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Call of Duty Black Ops Cold War, il ritorno della guerra fredda

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Call of Duty Black Ops Cold War è il nuovo capitolo della saga sparatutto più famosa del mondo. Disponibile su Pc, console di vecchia e nuova generazione, il titolo di Activision si propone come un sequel del primo Black Ops e catapulta i giocatori durante il periodo della guerra fredda.

Cold War rappresenta una doppia sfida per Activision: da una parte il titolo deve necessariamente confermare la qualità della strada inaugurata lo scorso anno, e dall’altra ha l’obbligo di onorare la memoria di una delle migliori parentesi di Call of Duty, quella segnata dai primi due Black Ops.

Per soddisfare appieno le legittime aspettative dei fan, il team di Treyarch ha deciso quindi di riportare i giocatori dove tutto è iniziato, ossia a cavallo di quella cortina di ferro che negli anni ‘80 rappresentava il fronte conteso tra Stati Uniti e Unione Sovietica, due superpotenze impegnate in una guerra fredda apparentemente senza fine.

La nostra analisi parte in primo luogo dalla campagna, vero punto di inizio per ogni giocatore affezionato. La storia, infatti, funge da tutorial per chi non ha mai avuto a che fare con la serie, ma rappresenta anche una sfida da affrontare alla massima difficoltà per i veterani dello shooter di Activision.

La tensione tra le due principali superpotenze mondiali dell’epoca è alle stelle e lo spettro del conflitto nucleare inizia a proiettare la propria ombra sul mondo. A gettare ulteriore benzina sul fuoco ci pensa la ricomparsa di Perseus, una famigerata quanto inafferrabile spia del KGB che aveva avuto un ruolo chiave durante il periodo buio della guerra in Vietnam e che ora, dopo tredici anni di inattività, minaccia di detonare diversi ordigni nucleari in occidente per destabilizzare l’ordine costituito e annientare gran parte del territorio europeo.

Il presidente Reagan in persona mette sulle sue tracce un team di operativi Black Ops della CIA capitanati dall’enigmatico Russell Adler, un veterano della guerra in Vietnam che sembra avere più di un conto in sospeso con lo stesso Perseus.

Quest’ultimo, visibilmente ispirato ai tratti somatici del celebre attore hollywoodiano Robert Redford, è un uomo carismatico e dai modi duri, disposto a valicare i limiti della legge pur di proteggere lo status quo senza disdegnare operazioni dall’altissimo coefficiente di rischio. Al fianco di Adler sono presenti alcuni volti noti della saga di Black Ops come l’agente speciale Jason Hudson, la delegata dell’MI6 Helen Park e il leggendario duo composto dal sergente Frank Woods e da Alex Mason, il visionario protagonista del capostipite della serie oltre ad altri collaboratori che si avvicenderanno nel corso delle missioni. L’approccio scelto da Treyarch e Raven Software per la realizzazione della campagna giocatore singolo si discosta parecchio da quello adottato da Infinity Ward per l’ultimo Modern Warfare (qui la nostra recensione). Il reboot dello scorso anno, infatti, tentava di dare al pubblico una visione plausibile degli orrori della guerra moderna grazie ad un’impostazione quasi documentaristica mentre il nuovo Black Ops assomiglia più ad thriller fantapolitico degli anni ’80, una miscela esplosiva di scontri a fuoco, intrighi e tradimenti che conducono per mano in una corsa a perdifiato verso uno sei tre sconvolgenti finali disponibili.

Se è vero che la campagna di Call of Duty Black Ops Cold War, per la maggior parte della sua durata, ripropone la struttura assolutamente lineare vista in tutti gli episodi precedenti, va detto anche che gli sviluppatori hanno cercato di variegare e diversificare il più possibile le situazioni in cui si verrà coinvolti. Si passa senza soluzione di continuità da violenti scontri a fuoco a sezioni stealth, da azioni di sabotaggio a momenti in cui sarà necessario fare sfoggio delle proprie abilità diplomatiche per tirarsi fuori da circostanze scomode. Insomma, nelle circa 10 ore che serviranno per arrivare ai titoli di coda, ci saranno molteplici colpi di scena, momenti di alta tensione e frangenti in cui i livelli di epicità toccheranno vette altissime.

Si tratta di una campagna single-player dotata di un’atmosfera tesissima, con ritmi dosati alla perfezione e condita dalla solita, eccellente regia cinematografica che abbiamo imparato a conoscere nel corso degli anni. Il giocatore, ad ogni modo, vestirà i panni dell’agente Bell, un personaggio che potrà essere personalizzato nel background e nelle abilità in modo da adattarlo al meglio alle proprie esigenze. Per la prima volta in assoluto si possono selezionare le abilità passive del proprio alter-ego scegliendo tra un livello di salute maggiore, una spiccata resistenza agli esplosivi e tanto altro ancora. La cosa più interessante è che le scelte che verranno fatte all’inizio dell’avventura avranno ripercussioni sull’intero svolgimento della campagna grazie ad un sistema di scelte morali che rappresenta una novità assoluta per la serie bellica di Activision.

In alcuni momenti della storia, infatti, si verrà chiamati a cimentarsi con dialoghi a scelta multipla che possono tradursi in conseguenze anche piuttosto pesanti per la trama: un tocco che abbiamo decisamente apprezzato e che incrementa molto il fattore rigiocabilità di Cold War. Insomma, la campagna è davvero interessante. Come dicevano qualche riga più in alto, pero, la storia è solo un piccolo antipasto del pacchetto in dotazione a qualsiasi Call of Duty che si rispetti: la portata principale è sempre comparto multigiocatore competitivo che, anche questa volta, appare contenutisticamente ricchissimo e diverso da quanto visto lo scorso anno con MW.

Nella composizione dell’offerta multigiocatore di Cold War, gli sviluppatori di Treyarch hanno perseguito un obiettivo doppio, ossia: rispettare il nuovo standard d’eccellenza fissato con Modern Warfare e restituire agli amanti di Black Ops il feeling tipico della serie. In questo senso, la prima, grande differenza rispetto all’ultimo Call of Duty è rappresentata da un “time-to-kill” nettamente superiore rispetto a quello della precedente iterazione della saga, ma comunque al di sotto del generosissimo TTK di Black Ops 4.

La misura scelta da Treyarch garantisce ai giocatori un buon margine di manovra per le proprie ritorsioni balistiche, mentre il ritorno della barra della vita, opzionale ovviamente, offre la sensazione di avere un maggiore controllo sull’esito di ogni sparatoria. Nell’ottica di preservare il carattere originale del gameplay, preferibilmente nella sua declinazione “run and gun”, il team ha anche deciso di rimuovere la possibilità di sfruttare le superfici come punto d’appoggio per le armi, in modo da scoraggiare il “camping” selvaggio.

Sulle stesse note, torna anche lo sprint infinito: una scelta che non metterà tutti d’accordo, ma che a nostro avviso si sposa perfettamente con il dinamismo che caratterizza il comparto multiplayer di Cold War. Tutti questi elementi contribuiscono a definire un’esperienza tanto familiare quanto appagante, sostenuta da un gunplay solido, reattivo e credibile, e da un map design di ottima fattura. Il pacchetto di lancio include dieci mappe che ci porteranno a imbracciare le armi in un buon numero di scenari differenti, dal lungomare di Miami alle distese innevate di un resort sciistico in pieno territorio sovietico.

Le peculiarità di alcune location, come la splendida Armada (ambientata su due incrociatori che hanno bloccato una nave che trasporta un hovercraft), impongono tempi d’adattamento un po’ più lunghi rispetto ai canoni della serie, ma la gestione di corsie, traiettorie e spazi aperti appare intelligente e ben congegnata. Come nel caso di Modern Warfare, la struttura delle mappe tende a promuovere una notevole diversificazione delle strategie d’ingaggio.

La varietà dei campi di battaglia conduce poi a una moltiplicazione delle possibilità d’approccio in seno al gameplay, che nel caso delle modalità più tattiche può offrire fertile per la messa in atto di piani particolarmente elaborati, tra diversivi e attacchi a tenaglia. È questo il caso di Scorta VIP, una nuova modalità sei contro sei che richiede a uno dei team di portare in salvo, presso uno dei due punti di estrazione, una risorsa chiave, che la squadra avversaria dovrà abbattere a tutti i costi. Per aggiudicarsi ogni turno sarà quindi necessario completare l’obiettivo o, in alternativa, eliminare tutti i membri dello schieramento nemico.

Tra le aggiunte multiplayer di questo Call of Duty Black Ops Cold War figurano anche Squadre d’Assalto: Bomba Sporca e Armi Combinate, entrambe ambientate su mappe di dimensioni piuttosto generose. La prima coinvolge 40 giocatori suddivisi in team da quattro, che per conquistare la vittoria dovranno uccidere nemici, raccogliere scorte d’uranio e infine detonare diversi “ordigni sporchi” distribuiti in giro per gli scenari, cercando di coordinarsi al meglio per arginare la concorrenza e bilanciare i malus innescati dal trasporto del materiale radioattivo, che blocca i potenziamenti da campo e la rigenerazione della vita, e riduce la velocità di movimento e la salute dei soldati. Armi Combinate è invece una modalità che sfida due squadre da dodici giocatori a contendersi una zona neutrale al centro della mappa, per poi procedere alla cattura della base nemica e aggiudicarsi il match. Come nel caso di Ground War, si tratta di un tentativo di adattare alle logiche di Call of Duty alcune delle dinamiche tipiche di Battlefield, purtroppo con risultati altalenanti.

Per quanto l’equilibrio degli scontri sia generalmente migliore rispetto a quello di Guerra Terrestre, l’impiego dei veicoli e la dispersività delle mappe non si sposa particolarmente bene con i ritmi e le caratteristiche di COD, che sembra così allontanarsi fin troppo dalla sua dimensione ideale. Armi Combinate acuisce peraltro quello che, almeno per il momento, sembra essere il principale difetto di Cold War sul fronte del bilanciamento: i colpi dei cecchini sono ancora una sentenza di morte senza appello, e ci auguriamo che il loro strapotere venga presto ridimensionato.

Al netto di queste incertezze, l’offerta multiplayer del nuovo Black Ops Cold War si conferma solida e appagante, sostenuta da una raccolta di modalità classiche che non mancheranno di soddisfare gli appassionati dello shooter di Activision. Ultima nota, le famose serie di uccisioni sono state sostituite dalle serie di punti, quindi per chiamare un mezzo di supporto, un radar o una cannoniera non sarà più necessario uccidere in serie senza morire. Ogni uccisione garantirà un punteggio, tale punteggio verrà moltiplicato uccidendo in serie, ma non sarà necessario ottenere la cifra richiesta in una sola vita, anche morendo più volte, infatti, si potrà chiamare l’aiuto selezionato nel menù prima di lanciare la partita.

Un vero Call of Duty di Treyarch, però, non sarebbe tale senza un’appropriata sezione dedicata agli Zombie e Black Ops Cold War non fa certo eccezione. La nuova esperienza di questa modalità si chiama “Die Maschine” e possiamo assicurare che i suoi truculenti non morti, che come da copione imperversano ondata dopo ondata, renderanno ardua la sopravvivenza anche ai giocatori più esperti. Nessuna rivoluzione ha stravolto l’esperienza alla base della modalità Zombi, semmai si registrano tanti miglioramenti che ora la rendono fruibile anche ai novelli.

Di aggiunte ce ne sono diverse comunque a prescindere dal ritorno a un’impostazione più classica, anche sul versante delle minacce che ora vedono tra le loro fila creature radioattive da cui tenersi a debita distanza, come la possibilità di chiamare un elicottero di estrazione e abbandonare l’area di gioco o nuovi equipaggiamenti che aiutano nella lotta contro i non morti. I distributori di bevande sparsi in Die Maschine vanno sfruttati per migliorare caratteristiche come stamina e punti salute. In Cold War la modalità Zombi si è inoltre arricchita di una pratica mini mappa che segnala i punti di interesse, oltre a quella dei compagni di squadra e dei non morti. Un po’ come avviene con la campagna e il comparto PvP, anche Zombi è un mix di omaggi a vecchi capitoli della serie e trovate inedite. Quest’ultime vedono, ad esempio, l’aggiunta di potenziamenti da campo come spray criogeni in grado di congelare i nemici o torrette automatiche da piazzare per allentare la pressione dei nazi-zombi che accorreranno numerosi a ogni ondata.

Il tatticismo e la coordinazione rimangono fondamentali per non soccombere, perché a questo giro si percepisce maggiormente un’atmosfera più lugubre. Ma poi vengono ristabilite le connessioni con il passato ed ecco spuntare i celebri distributori di bevande per migliorare le abilità del proprio personaggio, o le salvifiche casse misteriosi che ci premiano con armi come la tanto amata Ray Gun. Vecchio e nuovo coesistono così all’interno di una struttura ora più legata all’esplorazione di uno scenario ricco di segreti da svelare, dove al tempo stesso bisogna fare i conti con la necessità di evitare di diventare cibo per creature ambulanti o segugi infernali che non vedono l’ora di farci a pezzi. Tra un easter egg e l’altro non mancano modalità di svago alternative dove il minimo comune denominatore è sempre quello, ovvero massacrare zombi senza fare troppi complimenti. Carneficina permette a una coppia di giocatori di respingere l’armata di non morti negli scenari multiplayer, dove la particolarità consiste nel posizionarsi accanto a un nucleo di energia in continuo movimento. E se i vari cabinati (giocabili) sparsi nelle missioni della campagna omaggiano la storia videoludica passata di Activision, la presenza di Dead Ops Arcade 3: Rise of Mamaback punta dritto al cuore agli amanti della saga Black Ops. Questo twin stick shooter è infatti un palliativo per quattro giocatori anche abbastanza impegnativo, perfetto per essere giocato con un gruppo di amici. Le armi utilizzate in Zombie sono ovviamente le stesse del multiplayer, ma è bene sottolineare che le classi sono indipendenti a seconda della modalità e che il livellamento delle bocche di fuoco è comune a entrambe le tipologie di gioco. Le mimetiche invece sono indipendenti a seconda se si gioca a zombie o al multigiocatore.

Per quello che concerne il comparto tecnico, Call of Duty Black Ops Cold War eredita buona parte dei tratti vincenti dell’ultima versione dell’IW Engine, a partire da un’ottima gestione delle fonti di luce, che permette al sistema di illuminazione di esaltare la forza della messa in scena, specialmente durante la campagna. L’abbondanza di riflessi e dettagli amplifica l’impatto di ogni sequenza di gioco, contribuendo al coinvolgimento sensoriale dei giocatori, complice un level design che, al netto di qualche piccola caduta di stile, rende l’esperienza ancor più vivida e trascinante. Anche la modellazione poligonale si dimostra perfettamente in grado di valorizzare le performance attoriali dei protagonisti digitali, sebbene la resa complessiva del comparto grafico risulti meno convincente rispetto a quella di Modern Warfare. Non si tratta di un divario netto, sia chiaro, ma la pulizia generale dell’immagine sembra collocarsi al di sotto del livello fissato dal titolo di Infinity Ward. Un ambito in cui il titolo non mostra alcuna differenza rispetto a MW è quello dell’intelligenza artificiale, che come sempre rende i nemici dei semplici bersagli mobili pronti a ricevere una buona dose di piombo.

Ottimo invece il comparto sonoro, sia per quel che riguarda l’effettistica che per quanto concerne il doppiaggio italiano, capace di dare pieno supporto alla caratterizzazione narrativa dei personaggi. Eccellente anche l’accompagnamento musicale, che offre un ricco banchetto delle sonorità synth pop tipiche degli anni ‘80. In ultima battuta, non si può fare a meno di spendere qualche parola sulla rotta scelta da Activision per il supporto post lancio di Cold War: tutti i contenuti aggiuntivi, compresi quelli dedicati alla modalità Zombie, saranno infatti distribuiti gratuitamente, in linea con il percorso intrapreso con l’ultimo capitolo della serie.

Ogni modalità sarà inoltre giocabile in cross play con gli utenti delle altre piattaforme, comprese quelle next-gen. Entro la fine dell’anno, con l’esordio del Seasonal Prestige di Warzone, arriverà anche l’unificazione dei sistemi di progressione legati Battle Pass, che permetterà ai giocatori di accumulare livelli giocando a tutti i recenti titoli della famiglia Call of Duty. Tirando le somme, questo Call of Duty Black Ops Cold War si presenta al pubblico come un titolo ricco di cose da fare e assolutamente in grado di intrattenere. Ovviamente non ci si trova dinanzi un gioco perfetto e qualche fastidioso bug affligge ancora la produzione di Treyarch. Niente che una patch non possa risolvere, ma comunque e in generale il titolo è assolutamente uno fra i migliori degli ultimi anni. L’aggiunta di contenuti gratuiti e l’integrazione con Warzone poi rappresentano un ottimo stimolo per aumentare la longevità di gioco per tutto il corso dell’anno. In soldoni: se vi piace Call of Duty, questo non vi deluderà, ma anzi, vi regalerà ore ed ore di divertimento.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 9

Sonoro: 9

Gameplay: 9

Longevità: 9,5

VOTO FINALE: 9,5

Francesco Pellegrino Lise

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Empire of Sin, lotta fra gang per il controllo di Chicago

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Empire of Sin è un tycoon game ambientato nella Chicago degli anni ’20 in cui viene richiesto di far espandere il proprio impero del crimine.

Il titolo è in parole povere un gestionale al cui centro sono poste le richieste della clientela e l’incontro fra la sporca domanda con l’ancor più sporca offerta, è uno strategico che ha per protagonisti i volti veri e alcuni nomi inventati della mafia a stelle e strisce di inizio scorso secolo. In certe occasioni però il gioco si trasforma in un videogame tattico a turni che ricorda un po’ alla lontana X-COM. Detto ciò però possiamo anche dire che Empire of Sin è soprattutto un raccoglitore di storie fumose nate attorno al racket dell’alcol e del gioco d’azzardo durante l’epoca del proibizionismo.

Far parlare tutte queste anime non è affatto un’impresa semplice ma, per fortuna, il titolo offre meccaniche di gioco connesse in modo sapiente, meccaniche che hanno ciascuna delle evidenti ricadute sulle altre, fino a formare una intricata ragnatela di cause ed effetti. Ma andiamo a scoprire come. Il tutto ha inizio dalla selezione del gangster che si vuole interpretare.

Purtroppo non c’è modo di crearne uno ex novo, ma la scelta fra i quattordici protagonisti è più che ampia e spazia dalla circense della malavita Maggie Dyer al pragmatico uomo d’affari Daniel Mackee Jackson, senza dimenticare poi i nomi più noti, come quello del celebre Al Capone e dello scaltro Frank Ragen. Ogni personaggio ovviamente è caratterizzato da bonus unici sia dal punto di vista strategico-gestionale, sia sul campo da battaglia, con il già citato Al Capone ad esempio capace di scaricare una vera e propria pioggia di piombo su più nemici o Frankie Donovan che si trasforma in una furia nel combattimento ravvicinato a mani nude. A quanto vi abbiamo detto si aggiungono poi classici elementi da gioco di ruolo, come classi differenti e degli alberi delle abilità utili a personalizzare sia il proprio avatar sia il resto della gang, specializzando così alcuni uomini nell’uso della lupara, oppure nell’assassinio stealth.

Ovviamente negli scontri non è poi raro che i vari affiliati facciano una brutta fine, una morte permanente che dà ancora maggior peso alle scelte e che crea un legame quasi affettivo con i membri della propria gang. Oltre a queste abilità, ciò che realmente definisce i protagonisti di Empire of Sin sono i loro background e i loro tratti, momento in cui si nota con forza la mano di Paradox Interactive. I personaggi di Empire of Sin sviluppano in modo dinamico attraverso le proprie azioni delle caratteristiche peculiari, che li rendono dei freddi cecchini quando c’è da premere il grilletto o, al contrario, dei codardi appena il fuoco nemico inizia a farsi sentire. Ciascuna azione, quindi, ha delle conseguenze e i gangster difficilmente dimenticano gli sgarri fatti.

La strada per diventare l’unico boss di Chicago però è lunga e irta di difficoltà, quindi per giungere in cima alla piramide del potere occorre sporcarsi le mani, iniziando dal basso e inondando le strade della metropoli statunitense di alcool di contrabbando. La città riprodotta in Empire of Sin è divisa nei suoi numerosi quartieri, ciascuno dei quali ospita al suo interno svariati edifici utili ai propri scopi illeciti. Partendo con una semplice base, un bar clandestino e una distilleria nascosta, bisogna a poco a poco allargare il proprio business, magari scacciando dalle loro tane i ladruncoli da quattro soldi e occupare le loro palazzine con un ulteriore casinò o un bordello. Più facile a dirsi che a farsi, perché l’ascesa nell’Olimpo del crimine è costantemente ostacolata dagli interessi degli altri boss, che non si faranno molti scrupoli ad assaltare la concorrenza, e anche dalla polizia in persona, un ingombro che può essere messo a tacere a suon di mazzette.

Per evitare che gli affari saltino letteralmente per aria, occorre dunque migliorare le proprie strutture, ingaggiare ulteriori guardie, migliorare la qualità degli alcolici e degli ambienti e aggiungere ulteriori roulette alle sale giochi. Tutto ciò ha però un costo, così come i gangster che richiedono un costante stipendio e quei fucili scintillanti sul mercato nero di certo non si compreranno con un paio di bottiglie di whiskey vendute a China Town. Empire of Sin però è un gestionale con un certo livello di sfida e far quadrare i conti è alle volte più complesso che aver la meglio negli scontri armati. Disposte in numerose interfacce ci sono le svariate informazioni riguardanti le casse, quali business stanno facendo guadagnare di più, quali sono finiti sotto l’occhio delle forze dell’ordine e dove invece la clientela si sta lamentando per la pessima scelta alcolica.

Si sa, durante il proibizionismo i distillati erano spesso di pessima fattura, ma i frequentatori più abbienti non si accontentano di una birra fatta in una vasca da bagno e magari per soddisfare le loro esigenze conviene convertire tutte le distillerie in qualcosa di più pregiato, piazzando anche un lussuoso hotel accanto ad uno scalcinato bar. Per fortuna un lungo tutorial introduce in modo adeguato ogni componente del gioco, anche se permane qualche dubbio sull’UI, macchinosa da navigare e con shortcut evidenziate male. Come in ogni gestionale che si rispetti i parametri da tenere sotto controllo sono numerosi e, almeno inizialmente, ci si sente soverchiati dalla quantità di informazioni che arrivano sull’interfaccia. Con un’improvvisa inversione di marcia, Empire of Sin mostra però il fianco a lungo andare. Per quanto si espanda la propria rete clandestina e si sviluppino affari in tutti i quartieri, le faccende da sbrigare restano sempre le stesse e gli affari girano comunque attorno alla distribuzione degli alcolici nelle tre attività: bar, gioco d’azzardo e locali a luci rosse. La progressione avviene dunque in maniera piuttosto lineare, svolgendo sempre le medesime azioni – volendo si possono mettere a capo dei quartieri dei vice-boss per evitare la microgestione – ma manca un avanzamento che faccia sentire viva la sfida. Qualche ulteriore meccanica aggiuntiva non avrebbe guastato, soprattutto per evitare che le fasi finali siano fin troppo semplici e senza spunti.

Nonostante quanto abbiamo appena messo in luce, Empire of Sin è in ogni caso un titolo decisamente interessante e i momenti migliori sono rappresentati dalle storie che, costruite ad hoc attorno alcuni boss, sorte in modo spontaneo per via di qualche evento casuale o nate dallo sviluppo di una missione data un NPC incontrato per strada, coinvolgono i vari protagonisti. Il lato diplomatico non si esaurisce in un paio di schermate fredde e anonime, ma le tregue e le taglie messe sulla testa dei nemici vanno stipulate faccia a faccia, attimi che aggiungono un taglio quasi cinematografico al titolo. Fra frasi fatte, minacce e pericolose dichiarazioni di guerra, con il passare delle ore si viene a formare un intreccio letale che tiene unite le varie fazioni che popolano la Chicago del 1920 e districarsi fra i vari interessi è un delicato gioco di equilibri: una protezione rifiutata, un locale rubato ad un socio del più potente boss del quartiere e presto Empire of Sin si trasforma in una lotta senza quartiere. Quando la diplomazia fallisce, l’unico modo per sistemare le questioni è una bella imboscata con tutte le armi tipiche di quel periodo e così Empire of Sin diventa senza soluzione di continuità un tattico a turni.

Le regole di ingaggio sono abbastanza tradizionali e il titolo di certo non rivoluziona il genere. Che sia la strada o l’interno di un locale, l’ambiente in cui si svolge lo scontro viene diviso nelle classiche caselle, una scacchiera su cui muovere le proprie pedine turno dopo turno visualizzando le varie mosse a partire da una visuale isometrica. Ciascun gangster ha a propria disposizione due punti azione, da spendere per posizionarsi dietro una copertura completa e per far fuoco da una migliore angolazione, aumentando così la percentuale del colpo sparato. C’è il fuoco di copertura, si possono lanciare bombe, ci sono oggetti curativi e ogni arma si comporta in modo unico, eppure tutti i vari ingredienti fanno parte della solita ricetta già vista in altri titoli del passato. Sotto il profilo estetico e tecnico Empire of Sin riesce a spaccare in due il nostro parere. Da una parte troviamo un’ambientazione eccellente, ottimamente caratterizzata e sicuramente iconica e affascinante, d’altra parte la Chicago degli anni 20 non è propriamente un’ambientazione abusata e banale.

Gli sviluppatori sono stati molto bravi a creare la giusta atmosfera e a far sentire il giocatore un vero protagonista delle lotte tra clan e famiglie per la conquista della città. Ottime le ambientazioni e la riproduzione di stili e clichè di quel periodo. Sotto il profilo tecnico invece la cosa si fa più drammatica: Empire of Sin è piagato dai bug, nei dialoghi si notano spesso i labiali fuori sincrono e alcune risposte completamente fuori contesto. Movimenti e compenetrazioni poligonali poi rovinano il senso di immersione generale. Per quanto riguarda la colonna sonora che ripropone temi musicali degli anni 20, tutto è realizzato bene. Il doppiaggio invece non è sempre perfetto e si sente che i personaggi italiani non sono doppiati da madrelingua, ma è comunque piacevole il tentativo fatto dal team di sviluppo e l’idea originale. Tirando le somme, Empire of Sin sia che lo si giochi su Pc, sia che lo si giochi su Xbox, PlayStation o Switch, è e resta un gioco piacevole e interessante. Un prodotto che cerca di coniugare vari generi e che comunque è in grado di tenere alto l’interesse per molte ore.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8

Sonoro: 7,5

Gameplay: 7,5

Audio: 7

VOTO FINALE: 7,5

Francesco Pellegrino Lise

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Scienza e Tecnologia

DBGA Kids, il corso per creare videogames per i giovanissimi

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Digital Bros Game Academy, l’accademia per diventare sviluppatori di videogiochi del Gruppo Digital Bros, apre le iscrizioni alla nuova edizione di DBGA KIDS: il corso per imparare a creare un videogioco dedicato ai giovanissimi.

Dopo il successo della prima edizione, che ha visto la partecipazione di 30 ragazzi che hanno realizzato il loro primo videogioco, l’Academy annuncia la partenza della seconda edizione di DBGA KIDS, che inizierà il 7 febbraio 2021. DBGA KIDS è un percorso di apprendimento che, attraverso la realizzazione di un videogioco, avvicina i ragazzi e le ragazze alle materie digitali, favorendo l’acquisizione di competenze di programmazione unite allo sviluppo delle abilità creative. Skill estremamente importanti che contribuiscono a sviluppare nei ragazzi una forma mentis che li aiuti a immaginare nuovi futuri possibili. Il corso DBGA KIDS è interamente online, con i docenti in live streaming tramite Zoom. Ha una durata di 14 ore totali, suddivise in 7 lezioni di 2 ore ciascuna a cadenza settimanale. Le lezioni si svolgono la domenica mattina dal 7 febbraio al 21 marzo 2021.

L’iscrizione al corso si effettua solo online, compilando il form cliccando qui. Il corso è riservato per massimo 30 partecipanti e ha un costo di € 250,00 +IVA. Digital Bros Game Academy ha previsto una promozione rivolta ai primi iscritti. Infatti, per chi effettuerà l’iscrizione entro il 5 gennaio la quota di partecipazione sarà di € 200,00 + IVA. Le iscrizioni al corso chiuderanno il 1° febbraio 2021. II partecipanti a DBGA KIDS impareranno tutte le fasi della creazione di un videogioco, dalla fase di ideazione e progettazione alla programmazione utilizzando Construct 3 come strumento principale. Saranno coinvolti in un processo logico-creativo in cui apprenderanno ad organizzare le loro idee, a risolvere problemi fino a raggiungere l’obiettivo finale: portare a termine un vero e proprio videogioco. Il tutto guidato in remoto dai docenti, in maniera stimolante e divertente.

I docenti Martina Raico, Game Designer e Dario Fantini, Game Developer e insegnante, entrambi ex-studenti di Digital Bros Game Academy e rispettivamente QA Tester e Game Programmer in RaceWard Studio, guideranno i ragazzi, tramite un approccio molto pratico, in tutte le fasi del percorso di apprendimento. I giovani partecipanti potranno interagire con loro in tempo reale. Apprenderanno le basi del Game Design e della programmazione e impareranno ad utilizzare Construct 3, un software di programmazione per lo sviluppo di giochi PC e mobile. L’interfaccia intuitiva e la sua immediatezza, rendono Construct 3 uno strumento adatto a chi muove i primi passi nel mondo dello sviluppo. Il calendario, il programma e tutte le altre informazioni relative al corso, sono consultabili sul sito ufficiale della DBGA consultabile cliccando qui.

F.P.L.

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Costume e Società

Puyo Puyo Tetris 2, il puzzle game classico guarda al futuro

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Puyo Puyo Tetris è riuscito ad ammaliare tutti gli appassionati, sia per via del suo spirito di conservazione e fascino, sia per via del suo continuo osare e rimescolare le carte in tavola di un genere che, a quanto pare, ha ancora molto da dire.

Con Puyo Puyo Tetris 2 ci troviamo sostanzialmente davanti ad un titolo che, da un lato ripropone tutte le idee migliori del capitolo precedente, e dall’altro ne amplifica l’esperienza con tutta una serie di elementi che inevitabilmente incuriosiscono.

Si tratta di un crossover che però mantiene anche fede alle radici da cui è tratto, mettendo a disposizione del giocatore, fin dalla primissima schermata, la possibilità di potersi immergere nei titoli che costruiscono questa miscela, in maniera separata. Puro Puyo Tetris 2, nel suo menù principale, si divide in: Avventura, Singolo, Multigiocatore, Opzioni e dati, Online e Lezioni. Quest’ultima possibilità si rivela estremamente fondamentale per tutti coloro che non hanno mai messo mano ad uno dei due titoli mescolati e proposti.

Si tratta di una sezione del gioco interamente dedicata all’insegnamento delle basi, ma anche delle fasi avanzate, non soltanto di Puyo Puyo e Tetris, ma anche delle varie modalità qui proposte, offrendo dunque un approccio pseudo-enciclopedico dettagliato e attento a spiegare ogni cosa per bene, avvalendosi di una semplicità diretta e ben snocciolata. Come dicevamo, la prima voce che risalta all’occhio è la modalità Avventura: dotata di un’innovata interfaccia che ricorda quella di un gioco da tavolo, il Sugoroku, e di una corposa quantità di personaggi, la storia non verrà certo ricordata per la componente narrativa. La vicenda, che coinvolge eroi vecchi e nuovi, tende infatti a stancare in fretta: i protagonisti alquanto stereotipati e il susseguirsi di lunghi dialoghi a schermata fissa non aiutano, d’altronde, a favorire il coinvolgimento dell’utente.

L’Avventura, tuttavia, funge da palestra perfetta per avvicinarsi ad entrambi gli stili di gioco presenti nell’opera e alle varie modalità vecchie e nuove contenute nel pacchetto. Nei circa 80 livelli, alcuni dei quali del tutto opzionali, è possibile mettersi alla prova in sfide di livello crescente, che aiutano ad impratichirsi e a sbloccare elementi extra di contorno, come scenari e musiche, ma anche personaggi e oggetti di fondamentale importanza. Sempre a proposito di apprendimento delle regole di base, è sicuramente interessante la presenza della “Difficoltà automatica”, un’opzione legata alla modalità Avventura che plasma l’abilità della CPU in base alla bravura di chi gioca.

In questo nuovo episodio è presente poi una sezione “Lezioni”, perfetta per chi vuole imparare, nonché arricchita con tutte le nozioni sulle modalità inedite e alcune voci extra che fungono da insegnamenti interattivi. La principale novità di Puyo Puyo Tetris 2 risiede però nell’introduzione di una particolare modalità chiamata Battaglia Tecnica che, in parole povere, consiste in una rivisitazione in chiave ruolistica dei due puzzle game. I partecipanti non devono limitarsi a giocare al puzzle game di riferimento selezionato, ma hanno l’obbligo di tenere costantemente sott’occhio un paio di parametri: i punti vita, il cui azzeramento decreta il game over, e i punti magia, grazie ai quali si possono attivare con la semplice pressione di un tasto tre diverse abilità. A stabilire quali sono le skill disponibili e l’ammontare degli attributi è la composizione del team: in un’apposita schermata si possono infatti passare diversi minuti a studiare la combinazione perfetta di personaggi e carte (l’equivalente degli accessori) per avere il giusto equilibrio tra attacco e difesa.

A garantire poi un incremento in termini di longevità è la progressione dei singoli personaggi, che al termine di ogni scontro guadagnano punti esperienza grazie ai quali salgono di livello e diventano sempre più forti. Questa modalità, indirizzata principalmente ad un target che non apprezza la staticità dei puzzle game come il primo Puyo Puyo Tetris, è sicuramente un’aggiunta gradita che, soprattutto ai livelli più alti, riesce a garantire ore di divertimento, aggiungendo un piacevole senso di progressione applicato sia alla componente offline che a quella online.

 Se da una parte la Battaglia Tecnica rappresenta un’assoluta novità di questo secondo capitolo, dall’altra i veterani di Puyo Puyo Tetris, i quali non aspettano altro che confrontarsi con altri giocatori per stabilire a suon di Tetramini o Slime chi sia il più abile, troveranno pane per i loro denti. Il comparto multigiocatore non coinvolge infatti la sola modalità Battaglia Tecnica ma anche tutte le altre già viste nel primo episodio, le quali possono essere affrontate non solo in partite amichevoli ma anche nel competitivo, ovvero la Lega Puzzle. Anche in Puyo Puyo Tetris 2 esiste infatti la possibilità di sfidare altri giocatori in quattro diverse categorie, ognuna con la propria graduatoria: Lega Puzzle (Tetris + Puyo Puyo), Lega Puyo Puyo, Lega Tetris e Lega Battaglia Tecnica, con quest’ultima che incarna l’unica novità per quello che riguarda il comparto competitivo del gioco.

Questa frammentazione delle modalità online non è solo positiva per chi ama la competizione, ma anche per chi è solo in cerca di un po’ di divertimento e vuole rilassarsi con un match amichevole. Oltre alla Lega Puzzle, che ha una maggiore attenzione per chi ama il PvP, il Sonic Team si è concentrato ancora una volta anche sugli amanti del PvE, che potranno godersi pienamente l’esperienza grazie alle modalità Sfida. Nell’apposito menu è presente Fever infinito, Puyo infinito, Puyo mini, Sprint, Maratona e Ultra. Si tratta in tutti e sei i casi di modalità che prevedono la partecipazione di un solo giocatore con l’obiettivo di raggiungere il punteggio massimo entro un tempo limite, oppure di proseguire all’infinito in uno dei due puzzle game. Completando una qualsiasi partita delle modalità Sfida con una connessione internet attiva, il punteggio verrà automaticamente caricato nelle classifiche online, così che anche i giocatori solitari possano provare a ottenere nuovi record con cui scalare le classifiche mondiali. Per quanto riguarda gli elementi di contorno, come la possibilità di modificare l’aspetto delle unità utilizzate in entrambi i puzzle game, il gioco propone una serie decisamente ridotta di “skin”. Alcuni aspetti alternativi sono disponibili sin da subito e altri sono invece acquistabili con i crediti nell’apposito negozio. Purtroppo, però, il negozio è identico a quello del primo Puyo Puyo Tetris e non c’è nulla di nuovo rispetto a quanto visto nella precedente incarnazione della serie. Gli oggetti disponibili non sono solo scarsi in termini numerici, ma sono anche estremamente semplici da ottenere. Basterà infatti qualche ora di gioco e una manciata di vittorie per entrare in possesso di qualsiasi aspetto alternativo di Puyo e Tetramini. Esistono poi dei voice pack e delle icone sempre disponibili all’acquisto ma che, per quanto numerosi, suscitano sicuramente meno interesse verso chi non è intenzionato a sbloccare ogni singolo oggetto.

Tirando le somme, possiamo dire che con Puyo Puyo Tetris 2 il Sonic Team ha deciso di non andare troppo oltre quello che ha decretato il successo del primo capitolo, ma di limitarsi a proporre un prodotto forse troppo simile al predecessore sia dal punto di vista dei contenuti che da quello puramente estetico. Le poche novità possono allettare prevalentemente quella fetta di pubblico competitiva, che grazie alla modalità Sfida e alla Lega Puzzle può finalmente battagliare in maniera impegnativa anche al di fuori del solo PvP. Chiunque sia intenzionato a giocare al titolo per puro diletto e abbia già spolpato a dovere il predecessore si ritroverà sì di fronte ad un ottimo gioco con tanti contenuti, sebbene tutti risultino fin troppo simili a quanto già visto in passato. Insomma, l’acquisto di questo titolo è consigliato prevalentemente sia per chiunque non abbia mai giocato al primo Puyo Puyo Tetris, sia per tutti coloro che vedono nella presenza delle classifiche online del PvE, nella nuova Avventura e nelle Battaglie Tecniche dei contenuti appetibili e stimolanti. Il titolo, lo ricordiamo è disponibile su Pc, su Switch e sulle console della famiglia Xbox e PlayStation di attuale e vecchia generazione.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8

Sonoro: 8

Gameplay: 9

Longevità: 7,5

VOTO FINALE: 8

Francesco Pellegrino Lise

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