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Editoriali

Buona scuola, Conservatori di musica: il girone dei condannati al precariato

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Tempo di lettura 7 minuti Dopo la caduta di Renzi, un nuovo Presidente del Consiglio, un nuovo Ministro dell’Università e Ricerca e un nulla di fatto per le molte voci e istanze provenienti dal mondo della scuola

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di Roberto Ragone

 

Tutto il mondo invidia la nostra storia, i nostri monumenti, le nostre vestigia gloriose. Ma di questo, noi Italiani, che ci viviamo dentro, non ci rendiamo conto finchè non andiamo all'estero, dove, per esempio, in America, a Washington, una tavolo fiorentino del '500 in noce massello è esposto al Metropolitan Museum: da noi, lo troviamo in vendita presso qualche buon antiquario. Pare che le stime globali calcolino che circa il 60/80 percento delle opere d'arte del mondo sia in Italia. Ormai saturi gli spazi museali, il più di tele, sculture, eccetera, trova posto nei sotterranei, nelle cantine dei nostri musei. Insomma, di cultura e di arte l'italiano medio ne ha fin sopra i capelli, a quanto pare. Analogamente a quanto succede per la buona musica. E fin qui sarebbe nulla. Il guaio è che la politica – per non dire 'i politici' – seguono quest'ultima corrente. Sempre pronti a sponsorizzare personaggi da piazza del Popolo o piazza San Giovanni, come gli ultimi più celebrati rapper, stanno letteralmente distruggendo la struttura della musica classica, chiudendo le orchestre sinfoniche, o provocandone la chiusura con l'interruzione di erogazione di fondi; chiudendo, o trasformandone la vera natura, i conservatori di musica, oggi affidati in toto ad un esercito di insegnanti precari, riconfermati anno per anno, senza prospettiva di una pensione adeguata, senza scatti di anzianità, senza una sicurezza lavorativa, insomma precari a vita, fino all'età della pensione.

Di questa situazione abbiamo già scritto,
con il supporto del maestro Carlo Pari, che, da musicista, s'è dovuto trasformare in consulente legale, politico e sindacalista della categoria, riuscendo a portare in sede politica le varie questioni che concernono lui e i suoi colleghi.
In realtà, la deprecarizzazione sarebbe un diritto già acquisito, se non fosse che nella stanza dei bottoni le istruzioni pare siano diverse, e le cose vengono tirate per le lunghe, invece di trovare una soluzione che doverosamente metta fine a queste situazioni 'all'italiana' decisamente inique, visto che le coperture finanziarie sono già presenti e disponibili.

Un'ultima nota polemica:
è vergognoso che proprio coloro a cui viene demandata la tutela dei nostri patrimoni culturali – e qui ci mettiamo a buon dovere tutta la tradizione musicale italiana – non siano in grado, non solo, di adempiere al loro compito, ma che li disprezzino, nei fatti se non nelle parole.

Un esempio per tutti: oggi un insegnante di Conservatorio, precario, dopo aver conseguito titoli di studio anche di alta specializzazione – al termine dei dieci anni di studio – e dopo essere bene o male entrato in graduatoria, dopo aver conseguito titoli didattici ed artistici (pubblicazioni, concerti e insegnamento), guadagna poco più di un bidello di scuola media. Dopo la caduta di Renzi, un nuovo Presidente del Consiglio, un nuovo Ministro dell’Università e Ricerca e un nulla di fatto per le molte voci e istanze provenienti dal mondo della scuola dell’università e ricerca e AFAM.


A distanza di qualche mese siamo ad intervistare nuovamente il Prof. Carlo Pari che si occupa in prima persona della questione Conservatori per fare il punto, un bilancio, di questo travagliato biennio 2015-2016 per il mondo della conoscenza.

Maestro, un nulla di fatto quindi. Siete stati così tanto vicini ad una risoluzione della vostra condizione lavorativa con la legge di stabilità, poi la crisi del Governo Renzi, un nuovo Ministro, nuovi interlocutori, eccoci punto e a capo insomma. Tanto lavoro per nulla?

Tanto lavoro per nulla proprio non direi. Guardi, non credo ci sia mai stata una tale convergenza politica sulla questione del precariato nell’AFAM – Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica Ndr. – come quella manifestatasi nella fase pre-referendaria e questo è indubbiamente merito di un importante e costante lavoro da parte degli addetti al settore, primi su tutti, i precari. Tutto il mondo politico si è stretto, con ragione aggiungo, attorno alla questione del precariato storico nell’AFAM, con particolare riferimento alle Graduatorie Nazionali ex lege 128 del 2013, con una attenzione e volontà mai manifestata prima. Certo non bisogna mai abbassare la guardia, ma io credo che la strada per le graduatorie nazionali 128 sia oramai segnata. Si tratta ora di tempo e di trovare lo strumento normativo, ma dopo che la netta decisione politica di trasformare ad esaurimento le stesse, in analogia con quanto precedentemente avvenuto per le simmetriche e gemelle Graduatorie Nazionali ex lege 143 si sia già concretizzata in ben due proposte, governative e ministeriali, nonché nei diversi emendamenti alla legge di stabilità, atti che hanno avuto l’ampio sostegno di tutte le forze politiche, vedo ora molto difficile si possa tornare indietro da questa impostazione.

 

Non ha paura quindi che siano state solo tante promesse da parte del Governo per ricucire quel lacerato rapporto con il mondo della scuola all’unico scopo di portare a casa il si al referendum?
Il quadro generale va visto nell’insieme. Il referendum da lei citato, è stato senz’altro un fattore di convergenza influente, ma vi sono altri aspetti non di minore importanza come il possibile impatto economico dovuto ai recenti sviluppi giurisprudenziali sulla annosa questione in materia di contratto a termine per violazione di norme comunitarie.

Ci dica qualcosa in più.
Il discorso è tecnico. La recente sentenza Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, del 7 novembre del 2016, n. 22552, ha infatti ricostruito in via interpretativa la disciplina applicabile in caso di reiterazione dei contratti a termine a seguito della declaratoria di illegittimità dell’art. 4, commi 1 e 11 della legge 124 del 1999 ad opera della sentenza della Corte Costituzionale, n. 187 del 2016. In appoggio alla legge della scuola la Suprema corte afferma quindi che, il rinnovo dei contratti a termine, per la copertura di posti vacanti in “organico di diritto”, entro un termine massimo di 36 mesi, va ritenuto giustificato, mentre solo il superamento del suddetto limite costituisce abusiva reiterazione dei contratti a tempo determinato da parte della pubblica amministrazione. “La Buona Scuola” tuttavia, non ha secondo la Suprema Corte eliminato gli illeciti costituiti dalla reiterazione di contratti a termine per il solo fatto di aver previsto procedimenti di stabilizzazione, in quanto, solo la concreta utilizzazione di tali procedimenti da parte del docente è idonea ad evitare l’abuso e a costituire una misura risarcitoria. L’ astratta chance di stabilizzazione infatti, sebbene sia idonea a cancellare l’illecito sul piano comunitario, non costituisce, per il diritto interno, misura idonea a sanzionare l’abuso e a fungere da misura risarcitoria in forma specifica a favore del personale scolastico, in quanto connotata da evidente aleatorietà. In particolare conclude la Corte e qui sta il succo, la misura della stabilizzazione è idonea misura risarcitoria in forma specifica nel seguenti tre casi:
a) Nel caso di concreta assegnazione del posto di ruolo.
b) Nella ipotesi della certezza di fruire, in tempi certi e ravvicinati, di un accesso privilegiato al pubblico impiego, nel tempo compreso fino al totale scorrimento delle graduatorie ad esaurimento, secondo quanto previsto dal comma 109 dell’art. 1 della legge n. 107/15;
c) Nella stabilizzazione assicurata ai docenti attraverso precedenti strumenti concorsuali o selettivi diversi da quelli contenuti nella citata legge 107/2015.
Solo al di fuori di queste ipotesi il docente ha diritto al solo risarcimento del danno, nel rispetto dei criteri di quantificazione affermati dalla stessa Corte di Cassazione nella sentenza, pronunciata dalle Sezioni Unite, 15 marzo 2016, n. 5072, la quale individua, quale parametro normativo, l’art. 32, comma 5, della legge 4 novembre 2010, n. 183.

Quindi lei sta dicendo in sostanza che i precari transitati in ruolo o inclusi nelle GAE non avrebbero diritto a nessun risarcimento del danno per gli anni di precariato subiti?

Esattamente. La Cassazione Lavoro, rispondeva proprio a quei precari che erano già transitati in ruolo con “La Buona Scuola” del governo Renzi e chiedevano ora a fronte dei numerosi anni di precariato il risarcimento dei danni, dicendo loro che non avevano diritto a niente poiché essi erano già stati risarciti con la loro stessa assunzione. Si è in sostanza fatto passare l’assunzione, che era una legittima aspettativa, come sanzione anti-abusiva, annullando così di fatto la sanzione stessa. Però vede, i continui tentativi della magistratura di “arginare i danni” in un momento così delicato di recessione del nostro paese fanno si che “preclusione” diventi paradossalmente “soluzione”. Va da se infatti che ora il Ministero abbia tutto l’interesse ad esaurire le graduatorie nazionali, viso che anche in uno stato di pre-ruolo il personale incluso non ha più diritto al risarcimento dei danni.

Però la Legge della scuola ha previsto dei fondi per risarcire la violazione dei 36 mesi, o sbaglio?
No, non sbaglia, è corretto. Ma se i risarcimenti sono troppi, la situazione può diventare incontenibile. Pensi solo che da uno studio che abbiamo commissionato ad un consulente del lavoro, è emerso che risarcire i 1200 precari inclusi in 128 costerebbe, secondo i parametri stabiliti dalla Cassazione a SSUU, più di dieci milioni di euro, mentre stabilizzarli nulla per il primo anno e dal secondo circa 3 milioni per la ricostruzione di carriera.

Lei ritiene che si debba puntare solo sul fattore economico quindi come fattore deterrente?
No, non solo. Solo sull’art. 19 della legge n. 128 del 2013 sono stati sollevati ben due pregiudizi di legittimità costituzionale in violazione degli artt. 3 e 117 della carta fondamentale. Il primo dei due quesiti, mira proprio a stabilire se l’art. 19 della Legge 128, con cui di fatto si è applicato un diverso trattamento al personale dello stesso settore nella risoluzione asimmetrica delle due graduatorie nazionali 143/128 sia compatibile con all’art. 3 della costituzione. Il secondo quesito invece si interroga sul rapporto dell’art. 19 con il diritto dell’Unione Europea. Vede quando lo Stato emana una legge, tale legge non può sottrarsi ai parametri di diritto comunitario. Posto che l’Italia ha recepito la normativa europea con il numero dei rinnovi possibili (fino a 36 mesi) occorre chiedersi se una legge che prevede che del personale con tre anni accademici di servizio e il superamento di un concorso selettivo venga incluso in apposite graduatorie nazionali utili solo al tempo determinato sia compatibile con il diritto dell’unione e quindi per analogia se compatibile con l’art. 117 della carta fondamentale.  Infatti il personale in oggetto andrebbe assunto, o eventualmente, licenziato e risarcito. Certamente non può essere incluso in apposite graduatorie nazionali per essere utilizzato nuovamente a tempo determinato.

Lei è convinto che il Ministero e la politica siano a conoscenza di questi aspetti più legali che non di merito?

Come dicevo, c’è in essere una concomitanza di fattori. Il MIUR è certamente consapevole delle cause collettive ed individuali del precariato. Anche gli atti giudiziari di tutela hanno indubbiamente influito. L’aspetto della asimmetria nella risoluzione delle due graduatorie nazionali è stato inequivocabilmente evidenziato all’atto della presentazione del d.p.r. Poi intendiamoci, alcuni precari da 128 sono andati in pensione, altri ci andranno presto. È anche una questione di buon senso. Ma cosa si deve aspettare? Sono piccoli numeri. Parliamo di poche centinaia di docenti che vengono già utilizzati da anni e che sono necessari. Sono già previsti in partita di spesa. Non parliamo di chissà quale aggravio. Il MIUR e la politica, hanno infatti sempre precisato che risolvere il precariato nell’AFAM non è una questione di spesa o di bilancio visto l’esiguo impegno economico.            

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Querele temerarie, a chi vorrà farsi carico il “caffè è pagato”

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Chiedo alla categoria tutta, a l’organismo di cui mi pregio appartenere di non lasciare da solo chi cerca di essere un giornalista libero

Ci sono giornalisti che ammiro perché timbrano il cartellino e non si sentono neppure in dovere di fare i conti con la propria coscienza quando qualcuno si rivolge a loro per sottoporgli “un caso” e loro fanno spallucce e lasciano stare. Vivono sicuramente meglio perché in realtà non fanno alcun servizio concreto alla collettività che ogni tanto si aspetta che qualche professionista dell’informazione sollevi quel tappeto polveroso e ricerchi la verità sostanziale dei fatti nell’interesse di una comunità che ha il diritto dovere di essere informata.

Una premessa per dire che la sottoscritta, iscritta all’ordine dei giornalisti, categoria Professionisti, tessera numero 083762, si sente lesa nei suoi diritti inviolabili. Mi sento messa a tacere da chi ha le spalle più larghe di me, da chi non vuole giornalisti “rompipalle” tra le scatole.

Tutti gli avvocati che ho sentito mi dicono che la persecuzione va provata ma il puzzle è difficile, ci vuole tempo, i giudici devono crederci e allora il desiderio di giustizia e la sana voglia di continuare a fare il mio mestiere sembra volermi abbandonare sempre di più.

Mettiamo un piccolo comune in provincia di Roma dove mi sono spostata con la mia famiglia nel 2005. Arrivo e Nemi è un paesino meraviglioso, sembra una piccola Svizzera innevata (siamo arrivati a dicembre, era pressappoco la Vigilia di Natale quando abbiamo messo piede in casa). In quella cornice pulita, verde e che infonde serenità decidiamo di fermarci. Proprio lì muovono i primi passi i nostri figli, proprio da lì inizia il mio percorso per diventare giornalista.

Non sò se è stata più la voglia di far emergere situazioni, di voler fornire un servizio a quella che era la mia comunità adottiva ma inizio a scrivere, senza paura delle ripercussioni. Le prime querele nei miei confronti le firma il sindaco di Nemi Alberto Bertucci per una serie di motivi tra cui probabilmente la presa d’atto che non sarei stata mai una “brava giornalista”.

Il Comune di Nemi, ovvero i cittadini, hanno iniziato ovviamente a pagare le spese legali (non sarebbe stato meglio lasciar perdere?). Tra i primi articoli ne scrissi uno di cronaca che diceva semplicemente che il cimitero era chiuso durante un giorno festivo, una settimana prima della commemorazione dei defunti. Misi anche la foto del cancello chiuso a corredo dell’articolo ricco di dichiarazioni di chi era andato al cimitero e non aveva potuto portare i fiori. Scrissi quell’articolo 9 anni fa, il 28 ottobre 2012, decidendo di dare voce ai cittadini che mi chiamarono per denunciare il fatto. Fu il primo di una lunga serie che mi portò a ricevere tanta attenzione da parte dell’attuale amministrazione. La querela fu archiviata perché ovviamente il fatto era vero.

Nel frattempo, a darmi il benvenuto, un vicino di casa, grande elettore e amico del sindaco decise di farmi una serie di esposti chiedendo di verificare se l’abitazione che avevamo comprato fosse in regola con il distanziamento dai confini, l’utilizzo della cantina…ecc.

A spingerlo a fare esposti, forse le segnalazioni di movimenti di terra sul costone del lago sempre segnalatoci (anche mio marito ha sempre seguito l’attività del giornale) dai residenti. Segnalazioni a cui demmo voce, ci furono controlli e in quel caso se ne occupò anche l’autorità competente. Poi demmo anche voce al comitato I Corsi che chiedeva di saperne di più su una lottizzazione nella zona. Prima regola di un giornalista “gobbo” mai dare voce alle minoranze, mai rompere piuttosto meglio raccontare che Nemi è praticamente perfetta grazie a chi l’amministra.

Ricordo quando entrarono in casa nostra le forze dell’ordine: sembrava di essere in un film. Misurarono tutto, entrarono dappertutto, quasi come se nascondessi qualche carico di stupefacente o un pericoloso latitante. Anche quella fu una forte pressione da sopportare. Ma più pensavo dentro di me che qualcuno stesse abusando del suo potere e più mi convincevo che scrivere sarebbe stato il mio antidoto. Credevamo di fare la cosa giusta ma non sapevamo che ci saremmo scontrati contro forze ben più grandi.

Quel periodo la moglie di questo vicino mi scrisse dei messaggi di minaccia a me e alla mia famiglia. Querelai per paura di ripercussioni ma poi persone vicine mi convinsero a rimettere la querela, “in fondo non era poi un atto così grave, c’era d’aspettarselo visti gli articoli”.

Sempre nel 2012 o giù di lì (molte cose le ho volute rimuovere per non lasciarmi fagocitare) purtroppo per me che avrei dovuto dare la notizia, arrivò l’imputazione e poi il rinvio a giudizio e poi il processo per turbativa d’asta e frode nei pubblici incanti per il sindaco di Nemi Bertucci. Un lungo processo terminato soltanto tre anni fa circa con la prescrizione. Senza che si sia chiarito nulla. Puff… il tempo ha cancellato tutto.

Era Aprile del 2013 quando all’epoca scrivevo sul quotidiano Il Tempo come collaboratore per la cronaca di Roma e Metropoli. Dopo diversi accertamenti e segnalazioni scrissi su Il Tempo: “Stipendio doppio per il sindaco Ma non gli spetta”. Approfondii il caso su questo quotidiano L’Osservatore d’Italia. Naturalmente il sindaco Bertucci non querelò il quotidiano Il Tempo per l’articolo da me firmato ma querelò sempre e soltanto me e il mio giornale per diffamazione. In seguito la Procura della Corte dei Conti chiese in merito al sindaco Bertucci la restituzione di somme “indebitamente percepite” ma poi non si seppe più nulla neppure di questa vicenda se nonché dovemmo difenderci con l’avvocato anche da questa causa, finita poi in prescrizione. E pure qui, nonostante le interrogazioni dei consiglieri di opposizione, non si è mai avuta risposta sulle successive attività amministrative.

Proseguo o devo fare un inciso su tutta la pressione che abbiamo dovuto sopportare soltanto per aver svolto il nostro lavoro? E poi volendo parlare dell’enorme esborso economico: migliaia di euro contro pochi spiccioli pagati per gli articoli scritti. L’unica grande consolazione è aver agito con la schiena dritta e senza che nessuno, nonostante i biechi tentativi, ci zittisse. Abbiamo scritto e detto e io, in fondo in fondo, ho sempre creduto che a proteggerci fosse la buona fede, la professionalità e soprattutto gli articoli 3 e 21 della Costituzione italiana che dovrebbero tutelare soprattutto chi sceglie di fare un mestieraccio come il giornalista di inchiesta.

Proseguo. Seguimmo una inchiesta sugli Ncc a Nemi che 8 anni fa portò ai sequestri di licenze a 8 persone che le avevano ottenute con false attestazioni. Un’altra operazione innescata con gli articoli de L’Osservatore D’Italia.

Sette anni fa denunciammo insieme a coraggiosi cittadini di Nemi la volontà di costruire delle ville nel Parco (ai Verbiti). Abbiamo scritto innumerevoli articoli con fotografie e atti. Quattro anni fa i carabinieri hanno definitivamente chiuso il caso e sequestrato il complesso.

Intanto ancora interrogativi in paese e la gente chiede spiegazioni. Tra una querela e uno sgambetto, il Comune ha addirittura acquisito l’intonaco esterno della mia abitazione. Poi, il macigno. Arriva un progetto dal nome inglese. Nel 2017 questo progetto prende un finanziamento dall’Europa di oltre due milioni di euro, tramite Horizon. In concomitanza con l’arrivo del finanziamento, molti cittadini di Nemi ci segnalano una moltitudine di acquisti immobiliari sul territorio da parte di “stranieri”.

Avremmo potuto girarci dall’altra parte e fare finta di nulla. Ma ancora una volta ci siamo chiesti: è giusto ignorare le tante segnalazioni? Fatti i doverosi accertamenti, qualche anno per accumulare visure, dichiarazioni, atti e interviste per poi pubblicare quattro articoli, soltanto la minima parte di quanto avevamo acquisito, gli unici articoli totalmente supportati da visure catastali e carte che ne comprovassero l’attendibilità. Circa un anno fa pubblichiamo la notizia: dalle visure emerse che gli stranieri che in poco tempo avevano acquistato 12 immobili figuravano anche nel progetto beneficiario dei fondi europei. Non abbiamo trovato solo questi elementi ma altri particolari che abbiamo preferito non pubblicare perché li ritenevamo “pesanti”, cose che poveri giornalisti di un “giornalino online” non avrebbero potuto sostenere. Così, abbiamo ritenuto di affidarci alle autorità competenti.

La Guardia di Finanza ha fatto accertamenti, consegnato di recente in Procura un fascicolo con delle rilevanze che non sappiamo che fine faranno e se verranno prescritte ma intanto, la signora straniera presente negli articoli, anziché ricorrere al diritto di replica, alla rettifica oppure anziché accogliere la mia richiesta d’intervista per fare chiarezza ha iniziato uno dei più pesanti affronti alla libertà di stampa: ha presentato due querele penali per diffamazione e mi ha citata in sede civile chiedendomi 100 mila euro di risarcimento per presunti danni che avrebbe avuto a causa dei quattro articoli che abbiamo scritto.

Il giudice ha respinto le richieste della straniera tra cui la richiesta dei 100 mila euro e la richiesta di cancellare gli articoli, ha riconosciuto la fondatezza delle informazioni degli articoli ma ha rilevato che in alcuni passaggi io abbia “superato la continenza”, ovvero abbia in qualche modo indotto il lettore ad avere dubbi sulla liceità della loro azione. Abbiamo rispettato la sentenza e stiamo pagando le spese legali pari a circa 11 mila euro.

Ben 500 euro al mese per aver detto cose vere ma secondo il giudizio del giudice civile le abbiamo dette male o meglio avremmo potuto dirle meglio. Ebbene, non siamo ancora nella fase del primo grado, l’ordinanza del giudice civile che ci condanna alle spese legali è di settembre e qualche giorno fa, tanto per rimanere in tema di “querele temerarie”, la signora straniera ci ha citati in giudizio davanti al giudice ordinario civile chiedendoci 500 mila euro (nel frattempo la somma è lievitata) perché le abbiamo cagionato delle perdite di commesse, dei danni economici oltre che psicologici.

La signora, che quasi ogni giorno vediamo sorridente a Nemi e che si beffa di noi insieme a un suo stretto amico (di recente qualcuno ha anche scritto qualcosa di poco edificante su un muro) nel suo ufficietto con il suo business perché è una imprenditrice, nel frattempo a luglio ha aperto anche un’altra attività e sempre insieme all’altro “straniero” con qui ha comprato i 12 immobili. La signora ha rinunciato agli utili della società in favore del suo socio che paga le tasse in un altro Paese.

Nel frattempo abbiamo affrontato altre spese legali per fare un reclamo rispetto all’ordinanza del giudice civile che ci condanna a spese legali per noi insostenibili soltanto perché a suo avviso abbiamo superato la continenza pur dicendo cose vere. L’udienza per il reclamo si terrà il 10 gennaio prossimo.

Ad Aprile ci aspetta la prima udienza per difenderci da una richiesta di 500 mila euro e nel frattempo stiamo pagando 500 euro al mese di spese legali. La legge sulle querele temerarie (che permetterebbe un canale giudiziario diverso) è ferma in Senato perché alcuni partiti sono contrari alla tutela dei giornalisti rispetto richieste esagerate di risarcimento economico soltanto per cercare di fermarli. Nel frattempo mio marito è stato querelato dal sindaco Bertucci perché da amministratore del gruppo Facebook Nemi Notizie ha pubblicato una domanda rivolta al primo cittadino formulata da uno sconosciuto che voleva avere chiarimenti. Sarebbe colpevole di aver permesso che una persona formulasse questa domanda. I primi giorni di dicembre si terrà l’udienza.

Questo articolo o meglio commento personale che ho scritto è in realtà una richiesta di attenzione per una categoria messa in ginocchio. I giornalisti che scavano, che ascoltano le segnalazioni che ci mettono la faccia e scrivono nero su bianco anche le cose più indigeste.

La signora straniera, oltre al mezzo milione di euro, ha chiesto che mai più e per sempre non si parli del progetto e di lei.

Devo dire che il desiderio di gettarci tutto alle spalle c’è perché al netto di tutto quello che è successo mi ritrovo con una pressione addosso troppo sproporzionata rispetto al beneficio del diritto dovere di informare la cittadinanza. Il servizio pubblico costa troppo. Meglio parlare di ricette di cucina, del fatto che a Nemi non esiste il Covid o che sia stata trovata la terza nave o fatto causa alla Merkel.

Noi giornalisti siamo esseri umani in carne ed ossa, anche non volendo, forse, esprimiamo dei sentimenti ma ciò che ci spinge a scrivere è soltanto l’interesse di fornire un servizio alla collettività.

Se la signora avesse davvero voluto che non si parlasse del progetto avrebbe potuto rispondere semplicemente a delle domande senza chiedere cifre stratosferiche a una professionista e madre di famiglia. E io non posso permettermi perizie sui danni morali che mi stanno cagionando. Non so’ fin quando potrò permettermi di pagare le spese legali per difendermi, per il momento lo facciamo a testa alta perché fortunatamente lavoro e sono una apprezzata professionista.

Chiedo alla categoria tutta, a l’organismo di cui mi pregio appartenere di non lasciare da solo chi cerca di essere un giornalista libero. Mio padre che non c’è più mi ha sempre detto che da piccola avevo una postura retta. Camminavo con il viso alto e la schiena dritta. Oggi non mi vergogno di guardarmi allo specchio e quando entro al Tribunale per parare i colpi penso che alla fine la giustizia e la verità avranno la meglio.

Il dieci gennaio e ad aprile prossimo non sarò da sola perché faccio parte di una rete di persone di valore che credono nei principi fondamentali della nostra Costituzione. E comunque vada il verdetto lo rispetterò, sicura che la vita è una ruota che gira e che se semini bene raccogli infinite soddisfazioni. Al netto di tutto mi considero molto fortunata perché nonostante gli “schiaffi” ricevuti da persone senza scrupoli ho tanta forza e tanta fede. Il benessere non ha prezzo ma confido nelle azioni delle persone oneste che siedono al vertice dell’Ordine dei giornalisti, del sindacato di Stampa Romana, di Articolo 21, del Governo, affinché la voce afona di chi fa inchiesta non venga sottaciuta da richieste economiche impossibili. Per chi vorrà farsi carico il “caffè è pagato”.

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Lucarella: “Tre mosse auspicabili per cambiare la giustizia e il volto del Paese. Ma serve la politica”

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La riforma Cartabia ha dovuto fare i conti con quel che rimaneva in piedi della c.d. “Bonafede” e il Governo Draghi si appresta, anche in vista dei primi passi post delega fiscale, ad intensificare gli interventi normativi in ambito giudiziario.

Il comparto giustizia, come risaputo, è anche motore di sviluppo e, traduzione economica vuole, condiziona nel bene o nel male la vita quotidiana, l’andamento del PIL, ecc.

Abbiamo voluto sentire su questo tema l’opinione dell’avvocato Angelo Lucarella, vice pres. coord. della Commissione giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico, saggista ed attento conoscitore delle dinamiche politiche.

“Indubbiamente il Min. Cartabia sta facendo il possibile stando a quanto, come ho avuto modo di dire qualche mese addietro, l’Unione Europea ci obbliga a fare dal 2016 in special modo con la direttiva sulla non regressione delle tutele e garanzie per gli imputati.

D’altronde nella relazione della Commissione Lattanzi quest’ultimo passaggio è stato evidenziato. Diciamo che intervenire sulla dinamica della prescrizione era un atto dovuto da parte del Governo Draghi e il Ministro della Giustizia, certamente, non si è sottratta alla chiamata di responsabilità.

Il vero problema sarà nella prossima legislatura perché, al netto di questi primi interventi di restyling, c’è da capire quale visione di Paese si voglia mettere a disposizione degli italiani.

Sarei dell’idea che almeno su tre fronti si possa ulteriormente intervenire, ma servirà una politica coesa, consapevole delle sfide e, soprattutto, pronta a confrontarsi con alla base un pensiero di nuova prossimità al cittadino considerando gli inediti assetti che si creeranno a seguito del taglio dei parlamentari.

Al di là di ciò che si sente ormai da mesi (se non anni), come ad esempio la separazione delle carriere, tempi della giustizia, ecc., penso a tre cose:

– costituzionalizzazione della giustizia tributaria e, al contempo, migliorare i Principi di Giusto processo con integrazioni specifiche;

– rivisitazione dell’obbligatorietà dell’azione penale legandola ad una riserva di legge (escludendo reati medi e di grave entità);

– strutturazione, presso la Corte Costituzionale, di una sorta di ufficio delle pregiudiziali e delle incostituzionalità a cui i cittadini possano ricorrere direttamente (ovviamente ciò implica, evitando la genesi di fatto di un soggetto in sé pletorico, un ridisegno del numero e/o delle funzioni sul fronte del già costituzionalmente previsto atteso che buona parte dell’ingolfamento contenzioso, oggi in mano ai giudici delle leggi, riguarda i famosi conflitti di competenza tra Stato e Regioni attesa la riforma del Titolo quinto di vent’anni fa). 

Ma senza investire sulla formazione e sulle carriere sin dal momento universitario (anche se sono convinto si possa addirittura intervenire prima e cioè sulle scuole), non si può sperare molto.

Occorrono almeno 20 anni per portare a frutto la complessa opera di ridisegnamento di un sistema come quello giudiziario italiano.

Tuttavia, a monte ci deve essere la buona volontà perché non si può pensare solo ad ingolfare la magistratura di leggi. Ecco, questo è un altro elemento da considerare. Occorre snellire il quadro normativo il più possibile e miglioralo dove c’è bisogno. Ci si può ancora fossilizzare sul concetto che il cittadino possa avere a che fare con migliaia di norme, regolamenti, ecc. per fare qualcosa? Così si rischia che non la faccia più o, peggio il contrario, che cada per forza di cose in situazioni non legittime o lecite. E questa è anche una questione che interferisce con il realismo lavorativo e, di riflesso, sul Pil.

La giustizia è un tema sul quale non si può più temporeggiare. Ne va della credibilità del Paese anche difronte alle sfide del PNRR”.

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Perché Mimmo Lucano è stato condannato a 13 anni e due mesi?

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La condanna di Mimmo Lucano è arrivata a una quantificazione pari al doppio di quella dell’accusa. Alla fine è stato infatti condannato per la commissione di 16 reati e, nel caso in cui si profilino le caratteristiche del reato continuato, ovvero della commissione di diversi reati accomunati da un medesimo disegno criminoso, il calcolo della pena viene effettuato tenendo presente la pena del reato più grave che potrà essere aumentata dal giudice fino al triplo.

In questo caso il reato peggiore contestato è quello di peculato. Questo reato si ricorda consistere nell’appropriazione di denaro o cosa mobile altrui in ragione della propria funzione di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio. Secondo gli inquirenti questa tipologia di reato è stata commessa dall’imputato in vari episodi, con l’aggravio del fatto che il danno costituisse una rilevante entità.

Un reato, purtroppo, tra i più diffusi tra coloro che esercitano pubbliche funzioni, tanto da indurre di recente il legislatore ad introdurre pene più severe, con l’emanazione della legge n. 190 del 2012 prima, e della legge n. 69 del 2015 dopo, che hanno fatto passare, infatti, la pena minima da tre a quattro anni e la massima da dieci anni a dieci anni e sei mesi. Quindi si presume che il computo della pena per Mimmo Lucano non sia stato fatto tenendo come base di calcolo il minimo (quattro anni) moltiplicato per tre, ma che sia stata utilizzata una base di calcolo più alta, anche in ragione della natura degli aggravi degli altri reati ad esso ascritti.

Si ricorda che l’accusa aveva chiesto una condanna di 7 anni e 11 mesi, per i reati, tra gli altri, di falso in atto pubblico, abuso d’ufficio e associazione a delinquere e concussione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Quest’ultimo reato, era il più grave secondo i PM. Per la concussione, infatti, la pena va da sei a dodici anni. Ma il Tribunale ha assolto l’imputato da questo reato, riconoscendo come reato più grave, quindi, quello di peculato.

Tra gli altri reati più gravi, per cui il Lucano è stato dichiarato colpevole sono: abuso d’ufficio, truffa aggravata e associazione a delinquere.

Per i giudici di primo grado, i fatti contestati e posti alla base della condanna scaturiscono da una complessa attività di indagine che ha visto l’ex sindaco di Riace adoperarsi nel combinare matrimoni con il solo fine di far ottenere la cittadinanza a soggetti extracomunitari e per aver messo a disposizione di questi ultimi delle case abbandonate e poi recuperate. Altra accusa era relativa all’affidamento diretto di appalti per la raccolta dei rifiuti alle cooperative Eco-Riace e L’Arcobaleno, per il periodo che va da ottobre 2012 fino all’aprile 2016, senza che fosse stata imbandita una gara d’appalto e senza che le due cooperative fossero iscritte negli albi previsti dalla legge.

Si tratta di una sentenza di primo grado e destinata da ora a raggiungere la Corte di Cassazione. Non sono da escludere colpi di scena per i successivi gradi di giudizio. La pronuncia sulla questione Lucano ha fatto chiaramente molto rumore da un punto di vista politico, nonché mediatico e l’interesse nazionale sulla questione è molto alto perché si sentono tirati in ballo gli ideali contrapposti tra chi si ritiene aperto alle politiche di accoglienza e chi invece preferisce chiudere i confini al prossimo.

In definitiva si può dire che la questione è assai delicata perché da un punto di vista prettamente tecnico-giuridico quello che viene preso in considerazione non è il fine morale dell’operato (suscettibile quindi di una valutazione ideologica) ma la commissione di fatti previsti dalla legge come reato.

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