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Assedio Mariupol, il sospettato dell’omicidio di Boris Nemtsov alla guida dei ceceni. Allarme bombe a grappolo

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A guidare le truppe cecene che partecipano all’assedio di Mariupol c’è Ruslan Geremeyev, sospettato di essere tra i responsabili dell’omicidio di Boris Nemtsov, l’ex vicepremier di Boris Eltsin e oppositore di Vladimir Putin, assassinato nel 2015 a Mosca.

Lo afferma un video pubblicato dal leader ceceno Ramzan Kadyrov, ripreso da Meduza.

Continua senza sosta la guerra in Ucraina, invasa dalle truppe russe, mentre da Kiev arriva un nuovo appello all’Occidente: “Impossibile salvare Mariupol senza altri tank e aerei, i missili russi non si abbattono con fucili e mitra”, dice il presidente Volodymyr Zelensky in un nuovo video.

Intanto Leonid Pasechnik, il leader dell’autoproclamata Repubblica di Lugansk, nell’est dell’Ucraina, che recentemente Mosca ha riconosciuto come indipendente insieme alla Repubblica di Donetsk, ha detto che “in un prossimo futuro” potrebbe essere organizzato un referendum per decidere l’annessione alla Russia, riferiscono le agenzie russe.

“Al momento non sono in corso preparativi” per un possibile referendum sull’annessione a Mosca dell’autoproclamata repubblica separatista di Lugansk, ha poi precisato il leader dell’entità filo-russa, citato dalla Tass. “Qualsiasi” falso referendum “nei territori temporaneamente occupati è giuridicamente insignificante e non avrà conseguenze legali”, aveva subito replicato il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Oleg Nikolenko. Il portavoce di Kiev, citato da Ukrinform, si è inoltre detto convinto che nessun Paese al mondo riconoscerebbe la validità del referendum.

Dall’Est arriva intato la denuncia da parte del ministero dell’Interno di Kiev che i russi avrebbero usato ordigni a grappolo in una zona residenziale nella regione di Donetsk: “Il nemico ha sparato dai lanciarazzi multipli Tornado-C nel settore residenziale di Krasnohorivka, le munizioni sono cadute nelle strade del settore privato”.

ASSEDIO A KIEV – Oltre 30 bombardamenti di complessi residenziali e infrastrutture nella regione di Kiev sono stati registrati in 24 ore. Lo ha reso noto l’amministrazione militare regionale di Kiev su Telegram, citato dall’Agenzia Unian. “Durante l’intero periodo della guerra, distruzioni sono state registrate in 34 delle 69 comunità della regione di Kiev, ovvero il 49,2%. In totale, più di 500 obiettivi”, dice la nota dell’amministrazione. A Kiev le persone stanno morendo di fame e sono costrette a bere acqua di scarico, mentre la situazione in tutto il Paese peggiora, ha detto a Times Radio la deputata ucraina Lesia Vasylenko, citata dal Guardian. La deputata ha spiegato che la capitale sta ancora affrontando attacchi e soffre la scarsità di cibo, mentre le persone sono “costrette a stare in scantinati e stazioni della metropolitana”. E ha aggiunto che “a Mariupol, migliaia di persone vengono deportate con la forza oltre il confine con la Russia, apparentemente per essere al sicuro, ma poi vengono spedite in una direzione sconosciuta e nessuno sente più parlare di loro: le atrocità sono le stesse dappertutto”. Completamente distrutto il deposito petrolifero di Leopoli colpito ieri da un missile russo, ha affermato l’amministrazione militare regionale di Leopoli Maksym Kozytskyi su Telegram, citato da Ukrainian Pravda. “L’incendio è stato spento dopo più di 12 ore. Ieri l’esercito russo ha sferrato diversi colpi in tutta Leopoli”, ha aggiunto.

USA-MOSCA, BLINKEN PUNTUALIZZA –  Gli Stati Uniti non hanno alcuna strategia per un cambio di regime in Russia, ha detto il segretario di Stato Antony Blinken in Israele dopo che sabato Joe Biden ha affermato che il leader russo Vladimir Putin “non può rimanere al potere”. “Penso che il presidente e la Casa Bianca ieri sera abbiano sottolineato semplicemente che Putin non può avere il potere di fare una guerra o impegnarsi in un’aggressione contro l’Ucraina o contro chiunque altro”, ha detto dopo che la Casa Bianca aveva precisato le parole di Biden. “Come ci avete sentito dire ripetutamente, non abbiamo una strategia per un cambio di regime a Mosca”.

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Sparatoria in una scuola elementare in Texas: uccisi 19 bambini e due adulti

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Diciannove bambini e due adulti, di cui un insegnante, sono stati uccisi a sangue freddo in classe da un ragazzo di 18 anni, Salvador Ramos.

Un massacro che allunga la striscia di sangue negli Stati Uniti dove ci sono state più di 200 sparatorie di massa dall’inizio dell’anno. Evidentemente scosso e con le lacrime agli occhi, Joe Biden si rivolge agli americani e al Congresso e chiede un’azione sulle armi. “Possiamo e dobbiamo fare di più. E’ il momento di trasformare il dolore in azione” e di affrontare la lobby delle armi, afferma Biden appena rientrato dal suo viaggio in Asia e con a fianco la First Lady Jill Biden vestita tutta di nero. Parlando dell’ennesimo “massacro” il presidente si definisce “stanco e arrabbiato” e si rivolge direttamente agi americani: “Perché vogliamo vivere con questa carneficina? Perché continuiamo a consentire che questo accada? Per l’amor del cielo dov’è la nostra spina dorsale?”. Da qui l’appello a norme di buon senso sulle armi affinché tragedie come questa possano essere evitate. “Non venitemi a dire che non possiamo avere un impatto su queste carneficine”, aggiunge. Gli fa eco la vicepresidente Kamala Harris: “Quando è troppo è troppo, ora bisogna agire”. Parole pesanti arrivano anche da Barack Obama, presidente durante la strage di Sandy Hook del 2012. “Io e Michelle siamo a fianco delle famiglie di Uvalde. Ma siamo anche arrabbiati”: sono passati dieci anni da Newtown e “il nostro Paese è paralizzato non dalla paura, ma da una lobby delle armi e da un partito politico che non hanno mostrato alcuna volontà di agire per prevenire queste tragedie. E’ scaduto il tempo per agire, per qualsiasi tipo di azione”, dice senza mezzi termini Obama. La rabbia dei democratici si sfoga mentre su quanto accaduto ancora non c’è molta chiarezza. Il killer ha sparato prima alla nonna e poi ha avuto un incidente di auto vicino alla Robb Elementary School. Sceso dall’auto con fucile e giubbotto antiproiettile, ha cercato di entrare nella scuola superando il blocco di alcuni agenti: una volta nell’edificio ha aperto il fuoco in alcune classi. Il ragazzo 18enne è poi stato fermato dalla polizia che lo ha ucciso sul posto. Di Ramos si sa ancora poco: era uno studente di un liceo dell’area e poco prima della strage ha contatto una sconosciuta su Instagram dicendole che aveva un segreto che voleva condividere: “sto per…”. Alla ragazza comunque non ha confessato quale era il gesto folle che aveva in mente e che ha portato a termine qualche ora dopo. Sul suo account Instagram il killer aveva postato un selfie e foto di armi, inclusa una con due fucili uno accanto all’altro. Non è chiaro se si tratta delle armi usate per la strage. Quello che si sa è che il ragazzo per il suo 18mo compleanno ha acquistato due fucili. La strage è avvenuta a due giorni dalla fine dell’anno scolastico in un’area a prevalenza di ispanici, e ha preceduto di qualche giorno la convention annuale della National Rifle Association, la potente lobby della armi. L’appuntamento è infatti per venerdì a Houston, nel Texas che piange ora i bimbi uccisi, e vi sono previsti gli interventi di Donald Trump e del governatore dello stato Greg Abbott. Proprio su Abbott in questo ore si stanno concentrando le critiche per aver ammorbidito di recente le leggi sulle armi. E’ anche rispuntato un suo tweet del 2015 in cui invitata i texani a correre ad acquistare di armi. “E’ imbarazzante. Il Texas è solo secondo dietro alla California per gli acquisti di armi nuove. Muovetevi”, aveva twittato. La strage ha già riacceso il dibattito sulle armi nel mezzo della campagna elettorale delle primarie in vista delle elezioni di metà mandato. Non è comunque scontato che la spinta del momento si traduca in azione, visto che le stragi che si sono succedute nel corso degli anni non sono riuscite a superare l’impasse in Congresso.

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Ucraina, piano di pace italiano al vaglio di Mosca ma Kiev frena: no a concessioni su Crimea e Donbass

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Mosca ha ricevuto e “sta studiando” il piano di pace per l’Ucraina presentato dall’Italia all’Onu, ma ancora non fa commenti. Così come non si registrano reazioni dalle cancellerie europee.

Solo la portavoce del governo tedesco, ad una domanda in proposito, risponde che spetta all’Ucraina decidere se il piano sia accettabile.

E Kiev, attraverso la vice ministra degli Esteri Emine Dzhaparova, in visita a Roma, mette in chiaro che “qualsiasi piano di pace che non preveda la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina non è un piano sostenibile”.

Le iniziative diplomatiche rimangono avvolte nella nebbia dell’incertezza

La Russia, ha detto il vice ministro degli Esteri Andrey Rudenko, ha “ricevuto recentemente” le proposte italiane, articolate in quattro tappe sotto la supervisione di un Gruppo internazionale di Facilitazione (Gif): il cessate il fuoco, la possibile neutralità dell’Ucraina, le questioni territoriali – in particolare Crimea e Donbass – e un nuovo patto di sicurezza europea e internazionale.

Il piano è stato illustrato dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, ma non inviato direttamente a Mosca, secondo quanto si apprende. Rudenko ha detto che Mosca è pronta a riprendere i negoziati con Kiev appena l’Ucraina mostrerà “segnali costruttivi”.

Parole che appaiono semplici affermazioni di rito in assenza di sviluppi concreti, almeno alla luce del sole. Allo stesso tempo è chiaro che la leadership moscovita non si aspetta soluzioni che portino alla revoca delle sanzioni occidentali, come emerge dalle parole del presidente Vladimir Putin in occasione di un incontro a Sochi con il suo omologo bielorusso e grande alleato, Aleksandr Lukashenko. “L’economia russa resiste abbastanza bene”, ha affermato il capo del Cremlino, ma “non tutto è facile” e “tutto ciò richiede un’attenzione speciale da parte del blocco economico e del governo e sforzi speciali”.

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Tensioni tra Usa e Cina, il capo del Pentagono cerca di ridimensionare le frasi pronunciate dal presidente

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Le parole di Biden, nel corso della conferenza stampa di ieri insieme al premier giapponese, sono apparse un brusco cambio di rotta nei rapporti con Taipei che ha colto di sorpresa i consiglieri più stretti della Casa Bianca

“La politica americana sulla “Cina unica” non è cambiata. Il presidente Joe Biden ha solo sottolineato il nostro impegno a fornire a Taiwan i mezzi per difendersi”. Così il capo del Pentagono Lloyd Austin ha ridimensionato le parole del presidente Biden su Taiwan durante una conferenza stampa a Ramstein.

Stamattina, 24 maggio, durante il punto stampa congiunto con il primo ministro giapponese Fumio Kishida a Tokyo, a Biden era stato chiesto se gli Stati Uniti sarebbero disposti a intervenire per aiutare Taiwan come accaduto con l’Ucraina in caso di invasione da parte della Cina. Biden aveva risposto di essere pronto a un intervento militare. “Non penso che l’invasione ci sarà”, aveva specificato, sottolineando però che la Cina sta “giocando con il fuoco”.

Da Tokyo, nella conferenza stampa congiunta con il premier nipponico Fumio Kishida, le parole di Biden sono apparse un brusco cambio di rotta nei rapporti con Taipei che ha colto di sorpresa i consiglieri più stretti della Casa Bianca.

A Biden era stata posta la domanda sulla disponibilità Usa a un coinvolgimento militare contro un tentativo di forza cinese per il controllo di Taipei, viste le perplessità americane sull’Ucraina. “Sì. Questo è un impegno che abbiamo preso. Siamo d’accordo con la politica della ‘Unica Cina’”, ha risposto il presidente. “Vi abbiamo firmato sopra e su tutti i relativi accordi presi da lì, ma l’idea che possa essere presa con la forza, solo presa con la forza, è puramente non appropriata”. La reazione cinese è stata rabbiosa, come prevedibile.

“Nessuno dovrebbe sottovalutare la decisa determinazione, la ferma volontà e la forte capacità del popolo cinese di difendere la sovranità nazionale e l’integrità territoriale”, ha replicato il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin, dato che Taiwan “riguarda esclusivamente gli affari interni”. Con una nota notturna, l’Ufficio per gli affari di Taiwan del governo centrale, ha rincarato che sono gli Usa a giocare con il fuoco usando la “carta Taiwan” per contenere la Cina, mettendo in guardia che “ne resteranno bruciati”. La Casa Bianca ha cercato di minimizzare in un momento di forti tensioni sino-americane e un funzionario ha affermato che la posizione ufficiale è invariata, ricordando che “il nostro impegno ai sensi del Taiwan Relations Act è di fornire a Taiwan i mezzi militari per difendersi”. Il governo americano, per chiarire i termini della questione, ha mantenuto la sua “ambiguità strategica” sull’uso della forza militare ad attacchi cinesi contro Taipei, adottata dopo che Washington nel 1979 trasferì il riconoscimento diplomatico su Pechino, facendo diventare ufficiosi i legami Usa-Taiwan. Lo scopo è dissuadere la Cina dall’aggredire Taiwan, ma anche l’isola dal cercare l’indipendenza: nessuna delle due parti può essere certa di un intervento americano a difesa dell’isola.

Il presidente Usa Joe Biden alza oggi dal Giappone il velo sull’Indo-Pacific Economic Framework (Ipef), l’ambizioso piano di investimenti e rafforzamento dei rapporti commerciali che farà aumentare la presenza Usa nell’area e getterà le basi del collegamento ‘tra simili’ nell’ottica del contenimento della Cina. “Ci saranno benefici economici concreti per i Paesi che vorranno partecipare”, assicura Biden. Pechino parla invece di una “strategia destinata a fallire”.

“Ci saranno benefici economici concreti per i Paesi che vorranno partecipare alla nuova alleanza economica nella regione Indo-Pacifico”, ribadisce il presidente americano nell’incontro a Tokyo con il premier nipponico Fumio Kishida, a margine del summit bilaterale che precederà la riunione informale dei Quad con la partecipazione dei leader di India e Australia in calendario domani. Nella seconda e ultima tappa del suo viaggio in Asia, Biden ha ribadito che gli Usa sono determinati a difendere il Giappone, con il quale mantengono un’alleanza che considera la “pietra miliare” della pace e della stabilità nella regione

“La nuova piattaforma economica, sarà introdotta per ostacolare l’espansionismo della Cina, e porterà numerosi vantaggi per l’intera regione”, ha aggiunto il presidente Usa a margine dell’incontro. All’inizio della riunione aperta alla stampa, Biden ha anche ringraziato il Giappone per essersi schierato con l’Occidente per preservare i valori democratici, assicurando l’applicazione di sanzioni a seguito dell’invasione della Russia in Ucraina.

Il premier Kishida ha auspicato una maggiore collaborazione tra i due Paesi per garantire la pace e la stabilità della regione Indo-Pacifico. “Ogni uso della forza per alterare l’ordine mondiale – ha continuato Kishida, non verrà tollerato”.

All’Indo-Pacific Economic Framework (Ipef) hanno aderito 13 Paesi: lo ha annunciato Biden nella conferenza stampa congiunta a Tokyo con Kishida al termine del loro summit.

Biden ha inoltre affermato che sta “considerando” l’abolizione di alcuni dazi commerciali sulla Cina, sottolineando che non sono state imposte dalla sua amministrazione. “Non abbiamo imposto nessuna di queste tariffe”, ha risposto nella conferenza stampa congiunta. “La loro revoca è una misura in esame”, ha aggiunto. 

La strategia Indo-Pacifica degli Stati Uniti sulla formazione delle “piccole cricche in nome della libertà e dell’apertura” ha il solo scopo di contenere la Cina ed è destinata a fallire. Lo dice il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, aggiungendo che se l’Indo-Pacific Economic Framework (Ipef), l’ambizioso piano d’investimenti e rafforzamento dei rapporti commerciali nell’area che il presidente americano si appresta a lanciare oggi a Tokyo, “diventa uno strumento politico per gli Usa per salvaguardare la propria egemonia economica regionale ed escludere deliberatamente Paesi specifici, sarebbe su una strada sbagliata”.

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