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Primo piano

Castelfranco Veneto, morta Tina Anselmi: la partigiana bianca

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E' stata la prima donna ministro nel luglio 1976

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di Silvio Rossi


Cattolica, partigiana, sindacalista. Tina Anselmi, una delle donne che hanno lasciato un segno indelebile nelle istituzioni italiane, è morta stamattina nella sua casa di Castelfranco Veneto all’età di 89 anni.
Quando nel luglio 1976 Giulio Andreotti, incaricato dal presidente Giovanni Leone alla formazione del suo terzo governo, la chiamò a presiedere il dicastero del Lavoro e della Previdenza Sociale, divenne la prima donna ministro della Repubblica Italiana, esperienza ripetuta nei due successivi governi Andreotti alla guida della Sanità.

Aveva 17 anni quando, in seguito all’impiccagione di 31 prigionieri da parte dei nazifascisti, alla quale fu costretta ad assistere assieme ad altri compagni di liceo, si arruolò nelle brigate partigiane col nome di battaglia “Gabriella”.
Dopo la guerra si dedicò all’attività sindacale, diventando dirigente sindacale della scuola. Nel 1968 fu eletta deputato nelle file della DC, partito a cui si era iscritta dal 1944.
Della sua attività politica si ricordano la prima legge sulle pari opportunità e la riforma del Servizio Sanitario Nazionale, delle quali fu tra i principali autori. È stata presidente della Commissione d’inchiesta sulla Loggia Massonica P2, che concluse i lavori nel 1985.
Più volte il suo nome è stato indicato per la carica di Presidente della Repubblica, dal 1992 al 2006, quando alcuni blogger formarono una rete a suo sostegno.

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Ambiente

ANBI e la crisi idrica, proposti 13 nuovi invasi per il Nord Italia. Vincenzi: “Puntare a efficienza senza sottovalutare i cambiamenti climatici”

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“Dobbiamo essere un Paese efficiente, dove non sia necessario un decennio per realizzare opere strategiche, altrimenti destinate ad essere obsolete ancor prima dell’inaugurazione; né deve essere generalizzato il modello di commissariamenti come per il ponte di Genova, perché è sufficiente avere regole e tempi certi, nonché il minimo necessario di burocrazia.”

A richiamarlo è Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio (ANBI), intervenuto on-line alla presentazione del bilancio partecipato di “Romagna Acque – Società delle Fonti”.

“Abituati al regolare succedersi delle stagioni con il loro corollario di piogge – prosegue il Presidente di ANBI – negli anni non sono stati costruiti invasi nel Nord Italia come invece è avvenuto nel Meridione. Oggi, però, sono cambiate le condizioni climatiche e non dobbiamo dare per scontato il consueto approvvigionamento idrico. Per questo, dobbiamo incrementare la resilienza delle nostre comunità, infrastrutturando il territorio anche dal punto di vista idraulico, superando la sindrome del Vajont come andiamo dicendo dal 2017, quando lanciammo, insieme all’allora Struttura di Missione #italiasicura, l’obbiettivo ventennale di 2.000 invasi medio-piccoli. Oggi il Piano ANBI per l’efficientamento della rete idraulica comprende, nel Nord Italia, 13 progetti definitivi ed esecutivi, cioè cantierabili, per la realizzazione di altrettanti bacini per una capacità complessiva di 58.323.000 metri cubi; l’investimento previsto è di poco superiore ai 477 milioni di euro, capaci di garantire circa 2.400 posti di lavoro. Ci sono inoltre 4 invasi da completare e la necessità di liberare dall’interrimento altri 9 serbatoi, recuperando così un ulteriore capacità di accumulo idrico, pari a 4.237.500 metri cubi. Bisogna fare sinergia per ottimizzare le prossime risorse del Recovery Fund – conclude Vincenzi – Per questo, il nostro Piano prevede, nel quadro della transizione ecologica, che i futuri invasi siano ad uso plurimo e particolarmente attenti al rispetto ed alla valorizzazione del paesaggio e di fauna, flora e fiumi. Serve una nuova gestione della risorsa idrica nel segno della sostenibilità e per la quale è fondamentale il ruolo di regia, svolto dalle Autorità di Distretto Idrografico.”

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Salute

Coronavirus, nuovo record di contagi per l’Italia: 26.831 positivi

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Record di nuovi contagi da coronavirus nelle ultime 24 ore in Italia: i positivi sono 26.831(ieri erano stati 24.991). I morti sono 217 (ieri erano stati 205), secondo i dati del ministero della Salute. In totale i casi in Italia sono 616.595, le vittime 38.122. Tra le regioni con il maggior numero di nuovi positivi trovati svetta la Lombardia con 7.339, quindi la Campania con 3.103, il Piemonte con 2.585, il Veneto con 2.109, il Lazio con 1.995.

Sono 201.452 i tamponi per il coronavirus effettuati nelle ultime 24 ore, il nuovo record, secondo i dati del ministero della Salute. Sono 2.500 più di ieri.

Ancora un balzo dei pazienti in terapia intensiva per Covid-19 in Italia. Sono 115 in più nelle ultime 24 ore (ieri l’aumento era stato di 125), secondo i dati del ministero della Salute, per un totale di 1.651 persone in rianimazione. Nei reparti ordinari ci sono ora 15.964 pazienti, con un incremento di 983 unità. Gli attualmente positivi sono arrivati a 299.191, ben 22.734 più di ieri. Di questi, 281.576 sono le persone in isolamento domiciliare. I guariti sono 279.282, in aumento di 3.878 rispetto a ieri.

I numeri sui contagi da Covid-19 in costante crescita, oggi quasi 27mila, ed il valore dell’indice di trasmissibilità Rt proiettano presumibilmente l’Italia verso lo scenario 4, l’ultimo ed il più grave previsto nel documento ‘Prevenzione e risposta a COVID-19′ redatto dall’Iss. E’ infatti molto probabile, secondo quanto si apprende da fonti qualificate, che il valore di Rt abbia superato l’1,5 registrato la scorsa settimana e riferito al periodo 12-18 ottobre. Ciò per effetto del forte aumento dei casi. Proprio Rt sopra 1,5 è uno degli elementi che delinea lo scenario più grave dell’epidemia.

Attualmente, sulla base dei 4 scenari descritti nel documento Iss, l’Italia si colloca nello scenario 3, con una situazione caratterizzata da “trasmissibilità sostenuta e diffusa” del virus con “rischi di tenuta del sistema sanitario nel medio periodo” e valori di Rt regionali prevalentemente e significativamente compresi tra 1,25 e 1,5 . L’analisi dell’andamento della curva epidemica indica, però, come l’Italia sia ormai molto vicina allo scenario 4. In questo scenario, si legge, “i valori di Rt regionali sono prevalentemente e significativamente maggiori di 1,5” ed uno scenario di questo tipo “potrebbe portare rapidamente a una numerosità di casi elevata e chiari segnali di sovraccarico dei servizi assistenziali, senza la possibilità di tracciare l’origine dei nuovi casi”. Inoltre, “la crescita del numero di casi potrebbe comportare un sovraccarico dei servizi assistenziali entro 1-1,5 mesi, a meno che l’epidemia non si diffonda prevalentemente tra le classi di età più giovani, come osservato nel periodo luglio-agosto 2020, e si riuscisse a proteggere le categorie più fragili (es. gli anziani)”. A questo proposito, il documento rimarca però che “appare piuttosto improbabile riuscire a proteggere le categorie più fragili in presenza di un’epidemia caratterizzata da questi valori di trasmissibilità”. In uno scenario nazionale di questo tipo, rilevano ancora gli esperti nel rapporto, “è presumibile che molte Regioni/PA siano classificate a rischio alto e, vista la velocità di diffusione e l’interconnessione tra le varie Regioni/PA, è improbabile che vi siano situazioni di rischio inferiore al moderato”. Ed ancora: “Se la situazione di rischio alto dovesse persistere per un periodo di più di tre settimane, si rendono molto probabilmente necessarie – avverte l’iss – misure di contenimento molto aggressive”.

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Salute

Sanità, test rapidi dai medici di famiglia: raggiunto l’accordo ma non mancano le critiche

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L’accordo per fare i test antigenici rapidi da medici di famiglia e pediatri di libera scelta è stato firmato ieri sera. Il ministro della Salute Roberto Speranza oggi ha ringraziato i camici bianchi per aver “sottoscritto con senso di responsabilità il nuovo accordo collettivo nazionale” e il premier Giuseppe Conte ha sottolineato che il Dl Ristori prevede 30 milioni per questa attività. Previsti fino al 31 dicembre 2020 circa 2 milioni di kit. Ci sarà la disponibilità complessiva di “circa 50mila tamponi rapidi antigenici al giorno, da qui a fine dicembre, tra i pediatri di libera scelta ed i medici di famiglia”, ha spiegato il presidente della Federazione italiana medici pediatri (Fimp), Paolo Biasci. Così, rileva, “daremo un grandissimo contributo ai dipartimenti di prevenzione territoriali che stanno affogando subissati dalle richieste di test”. L’intesa però ha sollevato un’ondata di critiche sia da parte dei sindacati che non hanno siglato l’accordo (pari al 35-50 per cento degli iscritti), sia all’interno del sindacato che invece ha firmato, la Fimmg. Tanto che gli iscritti delle diverse regioni italiane che contestano il documento hanno organizzato il No-Fimmg day per il 2 novembre, giorno in cui restituiranno la tessera sindacale, stigmatizzando anche la “mancata consultazione democratica”.

Le nuove disposizioni entrano nell’Accordo collettivo nazionale stralcio (il contratto di lavoro dei medici convenzionati), per quanto riguarda la parte economica sono previsti 18 euro al professionista per ogni tampone fatto nel suo studio e 12 euro se il test viene somministrato in un’altra struttura. Il costo dei tamponi sara’ a carico dello Stato. Ai medici di medicina generale verranno forniti i dispositivi di sicurezza da indossare ogni volta che entrerà in contatto con un caso sospetto di Covid. Nel caso in cui ne fosse sprovvisto – si legge nel testo – “il conseguente rifiuto non corrisponde ad omissione, né è motivo per l’attivazione di procedura di contestazione disciplinare”. La fornitura è assicurata dal Commissario per l’emergenza Covid-19, l’attività sarà svolta “per il periodo dell’epidemia influenzale sul territorio nazionale”. I cittadini avranno accesso al tampone rapido dal medico “su prenotazione e previo triage telefonico”. Le Regioni “possono prevedere anche forme di adesione dei medici al servizio di esecuzione del tampone al domicilio del paziente”.

Il target di assistiti affidato ai medici convenzionati riguarda “i contatti stretti asintomatici individuati dal medico di medicina generale oppure dal Dipartimento di Prevenzione; caso sospetto di contatto che il medico di medicina generale si trova a dover visitare e che decide di sottoporre a test rapido; contatti stretti asintomatici allo scadere dei 10 giorni di isolamento identificati in base ad una lista trasmessa dal Dipartimento di Sanità Pubblica”. E sarà il medico che esegue il tampone a provvedere alla comunicazione al Servizio Sanità Pubblica se il test risulta positivo oltre che a raccomandare l’isolamento in attesa del tampone molecolare. In caso di esito negativo il medico rilascia l’attestazione al paziente.

“L’accordo è irricevibile. C’è la chiara volontà di eliminare le voci di dissenso sindacale e precettare i medici loro malgrado”, ha commentato il segretario generale del Sindacato medici italiano (Smi) Pina Onotri, “la realtà è che i Servizi di Igiene e Sanità e le Usca non funzionano nella maggior parte delle regioni, quindi tutto il peso del monitoraggio domiciliare dei pazienti Covid è finito sulle spalle dei medici di famiglia.

E a questo ora si aggiunge l’ipertrofia burocratica delle comunicazioni per i tamponi. Intanto tutti gli altri malati non possono essere tralasciati”. Fp Cgil medici parla di “operazione di facciata”, mentre la Società italiana di Medicina generale e delle cure primarie (Simg) chiede che vengano definite le regole: “Chiedere uno sforzo come questo significa aggravare le condizioni di lavoro dei Medici di famiglia. Siamo disposti a farcene carico solo se tutto questo fa parte di una cambiamento radicale, irreversibile e serio delle nostre condizioni di lavoro”

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