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Cronaca

BANDA DELLA MAGLIANA – TERZA PARTE

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Abbruciati inizia a stringere amicizie nel campo dei colletti bianchi, conosce persone per bene e usurai, conosce anche Domenico Calducci, usuraio conosciuto a Roma

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di Angelo Barraco

Abbatino raccoglie l’eredità di Giuseppucci e guida i compagni verso la vendetta e si libera del suo nemico, Selis. Agli inizi degli anni 80 Abbatino deve affrontare ben altri problemi, la Banda è diventata un’organizzazione talmente ramificata che sfugge al controllo del suo stesso capo e il rischio è quello di una nuova faida sanguinaria. All’interno della Banda si sta sviluppando una nuova corrente che si sviluppa nel gruppo del quartiere Testaccio guidato da Enrico De Pedis e Danilo Abbruciati. Abbruciati sin da giovane è attivo negli ambienti criminali, sin da giovane si unisce alla banda dei Marsigliesi, nel 1976 il clan viene sgominato, Abbruciati scampa all’arresto e torna ai margini della criminalità romana. Abbruciati mantiene un rapporto non simbiotico con la banda, poiché è costretto ad attuare misure cautelari per i suoi trascorsi criminali, ma si serve spesso della banda per i suoi interessi. Abbruciati porta all’interno della banda una giovane spacciatrice, Fabiola Moretti sua compagna. Agli inizi degli anni 80 Abbruciati  e De Pedis controlla il traffico di droga nel quartiere Testaccio. La droga arriva dalle più importanti organizzazioni mafiose, l’eroina arriva da cosa nostra e il principale fornitore è Stefano Bontade, che agisce sulla capitale attraverso Pippo Calò, conosciuto come il cassiere della mafia. A lui spetta riciclare il denaro in attività lecite, è lui il tramite con i colletti bianchi. Il gruppo dei Testaccini aveva stretto legami con Cosa Nostra e con Pippo Calò. Gli affari tra i Testaccini e Cosa Nostra proseguono fino al 1981, il 23 aprile a Palermo viene ucciso Stefano Bontade, vittima della seconda guerra di mafia che vede l’ascesa del boss Totò Riina. Pippo Calò, uomo di Stefano Bontade, si allea ai Corleonesi e ha salva la vita. Roma si divide in due gruppi, i Testaccini, alleati con Pippi Calò che entrarono in affari e quello della Magliana che mantiene i suoi interessi sullo spaccio dei stupefacenti.

Abbruciati inizia a stringere amicizie nel campo dei colletti bianchi, conosce persone  per bene e usurai, conosce anche Domenico Calducci, usuraio conosciuto a Roma perché teneva nel suo negozio a Campo dei Fiori un cartello con su scritto “Qui si vendono soldi”. Memmo Balducci commette però un errore, trattiene una quota di deraro per se da un versamento di Pippo Calò. Un gesto che Calò non gradisce. 16 ottobre 1981, Balducci rientra a casa e spuntano alle sue spalle tre uomini armati, Balducci cade a terra ucciso da cinque colpi di pistola. Secondo i pentiti, i sicari di Balducci sono: Danilo Abbruciati ed Enrico De Pedis. I ragazzi della Magliana, gli uomini di Abbatino erano invece all’oscuro di tutto. Questo gesto dei Testaccini viene visto come un favore fatto a Cosa Nostra, siglando un patto di sangue con Cosa Nostra e Pippo Calò. Questa spaccatura ai ragazzi della Magliana non piace affatto. La frantumazione ha portato a sentimenti di odio e rancore, di invidia per non aver seguito tutti un’unica direzione e presupponeva una guerra interna che di li a poco si sarebbe sviluppata. L’organizzazione compatta si incrina e si frammenta. 

Il 27 novembre 1981, gli agenti della Digos fanno irruzione nel Ministero della Sanità all’Eur, nel cui sottoscala la Banda della Magliana custodiva il suo arsenale. Il custode, Biagio Alesse, all’oscuro di tutto, viene arrestato, viene arrestato anche Abbatino il 14 ottobre. Si comprenderà, dalla scoperta di quel deposito, che quel deposito era estremamente importante poiché la Banda della Magliana dava armi ai NAR, alla Mafia e a varie organizzazioni criminali. Abbatino viene accusato da Biagio Alesse e, arrestato, deve rispondere di quell’arsenale. Ma Alesse dopo qualche giorno ritratta tutto tramite una lettera e individua come responsabili coloro che sono già detenuti. Abbatino ha i suoi metodi per rimanere fuori dalle mura della prigione, negli anni ha costruito una fitta rete di corruzione e clientele che lo hanno messo al sicuro da ogni arresto. Per i Maglianesi il carcere si deve vivere il meno possibile e si deve vivere il carcere da padroni. I Maglianesi corrompevano anche medici per testimoniare il falso e poter uscire. E’ l’inizio 1982, Abbatino è libero e vuole regolare i conti con i Testaccini di Abbruciati e De Pedis. 18 gennaio 1982, in un cantiere edile viene trovato un cadavere carbonizzato, dopo due giorni si identifica il cadavere che è di Massimo Barbieri. E’ stato ucciso da Abbruciati per questioni di donne, futili motivi alla base. Malgrado Abbruciati avesse stretto fitti rapporti con l’alta finanza, non dimentica il mondo da cui proviene. Abbatino un mese dopo l’omicidio-Barbieri, Abbatino ordina l’omicidio di Claudio Vannicola, spacciatore che non vuole rifornirsi della Banda della Magliana reputandola finita, errore che gli costerà la vita.

Nei primi anni 80 uno scandalo senza precedenti scuote l’Italia. In una lussuosa villa in provincia di Arezzo, la guardia di finanza trova un foglio di carta destinato a cambiare per sempre la storia della Repubblica Italiana. Un mistero mistero rimasto chiuso nella cassaforte dell’imprenditore Licio Gelli. Una lista di nomi e cognomi altisonanti, ministri, imprenditori, militari, giornalisti, tutti affiliati con la loggia massonica P2 di cui Gelli è il gran maestro venerabile. La loggia rappresentava un insieme di interessi politici, economici, finanziari e criminali che aveva come obbiettivo quello di condizionare, in maniera occulta, il potere costituito. Dopo pochi giorni, il presidente del Banco Ambrosiano, Roberto Calvi, viene arrestato e processato. Nella lista della P2 c’è anche il suo nome. L’accusa contro Calvi è grave, Calvi attraverso la sua banca avrebbe appoggiato le attività economiche della loggia massonica di Gelli, un insieme di denaro riciclato nascosto in società fantasma all’estero che coinvolge anche Cosa Nostra e istituti insospettabili come lo IOR (istituti opere religiose) con sede nella Città del Vaticano. Anche Danilo Abbruciati sarà protagonista di questo misterioso e tortuoso groviglio. A coinvolgerlo sarà Pippo Calò, il cassiere di Cosa Nostra con cui Abbruciati è da tempo il affari. Calò ha tanti interessi su Roma, ma quello che lo preoccupa di più è recuperare le ingenti somme che la mafia ha perso negli investimenti di Roberto Calvi.

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 06/12/2014 BANDA DELLA MAGLIANA – I PARTE

 18/12/2014 BANDA DELLA MAGLIANA – II PARTE

Cronaca

Trinitapoli, rubano 7 quintali di uva: due fratelli in manette

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I Carabinieri della Stazione di Trinitapoli hanno dato esecuzione nella mattinata odierna alla misura cautelare della custodia in carcere a carico di C.V., classe ’94, pregiudicato e del fratello C.G., classe ’98, anch’egli pregiudicato. I due malviventi, entrambi residenti a Trinitapoli, sono ritenuti responsabili del reato di furto aggravato. L’articolata attività d’indagine dei militari dell’Arma ha permesso di ricostruire i fatti criminosi commessi dagli arrestati, che hanno poi consentito all’A.G. di emettere il provvedimento di custodia in carcere e agli arresti domiciliari.
I fatti sono riconducibili al mese di luglio scorso, allorquando i due fratelli, dopo essersi introdotti all’interno di un vigneto, in località “Coppa Malva Felice” del comune di Trinitapoli, asportavano sette quintali di uva, dal valore complessivo di euro 800,00 ca., per poi dileguarsi a bordo di un’autovettura risultata in uso ad uno dei malfattori.
Le immediate indagini consentivano di individuare nei due fratelli gli autori del furto nonché di accertare che l’autovettura usata dagli stessi per caricare la refurtiva ed allontanarsi fosse riconducibile ad uno di essi.
Così come disposto dall’Autorità Giudiziaria, C.V. è stato tradotto presso il Carcere di Foggia mentre C.G. è stato sottoposto agli arresti domiciliari.
L’attività investigativa dell’Arma, si inquadra in una più ampia attività di controllo del territorio e di contrasto al deplorevole fenomeno dei furti all’interno delle aziende e dei terreni agricoli.

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Dipendenti pubblici, dal 15 ottobre si torna in presenza

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La modalità ordinaria di lavoro nelle Pubbliche amministrazioni dal 15 ottobre torna ad essere quella in presenza. Lo prevede il Dpcm firmato dal Presidente del Consiglio, Mario Draghi.

Le Pa assicureranno che il ritorno in presenza avvenga in condizioni di sicurezza, nel rispetto delle misure anti Covid-19.

 “Con la firma del presidente del Consiglio decreto che fa cessare il lavoro agile come modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nella Pubblica amministrazione, sottolinea, – afferma il ministro della Pubblica Amministrazione – si apre l’era di una nuova normalità e si completa il quadro avviato con l’estensione dell’obbligo di green pass a tutto il mondo del lavoro: dal 15 ottobre i dipendenti pubblici torneranno in presenza, e in sicurezza”.

“Con successivo decreto ministeriale, aggiunge, fornirò apposite indicazioni operative affinché il rientro negli uffici sia rispettoso delle misure di contrasto al Covid-19 e coerente con la sostenibilità del sistema dei trasporti. Nel frattempo, sono in corso le trattative per i rinnovi dei contratti pubblici, che garantiranno, una volta concluse, una regolazione puntuale dello smart working.

Non pregiudicare i servizi, avere strumenti tecnologici per comunicazioni sicure tra amministrazione e dipendenti come “una piattaforma digitale o un cloud” e piano per lo smaltimento degli arretrati. Sono alcune delle condizioni che saranno indicate nel decreto per il rientro graduale dei dipendenti pubblici in ufficio che sta preparando il ministro Renato Brunetta. Per il ricorso dello smart working nella pubblica amministrazione a partire dal 15 ottobre – e finché non arriveranno le regole con il rinnovo del contratto – si tornerà agli accordi individuali. 

Entro il 31 gennaio 2022, inoltre, ogni amministrazione dovrà presentare il Piano integrato di attività e organizzazione, all’interno del quale confluirà il Pola per il lavoro agile”. Con le regole e con l’organizzazione, conclude – “potrà finalmente decollare uno smart working vero, strutturato, ancorato a obiettivi e monitoraggio dei risultati, che faccia tesoro degli aspetti migliori dell’esperienza emergenziale e che assicuri l’efficienza dei servizi, essenziale per sostenere la ripresa del Paese, e la soddisfazione dei cittadini e delle imprese: il mio faro”. 

Su 3,2 milioni di dipendenti pubblici, 320mila, dunque il 10% dell’intera platea, non sarebbero ancora vaccinati. E’ la stima del governo contenuta nella relazione illustrativa che accompagna il Dpcm. 

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Fanpage, la Procura di Roma revoca il sequestro del video su Durigon

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Alla redazione di Fanpage.it è stata notificata la revoca del decreto di sequestro relativo all’inchiesta giornalistica sui fondi della Lega e sull’ex sottosegretario Claudio Durigon. Lo rende noto la stessa testata: “La Polizia Postale ha inviato alla direzione un nuovo provvedimento, firmato dalla Gip Claudia Alberti, dal procuratore della Repubblica Michele Prestipino Giarritta e dal procuratore aggiunto Angelantonio Racanelli, con cui si dispone la revoca delle misure che ci erano state notificate poco tempo prima”. 

Il direttore responsabile di Fanpage.it, Francesco Cancellato, ha spiegato in un video quanto accaduto: “Grazie.

È l’unica cosa che riusciamo a dire, dopo queste incredibili ventiquattro ore. La polizia postale ci ha notificato il decreto con cui la Procura di Roma ha disposto la revoca del sequestro preventivo e dell’oscuramento dei video relativi all’inchiesta Follow The Money sui fondi della Lega. Grazie, quindi. Perché senza l’enorme mobilitazione in difesa di Fanpage.it di colleghi, politici e di tanti, tantissimi cittadini, non crediamo che tutto questo sarebbe accaduto. Grazie, anche se non c’è nulla da festeggiare perché abbiamo semplicemente difeso un diritto che credevamo acquisito, quello della libertà della stampa, che invece ci era stato improvvisamente e incredibilmente negato”.

L’inchiesta di Fanpage risale ad alcuni mesi fa, ed aveva dato il via alle polemiche sull’allora sottosegretario all’Economia della Lega Durigon poi riaccese – fino alle dimissioni di fine agosto dall’esecutivo – dalla sua proposta di dedicare un parco di Latina, ora intitolato a Falcone e Borsellino, al fratello del duce, Arnaldo Mussolini. Nel video del giornale on line, ricorda la redazione, “l’onorevole Claudio Durigon diceva a un suo interlocutore che non bisognava preoccuparsi dell’inchiesta della procura di Genova sui 49 milioni di euro che la Lega avrebbe sottratto allo Stato italiano perché il generale della Guardia di Finanza ‘l’abbiamo messo noi'”.

Affermazioni che, secondo il decreto di sequestro del Tribunale capitolino, apparivano “lesive dell’immagine e della reputazione professionale e personale del comandante generale della Guardia di Finanza”, il generale Giuseppe Zafarana. La notizia del sequestro dell’inchiesta di Fanpage aveva suscitato ieri commenti allarmati da parte dell’Ordine dei giornalisti, della Fnsi e di esponenti politici di diversi partiti, dal Pd al M5s a Italia Viva.

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