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Editoriali

Conservatori di Musica a rischio integrità: un'altra 'buona scuola' all'ombra del 'Giglio d'oro'?

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Abbiamo intervistato il maestro prof. Carlo Pari, che si sta occupando della questione in prima persona

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di Roberto Ragone

È in corso un'iniziativa del ministro Giannini, che tenderebbe ad apportare modifiche strutturali ai Conservatori di Musica, dopo anni in cui essi sono apparsi come figure invisibili alle Istituzioni. In questo frattempo essi hanno assunto, in ogni caso, una loro fisionomia ed una logica di funzionamento. Volerli oggi modificare vuol dire distruggere una struttura che si è autocostruita nel tempo, nonostante tutto, trovando comunque un proprio equilibrio che la rende operativa.

La statizzazione degli istituti pareggiati favorirebbe in particolari quelli in Toscana, bacino di voti all'ombra del 'Giglio d'Oro'. A tale proposito abbiamo intervistato  il maestro prof. Carlo Pari, che si sta occupando della questione in prima persona, sacrificando il proprio tempo libero e non solo. L'impressione è che, come purtroppo accade quasi sempre nella nostra nazione, iniziative così importanti vengano gestite da chi poco o nulla ne capisce, senza coinvolgere chi invece in tali mari naviga e ha navigato da tempo, e guardando soltanto a volte a tagli trasversali che tolgono risorse e snaturano ogni situazione, vedi, ad esempio, la 'Buona Scuola', che, a detta di chi ci vive in mezzo, di buono non ha granchè. Vedi anche i recenti trasferimenti di docenti da sud a nord e viceversa, decretati senza alcun senso comune. Se l'iniziativa del ministro Giannini andasse in porto così com'è, senza tenere conto delle obiezioni di chi di queste cose ha fatto la propria vita, l'insegnamento musicale ad alto livello, una delle eccellenze della nostra nazione, andrebbe praticamente distrutto e ridotto a pochi capisaldi preda facile di chi ha santi in paradiso.

 

Giurisprudenza, politica, sindacato, mi dica un po’ Prof. Pari, qual è il suo ruolo in questa faccenda. Io so che esiste un progetto di revisione dei Conservatori di Musica, istituti dove anche lei insegna, da precario, del quale non ho capito granché. Comunque mi spieghi lei, qual è la sua veste ufficiale.

No, non è corretto parlare di veste ufficiale. Vede, ad un certo punto è stato purtroppo necessario prendere coscienza del fatto che il nostro lavoro non poteva più essere caratterizzato unicamente dall’attività didattica e artistica, come dovrebbe, ma proprio per poter continuare a svolgere quel lavoro che ci è peculiare, era necessario volgere verso un impegno più istituzionale. Così ci siamo dovuti rimboccare le maniche, e, con un gruppo di colleghi, ci siamo organizzati, divisi i compiti per aree di competenza, e ci siamo adoperati e lo stiamo facendo tuttora, per risolvere alcune criticità del sistema AFAM, Alta Formazione Artistica e Musicale, primo su tutte il precariato ultradecennale che affligge il settore.

 

Di precariato si parla tanto in questi mesi, soprattutto per la scuola, ma quale è la situazione nei Conservatori di Musica e Accademie delle Belle Arti?

La situazione dei Conservatori e Accademie delle Belle Arti, è, purtroppo, ancora più complessa e grave di quella della scuola. Sebbene i numeri siano nettamente inferiori, la percentuale di personale precario che oggi interessa il settore, circa il 30%, è destinata ad aumentare esponenzialmente in un periodo a breve termine, visto che il Ministero stima, dati alla mano, che nei prossimi tre o quattro anni andrà in pensione il 40% dell’attuale corpo docente. La cosa più grave è che Conservatori ed Accademie non sono capillarmente diffusi come le scuole secondarie, e il precariato non è equamente distribuito sul territorio nazionale. Esistono infatti istituti in cui sono i docenti precari a prevalere sul personale di ruolo per disciplina, o discipline, in cui il personale di ruolo non esiste più all’interno dell’istituto, il che, come lei comprende, rende difficoltoso lo svolgimento delle attività didattiche ed istituzionali. Non dimentichi che il docente precario, in quanto precario, è comunque discriminato nel suo ruolo istituzionale. Non può ricoprire il ruolo di Direttore a meno che lo statuto dell’istituto lo consenta (il che è raro), non può sedere nel Consiglio Accademico, e dipende dal collocamento in graduatorie nazionali o di istituto, quindi non può garantire la continuità didattica. 

 

Come si è arrivati a questo punto? Ci sono analogie con il mondo della scuola?

Il precariato formatosi nel settore dell’Alta Formazione Artistica e Musicale è stato generato da una assenza di procedure concorsuali “aperte” per ben 25 anni (L.417/90 ultimo concorso per titoli ed esami), e “riservate” per ben 16 (OM 247/99 ultimo concorso riservato a 360 giorni di servizio), nonché da una sovrapposizione normativa senza precedenti nella storia dell’istruzione. Ma cominciamo da un lontano inizio. I conservatori erano disciplinati dai regi decreti del 1918, 1930 e 1933. Tali decreti disciplinavano l’offerta formativa, governance e reclutamento, sottolineando già da allora la peculiarità, specificità e quindi atipicità del settore. Quasi ottant’anni dopo che queste norme diedero natali a musicisti illustri, il disposto normativo contenuto nel Decreto Luogotenenziale del 1918 fu assorbito nel D.Lgs n. 297 del 1994 il Testo Unico delle scuole di ogni ordine e grado. L’AFAM subisce un “downgrade” rispetto alla tutto sommato “superiorità̀” e “autonomia” che già gli istituti possedevano verso una gestione più centralizzata a livello ministeriale. Il Ministero avrebbe dovuto bandire i concorsi ogni quinquennio in presenza di posti liberi e vacanti, ma, ne vengono organizzati solo uno nel 1990 e uno nel 2000. Poco cambiò con le modifiche apportate nel maggio del 1999 con la Legge 124. Legge che è stata oggi censurata dalla consulta nei suoi tabella 4 e 11 a seguito della pronuncia della corte di giustizia europea C-418/14 (Mascolo). Qualche mese dopo le modifiche apportate al Testo Unico dalla Legge 124, (siamo a maggio del 1999), a distanza di qualche mese, la politica ci ripensa e, con il Governo D'Alema, vara la Legge di Riforma di Sistema n. 508 con l’ambizioso compito di traghettare il comparto verso l’università. In Europa le arti sono disciplina universitaria. L’Italia è un paese membro. Un sistema legato alla scuola non è più al passo con i tempi. Siamo nel dicembre dello stesso anno. In base alla nuova legge si dovrebbe provvedere ad uno specifico decreto attuativo che disciplini le norme per le assunzioni e nella fase transitoria, provvedere laddove non si possa far fronte con il personale in organico con contratti quinquennali rinnovabili, ma il Ministero, non emana i decreti attuativi, preferisce reclutare i supplenti secondo le regole pregresse ,  non stipula i contratti quinquennali, e da' vita a due graduatorie nazionali di merito che prendono il nome dalle Leggi da cui hanno tratto origine, 143 e 128

 

Quindi in sostanza lei sta dicendo che il problema è che non sono stati indetti concorsi.

No. Non è esatto. Di concorsi finalizzati alle supplenze ce ne sono stati tantissimi. Ricordo che si poteva arrivare ad una ventina di partecipazioni l’anno, ed erano procedure concorsuali altamente selettive. Ogni Istituto, in presenza di posti liberi e vacanti, ha bandito negli anni autonomamente il proprio concorso seguendo delle griglie valutative nazionali contenute nelle note ministeriali 1672 del 2002 e 3154 del 2011, le quali privilegiavano la valutazione artistica e fissavano severi criteri in cui il lavoratore non poteva in alcun modo preservare il proprio posto di lavoro grazie all’automatismo derivante dall’accumularsi dell’anzianità di servizio. Infatti non è raro vedere lo stesso concorrente essere valutato differentemente nei vari istituti e molto spesso anche nello stesso istituto. Non a caso nel disposto di legge della 128 è scritto che la graduatoria racchiude i possessori di tre anni accademici, ovvero 36 mesi, e i vincitori di concorso selettivo.


Questa graduatoria nazionale 128 è stata tuttavia da più parti criticata, lei cosa ne pensa?

Guardi, la verità è che la 128 è stata per un certo periodo un capro espiatorio nazionale. Si lamentava chi era stato escluso perché temeva di non lavorare, si lamentava chi riteneva di essere stato mal valutato perché temeva di perdere la sede, si lamentavano i direttori perché “oddio chissà ora che docente mi arriva”, ma già dopo un anno si è capito che era una delle graduatorie che racchiude il miglior personale docente, relativamente al settore AFAM, che il MIUR abbia mai prodotto e tutte le paure si sono mostrate totalmente infondate, così come le critiche fatte. Infatti i posti vacanti sono talmente tanti più degli inclusi in graduatoria che nessun docente è rimasto senza lavoro, neppure quelli esclusi, e i direttori si sono dovuti ricredere sulla qualità soggettiva dei docenti, tanto che in larga maggioranza hanno recentemente sostenuto delle mozioni in favore della graduatoria nazionale.

 

Molti accusano la mancanza della valutazione nella 128

Chi la contesta in questo senso non conosce la storia. Lei deve sapere che da un punto di vista giuridico la 128 è nata, per mano del governo Letta e l’allora ministro Carrozza, al fine di censire e tutelare il personale idoneo alla docenza, già pluriselezionato e valutato negli anni in ripetuti concorsi selettivi, con trentasei mesi di servizio. L’avvocato generale della Corte di Giustizia dell’Unione Europea Maciej Szpunar aveva infatti poco prima censurato la prassi italiana di ricoprire i posti liberi e vacanti con il personale a tempo determinato, e preconizzato la futura sentenza Mascolo sul precariato scolastico. L’intento del legislatore era quindi quello di dare una risposta al precariato storico, anche nel settore AFAM, predisponendo un piano pluriennale di assunzioni anche per Conservatori ed Accademie. Infatti nel corpo della Legge 128 all’art. 19 si evidenzia che l’accesso in graduatoria è consentito ai possessori di tre anni accademici di insegnamento, (quindi 36 mesi) e l’aver superato un concorso selettivo. Non bastasse questo, il MIUR ha predisposto una ulteriore valutazione di titoli per graduare i candidati, con un specifico decreto ministeriale. Che si sia scelto di valutare i titoli culturali, diplomi e certificazioni varie, piuttosto che i titoli artistico-professionali, è una scelta che seppur opinabile, non può essere imputata al personale incluso. Se questo non era l’intento del Legislatore, mi dica lei, cosa sarebbe servito costituire un'altra graduatoria nazionale?

 

Lei pare avere una buona conoscenza della normativa di settore. È notizia recente che la Corte Costituzionale, si sia pronunciata sul precariato scolastico, salvando la legge della "buona scuola" del governo Renzi, condannando le pregresse norme che consentivano il rinnovo infinito dei contratti a termine per consentire l’erogazione del servizio scolastico. Lei cosa ne pensa? In che misura questa pronuncia vi riguarda?

Il discorso è lungo e complesso. Nelle linee guida di cui alla direttiva europea 1990/70/CE, meglio conosciuta come “accordo quadro”, si dispone che gli Stati membri debbano prevedere nel proprio ordinamento interno almeno una su tre delle misure ostative contro l’abuso del contratto a termine: la ragione che giustifica il termine, o che spieghi perché i contratti vengono fatti a tempo determinato, oppure il numero dei rinnovi possibili e quando i medesimi contratti si trasformano a tempo indeterminato, o ancora la sanzione, che il datore di lavoro è tenuto a corrispondere al lavoratore in caso di abuso. In Italia si è scelta la seconda, cioè il numero dei rinnovi possibili, e si è stabilito che, se due contratti non si interrompono, come quelli dei conservatori ed accademie ad esempio, si intendono a tempo indeterminato dal primo. A prescindere da interruzioni proroghe o rinnovi dopo 36 mesi si intendono in ogni caso a tempo indeterminato. Raggiunta una situazione critica e non più tollerabile relativamente al precariato nel pubblico impiego con particolare riferimento alla scuola, sono partite diverse azioni giudiziarie su tutto il territorio nazionale, che hanno dato vita ad un contenzioso che ha interessato tutti i gradi di giudizio e avuto epilogo nella oramai nota sentenza della Corte di Giustizia Europea Mascolo del 26 novembre 2014. Sentenza che ha censurato la normativa italiana sul reclutamento scolastico e sul contratto a termine nel pubblico impiego per assenza di misure dissuasive e sanzionatorie. A sua volta, la sentenza Mascolo è stata tradotta nell’ordinamento italiano dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite e dalla Corte Costituzionale, e anch’esse hanno censurato la normativa italiana in materia di contratto a termine.


Come mai il contenzioso non è però ancora giunto al termine,  nonostante le Supreme Corti si siano pronunciate in favore dei precari?

Ciò che è mancato è stato il coraggio. L’illecito era sotto agli occhi di tutti. Sarebbe stato molto difficile per le corti non censurare il comportamento illegittimo dello Stato Italiano. Però la risposta si è limitata ad accertare l’abuso, senza definire con chiarezza cosa si dovesse fare una volta accertato l’abuso, demandando costantemente la decisione di merito al giudice di ultima istanza, rimpallando così la responsabilità nel fare chiarezza su una questione che evidentemente si scontra con interessi molto più grandi anche del precariato scolastico. In sostanza, si potrebbe dire che, aperto il vaso di Pandora, si è cercato di limitare i danni per lo Stato, dando ai precari ragione sul problema, ma senza la soluzione. La SSUU della Corte di Cassazione, ha tentato di quantificare un risarcimento, stabilendo un indennizzo, dalle 2,5 alle 12 mensilità a seconda degli anni di servizio, ma è ovvio che questa misura risarcitoria è di portata irrisoria rispetto alla richiesta della CGUE – Corte di Giustizia dell'Unione Europea – di una norma che sanzionasse efficacemente il datore di lavoro e lo dissuadesse a commettere nuovamente l’abuso. Non ultimo le SSUU per ricavare la sanzione, non quantificata nell’ordinamento italiano, hanno riesumato una norma abrogata, privandola della sua efficacia originale. Infatti la Legge 183 del 2010 da cui si ricava la misura della sanzione, prevede che il datore di lavoro che commette abuso venga sanzionato con un indennizzo economico che va dalle 2,5 alle 12 mensilità, dopo la conversione del contratto a tempo indeterminato. Vi è inoltre una violazione del principio di equivalenza, stante che secondo la CGUE, si può prevedere una sanzione differente fra pubblico e privato, ma la sanzione deve essere proporzionata a ragioni analoghe di natura interna. Se nel privato si prevede la conversione del contratto e un risarcimento dalle 2,5 e 12 mensilità, va da sè che nel pubblico non possa esserci solo il risarcimento dalle 2,5 alle 12 mensilità. 

 

Dal canto suo la Corte Costituzionale, ha detto, precari avete ragione, ma è intervenuta la legge sulla scuola che ha sanato parzialmente il problema. E laddove il problema non è stato sanato come nei conservatori? La risposta? Ci pensi il giudice di ultima istanza. Si, ma come? Tuttavia gli Istituti Musicali Pareggiati hanno immesso in ruolo docenti secondo il principio dei 36 mesi. Non sono istituti equipollenti?

Quello che sta accadendo negli istituti musicali pareggiati, dimostra solo che l’Italia non è un paese democratico e la giustizia non opera in egual misura per tutti, creando così una evidente discriminazione fra lavoratori dello stesso settore. La cosa è apprezzabile in sè. Gli istituti fanno bene a stabilizzare il proprio personale. Ciò che è assolutamente censurabile è che questo comportamento, nell’individuare la soluzione del problema, sia isolato solo all’istituto pareggiato e non estesa a tutti i dipendenti del comparto, inclusi i dipendenti di Conservatori ed Accademie. Ancora più censurabile è che il Ministero, nonostante abbia già avuto varie segnalazioni in merito, non prenda provvedimenti, in un senso o nell’altro, lasciando nello stesso tempo intendere che il resto dell’AFAM, quindi i docenti con i medesimi diritti e anzianità, non in servizio nei pareggiati, dovranno assoggettarsi all’art. 97 e quindi sottoporsi ad un ulteriore concorso pubblico, quando nello stesso tempo però, si è permessa nei pareggiati la stabilizzazione di personale con trentasei mesi, sempre incluso in graduatoria nazionale, senza ulteriori procedure valutative. La domanda in buona sostanza è, se nei pareggiati si entra con i 36 mesi, perché nel Conservatorio, che è la stessa cosa, sarebbe necessario un ulteriore passaggio concorsuale? Del resto una discriminazione simile si è consumata nel 2013 quando proprio la stessa legge ha permesso al personale, incluso nella  143 con soli 365 giorni di servizio, di avere accesso ai ruoli dello Stato senza ulteriori passaggi concorsuali, e ha destinato personale con 36 mesi di servizio e vincitore di concorso selettivo al solo tempo determinato, in violazione degli artt. 3 e 117 della costituzione.

 

Che rapporto avete avuto con la politica e con i sindacati?

La politica è stata molto gentile e disponibile. Ci hanno incontrato, ci hanno ascoltato, hanno preso nota dei problemi, chiesto documenti, ma l’impressione è quella che gli incontri avvengano più per cortesia che per merito. Il sindacato invece, devo dire con rammarico, ha perso molto del suo valore originale, ed assomiglia più ad un cacciatore di facili risultati nel fitto bosco del ministero, che ad un organismo che lotta per i diritti dei dipendenti e del sistema. Hanno dimostrato più unione, determinazione  e ottenuto più risultati i precari, che le sigle sindacali riunite. Questo mi sembra un segnale da non sottovalutare.

 

Quali sono gli obiettivi a medio e lungo termine?

In tutti gli incontri politici ci siamo messi in gioco e ci siamo dimostrati disponibili ad una soluzione condivisa del problema. Ci auguriamo che anche per i conservatori la piaga del precariato possa presto cessare e noi si possa ritornare, sia fisicamente, visto che molti di noi lavorano a migliaia di chilometri da casa, che psicologicamente,  alle nostre famiglie e al nostro vero lavoro.  Del resto sarebbe ora, la media della nostra graduatoria nazionale è di 51 anni e già una collega è andata in pensione da precaria. Vede, la nostra professione ci porta giro per il mondo e le posso assicurare che il mondo ride di questa situazione. Sfortunatamente è un riso amaro. In Italia tutti avvertono che c’è qualcosa che non va, ma per una qualche ragione la politica identifica il problema sempre nella norma, considerata obsoleta o sbagliata, sentendosi in dovere di cambiarla. Mentre invece, a mio avviso, il problema non risiede nella norma, ma nel rispetto della norma e quindi nell’educazione civica al rispetto delle norme e all’efficacia e sanzione volta a garantire il rispetto della norma. Parliamoci chiaro, all’estero un professore che non va a lavorare, o si comporta male, viene licenziato e basta. Non si cambia la normativa per l’intera categoria in caso di comportamenti illeciti.

 

Un' ultima domanda, professor Pari: che appello si sente di fare al Ministero?

Direi che l’AFAM è un settore strategico. Lo studio delle arti è parte determinante nella nostra tradizione. Gli istituti AFAM hanno caratterizzato quasi un secolo di storia dando i natali ad artisti illustri. Mi sento quindi di suggerire  al Ministero di prendere coscienza della storia di questi istituti, ed operare un confronto vero con tutti gli operatori del settore a partire dai precari, che oggi mandano avanti questi istituti, prima di modificare con leggerezza il nostro sistema ispirandosi a modelli stranieri. Del resto, un pianista italiano in finale ad un concorso internazionale importante c’è sempre, possiamo dire lo stesso di un tedesco, un inglese, o un francese? E dove si è formato questo italiano? Forse bisognerebbe partire da qui, chissà, magari si arriverebbe alla conclusione che ciò che realmente non funziona, è principalmente la mancanza di risorse e non il governo degli istituti, l’offerta formativa, o il personale impiegato.

 

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Editoriali

Insulti alla Meloni da parte di un professore universitario di Siena: chi semina odio e ne accusa gli altri

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Hanno finito con Berlusconi, stanno continuando con Salvini, hanno incominciato con la Meloni: sarebbe il momento di smetterla

Siamo al solito commento, quando si tratta di ‘una certa’ sinistra: il bue dice cornuto all’asino.

E siamo ai fatti. Sera del 20 febbraio di quest’anno, intervista del prof. Giovanni Gozzini, ordinario di storia contemporanea e storia del giornalismo presso l’Università di Siena. Rispondendo, evidentemente, ad una domanda del giornalista a proposito dell’intervento di Giorgia Meloni, in occasione della ‘fiducia’ al governo Draghi, il professore si è lasciato andare ad una serie di insulti immotivati e senza scusanti, nonostante in appresso abbia tentato di porvi rimedio.

Le espressioni adoperate del professore non hanno, e non possono essere perdonate, essendo state pronunziate in perfetta consapevolezza e lucidità; non si tratta quindi di insulti ‘colposi’, ma profondamente ‘dolosi’ e premeditati, visto che il suo giudizio è stato formulato in pectore durante l’intervento della Meloni alla Camera dei Deputati.

Che il professore debba tacciare Giorgia Meloni di ignoranza, e definirla ‘una che non ha mai letto un libro’, quando non tutti i membri dei partiti al governo sono laureati, (come la Meloni), e abbiamo come presidente della Camera un Fico che ha difficoltà, come dimostrato durante un’intervista con Lucia Annunziata, a mettere insieme un concetto che sia tale (è famosa la frase a proposito dell’ONU, che fu definita ‘egidia’ e non egida’) travalica il confine non solo dell’insulto sessista, come qualcuno l’ha voluto definire (ma non è esatto), ma offende per partito preso, per odio politico, l’atavico ‘sinistra contro destra’. Senza voler capire che siamo in un regime di democrazia, almeno a parole, e l’appartenenza ad una corrente e ad una idea che non sia la sua sono perfettamente legittime. Oltretutto l’intervento della Meloni era l’unico che non si perdesse dietro a sdolcinature e sviolinate nei confronti di un presidente del Consiglio che conosciamo soltanto attraverso l’enunciazione delle sue intenzioni, dopo aver praticamente riconfermato il governo uscente, senza quella discontinuità che sarebbe stata, a sentire Renzi, la causa prima della crisi.

Purtroppo siamo alle solite, ed è sotto gli occhi di tutti

Abbiamo un segretario del PD che in ogni intervento sottolinea la sua intenzione di ‘battere le destre’, quello che, al di là di tutti i problemi del paese, sembra essere la sua unica e sola ragione della permanenza in vita, se non in politica. Di conseguenza, abbiamo una magistratura, secondo Palamara, ‘guidata’ da una manina politica, che manda a processo Salvini come una volta faceva con Berlusconi, e di questo sono pieni i titoli dei giornali.

Abbiamo una sinistra (o presunta tale) che taccia il leader della Lega di seminare odio quando parla di respingere le ondate di clandestini che invadono la nostra nazione, e assorbono risorse economiche importanti sia per l’accoglienza e sia per il rimpatrio, oltre ad essere (ed è dimostrato) portatori di patologie che in Italia non conoscevamo più da decenni – oltre, in qualche caso, essere positivi al covid, altro che assembramenti.

E tralasciamo altri discorsi, come crimini vari, spaccio, furti, omicidi, sfruttamento della prostituzione, aggressioni alle nostre divise: non tutti, per carità. Ma ne faremmo volentieri a meno, abbiamo già i nostri delinquenti, e una buona parte di quelli dell’est europeo. Abbiamo un ministro degli Esteri che non parla, legge, e che, per la sua mansione, dovrebbe almeno conoscere un paio di lingue straniere – oltre ad una opzione per un italiano corretto. Forse ha preso dal Papa, ma si può tranquillamente dire che non ci sembra il caso. Abbiamo un ministro della salute che ha ampiamente dimostrato di non essere adeguato al compito, e i fatti lo dimostrano. Abbiamo un Commissario per il Covid che è indagato per sapere che fine abbiano fatto i miliardi spesi per le mascherine: sappiamo benissimo dove sono andati a finire i soldi delle provvigioni degli intermediari (infatti sono stati sequestrati beni per, se la memoria non mi inganna, undici milioni e rotti di euro) ma di mascherine neanche l’ombra.

Ci siamo tolti, Deo Gratias, l’Azzolina, quella che ci ha fatto sperperare più di quattro milioni di euro di banchi a rotelle, quelli che provocano il mal di schiena (oltre ad essere arrivati in ritardo) e che oggi sono accatastati da qualche parte.

Ci siamo tolti anche la spesa per circa 220 ‘Primule’, strutture in cui vaccinare tutti gli Italiani, e non solo loro, sparse il tutta Italia, che sarebbero sati un altro sperpero di denaro pubblico, considerato ‘res nullius’, cioè cosa di nessuno, mentre è il NOSTRO denaro, quelli di tutti noi.

Da quando al governo c’è la sinistra si parla sempre di ‘salvare l’Italia’ (così diceva Monti prima di precipitare il mercato immobiliare e distruggere il mercato interno), di ‘ripartenza’, di ‘luce in fondo al tunnel’, di ‘risollevare l’economia’, di ‘creare posti di lavoro’: vogliamo dire che i posti di lavoro, checchè ne pensino i vecchi democristiani che credono che mettendo insieme un’altra ILVA, ex Italsider e oggi Arcelor Mittal, si risolva il problema.

Il lavoro lo crea il mercato, e se il mercato non c’è, a causa di queste capotiche chiusure che a qualcuno piace chiamare ‘lockdown’, per renderle più importanti, anche il lavoro muore. Nessuno ha mai avanzato il sospetto che i metodi adottati non siano quelli giusti? Infatti, se ciascuno di noi adotta la mascherina (sarà efficiente?), tiene la distanza di almeno un metro da chi gli sta vicino (anche se pare che anche alla distanza di meno di un metro nessun virus sia efficace), non frequenta assembramenti, causati dal bisogno della gente di uscire dagli arresti domiciliari (mentre gli addetti ai lavori fanno tranquillamente la loro vita: quis custodiet ipsos custodes?); insomma, se andiamo al supermercato a fare la spesa, perché negare il diritto di farci una pizza la sera, quando i ristoranti adottano tutte le precauzioni, giuste o sbagliate, di legge?

L’impressione è che questa gente giallo-rossa sia altamente incapace

Il segnale d’allarme (ormai è un anno) è stato dato in ritardo, e le misure adottate sono state soltanto di chiusura, senza cercar di capire come funziona il virus realmente – e di propaganda delle vaccinazioni, senza cercar di capire come funzionano realmente questi vaccini, e se funzionano, e per quanto tempo saremmo immuni, una volta assunta la seconda dose. Oltretutto per motivi politici non si vuole adottare lo Sputnik, che, pare, sia uno dei più efficaci: i Russi saranno poco ‘democratici’, ma per ciò che riguarda la scienza, sono seri.

E non sono poi quei ‘comunisti’ tanto graditi ai nostri al potere? Ha avuto ben ragione Giorgia Meloni, nel suo intervento, a mettere i puntini sulle ‘i’ con il presidente Draghi, e ci aspettiamo ancora oggi una risposta. Arriva invece una raffica di insulti dettati solo da quell’odio politico (e non) che certi personaggi ideologizzati riescono ad esprimere quando non arrivano all’uva, tacciando gli altri di ‘presunzione’, mentre sono loro che presumono di essere superiori: e questi ci porta al mai risolto discorso della ‘questione morale’: anche se l’Unione Europea ha sancito la perfetta analogia tra comunismo e fascismo, entrambi regimi totalitari e quindi, come tali, da rifiutare. Smettiamola perciò con questa presunta superiorità (anche culturale) della sinistra.

Personalmente, se io fossi la Meloni, anche a nome di tutti coloro che nelle sue parole si sono riconosciuti come persone che nutrono ancora un sentimento di amore nei confronti della madre patria, e che non vogliono che l’Italia diventi una colonia della Germania o di altre nazioni, eleverei querela nei confronti del ‘professore’ (se insegna queste cose, il primo ad essere ‘ignorante’ e ‘bocca larga’ è lui), e arriverei fino in fondo. Da quando Fratelli d’Italia, e con lui la Meloni, hanno incominciato a salire nei sondaggi, Giorgia Meloni è stata sottoposta ad un linciaggio mediatico diffuso, e questo è il segno che qualcosa sta cambiando. Hanno finito con Berlusconi, stanno continuando con Salvini, hanno incominciato con la Meloni: sarebbe il momento di smetterla.

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Il Prefetto Tagliente: “E’ possibile ridurre i fattori di rischio che influiscono su alcuni comportamenti pericolosi di molti giovani?”

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Che sta succedendo sui social network sempre più utilizzati dai minori? E’ possibile ridurre i fattori di rischio che influiscono su alcuni comportamenti pericolosi di molti giovani? Cosa pensano gli studiosi della psicologia della comunicazione delle piattaforme digitali incontrollate e del “linguaggio della violenza” utilizzato in libertà anche nel corso di molti talk show pure in prime time?

Sono queste le domande che si pone, con un post sulla pagina FB, il Prefetto Francesco Tagliente con alle spalle 47 anni di servizio, scalando i gradini più elevati della gerarchia professionale e con una specializzazione in criminologia.

Il Prefetto Tagliente parte dalla constatazione che “sui social network utilizzati da alcuni minori privi di strumenti per decodificare gli stimoli che arrivano dai social, si stanno manifestando, con sempre maggiore frequenza, fenomeni inquietanti”.

“Ciò che inizia come un gioco si trasforma in una sfida esasperata e, attraverso un processo emulativo propagato con forza dalla rete, i casi isolati finiscono per amplificarsi provocando finanche drammi e tragedie familiari”.

“A determinate fasce di età, infatti, lo spirito di emulazione è tanto più forte quanto è più debole la capacità di selezionare, analizzare e distinguere. Basterebbe pensare al recentissimo, folle e tragico gioco hanging challenge, agli ormai non episodici casi di cutting che coinvolgono addirittura ragazzi meno che adolescenti, alle nuove forme di devianza minorile diffuse su internet attraverso forum, social, siti dedicati o altre forme di diffusione digitale come il bullismo elettronico. Ma penso anche alla diffusione di fotografie e di video in rete, alle chat con sconosciuti e ai tristi casi di pornografia e pedopornografia”.

Va premesso che il Prefetto Tagliente, anche grazie agli insegnamenti della sociologia giuridica e della criminologia applicata al controllo sociale, è riuscito, soprattutto come Autorità di Pubblica sicurezza sul territorio a Pisa, Firenze e Roma, a coniugare la necessità di adempiere ai doveri dello Stato con le esigenze di rispetto dell’individuo come persona umana, della sua individualità e delle sue legittime aspettative, non trascurando l’impegno per la promozione e la divulgazione dei principi e dei valori incarnati nei simboli della Repubblica su cui si fonda lo Stato democratico e pluralista delineato dalla Costituzione repubblicana, negli ultimi anni nella veste di Delegato alle relazioni istituzionali dell’ANCRI, L’Associazione Nazionale Insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Con questa esperienza professionale e vocazione sociale Tagliente afferma che “Un’adeguata promozione e divulgazione dei principi e dei valori della nostra Costituzione, specialmente di quelli incarnati nei simboli nazionali, potrebbe contribuire a ridurre i fattori di rischio che influiscono su alcuni comportamenti pericolosi di molti giovani spesso vittime di persone adulte che li inducono a tenere comportamenti antisociali e delinquenziali.

“In attesa che il legislatore valuti, per i grandi gestori delle piattaforme digitali e per alcuni mezzi di comunicazione di massa, forme idonee a disciplinare la comunicazione diretta ai giovani, – prosegue l’ex Questore di Roma – intendo lanciare una proposta alternativa che presuppone l’utilizzo di un altro linguaggio, antico e attuale allo stesso tempo”.

Al linguaggio della violenza – dice Tagliente – io propongo il linguaggio del rispetto dei diritti tutelati dal nostro ordinamento attraverso la percezione e l’accoglimento dei valori e dei princìpi fondamentali della Costituzione repubblicana e dall’insieme dei suoi indirizzi e precetti come il valore del Tricolore. E lo faccio, questa volta, confidando e non temendo la forza dell’emulazione.

E pensando alla forza della emulazione e degli esempi positivi necessari a costruire la personalità dei ragazzi richiama i doveri costituzionali dei pubblici funzionari, dicendo: “Chi è chiamato ad esercitare una pubblica funzione deve mettere una particolare cura nell’adempimento della funzione loro affidata, ed essere di esempio per gli altri cittadini.”

“Il nostro agire da cittadini – prosegue – non poggia solo sui diritti ineludibili, ma prevede altrettanti doveri fondamentali. E fra i doveri – oltre a quelli di solidarietà politica, economica e sociale (difesa della Patria, concorso alle spese pubbliche, fedeltà alla Repubblica, osservanza delle leggi) e all’obbligo di esecuzione degli ordini legittimi delle pubbliche autorità – vi è una serie di prestazioni e comportamenti di notevole rilevanza sociale compreso il dovere, soprattutto per le istituzioni e i pubblici funzionari soggetti a una serie di regole che nel loro complesso costituiscono esplicazione della previsione fondamentale dell’art. 54 della Costituzione: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle, con disciplina ed onore”.

Tagliente ha poi voluto rimarcare il disvalore educativo e civico, per i giovani, dal mancato rispetto della Bandiera che purtroppo spesso si nota esposta anche su edifici pubblici, in pessime condizioni d’uso, strappata, lacerata, scolorita o sporca e non fanno eccezione neppure i Palazzi sede di istituzioni locali o nazionali.

“Penso al dovere di rispettare e promuovere il Tricolore, simbolo della Patria, delle libertà conquistate, dei sentimenti più nobili del popolo italiano di cui rappresenta l’unità nella Nazione e per la Nazione. Peraltro – ha proseguito – la collocazione della bandiera fra i principi fondamentali della Costituzione (art 12), non solo ne sanziona il primato gerarchico rispetto a ogni altro vessillo, ma attribuisce al Tricolore una funzione vincolante sia per le istituzioni che per incaricati di pubbliche funzioni, ai quali spetta di promuoverne il valore e verificarne il rispetto del decoro. Perché la bandiera è cucita sulla nostra pelle sin dalla nascita e si manifesta in circostanze particolari per darci forza, passione e coraggio. E lo fa nei momenti di gioia e in quelli di tristezza, proprio quando nella collettività nazionale i legami si riscoprono più saldi.

Conclude la riflessione con un invito al mondo accademico: “Mi piacerebbe veramente sentire cosa ne pensano gli studiosi delle scienze comportamentali e della comunicazione, perché sono sempre più convinto che ad alimentare tali fattori di rischio, che potrebbero tradursi in comportamenti antisociali e delinquenziali, contribuiscano alcune piattaforme digitali e il linguaggio utilizzato da alcuni ospiti di talk show”. E il mondo accademico che segue il Prefetto non si è fatto attendere.

Il Generale della Guardia di Finanza Alessandro Butticé afferma che “I giovani vanno protetti e tutelati soprattutto attraverso educazione e, se necessario, anche strumenti normativi. I social ed il web non sono buoni o cattivi. O meglio, possono essere buoni E cattivi. Come il coltello. Che é buono quando serve a tagliare il pane. Ma cattivo quando serve ad uccidere. Come le automobili. Che mai penseremmo di eliminare o vietare, anche se causano più morti del Covid. Bisogna però fare la scuola guida prima di ottenere la patente e fare campagne di informazione sulla sicurezza stradale. E, mutatis mutandis, si dovrebbe/dovrá fare la stessa cosa con social e web. Soprattutto per i giovani. E nella nostra Costituzione, ma anche nei trattati dell’Unione Europea, ci sono tutti quei valori, che dovremmo aiutare i nostri giovani a conoscere. E che il tricolore 🇮🇹 e la bandiera UE 🇪🇺 simbolicamente rappresentano.
La regolamentazione, che deve essere complementare e non alternativa all’educazione, dovrà colmare un evidente nuovo normativo. E, vista la portata globale dei social e del web, la portata di questa regolamentazione dovrebbe essere quanto meno a livello Ue. E non solo nazionale. Se si tende ad una concreta efficacia. Senza neppure dimenticare che solo l’Ue ha dimostrato essere capace ed avere gli strumenti necessari per negoziare in modo convincente con i giganti del web. Grazie quindi per questo tuo stimolo e sapiente contributo di pensiero”.

Lo psicologo Andrea Smorti professore onorario dell’Università di Firenze ha posto l’accento sull’età degli utilizzatori delle piattaforme e sul controllo da parte degli adulti. “Fino adesso – scrive il prof Smorti – non sono stati trasmessi dei modus operandi con cui utilizzare gli strumenti digitali: si è insegnato ad usare il casco in bicicletta o che con i coltelli taglienti ci si può far male ma pochissimo è stato insegnato su come usare e se usare questi strumenti. È necessario che vengano, a tutti i livelli, trasmesse delle regole di condotta in merito, ivi compresa l’età a partire dalla quale utilizzarli. È inoltre indispensabile che questi strumenti siamo costruiti in modo che gli adulti possano intervenire per vincolarne l’uso in modo che non sia possibile navigare liberamente”.

Lo psicologo Stefano Taddei, dell’Università di Firenze, sperando che il tema possa essere sviluppato ulteriormente, auspica un investimento in educazione e cultura. “Come non essere d’accordo! – scrive- Non solo: apprezzo tantissimo il richiamo alla costituzione e alla pratica educativa che inevitabilmente richiama. La sfida sta nel riuscire a collegare la capacità di costruire abilità di vita, di ascolto e di espressione delle emozioni e dei sentimenti con il senso personale che impernia i valori “costituzionali”. La sfida sarà rendere i social luoghi di pratica del rispetto e della libertà ma per far ciò occorre avere la forza di investire in educazione e cultura, e non sempre vedo convinzione in tal senso”

La psicologa clinico e forense e criminologo già giudice onorario minorile Silvia Calzolari ricordando il suo contributo fornito, come psicologo clinico e forense e criminologo, al Corso di Perfezionamento in “Psicologia della comunicazione e della testimonianza”, riservato a 44 poliziotti laureati, organizzato da Tagliente insieme con l’Università ricorda con orgoglio la partecipazione a quel Corso, che all’epoca rappresentò un’iniziativa originale e di speciale interesse. “Anche oggi l’importanza cruciale della comunicazione – scrive – non è mutata, anzi più che mai rappresenta uno strumento educativo e di contrasto alla povertà morale dilagante. Aggiungo alla necessità di un linguaggio dei diritti e delle regole anche quello della relazione, che esiste sempre meno perché la vera piaga è il NARCISISMO. Questo concetto apparentemente innocuo in realtà è ciò che muove la mercificazione dell’immagine, lo sprezzo di ciò che non appare ma è valoriale, la rabbia che si traduce in aggressività quando non si è al centro dell’attenzione. Più che mai urge una riflessione corale per diffondere una cultura antinarcisistica, di recupero di ciò che si sta perdendo attraverso un uso distorto della tecnologia”.

La psicoterapeuta e criminologa Virginia Ciaravolo docente di psicologia clinica a Roma concorda pienamente con il prefetto Tagliente aggiungendo che “L’agito di Tik Tok nel mettere limiti di età all’accesso ci dice che i social sono diventati terra di nessuno. Chiunque senza il minimo rispetto per l’altro posta improperi, foto forti o imbarazzanti. I minori inconsapevoli di avere tra le mani una bomba ad orologeria scimmiottano gli adulti. Occorre un’educazione digitale, un uso responsabile del web, formazione ed informazione su rischi e pericoli. Come? Da quello che hai appena scritto, cominciando dai valori”.

La psicologa Francesca Arpino afferma che “La sfida sarebbe poter comunicare garantendo sicurezza e protezione anche attraverso uno strumento elettronico. Le varie tecniche purtroppo usate dai manipolatori costituiscono le armi più diffuse utilizzate contro la nostra psiche, e a esser prese di mira sono spesso le nuove generazioni con le loro debolezze, emotività e fragilità. Delimitare attraverso regole e nuovi interventi un terreno tanto spinoso è un primo passo per lavorare sul nostro linguaggio, la nostra percezione e i nostri obiettivi. Perché il conflitto nasce dove ogni comunicazione crea un terreno di mistificazioni e disequilibri”.

Il Sociologo e Criminologo Claudio Loiodice Presidente del Dipartimento Piemonte dell’Associazione nazionale sociologi scrive che “ La società si evolve in maniera vertiginosa, molto di più della capacità della società stessa di adottare degli Istituti capaci di regolamentare i fenomeni sociali che stiamo vivendo. Non dimentichiamo però che veniamo da un’epoca che ha visto una trasformazione radicale delle abitudini e delle relazioni. Internet è un mezzo imprescindibile, ha abbattuto ogni barriera anche se nasconde delle insidie pericolose. Almeno, a differenza delle droghe, ci consente di facilitare i contatti sociali e quindi di progredire. In sintesi, credo che sia necessario ampliare lo spettro dei controlli non per il suo utilizzo, ma sui contenuti, ma ritengo che inevitabilmente questo ci costerà qualcosa in termini di rischio”

La giornalista Dania Mondini ricorda che “tutto è iniziato molto tempo prima che i nostri ragazzi avessero in mano un cellulare. Il mondo della comunicazione a cominciare da talk show in prima e seconda serata, hanno da anni permesso, quando non addirittura promosso, aggressività volgarità e disattenzione all’altro. Resto sempre dell’idea che l’esempio è fondamentale a cominciare dalla famiglia. Emulare personaggi televisivi è consuetudine. Cosa vogliamo imputare ai ragazzi? Sono vittime…che dovremo recuperare, se non vogliamo ulteriori degenerazioni. La scuola deve e può salvare il futuro…intanto forse dovrebbero esserci maggiori rigidità da parte dei grandi network e social…che sembrano ormai una terra di nessuno in nome di una libertà che spesso è confusa con violenza e prevaricazione”.

Guglielmo Puccia ex Funzionario dell’ENEA scrive: “Credo che un modo, per cercare di fermare la “catastrofe educativa” che coinvolge molti strati delle nuove generazioni, possa essere quello di dare piena attuazione alla recente legge 92/2019, che introduce l’obbligatorietà dell’insegnamento dell’Educazione Civica, come materia trasversale in tutti gli ordini scolastici. Tra gli otto moduli formativi previsti, molto spazio è dato all’insegnamento e alla conoscenza della Costituzione, del Tricolore e dell’inno Nazionale. L’insegnamento è finalizzato all’identificazione dei diritti e a promuovere il pieno sviluppo della persona e la partecipazione dei cittadini all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Un forte richiamo è rivolto alle Istituzioni scolastiche, affinché rafforzino la collaborazione con le famiglie al fine di promuovere comportamenti dei giovani non solo per quanto riguarda i diritti ma dei doveri e del rispetto delle regole di convivenza civile. Abbiamo bisogno di una nuova scuola per costruire una nuova società! L’Attuale scuola è una scuola vecchia, forma i cittadini del passato.”

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Editoriali

Bettino Craxi, tra debito pubblico, sovranismo ed altro: tutte le fake news che girano raccontate e smentite in un libro

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“Le fake news su Bettino Craxi” il libro scritto a 4 mani da Nicola Scalzini e Roberto Giuliano che, documenti e memorie alla mano, ripercorre i fatti più salienti che hanno riguardato in particolare quel decennio della storia moderna d’Italia, che va dal 1983 al 1992.

Un’Italia che nel 1983 era sull’orlo del fallimento e dopo soli 4 anni – siamo nel 1987 – è considerata come un modello da seguire nel mondo.

[VIDEO] – Da sinistra Donato Robilotta (Pres. Ass. “Amici del Garofano Rosso”) e Roberto Giuliano sociologo e coautore del libro su Craxi ospiti di Chiara Rai a Officina Stampa del 04/02/2021

Gli anni che videro Craxi alla prova di forza decisiva per gli equilibri interni: il referendum dell’85 sui punti di scala mobile promosso dal Pci dove il leader socialista non cercò di evitare lo scontro e vinse quella partita che all’inizio era sembrata senza speranza.

Sono gli anni in cui Craxi affronta la più grave crisi diplomatica della sua carriera, quando ordinò di impedire ai marines statunitensi di ripartire da Sigonella, in Sicilia, con i terroristi palestinesi, tra i quali Abu Abbas, responsabili del sequestro dell’Achille Lauro. Craxi ribadì la sua posizione nettamente a favore della causa palestinese, e su questa base rafforzò il suo rapporto con il leader dell’Olp Arafat, che durerà poi anche quando sarà costretto a ritirarsi ad Hammamet dopo Tangentopoli.

[VIDEO] – Il video servizio su Craxi trasmesso a Officina Stampa del 04/02/2021

Craxi rimase a Palazzo Chigi fino al 17 aprile 1987, conquistando un record: la permanenza alla guida del governo più lunga della storia dell’Italia repubblicana. Tornato poi al partito, riprese di lena la sua politica: contendere alla Democrazia Cristiana il suo primato, e rilanciare l’offensiva contro il partito Comunista per creare un solo grande partito socialdemocratico.

In questi ultimi anni, in cui è iniziata una concreta rivalutazione della figura di Bettino Craxi, si assiste sovente al goffo tentativo di presentarlo come il primo sovranista ed anche anti europeo.

Delle fake news fa parte anche la storiella del “famoso tesoro di Craxi, che non è mai esistito, ma era necessario per demolire la sua immagine e farlo comparire come un approfittatore, un riprovevole ladro”.

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