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Cronaca

Carlo Alberto Dalla Chiesa: il mistero delle carte scomparse

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Erano appena passati tre mesi dal suo insediamento a Palermo, esattamente 100 giorni in cui ha cercato di smantellare gli intrecci tra mafia e politica

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di Angelo Barraco – Paolino Canzoneri
 
Palermo – Il 3 settembre del 1982 un commando di Cosa Nostra fa irruzione in Via Carini, a Palermo, e uccide a colpi di Kalashnikov il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiera, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente della scorta Domenico Russo. Erano appena passati tre mesi dal suo insediamento a Palermo, esattamente 100 giorni in cui ha cercato  di smantellare in tutti i modi le fitte trame che la mafia stava intrecciando con la politica. La prima persona ad entrare a Villa Pajno quella sera fu Francesco Bubbeo, ex economo della prefettura. Recentemente ha rilasciato un’intervista a Repubblica in cui ha raccontato quei momenti. Il giornalista chiede come mai quella sera andò nell’abitazione del prefetto e Bubbeo risponde che quella sera “la ditta funeraria non aveva lenzuola”. Chi le chiese di andare in villa a prendere delle lenzuola? Continua il giornalista e Bubbeo risponde “il capo di gabinetto”; entrò da solo a casa di Dalla Chiesa? La risposta di Bubbeo “con un Poliziotto ci sono andato, lo abbiamo preso e glielo abbiamo consegnato (in riferimento alle lenzuola)”; C’erano altre persone assieme a voi? “No, no abbiamo preso le lenzuola e siamo andati via”; Dove avete preso le lenzuola? “In camera da letto penso o nell’armadio”; Quella sera scomparvero le carte di Dalla Chiesa –continua il giornalista- per sei giorni scomparve anche la chiave della cassaforte , Bubbeo risponde infine“che ne so, io me ne sono andato, non sono rimasto la, il mio compito era quello delle lenzuola”. La cassaforte di Dalla Chiesa viene ufficialmente aperte l’11 settembre e la chiave venne rinvenuta otto giorni dopo l’eccidio all’interno di un cassetto con relativa targhetta di riconoscimento, vicino la cassaforte. Il cassetto era stato precedentemente controllato ma non era stata rinvenuta nessuna chiave. Gli inquirenti hanno ispezionato la cassaforte da cima a fondo ma non hanno rinvenuto nulla. I sigilli saranno apposti 14 ore dopo. 
 
Un eccidio che presenta ancora oggi molte zone d’ombra, alcune hanno trovato un riscontro oggettivo grazie alla ricostruzione che lo stesso Totò Riina ha fatto in carcere, nella sua ora d’aria con Alberto Lorusso, dove ha raccontato come è stato ucciso il generale e perchè  “Così lo abbiamo ucciso. Appena è uscito lui con sua moglie, lo abbiamo seguito a distanza … tun … tun … (si porta la mano sinistra davanti la bocca come per indicare 'lo abbiamo ucciso'). Potevo farlo là, per essere più spettacolare nell'albergo, però queste cose a me mi danno fastidio”prosegue dicendo “Al primo colpo, al primo colpo ci siamo andati noialtri… eravamo qualche sette, otto… di quelli terribili… eravamo terribili. Nel frattempo lui era morto, ma pure che era morto gli abbiamo sparato”. Il superboss di Cosa Nostra ha inoltre  raccontato a Lorusso che “Loro (i figli) sono convinti che a uccidere il padre fu lo Stato ma c'è solo un uomo e basta, ha avuto la punizione di un uomo che non ne nasceranno più. Quando ho sentito alla televisione che era stato promosso prefetto di Palermo per distruggere la mafia, ho detto: ‘Prepariamoci mettiamo tutti i ferramenti a posto, tutte le cose pronte per dargli il benvenuto”. Riina nel colloqui con il suo confidente chiama in causa Pino Greco Scarpuzzedda, uno dei capi mafia più potenti degli anni 80, dicendo “L'indomani gli ho detto: Pino, Pino vedi di dedicarti ad andare a cercare queste cose che… prepariamo armi, prepariamo tutte cose”. Dagli atti processuali emergerebbe però una realtà ben diversa rispetto a quella prospettata da Riina poiché dalle parole di Giuseppe Guttadauro, capo mandamento di Brancaccio, si apprende che nel corso di un’intercettazione avrebbe rivelato come l’attentato a Dalla Chiesa fosse in realtà un favore fatto a qualcuno. Ma risulta importante una rivelazione del pentito Tullio Cannella, persona vicina a Greco, che si sarebbe lamentato con lui in merito al delitto, aggiungendo che dietro non ci sarebbe stato  Riina ma Provenzano: “Stu omicidio Dalla Chiesa non ci voleva… Ci vorranno minimo dieci anni per riprendere bene la barca. Comunque qua io ho avuto uno scherzetto in questo omicidio, e stu scherzetto me lo fece u ragioniere (in riferimento a Bernardo Provenzano)”. Emerge inoltre che nei giorni precedenti al delitto vi sarebbe stato un clima abbastanza teso attorno al prefetto e costui avrebbe detto alla moglie “Se mi accade qualcosa prendi quel che sai, ho messo tutto nero su bianco”. Ma nessun documento è stato mai trovato. Emerge inoltre che Emanuela Carraro, moglie di Dalla Chiesa, avrebbe confidato alla madre “So delle cose talmente tremende, talmente grandi, non posso raccontartele perché Carlo Alberto mi ha fatto giurare. Però ti assicuro che quasi tu non potresti credere, perché queste cose coinvolgono persone che noi conosciamo molto bene”. Per l’eccidio sono stati condannati all’ergastolo Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo, Nino Madonia, la cupola di Cosa Nostra costituita da Totò Riina, Bernardo Provenzano e Michele Greco e i collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci a 14 anni. Molti i punti oscuri in questa vicenda, come i documenti spariti dalla cassaforte e dalla valigetta del generale. Il Boss Totò Riina si è pronunciato dal carcere in merito a questo nebuloso aspetto “Lui gli sembrava che veniva a trovare qua i terroristi. Gli ho detto: qua il culo glielo facciamo a cappello di prete” aggiungendo “Questo Dalla Chiesa ci sono andati a trovarlo e gli hanno aperto la cassaforte e gli hanno tolto la chiave. I documenti dalla cassaforte e glieli hanno fottuti” precisando inoltre al confidente che “Minchia il figlio faceva … il folle. Perché dice c'erano cose scritte”. Ovviamente Lorusso pone una domanda lecita “Ma pure a Dalla Chiesa gli hanno portato i documenti dalla cassaforte?” e il boss  risponde “Si, si” e prosegue “Loro quando fu di questo… di Dalla Chiesa … gliel'hanno fatta, minchia, gliel'hanno aperta, gliel'hanno aperta la cassaforte … tutte cose gli hanno preso”. Nel corso del colloqui fa anche cenno al covo di Via Bernini, presso il quale vi era una cassaforte ma fu svuotata dopo la sua cattura e non fu mai trovato nessun documento. Ma analizziamo lo spaccato mafioso di quegli anni basandoci sugli atti processuali. Tommaso “Masino” Buscetta, il boss dei due mondi, non conosceva in dettaglio la vicenda legata all’omicidio di Dalla Chiesa poiché risiedeva in Brasile in quel periodo. In un provvedimento si legge che la sera del 3 settembre del 1982 Buscetta e Gaetano “Tano” Badalamenti si trovavano all’Hotel Regent di Belem e stavano guardando la tv quando ad un certo punto viene trasmessa la notizia dell’agguato in Via Carini. Il commento di Badalamenti è stato subito di presa di coscienza in merito alla mano armata che ha compiuto l’omicidio, ovvero o Corleonesi, che avevano reagito alla sfida che Dalla Chiesa aveva lanciato alla mafia.  Inoltre aggiunse “qualche uomo politico si era sbarazzato, servendosi della mafia, della presenza troppo ingombrante ormai, del generale”. Buscetta, sentito nel novembre 1992, spiega come secondo lui Dalla Chiesa sarebbe stato mandato in Sicilia per “disturbare i mafiosi” con la consapevolezza da parte di coloro che lo avevano mandato in merito alle conseguenze e alla reazione della mafia. “Cercare Dalla Chiesa non è più un problema mafioso, è un problema che va al di là della mafia. Poi si ammazza perché sta andando ad indagare sui costruttori di Catania o sulle patenti. Il Generale viene ucciso perché mandato in Sicilia a disturbare i mafiosi e i mafiosi avrebbero dovuto liberarsi come un fatto fisiologico; tu ci disturbi, noi ti ammazziamo! Ma è questo il vero motivo perché viene ammazzato Dalla Chiesa? E’ troppo in alto che si va, questa è la mia opinione” dichiara Buscetta. Ma la vicenda di Dalla Chiesa si intreccia con quella del giornalista Mino Pecorelli, a riferirlo è lo stesso Masino Buscetta in aula Bunker a Padova nel corso del processo che vedeva imputato Andreotti per il delitto. Dichiara Buscetta “Pecorelli e Dalla Chiesa sono cose che si intrecciano” e si apprende che l’omicidio fu deciso in commissione da Stefano Bontate per fare un favore ai cugini Salvo. Aggiunge inoltre che “Badalamenti mi disse: lo hanno fatto per fare un favore ad Andreotti. il giornalista stava appurando porcherie politiche, segreti che anche Dalla Chiesa conosceva. Badalamenti mi disse che quell’omicidio c’interessava ad Andreotti e l’abbiamo fatto noi tramite la richiesta dei cugini Salvo”. In aula il PM cerca di capire di più in merito a quanto dichiarato da Buscetta e chiede “Di quali documenti si trattava glielo disse?” e Buscetta rispose “Secondo lui erano documenti segreti che riguardavano Moro”. Il Pm ha chiesto in quale circostanza si è parlato di Dalla Chiesa e Buscetta ha dichiarato dal suo canto “Il generale Dalla Chiesa era quello che aveva i documenti segreti, le bobine secondo Badalamenti, che poteva darli o li aveva dati a Pecorelli, il giornalista”. Viene fatta un’ulteriore domanda di approfondimento in merito al fatto se fossero documenti o Bobine “ma c’era una grande confusione, i discorsi si accavallavano, documenti certo, so di documenti con certezza, di bobine non so…”
 
Nato il 27 Settembre del 1920 a Salluzzo nella provincia di Cuneo in Piemonte, Carlo Alberto Dalla Chiesa dopo gli studi in gioventù indossa la divisa di sottotenente partecipando alla guerra di Liberazione durante il secondo conflitto mondiale per poi diventare Comandante della legione di Palermo dal 1966 al 1973 e successivamente Gernale di Brigata a Torino dal 1973 al 1977 anno in cui diviene funzionario di coordinamento tra le forze armate di Polizia alle prese con il duro compito di combattere il terrorismo che dal 1969 aveva iniziato duramente ad affliggere l'Italia. La classe politica italiana dirigenziale dei primi anni 70 non comprese da subito la gravità del fenomeno terroristico che stava dilagando e corse ai ripari solo dopo aver compreso che il problema non era da considerarsi circoscritto nella zona triangolare industriale  del nord e che non sarebbe stato facile debellare in tempi stretti come invece avvenne in Francia con il la Rote Armee Fraktion e in Germania con la banda Baader-Meinhof. Il governo democristiano e ancor meno la sinistra all'opposizione di quegli anni, non seppe interpretare e comprendere da principio il fervore rivoluzionario giovanile di quegli anni e ignorò il fenomeno relegandolo a semplice azione e controllo di contrasti privi di strategia politica tesa a sovvertire lo Stato nonostante gli uffici politici delle questure e reparti dell'Arma dei Carabinieri avessero espresso preoccupazione con segnalazioni e avvisi. E proprio in questo scenario che il 1974 diviene un anno fondamentale per la lotta al terrorismo perchè vede l'avvento di Carlo Alberto Dalla Chiesa che assunse un ruolo complesso investigativo-militare che lo porterà, grazie alla scupolosa collaborazione di un team di alta preparazione ed estrema perizia, a riconoscere il fenomeno per quello che veramente era cioè una organizzazione armata dal nome Brigate Rosse che con una strategia eversiva anticapitalista tendeva a sovvertire lo Stato ritenuto nemico assoluto da abbattere. L'idea di creare una squadra di ufficiali e sottoufficiali chiamato Nucleo Speciale di Polizia Giudiziaria Antiterrorismo che garantiva disponibilità ad ogni ora del giorno e della notte, reclutati tra persone celibe senza legami si rivelò da subito una idea vincente e la squadra composta da nomi eccellenti fra cui il Generale Sechi, il Generale Gustavo Pignero e Luciano Seno studiarono gli elementi investigativi che portavano ad una precisa cognizione di come le BR erano composte prevalentemente da persone con identità false di persone già decedute, per lo più coetanee che si intestavano appartamenti da usare come covi. Parallelamente all'attività di indagine capillare sull'evluzione del fenomeno terroristico di sinistra, a Dalla Chiesa fu assegnato un compito non facile di riformare le carceri (logistica e sicurezza) rimaste fino all'ora in uno stato di abbandono. I frutti delle indagini portarono nel 1974 all'arresto dei capi della prima frangia storica delle BR con Curcio e Franceschini e il Nucleo Speciale Antiterrorismo venne sciolto credendo che oramai l'organizzazione armata fosse praticamente stanata e ridotta a piccoli e sparuti gruppi isolati e senza direzione circoscritti nella zona del triangono industriale quindi facili da arrestare ma questo si rivelò un errore madornale perchè le BR seppero rialzare le fila e dimostrare all'Italia  d'essere ancora una realtà tutt'altro che conclusa. Il 1978 vide la riorganizzazione e il riassetto  dell'eversione rossa con il clamoroso quanto terribile rapimento dell'onorevole Aldo Moro presidente della Democrazia Crtistiana e l'eccidio dei 6 membri della scorta avvento il 16 marzo a Roma a cui seguì una prigionia durata 55 giorni con il fatale epilogo dell'uccisione del Presidente. Una delle pagine più terribili della storia della Repubblica Italiana che vide Dalla Chiesa attivo nelle indagini e nella capacità di venire a capo di nomi, covi e strategie grazie anche alla collaborazione dei primi "pentiti" delle BR come Patrizio Peci che rivelò appunto il covo dove era stato pianficato addirittura un attentato a Dalla Chiesa stesso che ordinò una immediata irruzione che portò alla morte di 4 brigatisti a seguito di uno scontro a fuoco. Mario Moretti brigatista divenuto praticamente il capo della seconda frangia delle Brigate Rosse non poteva aspettarsi di avere un nemico come Dalla Chiesta che seppe attuare una metodologia di contrasto vincente massiccia e praticamente capillare che contribuì enormemente a causare una lenta ritirara fra arresti e nomi rivelati anche da un ex sacerdote Silvano Girotto divenuto brigatista detto "Frate mitra" per una sua foto con un mitra imbracciato in Bolivia in anni in cui era missionario; infiltrato d'hoc, tecnicamente chiamato "interposta persona" che riuscì nell'intento di disarticolare e scoraggiare la lotta armata delle BR oramai divenuta insostenibile  e vicina ad una sorta di "ritirata" che avvenne grazie anche all'arresto di Moretti e alla smembramento dell'organizzazione eversiva oramai senza più guida e ancor meno di prima motivazione di esistere. Quale vicecomandante dell'Arma nel biennio 1981-82, Carlo Alberto Dalla Chiesa fu nominato prefetto di Palermo nel 1982 per via delle sue capacità investigative e organizzative che lo videro quale perfetto candidato a risolvere il problema spinoso della Mafia. 

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Cronaca

Ponte sullo stretto, dagli Stati Generali dell’Export un si all’unanimità

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Oggi la terza e conclusiva giornata. A tirare le fila del dibattito sarà il ministro degli Esteri Luigi Di Maio

Tutti d’accordo per il Ponte sullo Stretto. Dagli Stati Generali dell’Export di Marsala, giunti alla seconda giornata, arriva un appello forte e unanime per realizzare una delle infrastrutture di cui si parla da decenni e che più hanno diviso la politica e l’opinione pubblica.

Dal sottosegretario al Mims Cancelleri al vice presidente della regione Siciliana Armao fino all’ad di Trenitalia Corradi, c’è un’intesa esplicita: il progetto del ponte fra Reggio Calabria e Messina deve essere realizzato nei tempi giusti e con le necessarie compatibilità, ma è necessario

“Il ponte è ineludibile – scandisce Gaetano Armao, che è anche assessore all’economia della giunta Musumeci – ne abbiamo parlato col ministro Giovannini e da questa scelta non si scappa. E’ una infrastruttura strategica, non solo logistica: fa parte del corridoio scandinavo-mediterraneo che uno degli assi previsti dal piano dei trasporti europeo”.

Annuisce e conferma il sottosegretario Giancarlo Cancelleri. Che poi insiste su un punto cruciale per la sfida dell’export: “Il governo deve ascoltare gli imprenditori che lavorano con i mercati esteri, con tavoli di confronto e occasioni di scambio. E se ora c’è l’occasione del Pnrr, è vero anche che non è solo più un tema di fondi o di finanziamenti da far arrivare, ma di come spendere bene questi soldi, con progetti virtuosi”.

“Il nostro sistema delle ferrovie è tra i migliori nel mondo – dice l’ad di Trenitalia Luigi Corradi – e ora con i nostri treni e il nostro know how siamo in Francia, Spagna, Grecia, Gran Bretagna. Portiamo all’estero un pezzo di Italia, anche a bordo del Frecciarossa che presto unirà Milano a Parigi: nelle carrozze ristorante si mangerà italiano!”

Il presidente di Aeroporti di Roma Claudio De Vincenti si sofferma sui giorni difficili di Alitalia-Ita: “Siamo impegnati per facilitare al massimo il passaggio alla nuova Ita, è una crisi difficilissima che si è trascinata per decenni e ora c’è una compagnia nuova, che deve partire nel miglior modo possibile a partire dal 15 ottobre”

“La gestione del dossier Alitalia è frutto di 40 anni di politiche sbagliate – dice Paolo Barletta, investitore e partner imprenditoriale di Chiara Ferragni – ma è una storia che ci fa capire come pubblico e privato devono poter lavorare insieme, per le porte e per l’accoglienza, è un punto fondamentale per un paese come il nostro a forte vocazione turistica”

“La dogana non è solo blocchi e controlli – sostiene il Direttore dell’ADM Marcello Minenna – ma è anche strumento per le aziende. Ad esempio attraverso lo sportello unico doganale o i nostri laboratori chimici: noi siamo una garanzia contro la contraffazione del Made in Italy

Il tema Brexit al centro del dibattito, dalle parole del presidente di Coldiretti Ettore Prandini al fondatore di Eataly Oscar Farinetti nonché nell’intervento del presidente dei Giovani di Confindustria Riccardo Di Stefano: “La nostra associazione svolge diverse attività di supporto alle imprese sulla Brexit: una formazione tecnico specialistica sulle tematiche doganali, per prepararsi ad affrontare tutte le procedure previste dal nuovo assetto delle relazioni fra Ue e Uk; e un vero e proprio “help desk” per le imprese, che finora ha processato oltre 250 richieste di supporto da aziende dei settori agroalimentare, macchinari, piastrelle ecc.”

“Abbiamo voluto lavorare sul tema del movimento, della mobilità di merci e persone – ha detto Lorenzo Zurino, presidente del Forum Italiano dell’Export e ideatore degli Stati Generali – e vogliamo ripetere alle istituzioni e alla politica che gli imprenditori che lavorano con i mercati esteri chiedono una cosa prima di altre: di essere ascoltati”.

Oggi la terza e conclusiva giornata degli Stati Generali dell’Export di Marsala. A tirare le fila del dibattito sarà il ministro degli Esteri Luigi Di Maio

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Trinitapoli, rubano 7 quintali di uva: due fratelli in manette

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I Carabinieri della Stazione di Trinitapoli hanno dato esecuzione nella mattinata odierna alla misura cautelare della custodia in carcere a carico di C.V., classe ’94, pregiudicato e del fratello C.G., classe ’98, anch’egli pregiudicato. I due malviventi, entrambi residenti a Trinitapoli, sono ritenuti responsabili del reato di furto aggravato. L’articolata attività d’indagine dei militari dell’Arma ha permesso di ricostruire i fatti criminosi commessi dagli arrestati, che hanno poi consentito all’A.G. di emettere il provvedimento di custodia in carcere e agli arresti domiciliari.
I fatti sono riconducibili al mese di luglio scorso, allorquando i due fratelli, dopo essersi introdotti all’interno di un vigneto, in località “Coppa Malva Felice” del comune di Trinitapoli, asportavano sette quintali di uva, dal valore complessivo di euro 800,00 ca., per poi dileguarsi a bordo di un’autovettura risultata in uso ad uno dei malfattori.
Le immediate indagini consentivano di individuare nei due fratelli gli autori del furto nonché di accertare che l’autovettura usata dagli stessi per caricare la refurtiva ed allontanarsi fosse riconducibile ad uno di essi.
Così come disposto dall’Autorità Giudiziaria, C.V. è stato tradotto presso il Carcere di Foggia mentre C.G. è stato sottoposto agli arresti domiciliari.
L’attività investigativa dell’Arma, si inquadra in una più ampia attività di controllo del territorio e di contrasto al deplorevole fenomeno dei furti all’interno delle aziende e dei terreni agricoli.

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Dipendenti pubblici, dal 15 ottobre si torna in presenza

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La modalità ordinaria di lavoro nelle Pubbliche amministrazioni dal 15 ottobre torna ad essere quella in presenza. Lo prevede il Dpcm firmato dal Presidente del Consiglio, Mario Draghi.

Le Pa assicureranno che il ritorno in presenza avvenga in condizioni di sicurezza, nel rispetto delle misure anti Covid-19.

 “Con la firma del presidente del Consiglio decreto che fa cessare il lavoro agile come modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nella Pubblica amministrazione, sottolinea, – afferma il ministro della Pubblica Amministrazione – si apre l’era di una nuova normalità e si completa il quadro avviato con l’estensione dell’obbligo di green pass a tutto il mondo del lavoro: dal 15 ottobre i dipendenti pubblici torneranno in presenza, e in sicurezza”.

“Con successivo decreto ministeriale, aggiunge, fornirò apposite indicazioni operative affinché il rientro negli uffici sia rispettoso delle misure di contrasto al Covid-19 e coerente con la sostenibilità del sistema dei trasporti. Nel frattempo, sono in corso le trattative per i rinnovi dei contratti pubblici, che garantiranno, una volta concluse, una regolazione puntuale dello smart working.

Non pregiudicare i servizi, avere strumenti tecnologici per comunicazioni sicure tra amministrazione e dipendenti come “una piattaforma digitale o un cloud” e piano per lo smaltimento degli arretrati. Sono alcune delle condizioni che saranno indicate nel decreto per il rientro graduale dei dipendenti pubblici in ufficio che sta preparando il ministro Renato Brunetta. Per il ricorso dello smart working nella pubblica amministrazione a partire dal 15 ottobre – e finché non arriveranno le regole con il rinnovo del contratto – si tornerà agli accordi individuali. 

Entro il 31 gennaio 2022, inoltre, ogni amministrazione dovrà presentare il Piano integrato di attività e organizzazione, all’interno del quale confluirà il Pola per il lavoro agile”. Con le regole e con l’organizzazione, conclude – “potrà finalmente decollare uno smart working vero, strutturato, ancorato a obiettivi e monitoraggio dei risultati, che faccia tesoro degli aspetti migliori dell’esperienza emergenziale e che assicuri l’efficienza dei servizi, essenziale per sostenere la ripresa del Paese, e la soddisfazione dei cittadini e delle imprese: il mio faro”. 

Su 3,2 milioni di dipendenti pubblici, 320mila, dunque il 10% dell’intera platea, non sarebbero ancora vaccinati. E’ la stima del governo contenuta nella relazione illustrativa che accompagna il Dpcm. 

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