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Dalle tracce ematiche nella cabina armadio al corpo martoriato e sepolto nel deposito aziendale: ecco l’orrore dietro il femminicidio
L’epilogo tragico di una crisi matrimoniale mai accettata, di un possesso travestito da amore e di una libertà femminile vissuta come un affronto imperdonabile si è consumato tra le mura di una villetta ad Anguillara Sabazia, trasformata in un teatro di inaudita e cieca violenza. Il Decreto di Fermo di indiziato di delitto, emesso nell’ambito del procedimento penale n. 103/26 R.G.N.R. Mod. 21 dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Civitavecchia a firma del sostituto procuratore Gianluca Pignotti, non è solo un atto giudiziario: è la cronaca di un annientamento programmato, dove l’indagato, Carlomagno Agostino Claudio, sembra aver agito spinto da una vera e propria furia punitiva contro la moglie, Federica Torzullo. Un uomo descritto dalle carte come incapace di rassegnarsi alla fine della propria unione, un marito che — nonostante i due vivessero da tempo come separati in casa — considerava ancora la compagna come un oggetto di sua esclusiva pertinenza, al punto da non tollerare che lei stesse provando a ricostruirsi un’esistenza affettiva indipendente.
La ricostruzione analitica degli inquirenti, basata sulle telecamere di videosorveglianza della zona, fissa il momento del rientro di Federica Torzullo nella sua abitazione alle ore 19.25 del giorno 8.1.2026. È l’ultima volta che la donna viene vista viva. Pochi minuti dopo, alle 19.41, anche Carlomagno Agostino Claudio varca la soglia di casa. Ciò che è accaduto in quel lasso di tempo, al riparo da sguardi indiscreti, è un crescendo di ferocia che le mura domestiche hanno tentato invano di celare. Mentre il figlio minore della coppia veniva allontanato e accompagnato dal padre presso i nonni alle 21.05, la villetta era già stata profanata dal sangue. Le ispezioni scientifiche condotte con il luminol hanno infatti rivelato uno scenario da incubo: tracce ematiche latenti sono state rinvenute sul pavimento all’inizio delle scale, nel disimpegno e, con una concentrazione agghiacciante, all’interno della camera adibita a cabina armadio al primo piano. È qui che la furia omicida ha raggiunto il suo apice, in un luogo intimo dove la vittima è stata braccata e finita con una violenza che le note preliminari del medico legale descrivono come devastante.
La dottoressa Benedetta Baldari, incaricata dell’esame autoptico, ha infatti evidenziato nelle sue note preliminari del 18.1.2026 la natura dei colpi inferti: molteplici ferite profonde al collo, al volto e agli arti superiori, descritte tecnicamente come soluzioni di continuo, di forma come ad asola, con margini netti e tessuti diastasati. È il linguaggio asettico della medicina legale che racconta, in realtà, un accanimento feroce, una volontà di martoriare il corpo della donna per “punirla” del suo desiderio di autonomia. Ma l’orrore non si è fermato al momento del decesso. Ciò che le carte descrivono come la fase successiva al delitto rivela una freddezza d’animo ancora più inquietante della passione omicida iniziale. L’indagato, difeso dall’avvocato Miroli Andrea, avrebbe infatti caricato il corpo esanime della moglie sulla propria autovettura Kia, nel cui portabagagli sono state isolate tracce di sangue, per trasportarlo presso il deposito della ditta Carlomagno s.r.l. in via del Montano.
In quel sito industriale, lontano da occhi indiscreti, si sarebbe compiuto l’ultimo atto di spregio: il tentativo di cancellare non solo le prove, ma l’identità stessa della vittima. Il decreto riferisce di un primo accertamento esterno effettuato sul cadavere che ha evidenziato come l’assassino abbia tentato di bruciare il corpo e persino di depezzarlo, prima di utilizzare un bobcat aziendale per scavare una fossa e seppellire i poveri resti in un fondo adiacente. Una gestione logistica del cadavere che denota una capacità organizzativa sinistra, unita a un tentativo sistematico di depistaggio. Mentre il corpo di Federica Torzullo giaceva sotto pochi palmi di terra, il marito utilizzava il telefono della donna per inviare messaggi Whatsapp alla madre di lei, Stefania Torzullo, tra le 7.55 e le 8.05 del mattino seguente, nel disperato tentativo di simulare che la figlia fosse ancora in vita e in procinto di andare al lavoro.
La prova regina della presenza simultanea di vittima e carnefice nel luogo dell’occultamento arriva dai tabulati telefonici: tra le ore 7.01 e le 7.16 del 9.1.2026, entrambi i cellulari agganciavano la cella nei pressi dell’abitazione, per poi spostarsi insieme verso la zona industriale dove il segnale veniva captato dal ripetitore di via del Montano. Una sovrapposizione temporale e geografica che non lascia spazio a dubbi. A completare il quadro di una colpevolezza che gli inquirenti definiscono granitica, c’è il rinvenimento degli abiti da lavoro dell’uomo, ritrovati all’interno di una asciugatrice nel locale lavanderia: nonostante il lavaggio, le moderne tecniche di repertamento hanno permesso di individuare residui ematici invisibili a occhio nudo, segno di un maldestro tentativo di “ripulire” la propria coscienza insieme alla stoffa intrisa di sangue.
Il provvedimento di fermo è stato motivato non solo dalla gravità degli indizi, ma da un imminente pericolo di fuga. Gli inquirenti descrivono Carlomagno Agostino Claudio come un soggetto ormai deradicalizzato dal suo contesto, un uomo che, avendo troncato i rapporti con la famiglia d’origine e vedendo la propria attività lavorativa sotto sequestro, non avrebbe più avuto nulla da perdere. La sua condotta post-delitto, improntata a una capacità di organizzarsi e dissimulare, ha spinto il Pubblico Ministero a ritenere che fosse in procinto di rendersi latitante non appena la notizia del ritrovamento del corpo si fosse diffusa. Per questo, è stata disposta l’immediata traduzione presso la Casa Circondariale, in attesa della convalida del fermo ai sensi dell’art. 384 c.p.p..
Cosa rischia l’indagato: la scure della nuova legge sul Femminicidio
La posizione giudiziaria di Carlomagno Agostino Claudio appare oggi estremamente critica, soprattutto alla luce della nuova cornice normativa introdotta con la Legge 2 dicembre 2025, n. 181, entrata ufficialmente in vigore lo scorso 17 dicembre. Questa riforma ha segnato una svolta epocale nel sistema penale italiano, introducendo all’articolo 577-bis del Codice Penale il reato autonomo di Femminicidio.
Secondo la nuova normativa, chiunque cagioni la morte di una donna “in quanto donna” — ovvero per motivi legati a sentimenti di possesso, dominio, odio di genere o, come nel caso di Anguillara, come reazione al rifiuto della donna di proseguire un rapporto affettivo — non risponde più di omicidio “semplice” aggravato, ma di una fattispecie specifica che prevede come pena base l’ergastolo. La legge del dicembre 2025 ha voluto eliminare ogni zona d’ombra, trasformando quella che era una circostanza aggravante in un titolo di reato autonomo e pesantissimo.
Ma c’è di più. La nuova legge blindata dal legislatore limita drasticamente il potere discrezionale del giudice nel concedere sconti di pena. Anche qualora venissero riconosciute delle circostanze attenuanti (come l’eventuale collaborazione o la parziale infermità), la pena per il reato di cui all’art. 577-bis non può comunque scendere sotto una soglia minima invalicabile:
- In presenza di una sola circostanza attenuante, la condanna non può essere inferiore a 24 anni di reclusione.
- In caso di più attenuanti o di prevalenza delle stesse sulle aggravanti, il limite minimo è fissato a 15 anni, impedendo di fatto quelle sentenze “miti” che in passato avevano destato lo sdegno dell’opinione pubblica.
Inoltre, la legge 181/2025 prevede restrizioni severissime per l’accesso ai benefici penitenziari. Per chi viene condannato per femminicidio, i termini per richiedere permessi premio, semilibertà o la liberazione condizionale sono stati raddoppiati, rendendo la detenzione una misura effettiva e duratura. Se l’ipotesi della “furia punitiva” e della premeditazione nel nascondere il cadavere dovesse reggere al vaglio del processo, Carlomagno Agostino Claudio si troverebbe di fronte a un binario giudiziario senza uscita, dove il “fine pena mai” non è più solo una possibilità remota, ma la conseguenza diretta di una legge nata proprio per fermare chi, come lui, ha scambiato la fine di un amore per una sentenza di morte.