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Oceano Mare, dal quadrato al cerchio: viaggio dalla Terra all’Universo. Personale di Chiara Montenero

Iniziata il 19 novembre fino al 20 dicembre 2019, presso la Galleria SpazioCima di Roma, Via Ombrone, 9, la pittura dell’artista rende omaggio ad Alessandro Barricco, le cui immagini narrate costituiscono il punto di partenza del processo creativo di Chiara Montenero che, con una natura fortemente visionaria, si nutre della sua scrittura.

Dalla prosa visionaria ed evocatrice di stati d’animo di Baricco, che per Chiara Montenero è pura poesia, ne trae ispirazione per ascoltare la propria voce interiore, il suo “io d’inchiostro” che deriva dall’essere ella stessa poeta.Per l’artista tutto comincia con l’inchiostro, quale mezzo primario di espressione delle proprie emozioni, alle quali indissolubilmente lega la sua pittura.

Dal quadrato, simbolo della terra, che ritrae l’elemento
distintivo di tutte le sue opere, Chiara Montenero, per la prima volta utilizza
il cerchio, simbolo del celeste, del trascendente, nel quale colloca l’Oceano, come
elemento che, seppur terreno, considera Eterno e Sublime. Il quadrato ed il
cerchio si fondono, proponendo un intenso ed esaltante viaggio dalla terra
all’universo.

I quadri si presentano nella loro disarmante spontaneità,
dove lo schema compositivo è ricco di elementi pittorici e materici che a volte
esplodono nei colori, altre, come nelle tele monocromatiche, si nutrono di
dettagli accurati.  Cosi è fatto l’atto
della creazione che azzera l’inquietudine e il turbinio delle emozioni sempre
in agguato in Chiara, per restituirci una calma, una serenità apparente.

Di fronte ai dipinti di Chiara si ha l’impressione che
dietro l’eleganza dei colori e sotto queste superfici così contenute ed
equilibrate, ci sia lo stesso rapporto che si stabilisce quando si guarda il
mare che, anche quando è calmo in superfice, nel sommerso mantiene il suo
costante lavorio di lotta e di sopraffazione, perché la natura – come fa dire
Baricco ad un suo personaggio – è imperfetta.




Takrouna, 1943. Il coraggio dei soldati italiani nelle parole del Generale Bertolini “Il dovere del ricordo sia d’esempio per migliorare la nostra condizione”

In
un clima di sentita partecipazione e commozione si è tenuta, ieri, presso la
rocca di Takrouna (Tunisia), la commemorazione dei valorosi soldati italiani,
caduti nell’ultima battaglia della Campagna d’Africa (aprile 1943).  Come ricordato presso il Santuario del “Quota
33” in Egitto, El Alamein non rappresenta la fine della guerra d’Africa né,
tantomeno, la completa sconfitta dei Paracadutisti italiani.

La
Campagna d’Africa termina, infatti, sulla rocca di Takrouna il 21 aprile 1943
dove – dopo 2500 km di estenuante ritirata da El Alamein (Egitto), attraverso
la Libia e sino in Tunisia, con sete, fame, caldo soffocante di giorno e freddo
notturno, sporcizia, parassiti, mancanza di rifornimenti, attacchi da terra e
dal cielo – 180 sopravvissuti (di 3500 uomini), insieme con i Paracadutisti del
285° battaglione ed un’ultima compagnia di Granatieri, giunta in rinforzo (per
un totale di circa 500 uomini), combatterono strenuamente, sino all’arma bianca.

La maggior parte morì o fu fatto prigioniero nel corso dei combattimenti

Diverse
furono le Medaglie d’argento e di bronzo al valore, come quella d’Argento del
S.Ten. Cesare ANDREOLLI. I pochissimi sopravvissuti, una cinquantina, furono riportati
indietro, verso i campi di prigionia in Egitto.

In
memoria dei paracadutisti caduti durante il ritiro e in quest’ultima battaglia,
i figli di due reduci, i Sottotenenti ANDREOLLI e GIANPAOLO, realizzarono qui nel
1995 – su richiesta dei loro genitori in punto di morte – una stele per
celebrare il valore dei loro compagni.

In
questi ultimi due anni, grazie al costante impegno del Capitano di Vascello Paolo Fantoni, Addetto Militare presso l’Ambasciata
d’Italia ed alla disponibilità dell’Associazione
dei Paracadutisti d’Italia
(ANPDI), il monumento è stato curato e valorizzato,
trasformando un’area aperta ed utilizzata come parcheggio, in un giardino,
ribattezzato “Memoriale dei
Paracadutisti italiani caduti in Tunisia”,
la cui iscrizione all’esterno
delle mura è stata generosamente donata da ex-militari che vivono ora in
Tunisia con il supporto dell’Associazione
Italiani di Hammamet
.

Alla
fine di un triennio, nel suo ultimo intervento istituzionale a Takrouna, il Comandate Fantoni ha sottolineato
quanto sia importante conservare la memoria per le generazioni future. “Guerre
di ieri, sfide di oggi, come quella contro il terrorismo che ci vede uniti con
la bella Tunisia, con lo stesso coraggio e determinazione dei giovani della
Folgore. Per condividere tutto, sino al bene più prezioso della vita. Per
raccogliere i frutti di una pace basata su verità e giustizia. L’unica che
merita questo nome!”.

Di rilievo la partecipazione del Presidente dell’ANPDI, il Generale Marco Bertolini: “… quei soldati italiani erano soldati coraggiosi, erano soldati forti, erano soldati feroci… Hanno dimostrato energie morali che successivamente, dopo la distruzione d’Italia, consentì di ricostruire il nostro Paese. Credo sia importante prendere esempio da loro. Nelle nostre vene scorre lo stesso sangue, noi siamo i loro figli…”. Significative, poi, le sue parole conclusive: “Oggi, per l’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia è una bella giornata perché ci troviamo in uno spicchio d’Italia in Tunisia, vediamo il nostro tricolore sventolare insieme con la bandiera tunisina e questo per noi è un grande amore…un grande onore”.  Un lapsus, quello dell’ultima frase, certamente dettato dall’emozione, ma emblematico del forte sentimento provato.

Numerosi,
inoltre, anche gli Addetti Militari in rappresentanza delle rispettive
delegazioni ed alle istituzioni civili e militari locali.

In
chiusura, il Primo Consigliere
dell’Ambasciata d’Italia, il dott. Mauro Campanella
ha posto l’accento
sulla “parola chiave della giornata, la Memoria, che rappresenta un valore per rendere
omaggio a coloro che sono morti per il nostro futuro e la nostra libertà…Oggi
l’Europa è unita e rappresenta un simbolo concreto di pace tra i popoli. Pace e
prosperità sono i messaggi che noi, Paese fondatore dell’unione europea, cerchiamo
di condividere e trasmettere in tutti i rapporti bilaterali, come con la
Tunisia, con la quale condividiamo valori comuni.”

INQUADRAMENTO STORICO (Sintesi)

Il
285° Battaglione Folgore, alla sua costituzione composto da 5 compagnie fra cui
la 108^ del Ten. GIANPAOLO, era formato da quegli iniziali 3500 paracadutisti,
dei quali circa 450 insieme a Granatieri, Bersaglieri e Truppe Tedesche,
riuscirono a rompere l’accerchiamento degli Inglesi continuando a combattere
strenuamente per altri 6 mesi durante tutta la ritirata da EL ALAMEIN,
attraverso la parte occidentale dell’Egitto, tutta la Libia fino in Tunisia.

2500
km di estenuante ritirata nel deserto, sete, fame, freddo notturno, caldo
soffocante di giorno, sporcizia, parassiti, mancanza di rifornimenti adeguati,
attacchi da terra e dal cielo che misero a dura prova questi uomini.

Oramai
decimati dal costante fuoco nemico, i fanti della 1^ compagnia del 66°
Reggimento, i Paracadutisti del 285° battaglione e un’ultima compagnia di
Granatieri giunta in rinforzo, per un totale di circa 500 uomini, riuscirono a
resistere fino alla sera del 21 aprile. Alla fine dovettero arrendersi di
fronte alle soverchianti forze Neozelandesi, avendo oramai terminato le
munizioni.

La
maggior parte morì combattendo finanche all’arma bianca. Diverse furono le
Medaglie d’argento e di bronzo al valore. Tra queste merita di essere ricordata
quella d’Argento del S.Ten. Cesare ANDREOLI. I pochissimi sopravvissuti, una
cinquantina, furono avviati verso i campi di prigionia in Egitto.

Radio
Londra, per giustificare il ritardo dell’avanzata verso Tunisi, dovuto alla
resistenza incontrata, affermò che l’Italia aveva schierato laggiù i suoi
migliori soldati.

Takrouna,
che è l’ultimo episodio bellico della più tragica battaglia di Enfidha, chiude
la campagna d’Africa.




Takrouna 1943: l’orgoglio italiano sino all’estremo sacrificio

In occasione del 75° anniversario, si è tenuta ieri, a Takrouna (Tunisia), la commemorazione dei soldati italiani caduti nell’ultima battaglia della Campagna d’Africa (20-22 aprile 1943), presso il memoriale costruito anche grazie all’impegno ed alle donazioni dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia.

Alla cerimonia, organizzata dall’Ufficio Militare dell’Ambasciata diretto dal Capitano di Vascello Paolo Fantoni, in un clima di sentita partecipazione e commozione, ha partecipato l’Ambasciatore d’Italia a Tunisi, Lorenzo Fanara, oltre ai numerosi addetti militari in rappresentanza delle rispettive delegazioni (Algeria, Canada, Francia, Belgio, Russia…) ed alle istituzioni civili e militari locali.
Significativa, inoltre, la presenza dei Parà Rolando Gianpaolo e Lucilla Andreoli familiari del Ten. Gianpaolo e del S.Ten. Cesare Andreoli (Medaglia d’Argento), ai quali si devono la realizzazione delle aste per le bandiere e la protezione del simbolo, insieme con una numerosa delegazione dell’Associazione Italiani di Hammamet, grazie alla quale si realizzerà l’iscrizione esterna al luogo: “Memoriale dei Paracadutisti Italiani caduti in Tunisia”.

Nel corso della cerimonia sono state attribuite le onorificenze al il Primo Maresciallo Salvatore Ferraro, che ha ricevuto i gradi da Luogotenente e all’Appuntato Scelto Stefano Morlino, che ha ricevuto la Croce d’Argento per anzianità di servizio.

Il piccolo villaggio di Takrouna – dove si arriva attraverso una malconcia strada principale – sorge tra aspre colline rocciose interrotte da qualche strada sterrata, nella regione del Sahel

Qui, il tempo sembra essersi fermato. La straordinaria semplicità del memoriale ne evoca il rispetto per la sacralità, un luogo nel quale si sono spezzate migliaia di vite, immolate per la Patria, per un ideale. “La terra d’Africa ha consentito di scrivere le più belle pagine di storia, spesso dolorosa ma sempre di grande esempio e monito per noi che vestiamo con amore ed onore l’uniforme” ha sottolineato il Comandante Fantoni.

Il documento inedito [Cliccare di seguito per visionarlo Documento Amedeo Querci]

In un inedito documento qui riportato, rinvenuto da Anna Querci tra le cose di suo padre, Amedeo Querci che fu reduce della battaglia, vengono descritti, con dovizia di particolari, dati ed analisi di quella che viene definita una “..missione suicida, compresa e accettata da tutti…” quei soldati ai quali, il Gen. Messe il 17 aprile del 1943, consegnando al Battaglione il Vessillo del 66° Reggimento, ordinò la resistenza sino all’estremo sacrificio. E tale fu, sino a quando, ridotti allo stremo delle forze, oramai senza munizioni, si batterono sino all’arma bianca.

Più che condivisibile, quindi, la rivendicazione del Comandante Fantoni di voler tener viva la memoria di tali imprese per le generazioni future che, senza alcun dubbio, rimane un dovere morale. Come chiosato dall’Ambasciatore Fanara, “La memoria di un Paese deve essere preservata con il rinnovato impegno delle istituzioni non per risentimento ma in prospettiva futura, perché riteniamo doveroso impegnarci, anche con le forze armate, oltre che con la diplomazia, a preservare la pace. La memoria è sacra, la Patria è sacra, il coraggio va ricordato, il sacrificio va valorizzato ma soprattutto guardando al futuro per scongiurare ulteriori conflitti”.

Inquadramento storico (Sintesi)

Il 285° Battaglione Folgore, alla sua costituzione composto da 5 compagnie fra cui la 108^ del Ten. Gianpaolo, era formato da quegli iniziali 3500 paracadutisti, dei quali circa 450 insieme a granatieri, bersaglieri e truppe tedesche, riuscirono a rompere l’accerchiamento degli Inglesi continuando a combattere strenuamente per altri 6 mesi durante tutta la ritirata da El Alamein, attraverso la parte occidentale dell’Egitto, tutta la Libia fino in Tunisia.

2500 km di estenuante ritirata nel deserto, sete, fame, freddo notturno, caldo soffocante di giorno, sporcizia, parassiti, mancanza di rifornimenti adeguati, attacchi da terra e dal cielo che misero a dura prova questi uomini.

Oramai decimati dal costante fuoco nemico, i fanti della 1^ compagnia del 66° Reggimento, i Paracadutisti del 285° battaglione e un’ultima compagnia di Granatieri giunta in rinforzo, per un totale di circa 500 uomini, riuscirono a resistere fino alla sera del 21 aprile. Alla fine – la mattina del 22 aprile – dovettero arrendersi di fronte alle soverchianti forze Neozelandesi, avendo oramai terminato le munizioni.

La maggior parte morì combattendo finanche all’arma bianca. Diverse furono le Medaglie d’argento e di bronzo al valore. Tra queste merita di essere ricordata quella d’Argento del S.Ten. Cesare Andreoli. I pochissimi sopravvissuti, una cinquantina, furono avviati verso i campi di prigionia in Egitto.
Radio Londra, per giustificare il ritardo dell’avanzata verso Tunisi, dovuto alla resistenza incontrata, affermò che l’Italia aveva schierato laggiù i suoi migliori soldati.

Tiziana Bianchi




Castelli Romani con la neve, cade albero su via Appia

CASTELLI ROMANI (RM) – Nevica ai Castelli Romani dove già alle 7 del mattino c’erano già 10 centimetri. Iniziano i primi disagi: è caduto un albero su via Appia direzione Grande Raccordo Anulare all’altezza con l’uscita Ciampino aeroporto.

Aeroporti di Roma ha fatto sapere che causa delle intense precipitazioni nevose, sono previsti ritardi sugli scali di Fiumicino e Ciampino. Si consiglia di contattare la compagnia aerea di riferimento, per informazioni aggiornate sul proprio volo.

La Polizia Locale di Ciampino conferma i disagi alla circolazione ferroviaria e fa sapere che le strade principali sono tutte percorribili. In un messaggi oagli automobilisti avverte: “Prestare massima attenzione luoghi accumulo (incroci, ponti di Morena). A breve inizio ripulitura strade”

La via Dei Laghi è uno spettacolo magnifico. La neve ha ricoperto tutto.




Marina Militare Italiana, tragedia di Lampedusa: quando la verità naufraga in una fiction

di Tiziana Bianchi

L’ 11 ottobre 2013, alle ore 17:07, si ripete l’ennesima tragedia del mare: il naufragio di un barcone nel quale perdono la vita 26 persone con un numero di dispersi, ancora oggi, indefinito. Sulle circa 300 persone stimate a bordo, 212 sono tratte in salvo da nave Libra della Marina Militare Italiana e da un pattugliatore maltese.

Ma dalle accuse di alcuni sopravvissuti si aprono ben tre inchieste, all’esito delle quali vengono indagati sette ufficiali della Marina Militare italiana.

Come troppe volte osservato, in questo Paese, in barba alla verità e al rispetto del lavoro della magistratura, la macchina del fango si mette in moto, dando vita al solito teatrino della corsa al linciaggio mediatico, senza alcuna reale contezza dei fatti e delle reali circostanze di cui si parla. La verità è oramai un’esigenza di secondo piano, d’altronde le indagini sono inesorabilmente lunghe e, allora, bisogna trovare in fretta “il mostro” da dare in pasto all’opinione pubblica.

 

Ma esaminiamoli questi fatti, così come riportati in atti e non semplicemente “raccontati” ad arte in una fiction, da chi, come il pilota dell’aereo militare maltese, ha dichiarato, senza alcun pudore, che di queste dichiarazioni risponde soltanto al suo Paese. Afferma, il pilota, di aver chiesto aiuto immediato per l’imbarcazione avvistata sul canale 16, quando, invece, come riportato in atti, Roma apprendeva da Malta solo alle 16:44 che l’aereo aveva riferito che l’imbarcazione era ferma. Com’è noto a chi naviga, se avesse chiesto aiuto sul canale 16, la richiesta sarebbe stata senz’altro captata e rilanciata da altre imbarcazioni. Afferma, inoltre, di aver scattato foto (mai prodotte da Malta) e di aver abbassato la quota per vedere meglio, proprio quando il natante si è fermato, per ribaltarsi pochi minuti dopo, alle 17:07 (dalle 14:35 Malta aveva assunto formalmente il coordinamento delle operazioni). Ancora, dalle 16:22, momento in cui Malta chiede intervento per “assess status”, cioè per valutazione ed informazione, senza imminenza di pericolo incombente si passa rapidamente a ruolo “SaR”, cioè ricerca e salvataggio per ribaltamento imbarcazione (17:07). Come ipotizzato dal PM “la causa del ribaltamento del natante deve essere molto probabilmente individuata nel movimento dei migranti a bordo dell’imbarcazione, che sbracciandosi per chiedere aiuto all’arrivo dell’aereo maltese, possono aver determinato il peggioramento delle già precarie condizioni di stabilità e navigabilità del mezzo”. Il pilota dell’aereo, nel filmato confessa che dopo il naufragio ha lasciato le forze armate e gli incubi non lo abbandonano.

Una ricostruzione degli eventi quelli della fiction senz’altro limitata ed artificiosa che, anzitempo, “condanna” sette ufficiali della Marina Militare Italiana alla gogna mediatica, addirittura un mese prima del pronunciamento dell’esito dell’indagine da parte del PM.

Ma nei titoli di coda non passa inosservato che la produzione è a cura di “Malta 24 field producer Ivan M. Consiglio”, guarda il caso, ex ufficiale per 25 anni delle forze armate maltesi, esperto di media, nella fiction in cui un pilota militare maltese, accusa gravemente gli italiani.

 

Una fiction nella quale, insieme con l’imbarcazione di migranti, è inequivocabilmente naufragata anche la verità. Ma quel che stride e sorprende sono le dichiarazioni del Ministro della Difesa Pinotti che, ospite d’onore all’anteprima della fiction, rivolgendosi ai familiari delle vittime ha dichiarato: “da persona e da cittadina italiana io mi sento in dovere di chiedere a loro scusa” mentre il presidente del Consiglio del tempo del naufragio, Enrico Letta ha dichiarato a Repubblica: “dall’inchiesta giornalistica emergono responsabilità evidenti. Uno Stato non può archiviare una tragedia del genere senza garantire piena giustizia. Un lavoro giornalistico di denuncia, che dovrebbe essere presentato in tutte le scuole”. Ma, in quelle stesse scuole, andrebbe anche spiegato e sottolineato come qualsiasi esternazione di un Ministro della Repubblica o di un ex premier, si riflettano sull’immagine dell’Italia nel mondo e, forse, non proprio positivamente, quando intervengono su fatti ancora oggetto d’indagine da parte della magistratura.

 

L’interpellanza Parlamentare

Dello stesso avviso, probabilmente, anche i Senatori Giovanardi, Quagliariello Gasparri che, insieme con altri otto colleghi, il 29 novembre scorso hanno presentato un’interpellanza al Presidente del Consiglio ed al Ministro della Difesa per “per conoscere se il Governo italiano non intenda astenersi dal promuovere ed avvallare fiction cinematografiche senza doverosamente attendere che su quanto accaduto di pronunci la magistratura.”

 

La richiesta di archiviazione del Pm

Il PM, intanto ha chiesto l’archiviazione per tutti e sette gli ufficiali indagati; il GIP accogliendone quattro, ha disposto per il comandante di nave Libra, Catia Pellegrino, un supplemento d’indagine e la richiesta di formulazione di un’imputazione precisa per altri due ufficiali sulla quale si riserverà di decidere per il rinvio a giudizio o sul non luogo a procedere.

Il Comandante Catia Pellegrino, prima italiana al comando di una nave militare, nell’ottobre 2015 ha ricevuto dal Presidente Mattarella l’onorificenza di Ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica proprio “Per la competenza e la sensibilità con le quali ha coordinato numerosi drammatici salvataggi in alto mare nell’ambito dell’operazione Mare Nostrum”. Dalla sua esperienza nell’ottobre 2014 è stata tratta la serie televisiva trasmessa su Rai 3 “La scelta di Catia”. Oggi, invece, viene presentata in tutt’altra veste.

È indescrivibile il dolore e la tristezza che si provano ascoltando le testimonianze dei sopravvissuti di questa ignobile tragedia: hanno perso quanto di più caro al mondo, la famiglia, i figli. Ma il doveroso rispetto di questa condizione, non può e non deve esimerci dalla ricerca della verità. Una verità che deve, necessariamente, incardinarsi tra le parole di questi genitori ed i fatti di coloro che, ogni giorno, nello svolgimento del proprio dovere, mettono costantemente al servizio del prossimo la propria vita.

Le dichiarazioni di Malta che non vuole rendere pubblici i documenti del naufragio, sostenendo che “potrebbero danneggiare le relazioni internazionali tra Malta e l’Italia” e l’assordante silenzio del Governo italiano, rendono ancor più triste ed avvilente i contorni di questa tragica vicenda.

Sequenza degli eventi (La sintesi)

Il primo contatto telefonico
Sono le 12:26 del’11 ottobre 2013 quando Roma IMRCC (Italian Maritime Rescue Coordination Centre, Capitaneria di Porto) riceve la richiesta di soccorso da parte dell’imbarcazione, è il dott. Jammo al telefono. Si susseguono telefonate fino alle 12:40 mentre, attraverso la società per la gestione delle comunicazioni satellitari, viene acquisita la posizione del natante in difficoltà ad inizio e fine comunicazioni, rivelando che, contrariamente a quanto affermato nel colloquio telefonico, era in movimento e non ferma. Alle ore 13:00 Roma informa Malta della situazione in quanto l’imbarcazione si trova in zona SaR (Search and Rescue) di competenza maltese.

Gestione operazioni da parte di Malta
Alle 13:05 Malta conferma a Roma l’assunzione del coordinamento (richiesto successivamente anche per iscritto da Roma). Alle 13:15 IMRCC avvisa il Comando in Capo della Squadra Navale (CINCNAV) che più tardi (alle 13:23) emette un messaggio diretto a tutte le unità in navigazione nella zona. Alle 13:34 l’Ufficiale superiore in servizio presso la Centrale Operativa Aeronavale (COAN) del Comando in Capo della Squadra Navale, il C.F. Nicola Giannotta chiede al collega capo sezione delle attività reali, il C.F. Licciardi se nave Libra potesse dirigersi sulla posizione. Il collega risponde “ancora no” perché il Comando Generale delle Capitanerie aveva passato a Malta e alla Libia i nominativi di due mercantili nelle vicinanze che avrebbero dovuto essere inviati sul posto. Ore 14:35 Roma riceve il fax di formale assunzione coordinamento delle operazioni da parte di Malta. Alle 15:31 IMRCC informa CINCNAV che Malta aveva assunto il coordinamento e che stava inviando una motovedetta. A questo punto (15:34) il C.F. Giannotta avendo adempiuto all’obbligo ricognitivo ed informativo, contatta il comandante di nave Libra, l’ufficiale Catia Pellegrino ordinandole di rimanere a circa un’ora dall’imbarcazione.

Prima richiesta di intervento “Assess status”
Ed è soltanto alle 16:22 che Malta, informando Roma dell’avvistamento dell’imbarcazione da parte di un aereo militare chiede il supporto di nave Libra – ad una distanza di 19 miglia nautiche – per valutare ed informare sulla situazione.

Alle 16:44 l’aereo riferisce che l’imbarcazione si era fermata. Scende di quota per migliorare l’osservazione.

Alle ore 17:04 C.F. Licciardi viene informato del fatto che Malta aveva inviato fax con richiesta di dare ordine di “assess the status”, cioè valutare e riferire.
Pochi minuti dopo tale richiesta, alle 17:07 Malta informa del rovesciamento dell’imbarcazione.

Alle 17:16 nave Libra assume ruolo Controllo Flussi Migratori inviando, in pochi minuti, l’elicottero verso l’imbarcazione, grazie al quale si sono potute salvare un maggior numero di persone.

Com’è evidente, Malta, diversamente da casi analoghi precedenti, assumendo il coordinamento delle operazioni, pur informata che in zona fosse presente la nave italiana, invia un suo pattugliatore per intercettare la nave di migranti, chiedendo supporto soltanto alle 16:22, a circa due ore dall’assunzione formale del coordinamento e oltre tre dalle prime comunicazioni con Roma.