello che certamente voglio è continuare a fare arte quando sono ispirato e non perdere l' occasione di non dire nulla quando non ho niente di importante da dire.

 

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Le 12 fatiche di Draghi

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A sfidare Ercole nelle sue sovrumane imprese, come riporta il Pseudo-Apollodoro, ci sono stati il leone di Nemea, la Cerva di Cerinea, il cinghiale di Erimanto, gli uccelli del lago Stinfalo, le cavalle di Diomede, i buoi di Gerione ed infine il cane a tre teste guardiano degli inferi. A tutti noi, comuni mortali, le imprese di Ercole stupiscono per la loro fantasiosa prodezza a meno che non gli si voglia attribuire diversi significati mistici.

Le fatiche del Super Draghi sono invece fatiche più che comprensibili, prevedibili, condivise ma, con profondo scetticismo si dubita che possano essere mai superate, giudicandole delle imprese titaniche.

Quella che per Ercole era stata la quinta fatica, per il presidente Draghi si presenta senza indugio come la prima in assoluto. Ercole fu costretto a pulire le stalle di Augia che dopo più di 30 anni di completo abbandono erano stracolme di letame. Draghi dovrebbe affrontare la fatica del “letame burocratico” che anch’esso, da trent’anni è rimasto abbandonato a se stesso mentre marciva, contagiando le istituzioni con la sua putrefazione penetrando nei gangli della politica e della pubblica amministrazione diventava sempre più ingovernabile, caotico e ingombrante. Non è letame qualsiasi bensì un inciampo a qualsiasi riforma. La burocrazia, binario su cui viaggia il treno delle riforme, ahinoi, necessita una profonda manutenzione da cima a fondo.

Non meno ardua è la seconda fatica di Draghi

L’ultima delle imprese sovrumane di Ercole vedeva il leggendario eroe lottare per portare a Micene i pomi dorati custoditi da un drago immortale con tre teste. Il presidente Draghi dovrebbe lottare contro un sistema mostro della malagiustizia. Questa sua sarà una improba impresa perché da notizie che filtrano dai secreti del palazzo giudiziario e dai vari porti della nebbia, ultima l’intervista Palamara e non solo, il drago di piazzale Clodio ne ha più di tre teste sparse nelle procure dell’isola.

Questi due cancri, da soli bastano e avanzano per scoraggiare qualsiasi investitore estero, deprimendo l’economia e ostacolando ogni e qualsiasi vera riforma. La situazione si presenta ancora più grave e le fatiche del neo presidente richiederebbero uno sforzo immane per superarle.

Ad attendere dietro l’angolo il presidente Draghi, anziché l’immortale Idra, oppure la Cerva di Cerinea oppure il cinghiale di Erimanto e le altre belve che ha dovuto affrontare Ercole, troverà l’ostruzionismo nascente dalle diversità della sua maggioranza raccogliticcia, i nascenti dissidi nell’ ex movimento pentastellato ora in disfacimento. Stanno sempre in agguato i guai della scuola mai risolti, la fibrillazione e lo scontento tra i 39 sottosegretari, vera brace dei partiti che cova sotto le ceneri di una finta calma. Ad aspettare al varco il governo Draghi c’è la spartizione “secondo il manuale Cencelli” dell’ipotizzabile Recovery Fund. Poi non andrebbero sottovalutati i rumori fuori scena delle Regioni e dell’associativismo.

Scogli da superare saranno le varianti del Covid-19 che strisciano minacciose lungo un’Italia a colori ed a vari lockdown. Ricade sul paese il fallimento del piano vaccinazione di Bruxelles che non decolla.
Le fatiche che dovrà affrontare il presidente Draghi sono sovrumane. La strada è accidentata e lastricata di imprevisti, rendendo più impervio il sentiero perché il presidente lungo il suo tragitto tortuoso dovrà portare su di se il macigno del debito pubblico.

Ciò nonostante la maggioranza del popolo italiano nutre piena fiducia nelle grandi capacità del neo presidente e nella sua piena disponibilità ad adoperarsi per fare uscire il Paese dalla crisi che lo sta attanagliando.

Al contrario, la gente avendo assistito allo spettacolo dato da tutti i partiti quando sbavando urlavano: “noi ci stiamo”, ora che la gente è ormai convinta che deputati e senatori tengono più al potere e alla poltrona che al bene comune, guardano, ascoltano ed aspettano rassegnati il giorno per poter esprimersi democraticamente.

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Insulti alla Meloni da parte di un professore universitario di Siena: chi semina odio e ne accusa gli altri

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Hanno finito con Berlusconi, stanno continuando con Salvini, hanno incominciato con la Meloni: sarebbe il momento di smetterla

Siamo al solito commento, quando si tratta di ‘una certa’ sinistra: il bue dice cornuto all’asino.

E siamo ai fatti. Sera del 20 febbraio di quest’anno, intervista del prof. Giovanni Gozzini, ordinario di storia contemporanea e storia del giornalismo presso l’Università di Siena. Rispondendo, evidentemente, ad una domanda del giornalista a proposito dell’intervento di Giorgia Meloni, in occasione della ‘fiducia’ al governo Draghi, il professore si è lasciato andare ad una serie di insulti immotivati e senza scusanti, nonostante in appresso abbia tentato di porvi rimedio.

Le espressioni adoperate del professore non hanno, e non possono essere perdonate, essendo state pronunziate in perfetta consapevolezza e lucidità; non si tratta quindi di insulti ‘colposi’, ma profondamente ‘dolosi’ e premeditati, visto che il suo giudizio è stato formulato in pectore durante l’intervento della Meloni alla Camera dei Deputati.

Che il professore debba tacciare Giorgia Meloni di ignoranza, e definirla ‘una che non ha mai letto un libro’, quando non tutti i membri dei partiti al governo sono laureati, (come la Meloni), e abbiamo come presidente della Camera un Fico che ha difficoltà, come dimostrato durante un’intervista con Lucia Annunziata, a mettere insieme un concetto che sia tale (è famosa la frase a proposito dell’ONU, che fu definita ‘egidia’ e non egida’) travalica il confine non solo dell’insulto sessista, come qualcuno l’ha voluto definire (ma non è esatto), ma offende per partito preso, per odio politico, l’atavico ‘sinistra contro destra’. Senza voler capire che siamo in un regime di democrazia, almeno a parole, e l’appartenenza ad una corrente e ad una idea che non sia la sua sono perfettamente legittime. Oltretutto l’intervento della Meloni era l’unico che non si perdesse dietro a sdolcinature e sviolinate nei confronti di un presidente del Consiglio che conosciamo soltanto attraverso l’enunciazione delle sue intenzioni, dopo aver praticamente riconfermato il governo uscente, senza quella discontinuità che sarebbe stata, a sentire Renzi, la causa prima della crisi.

Purtroppo siamo alle solite, ed è sotto gli occhi di tutti

Abbiamo un segretario del PD che in ogni intervento sottolinea la sua intenzione di ‘battere le destre’, quello che, al di là di tutti i problemi del paese, sembra essere la sua unica e sola ragione della permanenza in vita, se non in politica. Di conseguenza, abbiamo una magistratura, secondo Palamara, ‘guidata’ da una manina politica, che manda a processo Salvini come una volta faceva con Berlusconi, e di questo sono pieni i titoli dei giornali.

Abbiamo una sinistra (o presunta tale) che taccia il leader della Lega di seminare odio quando parla di respingere le ondate di clandestini che invadono la nostra nazione, e assorbono risorse economiche importanti sia per l’accoglienza e sia per il rimpatrio, oltre ad essere (ed è dimostrato) portatori di patologie che in Italia non conoscevamo più da decenni – oltre, in qualche caso, essere positivi al covid, altro che assembramenti.

E tralasciamo altri discorsi, come crimini vari, spaccio, furti, omicidi, sfruttamento della prostituzione, aggressioni alle nostre divise: non tutti, per carità. Ma ne faremmo volentieri a meno, abbiamo già i nostri delinquenti, e una buona parte di quelli dell’est europeo. Abbiamo un ministro degli Esteri che non parla, legge, e che, per la sua mansione, dovrebbe almeno conoscere un paio di lingue straniere – oltre ad una opzione per un italiano corretto. Forse ha preso dal Papa, ma si può tranquillamente dire che non ci sembra il caso. Abbiamo un ministro della salute che ha ampiamente dimostrato di non essere adeguato al compito, e i fatti lo dimostrano. Abbiamo un Commissario per il Covid che è indagato per sapere che fine abbiano fatto i miliardi spesi per le mascherine: sappiamo benissimo dove sono andati a finire i soldi delle provvigioni degli intermediari (infatti sono stati sequestrati beni per, se la memoria non mi inganna, undici milioni e rotti di euro) ma di mascherine neanche l’ombra.

Ci siamo tolti, Deo Gratias, l’Azzolina, quella che ci ha fatto sperperare più di quattro milioni di euro di banchi a rotelle, quelli che provocano il mal di schiena (oltre ad essere arrivati in ritardo) e che oggi sono accatastati da qualche parte.

Ci siamo tolti anche la spesa per circa 220 ‘Primule’, strutture in cui vaccinare tutti gli Italiani, e non solo loro, sparse il tutta Italia, che sarebbero sati un altro sperpero di denaro pubblico, considerato ‘res nullius’, cioè cosa di nessuno, mentre è il NOSTRO denaro, quelli di tutti noi.

Da quando al governo c’è la sinistra si parla sempre di ‘salvare l’Italia’ (così diceva Monti prima di precipitare il mercato immobiliare e distruggere il mercato interno), di ‘ripartenza’, di ‘luce in fondo al tunnel’, di ‘risollevare l’economia’, di ‘creare posti di lavoro’: vogliamo dire che i posti di lavoro, checchè ne pensino i vecchi democristiani che credono che mettendo insieme un’altra ILVA, ex Italsider e oggi Arcelor Mittal, si risolva il problema.

Il lavoro lo crea il mercato, e se il mercato non c’è, a causa di queste capotiche chiusure che a qualcuno piace chiamare ‘lockdown’, per renderle più importanti, anche il lavoro muore. Nessuno ha mai avanzato il sospetto che i metodi adottati non siano quelli giusti? Infatti, se ciascuno di noi adotta la mascherina (sarà efficiente?), tiene la distanza di almeno un metro da chi gli sta vicino (anche se pare che anche alla distanza di meno di un metro nessun virus sia efficace), non frequenta assembramenti, causati dal bisogno della gente di uscire dagli arresti domiciliari (mentre gli addetti ai lavori fanno tranquillamente la loro vita: quis custodiet ipsos custodes?); insomma, se andiamo al supermercato a fare la spesa, perché negare il diritto di farci una pizza la sera, quando i ristoranti adottano tutte le precauzioni, giuste o sbagliate, di legge?

L’impressione è che questa gente giallo-rossa sia altamente incapace

Il segnale d’allarme (ormai è un anno) è stato dato in ritardo, e le misure adottate sono state soltanto di chiusura, senza cercar di capire come funziona il virus realmente – e di propaganda delle vaccinazioni, senza cercar di capire come funzionano realmente questi vaccini, e se funzionano, e per quanto tempo saremmo immuni, una volta assunta la seconda dose. Oltretutto per motivi politici non si vuole adottare lo Sputnik, che, pare, sia uno dei più efficaci: i Russi saranno poco ‘democratici’, ma per ciò che riguarda la scienza, sono seri.

E non sono poi quei ‘comunisti’ tanto graditi ai nostri al potere? Ha avuto ben ragione Giorgia Meloni, nel suo intervento, a mettere i puntini sulle ‘i’ con il presidente Draghi, e ci aspettiamo ancora oggi una risposta. Arriva invece una raffica di insulti dettati solo da quell’odio politico (e non) che certi personaggi ideologizzati riescono ad esprimere quando non arrivano all’uva, tacciando gli altri di ‘presunzione’, mentre sono loro che presumono di essere superiori: e questi ci porta al mai risolto discorso della ‘questione morale’: anche se l’Unione Europea ha sancito la perfetta analogia tra comunismo e fascismo, entrambi regimi totalitari e quindi, come tali, da rifiutare. Smettiamola perciò con questa presunta superiorità (anche culturale) della sinistra.

Personalmente, se io fossi la Meloni, anche a nome di tutti coloro che nelle sue parole si sono riconosciuti come persone che nutrono ancora un sentimento di amore nei confronti della madre patria, e che non vogliono che l’Italia diventi una colonia della Germania o di altre nazioni, eleverei querela nei confronti del ‘professore’ (se insegna queste cose, il primo ad essere ‘ignorante’ e ‘bocca larga’ è lui), e arriverei fino in fondo. Da quando Fratelli d’Italia, e con lui la Meloni, hanno incominciato a salire nei sondaggi, Giorgia Meloni è stata sottoposta ad un linciaggio mediatico diffuso, e questo è il segno che qualcosa sta cambiando. Hanno finito con Berlusconi, stanno continuando con Salvini, hanno incominciato con la Meloni: sarebbe il momento di smetterla.

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Il Prefetto Tagliente: “E’ possibile ridurre i fattori di rischio che influiscono su alcuni comportamenti pericolosi di molti giovani?”

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Che sta succedendo sui social network sempre più utilizzati dai minori? E’ possibile ridurre i fattori di rischio che influiscono su alcuni comportamenti pericolosi di molti giovani? Cosa pensano gli studiosi della psicologia della comunicazione delle piattaforme digitali incontrollate e del “linguaggio della violenza” utilizzato in libertà anche nel corso di molti talk show pure in prime time?

Sono queste le domande che si pone, con un post sulla pagina FB, il Prefetto Francesco Tagliente con alle spalle 47 anni di servizio, scalando i gradini più elevati della gerarchia professionale e con una specializzazione in criminologia.

Il Prefetto Tagliente parte dalla constatazione che “sui social network utilizzati da alcuni minori privi di strumenti per decodificare gli stimoli che arrivano dai social, si stanno manifestando, con sempre maggiore frequenza, fenomeni inquietanti”.

“Ciò che inizia come un gioco si trasforma in una sfida esasperata e, attraverso un processo emulativo propagato con forza dalla rete, i casi isolati finiscono per amplificarsi provocando finanche drammi e tragedie familiari”.

“A determinate fasce di età, infatti, lo spirito di emulazione è tanto più forte quanto è più debole la capacità di selezionare, analizzare e distinguere. Basterebbe pensare al recentissimo, folle e tragico gioco hanging challenge, agli ormai non episodici casi di cutting che coinvolgono addirittura ragazzi meno che adolescenti, alle nuove forme di devianza minorile diffuse su internet attraverso forum, social, siti dedicati o altre forme di diffusione digitale come il bullismo elettronico. Ma penso anche alla diffusione di fotografie e di video in rete, alle chat con sconosciuti e ai tristi casi di pornografia e pedopornografia”.

Va premesso che il Prefetto Tagliente, anche grazie agli insegnamenti della sociologia giuridica e della criminologia applicata al controllo sociale, è riuscito, soprattutto come Autorità di Pubblica sicurezza sul territorio a Pisa, Firenze e Roma, a coniugare la necessità di adempiere ai doveri dello Stato con le esigenze di rispetto dell’individuo come persona umana, della sua individualità e delle sue legittime aspettative, non trascurando l’impegno per la promozione e la divulgazione dei principi e dei valori incarnati nei simboli della Repubblica su cui si fonda lo Stato democratico e pluralista delineato dalla Costituzione repubblicana, negli ultimi anni nella veste di Delegato alle relazioni istituzionali dell’ANCRI, L’Associazione Nazionale Insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Con questa esperienza professionale e vocazione sociale Tagliente afferma che “Un’adeguata promozione e divulgazione dei principi e dei valori della nostra Costituzione, specialmente di quelli incarnati nei simboli nazionali, potrebbe contribuire a ridurre i fattori di rischio che influiscono su alcuni comportamenti pericolosi di molti giovani spesso vittime di persone adulte che li inducono a tenere comportamenti antisociali e delinquenziali.

“In attesa che il legislatore valuti, per i grandi gestori delle piattaforme digitali e per alcuni mezzi di comunicazione di massa, forme idonee a disciplinare la comunicazione diretta ai giovani, – prosegue l’ex Questore di Roma – intendo lanciare una proposta alternativa che presuppone l’utilizzo di un altro linguaggio, antico e attuale allo stesso tempo”.

Al linguaggio della violenza – dice Tagliente – io propongo il linguaggio del rispetto dei diritti tutelati dal nostro ordinamento attraverso la percezione e l’accoglimento dei valori e dei princìpi fondamentali della Costituzione repubblicana e dall’insieme dei suoi indirizzi e precetti come il valore del Tricolore. E lo faccio, questa volta, confidando e non temendo la forza dell’emulazione.

E pensando alla forza della emulazione e degli esempi positivi necessari a costruire la personalità dei ragazzi richiama i doveri costituzionali dei pubblici funzionari, dicendo: “Chi è chiamato ad esercitare una pubblica funzione deve mettere una particolare cura nell’adempimento della funzione loro affidata, ed essere di esempio per gli altri cittadini.”

“Il nostro agire da cittadini – prosegue – non poggia solo sui diritti ineludibili, ma prevede altrettanti doveri fondamentali. E fra i doveri – oltre a quelli di solidarietà politica, economica e sociale (difesa della Patria, concorso alle spese pubbliche, fedeltà alla Repubblica, osservanza delle leggi) e all’obbligo di esecuzione degli ordini legittimi delle pubbliche autorità – vi è una serie di prestazioni e comportamenti di notevole rilevanza sociale compreso il dovere, soprattutto per le istituzioni e i pubblici funzionari soggetti a una serie di regole che nel loro complesso costituiscono esplicazione della previsione fondamentale dell’art. 54 della Costituzione: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle, con disciplina ed onore”.

Tagliente ha poi voluto rimarcare il disvalore educativo e civico, per i giovani, dal mancato rispetto della Bandiera che purtroppo spesso si nota esposta anche su edifici pubblici, in pessime condizioni d’uso, strappata, lacerata, scolorita o sporca e non fanno eccezione neppure i Palazzi sede di istituzioni locali o nazionali.

“Penso al dovere di rispettare e promuovere il Tricolore, simbolo della Patria, delle libertà conquistate, dei sentimenti più nobili del popolo italiano di cui rappresenta l’unità nella Nazione e per la Nazione. Peraltro – ha proseguito – la collocazione della bandiera fra i principi fondamentali della Costituzione (art 12), non solo ne sanziona il primato gerarchico rispetto a ogni altro vessillo, ma attribuisce al Tricolore una funzione vincolante sia per le istituzioni che per incaricati di pubbliche funzioni, ai quali spetta di promuoverne il valore e verificarne il rispetto del decoro. Perché la bandiera è cucita sulla nostra pelle sin dalla nascita e si manifesta in circostanze particolari per darci forza, passione e coraggio. E lo fa nei momenti di gioia e in quelli di tristezza, proprio quando nella collettività nazionale i legami si riscoprono più saldi.

Conclude la riflessione con un invito al mondo accademico: “Mi piacerebbe veramente sentire cosa ne pensano gli studiosi delle scienze comportamentali e della comunicazione, perché sono sempre più convinto che ad alimentare tali fattori di rischio, che potrebbero tradursi in comportamenti antisociali e delinquenziali, contribuiscano alcune piattaforme digitali e il linguaggio utilizzato da alcuni ospiti di talk show”. E il mondo accademico che segue il Prefetto non si è fatto attendere.

Il Generale della Guardia di Finanza Alessandro Butticé afferma che “I giovani vanno protetti e tutelati soprattutto attraverso educazione e, se necessario, anche strumenti normativi. I social ed il web non sono buoni o cattivi. O meglio, possono essere buoni E cattivi. Come il coltello. Che é buono quando serve a tagliare il pane. Ma cattivo quando serve ad uccidere. Come le automobili. Che mai penseremmo di eliminare o vietare, anche se causano più morti del Covid. Bisogna però fare la scuola guida prima di ottenere la patente e fare campagne di informazione sulla sicurezza stradale. E, mutatis mutandis, si dovrebbe/dovrá fare la stessa cosa con social e web. Soprattutto per i giovani. E nella nostra Costituzione, ma anche nei trattati dell’Unione Europea, ci sono tutti quei valori, che dovremmo aiutare i nostri giovani a conoscere. E che il tricolore 🇮🇹 e la bandiera UE 🇪🇺 simbolicamente rappresentano.
La regolamentazione, che deve essere complementare e non alternativa all’educazione, dovrà colmare un evidente nuovo normativo. E, vista la portata globale dei social e del web, la portata di questa regolamentazione dovrebbe essere quanto meno a livello Ue. E non solo nazionale. Se si tende ad una concreta efficacia. Senza neppure dimenticare che solo l’Ue ha dimostrato essere capace ed avere gli strumenti necessari per negoziare in modo convincente con i giganti del web. Grazie quindi per questo tuo stimolo e sapiente contributo di pensiero”.

Lo psicologo Andrea Smorti professore onorario dell’Università di Firenze ha posto l’accento sull’età degli utilizzatori delle piattaforme e sul controllo da parte degli adulti. “Fino adesso – scrive il prof Smorti – non sono stati trasmessi dei modus operandi con cui utilizzare gli strumenti digitali: si è insegnato ad usare il casco in bicicletta o che con i coltelli taglienti ci si può far male ma pochissimo è stato insegnato su come usare e se usare questi strumenti. È necessario che vengano, a tutti i livelli, trasmesse delle regole di condotta in merito, ivi compresa l’età a partire dalla quale utilizzarli. È inoltre indispensabile che questi strumenti siamo costruiti in modo che gli adulti possano intervenire per vincolarne l’uso in modo che non sia possibile navigare liberamente”.

Lo psicologo Stefano Taddei, dell’Università di Firenze, sperando che il tema possa essere sviluppato ulteriormente, auspica un investimento in educazione e cultura. “Come non essere d’accordo! – scrive- Non solo: apprezzo tantissimo il richiamo alla costituzione e alla pratica educativa che inevitabilmente richiama. La sfida sta nel riuscire a collegare la capacità di costruire abilità di vita, di ascolto e di espressione delle emozioni e dei sentimenti con il senso personale che impernia i valori “costituzionali”. La sfida sarà rendere i social luoghi di pratica del rispetto e della libertà ma per far ciò occorre avere la forza di investire in educazione e cultura, e non sempre vedo convinzione in tal senso”

La psicologa clinico e forense e criminologo già giudice onorario minorile Silvia Calzolari ricordando il suo contributo fornito, come psicologo clinico e forense e criminologo, al Corso di Perfezionamento in “Psicologia della comunicazione e della testimonianza”, riservato a 44 poliziotti laureati, organizzato da Tagliente insieme con l’Università ricorda con orgoglio la partecipazione a quel Corso, che all’epoca rappresentò un’iniziativa originale e di speciale interesse. “Anche oggi l’importanza cruciale della comunicazione – scrive – non è mutata, anzi più che mai rappresenta uno strumento educativo e di contrasto alla povertà morale dilagante. Aggiungo alla necessità di un linguaggio dei diritti e delle regole anche quello della relazione, che esiste sempre meno perché la vera piaga è il NARCISISMO. Questo concetto apparentemente innocuo in realtà è ciò che muove la mercificazione dell’immagine, lo sprezzo di ciò che non appare ma è valoriale, la rabbia che si traduce in aggressività quando non si è al centro dell’attenzione. Più che mai urge una riflessione corale per diffondere una cultura antinarcisistica, di recupero di ciò che si sta perdendo attraverso un uso distorto della tecnologia”.

La psicoterapeuta e criminologa Virginia Ciaravolo docente di psicologia clinica a Roma concorda pienamente con il prefetto Tagliente aggiungendo che “L’agito di Tik Tok nel mettere limiti di età all’accesso ci dice che i social sono diventati terra di nessuno. Chiunque senza il minimo rispetto per l’altro posta improperi, foto forti o imbarazzanti. I minori inconsapevoli di avere tra le mani una bomba ad orologeria scimmiottano gli adulti. Occorre un’educazione digitale, un uso responsabile del web, formazione ed informazione su rischi e pericoli. Come? Da quello che hai appena scritto, cominciando dai valori”.

La psicologa Francesca Arpino afferma che “La sfida sarebbe poter comunicare garantendo sicurezza e protezione anche attraverso uno strumento elettronico. Le varie tecniche purtroppo usate dai manipolatori costituiscono le armi più diffuse utilizzate contro la nostra psiche, e a esser prese di mira sono spesso le nuove generazioni con le loro debolezze, emotività e fragilità. Delimitare attraverso regole e nuovi interventi un terreno tanto spinoso è un primo passo per lavorare sul nostro linguaggio, la nostra percezione e i nostri obiettivi. Perché il conflitto nasce dove ogni comunicazione crea un terreno di mistificazioni e disequilibri”.

Il Sociologo e Criminologo Claudio Loiodice Presidente del Dipartimento Piemonte dell’Associazione nazionale sociologi scrive che “ La società si evolve in maniera vertiginosa, molto di più della capacità della società stessa di adottare degli Istituti capaci di regolamentare i fenomeni sociali che stiamo vivendo. Non dimentichiamo però che veniamo da un’epoca che ha visto una trasformazione radicale delle abitudini e delle relazioni. Internet è un mezzo imprescindibile, ha abbattuto ogni barriera anche se nasconde delle insidie pericolose. Almeno, a differenza delle droghe, ci consente di facilitare i contatti sociali e quindi di progredire. In sintesi, credo che sia necessario ampliare lo spettro dei controlli non per il suo utilizzo, ma sui contenuti, ma ritengo che inevitabilmente questo ci costerà qualcosa in termini di rischio”

La giornalista Dania Mondini ricorda che “tutto è iniziato molto tempo prima che i nostri ragazzi avessero in mano un cellulare. Il mondo della comunicazione a cominciare da talk show in prima e seconda serata, hanno da anni permesso, quando non addirittura promosso, aggressività volgarità e disattenzione all’altro. Resto sempre dell’idea che l’esempio è fondamentale a cominciare dalla famiglia. Emulare personaggi televisivi è consuetudine. Cosa vogliamo imputare ai ragazzi? Sono vittime…che dovremo recuperare, se non vogliamo ulteriori degenerazioni. La scuola deve e può salvare il futuro…intanto forse dovrebbero esserci maggiori rigidità da parte dei grandi network e social…che sembrano ormai una terra di nessuno in nome di una libertà che spesso è confusa con violenza e prevaricazione”.

Guglielmo Puccia ex Funzionario dell’ENEA scrive: “Credo che un modo, per cercare di fermare la “catastrofe educativa” che coinvolge molti strati delle nuove generazioni, possa essere quello di dare piena attuazione alla recente legge 92/2019, che introduce l’obbligatorietà dell’insegnamento dell’Educazione Civica, come materia trasversale in tutti gli ordini scolastici. Tra gli otto moduli formativi previsti, molto spazio è dato all’insegnamento e alla conoscenza della Costituzione, del Tricolore e dell’inno Nazionale. L’insegnamento è finalizzato all’identificazione dei diritti e a promuovere il pieno sviluppo della persona e la partecipazione dei cittadini all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Un forte richiamo è rivolto alle Istituzioni scolastiche, affinché rafforzino la collaborazione con le famiglie al fine di promuovere comportamenti dei giovani non solo per quanto riguarda i diritti ma dei doveri e del rispetto delle regole di convivenza civile. Abbiamo bisogno di una nuova scuola per costruire una nuova società! L’Attuale scuola è una scuola vecchia, forma i cittadini del passato.”

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