Amatrice, 24 agosto 2016: dopo tre anni ancora troppi problemi da risolvere. L’intervista al sindaco

AMATRICE (RI) – Tre anni dal quel 24 agosto 2016. Gli orologi fermi alle ore 3:36. Un terremoto di magnitudo 6.0, con epicentro situato lungo la Valle del Tronto, tra i comuni di Accumoli e Arquata Del Tronto, ha distrutto Amatrice. Poi, due potenti repliche il 26 ottobre 2016 con epicentri al confine umbro-marchigiano, tra i comuni della provincia di Macerata di Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera: la prima scossa alle 19:11 con magnitudo 5.4 e la seconda alle 21:18 con magnitudo 5.9. 299 vittime senza contare gli ingenti danni al patrimonio culturale che costituisce la linfa di ogni piccolo borgo italiano.

L’Osservatore d’Italia è andato più volte ad Amatrice. I
problemi da risolvere rimangono ancora tanti, troppi, dalle SAE (soluzioni
abitative di emergenza), allo spopolamento, alla sanità., alle macerie. Ma gli
abitanti non demordono, non possono fare a meno della loro terra e delle loro
montagne. Dal giorno successivo al terremoto, gli amatriciani hanno capito che
il futuro del borgo era nelle loro sole mani.

Dopo l’elezione di Sergio Pirozzi in Regione e il periodo di
transizione dell’ingegnere sismico Palombini, tocca al neo sindaco Antonio
Fontanella portare avanti un’agenda politica così importante per il centro
Italia e non solo.

Sindaco Fontanella, 3 lunghi anni sono
passati dal sisma del 24 agosto 2016. Ma necessariamente quel maledetto
terremoto deve essere al centro della sua agenda amministrativa. Quali azioni
intende intraprendere?

La prima iniziativa a cui stiamo già
lavorando è l’affidamento dell’incarico per il piano di ricostruzione per
Amatrice centro e per le 13 frazioni perimetrate, senza il quale purtroppo non
è possibile avviare la ricostruzione degli edifici. Siamo in ritardo perché ad
oggi avremmo già dovuto avere i primi cantieri avviati. Faremo il possibile per
recuperare il tempo perduto

Ha già parlato col terzo commissario
alla ricostruzione Farabollini? Il suo predecessore Palombini nei suoi
confronti aveva utilizzato parole forti: “non ha capito dove sta, sbagliando
totalmente approccio e quindi: o questo ruolo non è giusto per lui oppure non
l’ha capito”.

Abbiamo avuto diversi incontri con il
commissario, nei quali abbiamo posto diverse questioni relative al
finanziamento dell’Albergo Scuola, nonché alla ricostruzione dell’Ospedale, che
secondo questa amministrazione dovrebbe essere collocato in un sito più idoneo
e non lì dove era. Il Commissario ha concordato con le nostre perplessità,
sottolineando tuttavia che l’eventuale delocalizzazione della struttura non
rientra nelle sue prerogative. In merito invece all’Albergo Scuola abbiamo
ottenuto l’assicurazione che avrebbe erogato la parte di finanziamento carente,
come in effetti poi ha ufficializzato con nota all’Ufficio della Ricostruzione

Amatrice rischia ancora lo spopolamento?
Quale sarà il passo successivo alle SAE che, a quanto sembra, non sono adatte a
quelle altitudini?

Il passo successivo alle Sae è la
ricostruzione degli edifici, per quanto riguarda il mantenimento dell’assetto
economico del territorio, pensiamo di incrementare le aree da destinare ad
alloggi provvisori in modo da favorire il ritorno delle famiglie che avevano le
case di origine nel Comune di Amatrice. In tal senso abbiamo ottenuto da parte
del Commissario un primo finanziamento di 250mila euro con il quale abbiamo
redatto un progetto di sei aree da destinare allo scopo.

C’è dialogo con le istituzioni
regionali per lo smaltimento dei detriti?

Con le istituzioni regionali abbiamo
instaurato un rapporto di notevole collaborazione, molte sono le riunioni
organizzate dall’Assessore per la Ricostruzione Di Berardino, frequenti sono
anche gli eventi e gli incontri organizzati con l’Assessore alle Attività
Produttive Manzella e con l’Assessore al Turismo Bonaccorsi. Abbiamo anche
avviato un incontro con l’Assessorato all’Urbanistica per modificare le norme
del PTPR: purtroppo per questo aspetto abbiamo ottenuto poco perché le nostre
proposte sono state accolte in maniera non soddisfacente. Continueremo a
batterci e a confrontarci perché pensiamo che questo sia il modo migliore per
raggiungere risultati utili al processo di ricostruzione e alla popolazione del
nostro Comune.

Quali sono i suoi rapporti con
Pirozzi e Palombini? C’è la possibilità di incontro per dare continuità al
lavoro intrapreso?

Purtroppo con il predecessore abbiamo
rapporti complicati dall’atteggiamento da lui assunto sul risultato delle
elezioni. Il fatto che non abbia voluto accettare il risultato elettorale lo ha
spinto a fare un ricorso al Tar e conseguentemente a votare contro ogni delibera
assunta in Consiglio comunale, anche su quelle come l’approvazione del bilancio
che erano state predisposte e votate in giunta da lui stesso. Con Pirozzi
abbiamo un rapporto di confronto leale e positivo, così come riteniamo debba
essere fatto con i rappresentanti dei diversi livelli istituzionali. Un buon
amministratore credo che non debba avere pregiudizi e debba avere la capacità
di confrontarsi con tutti sulla base di proposte elaborate nell’interesse del
suo territorio.

fffff




Giovanni dietro Falcone – quinta puntata: tutto non torna

Falcone atterra insieme a Francesca Morvillo alle 16 e 45 del 23 maggio 1992 a Palermo. Ad aspettarli tre auto blindate. Una croma marrone con Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Di Cillo; una azzurra con Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo e una bianca dove siedono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Giuseppe Costanza. A seguirli Gioacchino La Barbera pronto a dare il segnale ai killer. Alle 17 e 57 l’autostrada A29 che porta da Punta Raisi a Palermo, all’altezza dello svincolo per Capaci salta in aria. La croma marrone viene catapultata fuori della carreggiata, quella bianca col giudice Falcone si infrange contro un muro di detriti.

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Il video servizio trasmesso a Officina Stampa del 11/7/2019

Nella strage ancora una volta si può ravvisare il coraggio estremo degli agenti di scorta. Angelo Corbo esce dalla croma azzurra e con l’M12 in mano si avvicina al giudice. Vuole proteggerlo fino all’ultimo. Falcone e Morvillo vengono trasportati in ospedale dove moriranno poco dopo. Nello stesso momento sul luogo della strage iniziano a muoversi entità esterne a cosa nostra che provvedo a terminare il lavoro.

30 gennaio 2002 la Cassazione conferma 21 condanne tra le quali molti ergastoli. Ma sono troppi i quesiti rimasti aperti….

Perché Toto Riina decide di cambiare il luogo e le modalità di omicidio?
Perché fu sottovalutato l’allarme di Elio Ciolini (neo fascista legato ai servizi segreti deviati) che preannunciava una stagione di stragi e bombe dopo l’omicidio di Salvo Lima? Perché le preoccupazioni del ministro Sotti sulle parole di Ciolini furono definite una Patacca da Giulio Andreotti?
Quali indicazioni possono dare la pentrite e la T4 rinvenuti dall’FBI nell’esplosivo? Ma ancora, dove portano il foglietto con annotazione dell’indirizzo del Sisde, la telefonata misteriosa in America, il ritrovamento di guanti, una torcia e del dna di una donna, la presenza di un furgone della Sip, i diari di falcone, le parole di Riina e le foto sequestrate ad Antonio Vassallo e il ruolo in questa sparizione del questore Arnaldo La Barbera che oggi sappiamo esser stato al soldo del sisde col nome in codice Rutilius?




Giovanni dietro Falcone – quarta puntata: un uomo lasciato solo

Paolo Borsellino aveva capito tutto. Giovanni Falcone era stato lasciato solo. Lo Stato e la magistratura gli avevano voltato le spalle. Falcone inizia a morire il 19 gennaio 1988 quando il Consiglio Superiore della Magistratura gli preferisce Antonino Meli a capo dell’ufficio istruzione. È il 23 maggio 1992, ore 17 e 57. Mezza tonnellata di esplosivo apre una voragine di 140 metri sull’autostrada A29 che dall’aeroporto di Punta Raisi conduce a Palermo. (pausa). Il primo ad arrivare è Antonio Vassallo, un fotografo. Ma cosa è successo prima della strage. Antonio Vassallo fa il nome di Giovanni Battaglia… Sulla collina, dove oggi si legge in carattere la scritta No Mafia, vengono ritrovati mozziconi di sigarette, un pizzino con il numero di telefono di un uomo dei servizi segreti…

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Il video servizio trasmesso a Officina Stampa del 4/7/2019




Giovanni dietro Falcone – terza puntata: la genesi del maxi processo a cosa nostra

A metà degli anni ’80, il maxi processo a Cosa Nostra inizia a prendere forma. Nell’84 il boss dei due mondi, Tommaso Buscetta, conosciuto con il soprannome di Don Masino rompe il muro del silenzio e dell’omertà. Descrive a Falcone la gerarchia di Cosa Nostra, ma già prima il vice questore Ninni Cassarà, giovane vice capo della mobile di Palermo, insieme al maggiore dei carabinieri Angiolo Pellegrini, aveva stilato il famoso rapporto “Michele Greco + 161” grazie alla fonte “prima luce”, nome in codice del mafioso Totuccio Contorno.

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Il video servizio trasmesso a Officina Stampa del 27/6/2019

La mole di dati da catalogare e collegare per arrivare al Maxi processo è enorme. Ad aiutare il pool anti mafia sarà l’ex autista di Rocco Chinnici scampato per miracolo all’attentato di via Pipitone Federico, Giovanni Paparcuri. Il 16 aprile 85 nasce la banca dati del maxi processo.
Il bunkerino nel tribunale di Palermo era costituito di 4 stanze. Una era riservata all’archivio dei dati più sensibili: i documenti bancari, le intercettazioni e i faldoni delle indagini sull’omicidio del generale Dalla Chiesa. È lì che il giudice a latere, Pietro Grasso, incontrerà per la prima volta il maxi processo… a presentarglielo è Giovanni Falcone.

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L’intervista alla dottoressa Patrizia Torretta Direttore tecnico superiore psicologo della Polizia di Stato attualmente in forza presso il Servizio Postale delle Comunicazioni. All’epoca dei fatti Ispettore di polizia (1988 al 1999) dove operava nel nucleo centrale anticrimine specializzato nel contrasto alla mafia

Ma dietro il lavoro estenuante di questi integerrimi giudici, c’è la vita quotidiana. Fatta anche di amicizie e legami indissolubili: ne sono un esempio Borsellino e Falcone.




Giovanni dietro Falcone – seconda puntata: una vita blindata

Abbiamo concluso la nostra prima puntata su Giovanni Falcone, ricordando le parole di Antonio Montinaro. L’agente faceva continuo riferimento al sentimento della paura che era spesso la protagonista durante gli spostamenti del giudice istruttore.

Dai racconti degli uomini della Quarto Savona 15, Falcone esce come un personaggio forte: non trasmettere mai l’ansia e l’inquietudine di essere il principale bersaglio di Cosa Nostra.

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Giovan Battista Guttadauro afferma nel reportage: “tutti avevamo paura”. D’altronde Falcone aveva subito diversi tentativi di attentato. Il primo nel carcere dell’Ucciardone a Palermo dove Salvatore Sanfilippo, che si era riuscito a procacciare un’arma da fuoco, avrebbe dovuto ucciderlo mentre il giudice istruttore era impegnato nell’interrogatorio a Ignazio Lo Presti, costruttore edile ritenuto in stretto legame col boss Salvatore Inzerillo. Fino ad arrivare al famoso 20 giugno 1989, località Mondello: sul litorale dell’Addaura Falcone e sua moglie Francesca Morvillo avevano affittato una villa per l’estate. Quel giorno il magistrato aveva invitato due colleghi svizzeri. Ma appena giunti sul posto, i ragazzi della scorta si accorgono che sulla scogliera vi era del materiale da sub: nella sacca saranno rinvenuti diversi chili di dinamite. L’agente Agostino che si occuperà delle indagini sull’Addaura verrà ucciso da Cosa Nostra. Michele Greco, detto il papa, boss di primo calibro paragonava Falcone a Maradona: l’unico modo di togliergli la palla è fargli lo sgambetto.

Ma il giudice per essere ucciso doveva rimanere solo. È così che l’aria all’interno del tribunale di Palermo, rinominato ad hoc Palazzo dei Veleni, si fa irrespirabile. Dopo la sentenza di primo grado del Maxi Processo, il consigliere istruttore Antonino Caponnetto decide di tornare a Firenze e di dimettersi. Borsellino già è alla procura di Marsala. Tutti si aspettano che il Csm elegga Falcone a capo dell’ufficio istruzione. Ma nel 1988 il Consiglio Superiore della Magistratura gli preferisce Antonino Meli, 16 anni più anziano di lui ma con zero esperienza in tema di mafia. Voterà contro anche l’amico di Falcone, Vincenzo Geraci: Meli era sopravvissuto ai campi di sterminio, la sua giustificazione. Nel reportage riportiamo una serie di sconfitte che Giovanni Falcone ha dovuto subire con l’intento di metterlo all’angolo, di non farlo più lavorare con la solita dedizione.

Dietro Falcone c’era però Giovanni, il marito di Francesca Morvillo. Anche lei magistrato. Si erano sposati nel silenzio costretti dalle esose misure di sicurezza alle quali era obbligato il giudice. Francesca Morvillo è la donna delle intime confidenze e dei puntuali consigli, ma anche moglie attenta al buon successo lavorativo del marito.

In un biglietto che Francesca Morvillo lascia all’interno di un libro nell’ufficio di Falcone, si trovano le seguenti parole che riflettono l’amore e il legame che univa i due: “Giovanni, amore mio, sei la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre dentro il mio cuore così come io spero di rimanere viva nel tuo cuore”.




Giovanni dietro Falcone – prima puntata: i suoi angeli custodi

Nel 1979, Giovanni Falcone arriva a Palermo chiamato dal consigliere istruttore Rocco Chinnici. Da quel momento con Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e poi anche Leonardo Guarnotta, la Procura di Palermo diverrà il centro nevralgico per la lotta alla mafia. Chinnici si era insediato al posto di Cesare Terranova ucciso il 25 settembre 1979. Per i magistrati l’aria di Palermo era insopportabile. Le parole di due agenti della tutela e scorta della Polizia di Stato, Diego Bonsignore e Giovan Battista Guttadauro ci riportano indietro ai quei giorni. Falcone diventa l’effige della lotta alla criminalità organizzata e perciò bersaglio preferito dalla cupola di Cosa Nostra. È l’inizio di una vita blindata: 6 macchine di scorta e un elicottero lo seguono ovunque. Il rumore delle sirene è assordante. Come gli agenti di scorta all’inizio non venivano dotati del giubbotto anti proiettile, cosi anche il dottor Falcone doveva far fronte personalmente alla sua incolumità. Dietro Falcone, forti e ben addestrati i suoi agenti dell’ufficio scorte. Diego Bonsignore, Giovan Battista Guttadauro, Pasquale Patinella e Paolo Buscemi. Suoi angeli custodi e amici.

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Il video servizio trasmesso a Officina Stampa del 13/6/2019




Roma, a Tor Bella Monaca intitolato a Francesca Morvillo l’istituto comprensivo

ROMA – In una data particolare, il 18 maggio, giorno dell’ottantesimo compleanno del giudice Giovanni Falcone si è tenuta la cerimonia di intitolazione dell’istituto comprensivo di via San Biagio Platani di Tor Bella Monaca a Francesca Morvillo.

L’evento,
voluto dalle docenti, dai giovani alunni e soprattutto dal dirigente scolastico
Valeria Sentili, ha visto una folta partecipazione di rappresentanze politiche
con il Presidente del sesto municipio romano Roberto Romanella e delle forze
dell’ordine.

Tra gli
ospiti che hanno presenziato, riportando la loro esperienza di vita vicino a
Francesca Morvillo e Giovanni Falcone, figurano Antonio Vassallo, il
commissario Ortolan e il Procuratore della Repubblica di Trapani Alfredo
Morvillo.

Quest’ultimo,
quando prende la parola davanti ad un’aula gravida di persone, sottolinea che
durante quell’annus horribilis lo Stato era in una condizione di sonnolenza
mentre la forza mafiosa era potentissima. Ma non solo, il Procuratore della
Repubblica di Trapani fa un riferimento implicito alla protesta del dottor
Borsellino quando ricorda che non bisogna aspettare che una sentenza passi in
giudicato per rendersi conto di quelle persone in odor di criminalità: bisogna
agire prima, bisogna escludere tali personalità dalle stanze del potere. E il
riferimento è allo storico sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino.

In
un’atmosfera davvero commuovente che è riuscita a far rischiarare una luce
chiara di giustizia e legalità, gli alunni sono riusciti a ricostruire
l’itinerario professionale e umano di Francesca Morvillo.

La prima
donna magistrato ad essere uccisa dalla mafia, nata nel 1945, Morvillo è stato
un esempio di professionalità, di passione, di intransigenza nel lavoro come
ricordano le note dello stesso Csm. Dopo il matrimonio di “nascosto” con
Giovanni Falcone, la vita di Francesca Morvillo è cambiata. I due sono riusciti
a fare del loro amore la forza propulsiva per continuare nella lotta contro
Cosa Nostra. Innamorata, Francesca Morvillo andrà a Roma col suo Giovanni nel
marzo del 1991. Un anno dopo, nel maggio del 1992, Falcone telefona a suo
cognato Alfredo Morvillo, al quale spiega di voler posticipare l’arrivo a
Palermo da venerdì 22 al sabato 23 maggio proprio per aspettare sua moglie
Francesca.

Quel 23
maggio alle 17:58 sull’autostrada per Capaci, la giovane Francesca, il marito e
gli agenti della scorta vengono travolti da un attentato: 500kg di tritolo
posto nei tubi di scolo delle acque piovane deflagrano al passaggio delle auto
blindate. Muoiono sol colpo Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.
Dopo 40 minuti, Falcone e Morvillo arrivano in ospedale dove moriranno per le
ferite riportate. Al delitto sopravvivono: l’autista giudiziario Giuseppe
Costanza e gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo e Gaspare Cervello.

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Albano Laziale, “Officine del Futuro”: tra dancing majorettes e ras locali andato in scena il solito bagno di retorica

ALBANO LAZIALE (RM) – Si è tenuta ieri, presso il teatro Alba Radians di Albano Laziale, la conferenza di “Officine del Futuro” che raccoglieva tutti i delusi dell’area berlusconiana e appartenenti al partito di Fratelli d’Italia.

Tra gli ospiti più conosciuti Francesco Aracri che a maggio del 2017 ha abbandonato il gruppo di Forza Italia al Senato – pur rimanendo nel partito – aderendo al gruppo parlamentare di centro-destra Federazione della Libertà, il governatore forzista della Liguria Giovanni Toti, il consigliere regionale del Lazio di Forza Italia Adriano Palozzi, l’onorevole Marco Silvetroni deputato di Fratelli d’Italia e il candidato di Fratelli d’Italia per le prossime elezioni europee Alfredo Antoniozzi.

Le dancing majorettes in classico stile forzista

Albano Laziale, “Officine del Futuro”: tra dancing majorettes e ras locali andato in scena il solito bagno di retorica

#AlbanoLaziale #OfficinedelFuturo tra #dancingmajorettes e #raslocali andato in scena il solito bagno di retorica https://www.osservatoreitalia.eu/albano-laziale-officine-del-futuro-tra-dancing-majorettes-e-ras-locali-andato-in-scena-il-solito-bagno-di-retorica/

Pubblicato da L'Osservatore d'Italia su Venerdì 19 aprile 2019

La convention ha visto, in classico stile forzista,
l’esibizione delle dancing majorettes per ingraziare un pubblico folto che come
ammette lo stesso Palozzi è composto “da amici e da quadri” provenienti dai
vari comuni dell’area romana accompagnati ad Albano Laziale tramite dei
pullman.

Un incessante bagno di retorica

Idee per il futuro davvero poche come anche i
contenuti, quello a cui si è assistito è stato un incessante bagno di retorica
che ha colpito dapprima la maggioranza gialloverde di governo per poi passare
alla struttura verticistica di Forza Italia. Secondo Antoniozzi, questo governo
non rappresenta la maggioranza degli italiani e per questo si doveva andare
subito al voto dopo il 4 marzo: forse ignora che nel caso si fosse votato il
giorno seguente poco sarebbe cambiato.

Ras locali preoccupati per il futuro del centrodestra

In ogni caso questa assemblea ha visto raccolti vari
ras locali preoccupati per il futuro di un centrodestra che si colora sempre
più di verde e per il “contenitore (Forza Italia Ndr) che si svuota di
consensi”.

Allora l’obiettivo è quello di “presentare gli amici
al presidente Toti” come chiosa Palozzi, riassumendo in poche parole la reale
finalità dell’incontro. I discorsi più interessanti sono stati proprio quelli
articolati dal governatore Toti e da Palozzi, i quali hanno sferrato un duro
attacco contro il mai citato Silvio Berlusconi colpevole di non aver compreso
il popolo, di aver vissuto solo di politica e non di idee, di aver perso il
rapporto con le imprese. La colpa del tracollo di Forza Italia, secondo Toti, è
da ricondurre anche alla legge elettorale Rosatellum che, purtroppo per Toti, ha
visto il bene placito anche dei suoi colleghi di partito.

Tifo da stadio per Adriano Palozzi

Adriano Palozzi

Quando prende la parola Adriano Palozzi, la sala
assume le fattezze di uno stadio in grado di accogliere veri e propri cori di
tifoseria per lodare e rendere riverenza al buon Adriano.

Strano che nessuno degli ospiti, e soprattutto delle
figure istituzionali di Fratelli d’Italia, abbiano chiesto al consigliere regionale
qualche notizia sulla richiesta di rinvio a giudizio che gli pende sulle spalle
per quanto riguarda l’inchiesta che la magistratura porta avanti sul nuovo
stadio della Roma e sulla rete di interessi costruita da Parnasi. La sensazione
è che Fratelli d’Italia, in vista delle elezioni europee e del crepuscolo del
fu Berlusconi, stia raccogliendo qualsiasi tipo di uomo politico in grado di
racimolare qualche voto. E Palozzi ha una buona riserva di consensi nel Lazio da
portare al partito della Meloni.

Dotati di buona pazienza si continua ad ascoltare Toti che, tra uno sprazzo di retorica salviniana e tono clericale, si è incessantemente soffermato, come anche “l’amico Palozzi”, sul tema della meritocrazia: ”basta candidati calati dall’alto”. Certo è strano che a dirlo sia proprio il governatore ligure prototipo di giornalista strappato dalla bottega e fatto tutto ad un tratto politico di creazione berlusconiana: già vicecapo ufficio stampa di Mediaset, condirettore di Mediaset, condirettore di Studio Aperto, direttore di Studio Aperto, direttore del Tg4 al posto di Emilio Fede, poi nominato da Berlusconi consigliere politico di Forza Italia in vista delle elezioni europee nel 2014. Ora che Forza Italia sta in odor di soglia di sbarramento, molti si cominciano a ricordare la meritocrazia e l’esperienza, addirittura l’onestà.




Bracciano, la video intervista al giornalista antimafia Paolo Borrometi [ESCLUSIVA]

BRACCIANO (RM) – Il giornalista Paolo Borrometi, originario della provincia di Ragusa, vive sotto scorta dall’agosto del 2014 a causa delle continue minacce da parte di Cosa nostra. E’ finito nel mirino dei boss mafiosi per le sue inchieste “scomode”.

Ieri a Bracciano durante la cerimonia ufficiale che ha visto concedere la cittadinanza onoraria al giornalista antimafia Paolo Borrometi quest’ultimo ha ricordato come sia significativa per lui la giornata del 16 aprile, quando esattamente cinque anni fa si trovava in ospedale a seguito di un’aggressione di stampo mafioso: “Quel giorno – ha detto – segnò l’inizio per me di una serie di minacce e atti organizzati dalla criminalità contro la mia persona. Oggi 16 aprile 2019 mi trovo in un altro contesto”.

Poi il giornalista ha stemperato la situazione: “Caro sindaco – ha detto – non ho i soldi per pagare le tasse comunali per il conferimento della cittadinanza onoraria”. Una risata ha contagiato l’Aula. Poi Paolo Borrometi ha parlato del suo libro “Un morto ogni tanto”. Un’opera dove sono presenti esperienze personali nonché inchieste che hanno portato ad esiti positivi per la collettività come l’operazione che ha portato al commissariamento il Comune di Vittoria fulcro di attività mafiose con business di milioni e milioni di euro.




Bracciano, cittadinanza onoraria a Paolo Borrometi. Tondinelli: “Faremo altri eventi di questo tipo perché continueremo a contrastare l’illegalità.”

BRACCIANO (RM) – È stato un momento importante quello di ieri nell’Aula Consiliare del Comune di Bracciano in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria al giornalista Paolo Borrometi, diventato un esempio di legalità per aver contrastato la mafia rischiando la propria stessa vita.

“Considero Borrometi un vero e proprio eroe dei nostri giorni e per questo motivo va premiato – ha detto il Sindaco di Bracciano Armando Tondinelli contornato da tutti gli amministratori – non solo in quanto giornalista ma prima di tutto come cittadino che con alto senso civico ha deciso di non voltarsi dall’altra parte e sacrificare la sua libertà e incolumità personale in nome di una libertà più grande: il senso civico, il contrasto alla corruzione e alla malavita. Faremo altri eventi di questo tipo perché continueremo a contrastare l’illegalità. Questo tipo di manifestazioni fanno bene ai cittadini e alle amministrazioni perché si comprende meglio, in maniera collettiva, quali sono i veri valori della vita”.




Bracciano, conferita la cittadinanza onoraria al giornalista antimafia Paolo Borrometi

BRACCIANO (RM) – Un evento atteso al Comune di Bracciano quello di ieri che ha visto ufficializzare la cittadinanza onoraria al giornalista antimafia Paolo Borrometi.

Le motivazioni,
votate all’unanimità dal Consiglio comunale e riportate sulla pergamena della
cittadinanza, si riferiscono al lavoro svolto da Borrometi nella sua Sicilia:
“Per l’elevato senso civico dimostrato, sfidando le mafie in nome della verità
e della giustizia contribuendo con le proprie inchieste a portare alla luce
gravi reati legati alle organizzazioni mafiose e diventando così un esempio da
seguire sia come giornalista, sia e soprattutto come uomo e cittadino”. Un lavoro di
legalità che non si piega nemmeno davanti alle minacce dei boss di Pachino che
avevano orchestrato per lui un attentato sullo stile di quello di Capaci.

Il sindaco: “Borrometi, un eroe dei giorni nostri”

Il sindaco
Armando Tondinelli riferendosi a Borrometi lo ha appellato come “eroe, di
quelli veri, di quelli che servono all’Italia perché incarnano quei valori che
ci hanno permesso di diventare una grande nazione”. Il primo
cittadino ha ricordato come un articolo d’inchiesta sulle mafie agroalimentari,
firmato dal giornalista siciliano e pagato 3 euro lordi, sia costato a
Borrometi una menomazione permanente di una spalla.

Paolo Borrometi: “5 anni fa, mi trovavo in ospedale dopo un’aggressione mafiosa”

Lo stesso
giornalista antimafia, una volta presa la parola, ha ricordato come il 16
aprile sia per lui un giorno difficile: “5 anni fa, mi trovavo in ospedale dopo
un’aggressione mafiosa che ha segnato l’inizio di tutta una serie di atti
invasivi compiuti contro la mia persona”. Borrometi si
è poi soffermato sull’importanza della libertà del giornalista di svolgere
onestamente il suo mestiere, una libertà che va difesa perché prodromo per la tutela
di tutte le altre libertà, “Io non condivido la tua idea, ma morirei affinché
tu possa esprimerla”.

Davanti le
videocamere de L’Osservatore d’Italia, Borrometi ha spiegato nei dettagli le
pagine del suo libro “Un morto ogni tanto” dove riporta attimi di vita
personale, articoli ed inchieste che hanno portato al commissariamento di molti
comuni tra cui quello di Vittoria centro propulsivo per le agromafie che
proprio lì avevano dato il via ad un business di centinaia di milioni euro.

Oggi Paolo
Borrometi è costretto ad una vita sotto scorta, una non vita, per continuare a
lottare affinché il cancro mafioso venga finalmente sconfitto. Borrometi non ama
definirsi un eroe dato che “Esistono solamente cittadini perbene che fanno il
loro mestiere” ma sicuramente è, per dirla con Siani, un “giornalista
giornalista”.