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Editoriali

Conservatori di Musica a rischio integrità: un'altra 'buona scuola' all'ombra del 'Giglio d'oro'?

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Abbiamo intervistato il maestro prof. Carlo Pari, che si sta occupando della questione in prima persona

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di Roberto Ragone

È in corso un'iniziativa del ministro Giannini, che tenderebbe ad apportare modifiche strutturali ai Conservatori di Musica, dopo anni in cui essi sono apparsi come figure invisibili alle Istituzioni. In questo frattempo essi hanno assunto, in ogni caso, una loro fisionomia ed una logica di funzionamento. Volerli oggi modificare vuol dire distruggere una struttura che si è autocostruita nel tempo, nonostante tutto, trovando comunque un proprio equilibrio che la rende operativa.

La statizzazione degli istituti pareggiati favorirebbe in particolari quelli in Toscana, bacino di voti all'ombra del 'Giglio d'Oro'. A tale proposito abbiamo intervistato  il maestro prof. Carlo Pari, che si sta occupando della questione in prima persona, sacrificando il proprio tempo libero e non solo. L'impressione è che, come purtroppo accade quasi sempre nella nostra nazione, iniziative così importanti vengano gestite da chi poco o nulla ne capisce, senza coinvolgere chi invece in tali mari naviga e ha navigato da tempo, e guardando soltanto a volte a tagli trasversali che tolgono risorse e snaturano ogni situazione, vedi, ad esempio, la 'Buona Scuola', che, a detta di chi ci vive in mezzo, di buono non ha granchè. Vedi anche i recenti trasferimenti di docenti da sud a nord e viceversa, decretati senza alcun senso comune. Se l'iniziativa del ministro Giannini andasse in porto così com'è, senza tenere conto delle obiezioni di chi di queste cose ha fatto la propria vita, l'insegnamento musicale ad alto livello, una delle eccellenze della nostra nazione, andrebbe praticamente distrutto e ridotto a pochi capisaldi preda facile di chi ha santi in paradiso.

 

Giurisprudenza, politica, sindacato, mi dica un po’ Prof. Pari, qual è il suo ruolo in questa faccenda. Io so che esiste un progetto di revisione dei Conservatori di Musica, istituti dove anche lei insegna, da precario, del quale non ho capito granché. Comunque mi spieghi lei, qual è la sua veste ufficiale.

No, non è corretto parlare di veste ufficiale. Vede, ad un certo punto è stato purtroppo necessario prendere coscienza del fatto che il nostro lavoro non poteva più essere caratterizzato unicamente dall’attività didattica e artistica, come dovrebbe, ma proprio per poter continuare a svolgere quel lavoro che ci è peculiare, era necessario volgere verso un impegno più istituzionale. Così ci siamo dovuti rimboccare le maniche, e, con un gruppo di colleghi, ci siamo organizzati, divisi i compiti per aree di competenza, e ci siamo adoperati e lo stiamo facendo tuttora, per risolvere alcune criticità del sistema AFAM, Alta Formazione Artistica e Musicale, primo su tutte il precariato ultradecennale che affligge il settore.

 

Di precariato si parla tanto in questi mesi, soprattutto per la scuola, ma quale è la situazione nei Conservatori di Musica e Accademie delle Belle Arti?

La situazione dei Conservatori e Accademie delle Belle Arti, è, purtroppo, ancora più complessa e grave di quella della scuola. Sebbene i numeri siano nettamente inferiori, la percentuale di personale precario che oggi interessa il settore, circa il 30%, è destinata ad aumentare esponenzialmente in un periodo a breve termine, visto che il Ministero stima, dati alla mano, che nei prossimi tre o quattro anni andrà in pensione il 40% dell’attuale corpo docente. La cosa più grave è che Conservatori ed Accademie non sono capillarmente diffusi come le scuole secondarie, e il precariato non è equamente distribuito sul territorio nazionale. Esistono infatti istituti in cui sono i docenti precari a prevalere sul personale di ruolo per disciplina, o discipline, in cui il personale di ruolo non esiste più all’interno dell’istituto, il che, come lei comprende, rende difficoltoso lo svolgimento delle attività didattiche ed istituzionali. Non dimentichi che il docente precario, in quanto precario, è comunque discriminato nel suo ruolo istituzionale. Non può ricoprire il ruolo di Direttore a meno che lo statuto dell’istituto lo consenta (il che è raro), non può sedere nel Consiglio Accademico, e dipende dal collocamento in graduatorie nazionali o di istituto, quindi non può garantire la continuità didattica. 

 

Come si è arrivati a questo punto? Ci sono analogie con il mondo della scuola?

Il precariato formatosi nel settore dell’Alta Formazione Artistica e Musicale è stato generato da una assenza di procedure concorsuali “aperte” per ben 25 anni (L.417/90 ultimo concorso per titoli ed esami), e “riservate” per ben 16 (OM 247/99 ultimo concorso riservato a 360 giorni di servizio), nonché da una sovrapposizione normativa senza precedenti nella storia dell’istruzione. Ma cominciamo da un lontano inizio. I conservatori erano disciplinati dai regi decreti del 1918, 1930 e 1933. Tali decreti disciplinavano l’offerta formativa, governance e reclutamento, sottolineando già da allora la peculiarità, specificità e quindi atipicità del settore. Quasi ottant’anni dopo che queste norme diedero natali a musicisti illustri, il disposto normativo contenuto nel Decreto Luogotenenziale del 1918 fu assorbito nel D.Lgs n. 297 del 1994 il Testo Unico delle scuole di ogni ordine e grado. L’AFAM subisce un “downgrade” rispetto alla tutto sommato “superiorità̀” e “autonomia” che già gli istituti possedevano verso una gestione più centralizzata a livello ministeriale. Il Ministero avrebbe dovuto bandire i concorsi ogni quinquennio in presenza di posti liberi e vacanti, ma, ne vengono organizzati solo uno nel 1990 e uno nel 2000. Poco cambiò con le modifiche apportate nel maggio del 1999 con la Legge 124. Legge che è stata oggi censurata dalla consulta nei suoi tabella 4 e 11 a seguito della pronuncia della corte di giustizia europea C-418/14 (Mascolo). Qualche mese dopo le modifiche apportate al Testo Unico dalla Legge 124, (siamo a maggio del 1999), a distanza di qualche mese, la politica ci ripensa e, con il Governo D'Alema, vara la Legge di Riforma di Sistema n. 508 con l’ambizioso compito di traghettare il comparto verso l’università. In Europa le arti sono disciplina universitaria. L’Italia è un paese membro. Un sistema legato alla scuola non è più al passo con i tempi. Siamo nel dicembre dello stesso anno. In base alla nuova legge si dovrebbe provvedere ad uno specifico decreto attuativo che disciplini le norme per le assunzioni e nella fase transitoria, provvedere laddove non si possa far fronte con il personale in organico con contratti quinquennali rinnovabili, ma il Ministero, non emana i decreti attuativi, preferisce reclutare i supplenti secondo le regole pregresse ,  non stipula i contratti quinquennali, e da' vita a due graduatorie nazionali di merito che prendono il nome dalle Leggi da cui hanno tratto origine, 143 e 128

 

Quindi in sostanza lei sta dicendo che il problema è che non sono stati indetti concorsi.

No. Non è esatto. Di concorsi finalizzati alle supplenze ce ne sono stati tantissimi. Ricordo che si poteva arrivare ad una ventina di partecipazioni l’anno, ed erano procedure concorsuali altamente selettive. Ogni Istituto, in presenza di posti liberi e vacanti, ha bandito negli anni autonomamente il proprio concorso seguendo delle griglie valutative nazionali contenute nelle note ministeriali 1672 del 2002 e 3154 del 2011, le quali privilegiavano la valutazione artistica e fissavano severi criteri in cui il lavoratore non poteva in alcun modo preservare il proprio posto di lavoro grazie all’automatismo derivante dall’accumularsi dell’anzianità di servizio. Infatti non è raro vedere lo stesso concorrente essere valutato differentemente nei vari istituti e molto spesso anche nello stesso istituto. Non a caso nel disposto di legge della 128 è scritto che la graduatoria racchiude i possessori di tre anni accademici, ovvero 36 mesi, e i vincitori di concorso selettivo.


Questa graduatoria nazionale 128 è stata tuttavia da più parti criticata, lei cosa ne pensa?

Guardi, la verità è che la 128 è stata per un certo periodo un capro espiatorio nazionale. Si lamentava chi era stato escluso perché temeva di non lavorare, si lamentava chi riteneva di essere stato mal valutato perché temeva di perdere la sede, si lamentavano i direttori perché “oddio chissà ora che docente mi arriva”, ma già dopo un anno si è capito che era una delle graduatorie che racchiude il miglior personale docente, relativamente al settore AFAM, che il MIUR abbia mai prodotto e tutte le paure si sono mostrate totalmente infondate, così come le critiche fatte. Infatti i posti vacanti sono talmente tanti più degli inclusi in graduatoria che nessun docente è rimasto senza lavoro, neppure quelli esclusi, e i direttori si sono dovuti ricredere sulla qualità soggettiva dei docenti, tanto che in larga maggioranza hanno recentemente sostenuto delle mozioni in favore della graduatoria nazionale.

 

Molti accusano la mancanza della valutazione nella 128

Chi la contesta in questo senso non conosce la storia. Lei deve sapere che da un punto di vista giuridico la 128 è nata, per mano del governo Letta e l’allora ministro Carrozza, al fine di censire e tutelare il personale idoneo alla docenza, già pluriselezionato e valutato negli anni in ripetuti concorsi selettivi, con trentasei mesi di servizio. L’avvocato generale della Corte di Giustizia dell’Unione Europea Maciej Szpunar aveva infatti poco prima censurato la prassi italiana di ricoprire i posti liberi e vacanti con il personale a tempo determinato, e preconizzato la futura sentenza Mascolo sul precariato scolastico. L’intento del legislatore era quindi quello di dare una risposta al precariato storico, anche nel settore AFAM, predisponendo un piano pluriennale di assunzioni anche per Conservatori ed Accademie. Infatti nel corpo della Legge 128 all’art. 19 si evidenzia che l’accesso in graduatoria è consentito ai possessori di tre anni accademici di insegnamento, (quindi 36 mesi) e l’aver superato un concorso selettivo. Non bastasse questo, il MIUR ha predisposto una ulteriore valutazione di titoli per graduare i candidati, con un specifico decreto ministeriale. Che si sia scelto di valutare i titoli culturali, diplomi e certificazioni varie, piuttosto che i titoli artistico-professionali, è una scelta che seppur opinabile, non può essere imputata al personale incluso. Se questo non era l’intento del Legislatore, mi dica lei, cosa sarebbe servito costituire un'altra graduatoria nazionale?

 

Lei pare avere una buona conoscenza della normativa di settore. È notizia recente che la Corte Costituzionale, si sia pronunciata sul precariato scolastico, salvando la legge della "buona scuola" del governo Renzi, condannando le pregresse norme che consentivano il rinnovo infinito dei contratti a termine per consentire l’erogazione del servizio scolastico. Lei cosa ne pensa? In che misura questa pronuncia vi riguarda?

Il discorso è lungo e complesso. Nelle linee guida di cui alla direttiva europea 1990/70/CE, meglio conosciuta come “accordo quadro”, si dispone che gli Stati membri debbano prevedere nel proprio ordinamento interno almeno una su tre delle misure ostative contro l’abuso del contratto a termine: la ragione che giustifica il termine, o che spieghi perché i contratti vengono fatti a tempo determinato, oppure il numero dei rinnovi possibili e quando i medesimi contratti si trasformano a tempo indeterminato, o ancora la sanzione, che il datore di lavoro è tenuto a corrispondere al lavoratore in caso di abuso. In Italia si è scelta la seconda, cioè il numero dei rinnovi possibili, e si è stabilito che, se due contratti non si interrompono, come quelli dei conservatori ed accademie ad esempio, si intendono a tempo indeterminato dal primo. A prescindere da interruzioni proroghe o rinnovi dopo 36 mesi si intendono in ogni caso a tempo indeterminato. Raggiunta una situazione critica e non più tollerabile relativamente al precariato nel pubblico impiego con particolare riferimento alla scuola, sono partite diverse azioni giudiziarie su tutto il territorio nazionale, che hanno dato vita ad un contenzioso che ha interessato tutti i gradi di giudizio e avuto epilogo nella oramai nota sentenza della Corte di Giustizia Europea Mascolo del 26 novembre 2014. Sentenza che ha censurato la normativa italiana sul reclutamento scolastico e sul contratto a termine nel pubblico impiego per assenza di misure dissuasive e sanzionatorie. A sua volta, la sentenza Mascolo è stata tradotta nell’ordinamento italiano dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite e dalla Corte Costituzionale, e anch’esse hanno censurato la normativa italiana in materia di contratto a termine.


Come mai il contenzioso non è però ancora giunto al termine,  nonostante le Supreme Corti si siano pronunciate in favore dei precari?

Ciò che è mancato è stato il coraggio. L’illecito era sotto agli occhi di tutti. Sarebbe stato molto difficile per le corti non censurare il comportamento illegittimo dello Stato Italiano. Però la risposta si è limitata ad accertare l’abuso, senza definire con chiarezza cosa si dovesse fare una volta accertato l’abuso, demandando costantemente la decisione di merito al giudice di ultima istanza, rimpallando così la responsabilità nel fare chiarezza su una questione che evidentemente si scontra con interessi molto più grandi anche del precariato scolastico. In sostanza, si potrebbe dire che, aperto il vaso di Pandora, si è cercato di limitare i danni per lo Stato, dando ai precari ragione sul problema, ma senza la soluzione. La SSUU della Corte di Cassazione, ha tentato di quantificare un risarcimento, stabilendo un indennizzo, dalle 2,5 alle 12 mensilità a seconda degli anni di servizio, ma è ovvio che questa misura risarcitoria è di portata irrisoria rispetto alla richiesta della CGUE – Corte di Giustizia dell'Unione Europea – di una norma che sanzionasse efficacemente il datore di lavoro e lo dissuadesse a commettere nuovamente l’abuso. Non ultimo le SSUU per ricavare la sanzione, non quantificata nell’ordinamento italiano, hanno riesumato una norma abrogata, privandola della sua efficacia originale. Infatti la Legge 183 del 2010 da cui si ricava la misura della sanzione, prevede che il datore di lavoro che commette abuso venga sanzionato con un indennizzo economico che va dalle 2,5 alle 12 mensilità, dopo la conversione del contratto a tempo indeterminato. Vi è inoltre una violazione del principio di equivalenza, stante che secondo la CGUE, si può prevedere una sanzione differente fra pubblico e privato, ma la sanzione deve essere proporzionata a ragioni analoghe di natura interna. Se nel privato si prevede la conversione del contratto e un risarcimento dalle 2,5 e 12 mensilità, va da sè che nel pubblico non possa esserci solo il risarcimento dalle 2,5 alle 12 mensilità. 

 

Dal canto suo la Corte Costituzionale, ha detto, precari avete ragione, ma è intervenuta la legge sulla scuola che ha sanato parzialmente il problema. E laddove il problema non è stato sanato come nei conservatori? La risposta? Ci pensi il giudice di ultima istanza. Si, ma come? Tuttavia gli Istituti Musicali Pareggiati hanno immesso in ruolo docenti secondo il principio dei 36 mesi. Non sono istituti equipollenti?

Quello che sta accadendo negli istituti musicali pareggiati, dimostra solo che l’Italia non è un paese democratico e la giustizia non opera in egual misura per tutti, creando così una evidente discriminazione fra lavoratori dello stesso settore. La cosa è apprezzabile in sè. Gli istituti fanno bene a stabilizzare il proprio personale. Ciò che è assolutamente censurabile è che questo comportamento, nell’individuare la soluzione del problema, sia isolato solo all’istituto pareggiato e non estesa a tutti i dipendenti del comparto, inclusi i dipendenti di Conservatori ed Accademie. Ancora più censurabile è che il Ministero, nonostante abbia già avuto varie segnalazioni in merito, non prenda provvedimenti, in un senso o nell’altro, lasciando nello stesso tempo intendere che il resto dell’AFAM, quindi i docenti con i medesimi diritti e anzianità, non in servizio nei pareggiati, dovranno assoggettarsi all’art. 97 e quindi sottoporsi ad un ulteriore concorso pubblico, quando nello stesso tempo però, si è permessa nei pareggiati la stabilizzazione di personale con trentasei mesi, sempre incluso in graduatoria nazionale, senza ulteriori procedure valutative. La domanda in buona sostanza è, se nei pareggiati si entra con i 36 mesi, perché nel Conservatorio, che è la stessa cosa, sarebbe necessario un ulteriore passaggio concorsuale? Del resto una discriminazione simile si è consumata nel 2013 quando proprio la stessa legge ha permesso al personale, incluso nella  143 con soli 365 giorni di servizio, di avere accesso ai ruoli dello Stato senza ulteriori passaggi concorsuali, e ha destinato personale con 36 mesi di servizio e vincitore di concorso selettivo al solo tempo determinato, in violazione degli artt. 3 e 117 della costituzione.

 

Che rapporto avete avuto con la politica e con i sindacati?

La politica è stata molto gentile e disponibile. Ci hanno incontrato, ci hanno ascoltato, hanno preso nota dei problemi, chiesto documenti, ma l’impressione è quella che gli incontri avvengano più per cortesia che per merito. Il sindacato invece, devo dire con rammarico, ha perso molto del suo valore originale, ed assomiglia più ad un cacciatore di facili risultati nel fitto bosco del ministero, che ad un organismo che lotta per i diritti dei dipendenti e del sistema. Hanno dimostrato più unione, determinazione  e ottenuto più risultati i precari, che le sigle sindacali riunite. Questo mi sembra un segnale da non sottovalutare.

 

Quali sono gli obiettivi a medio e lungo termine?

In tutti gli incontri politici ci siamo messi in gioco e ci siamo dimostrati disponibili ad una soluzione condivisa del problema. Ci auguriamo che anche per i conservatori la piaga del precariato possa presto cessare e noi si possa ritornare, sia fisicamente, visto che molti di noi lavorano a migliaia di chilometri da casa, che psicologicamente,  alle nostre famiglie e al nostro vero lavoro.  Del resto sarebbe ora, la media della nostra graduatoria nazionale è di 51 anni e già una collega è andata in pensione da precaria. Vede, la nostra professione ci porta giro per il mondo e le posso assicurare che il mondo ride di questa situazione. Sfortunatamente è un riso amaro. In Italia tutti avvertono che c’è qualcosa che non va, ma per una qualche ragione la politica identifica il problema sempre nella norma, considerata obsoleta o sbagliata, sentendosi in dovere di cambiarla. Mentre invece, a mio avviso, il problema non risiede nella norma, ma nel rispetto della norma e quindi nell’educazione civica al rispetto delle norme e all’efficacia e sanzione volta a garantire il rispetto della norma. Parliamoci chiaro, all’estero un professore che non va a lavorare, o si comporta male, viene licenziato e basta. Non si cambia la normativa per l’intera categoria in caso di comportamenti illeciti.

 

Un' ultima domanda, professor Pari: che appello si sente di fare al Ministero?

Direi che l’AFAM è un settore strategico. Lo studio delle arti è parte determinante nella nostra tradizione. Gli istituti AFAM hanno caratterizzato quasi un secolo di storia dando i natali ad artisti illustri. Mi sento quindi di suggerire  al Ministero di prendere coscienza della storia di questi istituti, ed operare un confronto vero con tutti gli operatori del settore a partire dai precari, che oggi mandano avanti questi istituti, prima di modificare con leggerezza il nostro sistema ispirandosi a modelli stranieri. Del resto, un pianista italiano in finale ad un concorso internazionale importante c’è sempre, possiamo dire lo stesso di un tedesco, un inglese, o un francese? E dove si è formato questo italiano? Forse bisognerebbe partire da qui, chissà, magari si arriverebbe alla conclusione che ciò che realmente non funziona, è principalmente la mancanza di risorse e non il governo degli istituti, l’offerta formativa, o il personale impiegato.

 

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Vaccini: svolta autoritaria, non ‘dovere morale’

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Dopo l’amara esperienza del deprecato ventennio fascista, finita la guerra, il pensiero dominante dei padri costituenti è stato quello di evitare una seconda esperienza come quella del fascismo mussoliniano. Tutti i riflettori quindi si sono concentrati su chi, preso dalla nostalgia, avrebbe voluto ritornare all’orbace, alle marcette, alle adunanze ‘oceaniche, alla premilitare per i ragazzini, e a quello che una volta si chiamava ‘sabato fascista’, e che poi, sotto altro regime, ha preso il nome di ‘settimana corta’: almeno in questo molti sono stati accontentati, rivendicando il sabato festivo come una conquista sindacale.

Democrazia, dunque, se mai questa parola in Italia ha avuto senso. Ma ciò che sta accadendo in questi giorni (e che speriamo cessi al più presto) con lo sbandierato ‘obbligo vaccinale’, negato sia dalla Costituzione Repubblicana, sia dai Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, e, se non bastasse, dalla Risoluzione del Consiglio d’Europa n. 2361 del 2021, dal titolo: ‘Considerazioni sulla distribuzione e somministrazione dei vaccini contro il Covid 19’, (in particolare al punto7.3.1 e al punto 7.3.2) ha l’amaro sapore di un ricatto e di una costrizione che fa leva su ciò che sia la nostra Costituzione, e sia la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo dichiarano assolutamente sacro e imprescindibile, cioè il lavoro. Non vogliamo parlare delle tante incongruenze e delle poche trasparenze che hanno accompagnato questa tragedia fin dall’inizio, non ci spetta e non ci compete. A fronte di centinaia di morti, ci sarà qualcuno che potrà meglio andare a fondo di tante situazioni anomale, come quella dell’azione legale di un gruppo di familiari di morti (di Covid o di terapia?) presso un ospedale tarantino. Ma sventolare un obbligo vaccinale che, sia pure in presenza di una legge, sarebbe, insieme alla legge che lo rendesse possibile, incostituzionale e contrario a qualsivoglia iniziativa democratica.

Ci sono, e c’erano anche all’inizio della dichiarata ‘pandemia’, terapie atte a guarire dal Covid 19: l’esempio ci viene dalla guarigione, all’Ospedale Spallanzani di Roma, di due cinesi curati con un integratore da pochi euro, la Lattoferrina. Una notizia che, data da un tiggì della RAI, è subito sparita in quelli successivi. Tranne a ricomparire tempo dopo, nella risposta ad una domanda della conduttrice di un programma domenicale su RAI 1, che tratta di salute. Infatti, alla domanda rivolta ad un virologo, di quelli che sempre vediamo in televisione da qualche tempo, la conduttrice s’è vista rispondere che sì, la Lattoferrina inibisce l’ingresso della proteina nelle cellule. Ma non era quello il messaggio che doveva passare. Senza parlare della sieroterapia, che guarisce ad horas, e di altri supporti medici che sarebbe troppo lungo enumerare. Non vogliamo, per quanto possibile, entrare nel merito del trattamento dei soggetti positivi: anche se la ‘vigile attenzione e tachipirina per tre giorni’ ad alcuni è sembrata un incoraggiamento ad ammalarsi. Dubitiamo che i grandi virologi, infettivologi e ricercatori non ne fossero al corrente: ma questa è solo una nostra opinione.

Il nostro tema è diverso: quanto è ‘morale’ costringere una persona a farsi inoculare un vaccino, o presunto tale, in nome di un ‘dovere morale’, quando dai fatti riportati dai media ufficiali (e non dai social) sappiamo che nessun vaccino rende immune chi lo assume, lasciandolo, come riscontrato, portatore di una carica virale simile a chi il vaccino non ha assunto? E che significano la seconda e la terza dose di tali vaccini, se non funzionano, e in pratica non si sa fino a che punto siano efficaci (e se lo siano) e per quanto tempo? E che significa ciò che riporta FIRST ON LINE sul web, in data 7 agosto a firma di Ugo Bertone:

“Per i Pharma Usa profitti record trainati dai vaccini contro la pandemia. Per Moderna utile trimestrale raddoppiato e per Pfizer si profila un fatturato di 33,5 miliardi a fine anno. E il secondo trimestre si preannuncia anche più ricco”.

Legittimo sospettare che, stante il fatto che il vaccino non ‘immunizza’, come si affrettano a dichiarare i telegiornali, (più corretto sarebbe chiamare ‘vaccinati’ e non ‘immunizzati’ i soggetti che hanno ricevuto la dose, ma tant’è, la guerra psicologica passa anche attraverso questi squallidi escamotage), questa grande campagna di vaccinazione (o di inoculazione di terapia genica sperimentale) non prescinda dai profitti delle case farmaceutiche.

Ma torniamo all’argomento principale, la deriva autoritaria imposta da questo governo Draghi che ‘tira diritto’ (vi ricorda qualcosa?) nonostante navighi controcorrente, incurante dei morti di vaccino (dei quali, ufficialmente, non è possibile stabilire la correlazione col vaccino stesso, ma che comunque sono morti, oppure le persone che hanno riportato, in maniera dimostrabile, un danno fisico irreversibile) è un fatto che tutti i giorni leggiamo sulle prime pagine dei giornali.

In pratica, a nessuno può essere inoculato il vaccino, o il prodotto di una terapia genica sperimentale, senza che lui vi acconsenta. È di questi giorni la comunicazione dell’FDA americana del termine della fase sperimentale del vaccino Pfizer, il che lo renderebbe quanto meno un ‘vaccino’.

Esiste una corrente filosofica, che parecchi medici allopatici farebbero bene a considerare, l’Olismo. Una definizione più precisa la troviamo sul web:

“Principio filosofico e metodologico di alcune scienze per il quale i sistemi complessi sono irriducibili alla mera somma delle loro parti, in modo tale che le leggi che regolano la totalità non possano mai essere riducibili alla semplice composizione delle leggi che regolano le parti costituenti.

PARTICOLARMENTE

In biologia, tesi secondo la quale, assumendo l’organizzazione dei viventi secondo livelli gerarchici (da quello atomico-molecolare agli ecosistemi), ogni livello superiore mostra valori di funzionalità e di autoorganizzazione superiore a quello che scaturirebbe dalla semplice somma degli elementi di cui è composto e che costituiscono il livello immediatamente precedente.

Definizioni da Oxford Languages

 In parole povere: siamo tutti fatti nella stessa maniera, abbiamo tutti lo stesso numero di organi interni e così via, ma ognuno di noi è diverso da un altro. Non si può quindi adottare la stessa cura per tutti. La visione olistica ci conduce a curare non la malattia, ma la persona. I ‘bugiardini’ esistono proprio perché questo principio è stato riconosciuto, e quindi il farmaco che può giovare ad alcuni, può essere nocivo ad altri. Il ‘Consenso informato’ che si fa firmare a chi deve ricevere il vaccino, serve proprio a questo: riconoscendo i limiti di una terapia (I vaccini non sono una terapia, ma una prevenzione, e non andrebbero fatti in presenza di terapie ad hoc, come accade nel nostro caso), i fabbricanti si proteggono dai danni collaterali, scaricandone la responsabilità su chi il farmaco deve assumere. Ed è chiaro che questi non ha alcuna nozione di medicina o di probabili conseguenze negative.

Concludendo, questa smania di ‘vaccinare’ l’80% della popolazione entro il 15 settembre, spingendo in tutti i modi su chi non desidera essere vaccinato, ricorda molto un regime autoritario al quale non vorremmo appartenere. Gli strumenti sono molti, a cominciare dal Green Pass, per finire alla sospensione dal lavoro con relativa sospensione dello stipendio. Questo non è democratico. La democrazia non è il regime perfetto, ma non riusciamo ad immaginare di meglio. L’impressione che si ricava da questa accelerazione è che si voglia smaltire il maggior numero di dosi di vaccino prima che questa pressione debba forzatamente cessare: cosa che ci auguriamo accada al più presto, e senza danni per chi vuole soltanto tornare ad una forma di normalità e al proprio lavoro, senza sentirsi ogni momento costretto e insidiato.

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Oplofobia: in quanti modi si manifesta

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Molti di noi, quando l’Unione Europea ha fatto irruzione nella nostra vita, si saranno sentiti rassicurati. In effetti, ha emanato alcune direttive davvero interessanti e necessarie, come stabilire la dimensione minima delle vongole per essere pescate: sentivamo profondamente questa esigenza, e ci auguravamo che finalmente qualcuno mettesse fine ad un eccidio di vongole in erba, una specie di strage degli innocenti. Specialmente i pescatori delle lagune che dalle vongole traggono il sostentamento loro e delle loro famiglie. Questa direttiva specifica li ha alleggeriti del peso di una eventuale accusa di vongolinfanticidio, ma soprattutto sono in pace con la loro coscienza. Ma l’attività dei due emeriti Parlamenti Europei (il primo a Strasburgo, il secondo, per non far torto a nessuno, a Bruxelles) non si è arrestata qui: abbiamo infatti altre direttive davvero entusiasmanti, come quella che riguarda le foglioline di prezzemolo, ma non solo: gli ortaggi e le sementi per essi commercializzate (direttiva di esecuzione UE 2019/1990 della commissione del 17 giugno 2019). Certamente illuminante per chi coltiva le erbe aromatiche sul balcone di casa, ma soprattutto per chi ne fa coltivazione intensiva destinata alla commercializzazione. Ma di tanti altri generi merceologici, di cui sarebbe troppo lungo esporre i vantaggi, le direttive UE hanno fatto oggetto le loro riunioni: ci siamo così resi conto della necessità di DUE sedi di parlamento e della febbrile attività di parlamentari, costretti a trasferirsi in treno da una sede all’altra ogni settimana.

Arriviamo così all’ultima, in ordine di tempo, iniziative della ECHA, acronimo della Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche, un organismo che (negli enunciati) vorrebbe tutelare la salute dei cittadini europei, e per far questo, mettere al bando ogni sostanza chimica nociva alla salute umana – e non solo: pensiamo ai nostri amici pelosi che ingurgitano quintali di croccantini e mousse, senza che nessuno ci dica esattamente cosa c’è dentro.

Avremmo diverse sostanze da mettere all’indice di una tale Agenzia, non ultimo quel glifosato che genera mutazioni genetiche nell’uomo. Quel glifosato che s’è tentato più volte di eliminare dalla nostra vita, scontrandosi contro interessi lobbistici troppo grandi. Quel glifosato che, inventato da una grossa industria chimica americana, è stato acquisito da un’altrettanto grossa industria chimica tedesca, che ora lo commercializza, ma soltanto fuori della Germania. Quel glifosato che ci fa arrivare migliaia di tonnellate di grano da oltreoceano, ‘maturato’ artificialmente, a prezzi stracciati. Lo possiamo rifiutare come prodotto, ma ce lo ritroviamo nel piatto come pasta a basso costo, dalle più grosse industrie alimentari italiane. Senza contare i prodotti da forno, e tutto ciò che impiega farina.

Abbiamo parlato di oplofobia: in effetti le armi sono considerate ‘cattive’, ‘immorali’, e quindi tutto ciò che ne può colpire la diffusione e l’uso è moralmente giustificato, nella mente di alcuni. Così, si è arrivati ad assimilare il piombo delle nostre cartucce di amatori e sportivi ai più biechi prodotti chimici adoperati nell’industria alimentare, per esempio, o nella coltivazione di prodotti del suolo, i quali (è dimostrato) potrebbero molto meglio essere coltivati in maniera biologica, senza avere grosse perdite di produzione. Sì, signori, vi sembrerà assurdo, ma vogliono togliere il piombo (o meglio, la lega di piombo, stagno e antimonio di cui sono fatte le cartucce dei tiratori sportivi e amatoriali) dalle nostre cartucce.

È chiaro l’intento di incentivare la produzione e la vendita di proiettili di materiali diversi dal piombo, posto che la loro produzione, ancorché più costosa del piombo usato da sempre, non comporti, da parte delle produzioni (evidentemente industrie chimiche), un inquinamento maggiore di quello procurato dal piombo, ristretto ad alcune aree facilmente identificabili e bonificabili, che non comportano il passaggio di umani o di animali (leggi: poligoni di tiro), e soprattutto un esborso superiore all’attuale, posto che i nuovi materiali sarebbero oggetto di una sorta di monopolio. Se è vero, come dichiara l’UE nel regolamento REACH, che costituisce base per la realizzazione dell’Agenzia ECHA, che lo scopo del Regolamento riguarda la “Registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche”, non si comprende perché il piombo delle cartucce per armi da fuoco debba essere compreso in tale coacervo, non essendo compreso nella produzione di sostanze chimiche, a fronte di ciò che accadrebbe se le munizioni dovessero essere equipaggiate di proietti di varia natura, prodotti chimicamente. Il giustificato sospetto è che, come s’è fatto (dicono alcuni) per il vaccino anti-covid, si voglia procedere su superfici di grandi numeri soltanto per un fatto economico. Si creerebbe così un conflitto d’interessi, nell’Agenzia ECHA, da una parte impegnata a sostituire il piombo con altri materiali, e nel contempo impegnata a, si spera, diminuire l’inquinamento ambientale prodotto dalla produzione di nuovi materiali in quantità industriali.

A tal proposito vogliamo rimarcare ciò che dichiarano i dati ufficiali, reperibili sul sito dell’UE, a proposito dell’industria chimica dell’UE: rappresenta circa il 7,5 della produzione UE per fatturat; ha vendite pari a 565 miliardi di euro (2018) che rappresentano circa il 17% delle vendite globali di prodotti chimici; fornisce 1,2 milioni di posti di lavoro altamente qualificati diretti (2015); genera un avanzo commerciale di 45 miliardi di euro (2018), eccetera. È chiaro l’intento di fornire un ghiotto boccone ad una industria chimica europea che si presume altamente lobbizzata, in una economia centralizzata capitalista e assistenzialista in cui i posti di lavoro significano potere, e gestirli è comprensibilmente la mira di tutti. Di questa diatriba, volta a bloccare l’iniziativa dell’ECHA prima che sia attuata, si stanno occupando i rappresentanti ufficiali di chi le armi produce, usa e detiene, per qualsiasi scopo, sportivo, amatoriale o di lavoro.

Vi riportiamo alcune comunicazioni che abbiamo ricevuto.

MUNIZIONI AL PIOMBO: PREOCCUPANTI SVILUPPI DELLA CAUSA

Carissimi amici, come ricorderete lo scorso 19 giugno vi abbiamo annunciato che il Firearms United Network ha lanciato una causa presso la European Court of Justice (ECJ) contro la European Commission per arrestare il loro tentativo di mettere al bando ogni uso di munizioni a base di piombo da ogni tipo d’arma da fuoco, per tutti gli usi sportivi e su tutti i terreni (https://www.facebook.com/Firearmsuniteditalia/photos/3075925565971912/)

Il nostro presidente Tomasz W. Stępień – Firearms United President, con una raffica di post sulla nostra pagina internazionale in inglese, ha voluto aggiornarci – e pare che le autorità #EU siano di nuovo impegnate nei loro soliti giochetti.

Alla sede centrale di Firearms United sono infatti giunte numerose segnalazioni di sostenitori e organizzazioni che, alla richiesta di sostenere la nostra causa, hanno ricevuto dalla #Cortedigiustiziaeuropea una risposta negativa in quanto non rappresentati da un legale.

Si tratta di un’interpretazione volontariamente restrittiva delle norme che regolamentano la partecipazione alle cause di fronte alla #ECJ, ed è mirata specificamente a scoraggiare la partecipazione.

Il nostro presidente invita dunque chiunque abbia ricevuto una lettera di rifiuto ad inviarne una copia – scansionata, fotografata col cellulare, purché sia leggibile – all’indirizzo di posta elettronica legal@firearms-united.com

Nel frattempo, tuttavia, la #CommissioneEuropea ha chiesto alla #CEG di rigettare in toto la causa senza neppure esaminarla, inviando alla nostra sede centrale di Varsavia una copia della richiesta che riassume le sue posizioni sulla causa.

Ve ne offriamo qui un sunto, che di certo basterà per darvi un’idea della surreale posizione alla “Marchese del Grillo” (“Io so’ io, e von nun siete un ca**o”) della principale istituzione dell’#UE:

• Nessuno dei partecipanti alla causa è negativamente colpito dalla messa al bando delle munizioni a base di piombo, quindi non c’è motivo di intentare causa

• La causa è basata su documenti affetti da pregiudizio ideologico

Andiamo nei dettagli.

Per quanto riguarda il primo punto, la #EuropeanCommission si è esibita in un tanto strambo quanto preoccupante esercizio di arrampicata sugli specchi. In pratica ci è stato risposto che l’ATTUALE messa al bando delle #munizionialpiombo è valida solo per le munizioni spezzate per armi da caccia a canna liscia in alcune zone, e dunque chi non possiede tali armi per tale scopo non potrebbe fare ricorso: essenzialmente é possibile per la #EC violare “alcuni” nostri diritti, e noi non abbiamo diritto di protestare perché non li hanno violati TUTTI.

A far specie, soprattutto, è il passo che recita quanto segue:

“Il ricorso si basa su una restrizione in preparazione riguardo l’uso di munizioni al piombo, sia spezzate che non, in aree diverse dalle zone umide, da emanarsi a breve.”

In pratica la Commissione Europea AMMETTE CANDIDAMENTE di voler mettere al bando ogni e qualsivoglia tipo di munizione al piombo per ogni e qualsivoglia tipo di utilizzo civile; la Commissione Europea AMMETTE CANDIDAMENTE che considera tale divieto ormai cosa fatta; e si lamenta del fatto che il popolino voglia opporsi a tali restrizioni prima che vengano emanate anziché aspettare, come sempre, di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati.

Che questo sia di lezione per chi crede che si fermeranno alle munizioni da caccia e alle aree umide: CI RIGUARDA TUTTI.

Addirittura la Commissione si spinge a dichiarare che il costo di conversione di un fucile a canna liscia all’impiego di munizioni senza piombo sia di circa 70 Euro, e che dunque ciò non costituisca una barriera economica.

Ci chiediamo quali grandi esperti abbiano fornito la loro consulenza alla Commissione al riguardo e abbiano partorito tali stime: probabilmente si parla dello stesso #analista che ogni giorno bercia in Italia contro i #legalidetentoridiarmi, perché si parla di stime che non stanno né in cielo, né in terra – in particolar modo se si considera che il #BancoNazionalediProva in Italia ha introdotto una speciale tipologia di bancatura (“Giglio”) per le armi a canna liscia adeguate all’impiego di munizioni a base di materiali diversi dal piombo, che prevede una prova forzata a 1320 bar: parliamo di livelli pressori che difficilmente un’arma di quarant’anni fa potrà sostenere dopo una conversione da 70 Euro.

Al contempo, per quanto riguarda il punto riguardante la violazione del diritto alla proprietà che tali restrizioni cagionerebbero, la Commissione Europea si esprime con quello che a nostro avviso è uno dei due punti più preoccupanti di tutta la sua posizione:

“Sebbene il diritto alla proprietà sia un principio fondamentale delle leggi europee, esso non é una prerogativa assoluta ma va considerato in base alla sua funzione nella società. È possibile introdurre restrizioni all’esercizio del diritto alla proprietà a condizione che esse rispondano all’interesse comune che l’Unione persegue e non costituiscano un intervento sproporzionato e inaccettabile in virtù dello scopo prefisso:”

Ebbene si, avete letto bene: per la Commissione Europea IL NOSTRO DIRITTO ALLA PROPRIETA’ PUO’ ESSERE VIOLATO SE CIO’ RISPONDE AGLI “INTERESSI CHE L’UE PERSEGUE”.

Di nuovo: c’è ancora chi crede che si fermeranno mai nel loro piano #disarmista? No: si sono autoinvestiti del diritto di decidere cosa possiamo possedere e cosa no, e soprattutto del potere di decidere cosa toglierci di ciò che già abbiamo e cosa invece, magnanimamente, lasciarci.

Per quanto riguarda il secondo punto, la missiva della Commissione Europea sottolinea più volte che i documenti sottoposti da Firearms United e dalle sue associazioni nazionali federate – quale ad esempio l’analisi legale fornitaci dall’associazione ceca LEX – Sdružení na ochranu práv majitelů zbraní – sarebbero da rigettarsi in quanto affette da pregiudizio ideologico (“bias”), in quanto sottoposte da associazioni a difesa del #dirittoallearmi.

Notate bene: la Commissione non dice NEPPURE UNA VOLTA che le nostre analisi e i nostri documenti siano errati in qualsiasi loro punto, solo che siano AFFETTI DA PREGIUDIZIO IDEOLOGICO.

Per intenderci: è come se vi entrassero a rubare a casa, il ladro venisse arrestato, voi vi costituiste parte civile al suo processo, e la sua difesa sostenesse che la vostra richiesta di costituzione in parte civile debba essere rigettata perché voi avete un interesse diretto nel recuperare la refurtiva.

Infine, per chi ancora avesse dubbi sulla #formamentis della #Commissione #Europea, eccovi un altro punto su cui essa basa la sua richiesta di rigetto della nostra causa:

“Si deve ricordare che in un’Unione basata sulle leggi, gli atti dell’Unione quale istituzione godono di una presunzione di legalità; spetta al ricorrente provare che il regolamento oggetto di contestazione sia illegittimo.”

In pratica, l’#UE si è investita della stessa presunzione di legittimità assoluta che è tipica dello “Stato etico” (per intendersi, gli ultimi che si sono visti sul continente europeo sono stati l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista), e sostiene che spetti a noi provare l’illegittimità delle regole che propone, ma al contempo chiede che ci venga PRECLUSO L’ACCESSO ALL’UNICA SEDE (quella legale) DEPUTATA A STABILIRE CIO’.

Perché per arrivare in un posto, in cui si deve arrivare per forza, si deve prendere per forza una ed una sola strada… ma se quella strada è sbarrata dalle stesse persone che ci impongono di arrivare a destinazione?

Al contempo, solo tre giorni fa è arrivata la notizia (https://www.patrick-breyer.de/…/chatcontrol-european…/) dell’approvazione da parte dello European Parliament del cosiddetto #ChatControl, ovvero della #deroga alle normative UE sulla #ePrivacy: con 537 voti a favore, 133 voti contrari e 20 astenuti, il #ParlamentoEuropeo ha stabilito che le aziende che forniscono servizi di posta elettronica o di messaggeria automatica possono implementare sistemi automatizzati di controllo dei nostri messaggi e delle nostre E-Mail, scansionarle alla ricerca di parole-chiave o contenuti sospetti, per poi denunciare le stesse alle Forze dell’Ordine.

L’UE procede sulla strada della #sorveglianza di massa e del #disarmo di massa. Con buona pace di chi dice che “il #sovranismo è stato sconfitto” (con manovre di palazzo, ovviamente): nulla, in ciò che l’#UnioneEuropea sta facendo e continua a fare, va nella direzione di riguadagnare le simpatie e il supporto dei #cittadini. E prima o poi arriveranno di nuovo, ovunque, le elezioni.

Traete voi le vostre conclusioni.

ACT TOGETHER, FEEL FREE AND MAKE CHANGES

UNARMI

Riceviamo e riportiamo anche una comunicazione da parte della UNARMI, organismo italiano di tutela di chi delle armi fa il proprio lavoro (inclusi produttori di armi e cartucce) o il proprio svago.

Mentre continuano a giungere risposte dai poligoni privati, UNARMI prosegue la sua indagine sulle conseguenze del regolamento ECHA per il divieto del possesso ed utilizzo di munizioni contenenti piombo. E’ attivo da pochi giorni sulla pagina unarmi.it/post/sondaggio-piombo-tiratori un sondaggio rivolto ai tiratori, complementare a quello già proposto a poligoni e campi di tiro, finalizzato a comprendere come potrebbero variare le abitudini degli utenti italiani qualora il regolamento in discussione venisse approvato. I dati ricavati da questo secondo sondaggio, incrociati con quelli provenienti dai poligoni, ci consentiranno di avere un’idea più completa dei danni che il regolamento potrebbe causare sul piano sportivo e su quelli connessi (commerciale, occupazionale, addestrativo…).

Il sondaggio è completamente anonimo ed è molto importante che vi sia la più ampia partecipazione possibile, di modo da avere un quadro statistico il più possibile rappresentativo della realtà. I risultati dell’indagine saranno presentati all’agenzia ECHA, alla Commissione Europea ed al governo italiano per richiedere lo stralcio del regolamento o di tutti i suoi punti critici.

Sempre nell’ottica del contrasto delle nefaste iniziative europee, sollecitiamo inoltre poligoni, armerie e cacciatori ad aderire alla causa in corso alla Corte di Giustizia Europea, promossa contro la Commissione Europea da Firearms United Network (di cui UNARMI è rappresentante per l’Italia), proponendosi come soggetto danneggiato mediante la modulistica predisposta da Firearms United e scaricabile dalla pagina https://bit.ly/36vMf51. L’adesione è a titolo assolutamente gratuito, ma deve essere inviata entro e non oltre il 19 luglio. La corte Europea accetta qualsiasi lingua dell’Unione, non sono quindi necessarie traduzioni: è sufficiente compilarlo e descrivere i danni, i fastidi e le limitazioni che la nuova regolamentazione porterà. Il documento, poiché non è ammessa la trasmissione via e-mail, deve essere stampato e spedito a:

Court of Justice of the European Union

European Union Court

Rue du Fort Niedergrünewald

L-2925 Luxembourg

In questo momento molto delicato è necessario che tutti diano il proprio contributo, anche se apparentemente irrilevante, poiché dalla riuscita di questi attacchi dipende il futuro del mondo del tiro e della caccia.

Roma, via dei Monti Parioli 25

c.f. 97854290588

www.unarmi.it

Più volte abbiamo sospettato che alcuni provvedimenti non fossero propriamente ‘democratici’, come annunciato: oggi ne abbiamo la certezza. Se l’Europa voluta dai Padri Fondatori è questa, meglio tonare a come eravamo prima. Purtroppo i nomi di De Gasperi, Schumann, Altiero Spinelli, Jean Monnet, Joeph Bech, Konrad Adenauer e Paul-Henri Spaak vengono sbandierati a torto. Certamente la loro idea di Europa unita non era questa.

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Editoriali

Riforma giustizia penale: attenzione anche al civile e al tributario. Parla l’avvocato Lucarella

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Lo scorso 8 luglio il Governo ha dato il via libera alle proposte di emendamento del Ministro Cartabia in materia di giustizia penale.

Il Comunicato di Palazzo Chigi (il n. 27 tanto per la precisione) spiega che “Il Consiglio dei Ministri ha approvato all’unanimità gli emendamenti governativi al disegno di legge recante “delega al Governo per l’efficienza del processo penale e disposizioni per la celere definizione dei procedimenti giudiziari pendenti presso le corti d’appello” (A.C. 2435) proposti dal Ministro della giustizia, Marta Cartabia”. 

Anche se diversi sono i punti importanti su cui il Min. Cartabia vorrà attenzionare il Parlamento, i più significativi sono (come riporta d’altronde il sito ufficiale del Ministero della Giustizia nel piano di sintesi pubblicato) quelli che più infuocherebbero, ipotizzando, il dibattito politico: ad esempio la prescrizione, la digitalizzazione, il rinvio a giudizio dell’indagato solo se si prospetta una “ragionevole previsione di condanna”, il meccanismo di discovery degli atti a garanzia dell’indagato e della vittima, ecc.

Abbiamo voluto sentire l’opinione dell’avvocato Angelo Lucarella, vice pres. coord. della Commissione giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico, quale attento conoscitore delle dinamiche politico parlamentari e governative.

“Il Ministro Cartabia sta svolgendo, con tutta evidenza, quanto necessario e che il Paese attende da molto tempo.

Gli emendamenti non sono ancora pubblicati sul sito del Governo e, pertanto, non ci può che rifare al documento della Commissione Lattanzi, per un verso, nonché al prospetto di sintesi pubblicato, per altro verso, sul sito ufficiale del Ministero della Giustizia.

Fondamentalmente le proposte dell’ex Presidente della Corte Costituzionale si indirizzano su due direttrici: ammortizzare i ritardi e cambiare il principio del fine processo mai.

Il difficile viene ora, però, perché le proposte del Min. Cartabia incidono molto (in chiave politica) sulla questione della prescrizione: quest’ultima farà i conti con l’improcedibilità dell’azione penale.

Ciò nel mondo giuridico sta a significare, comunque, un sostanziale cambio di rotta rispetto al passato a prescindere da quanto si voglia o non voglia riconoscerlo. Ovviamente, da quanto si legge nel prospetto di sintesi del Ministero, saranno tenuti fuori da tale perimetro i reati soggetti alla pena dell’ergastolo.

Il nocciolo principale della riforma è, tuttavia, proprio sul tema dei tempi di inizio e fine della vicenda giudiziaria.

Il riflesso politico è tutto da decifrarsi ancora anche se, oggettivamente, la linea dell’esecutivo Draghi è nettamente diversa da quella del passato in cui si è partorita, un pò sbrigativamente, la riforma Bonafede (legge approvata in circa sei mesi rispetto all’insediamento del Governo Conte del giugno 2018).

Ma la vera sfida sarà non trascurare il fatto che oltre alla riforma penale ci sono quella civile e tributaria da farsi: ormai indifferibili. Nel civile i tempi biblici e la disorganizzazione cronica, da una parte; dall’altra parte, invece, accade che nel tributario si assiste alla nomina di Pm che diventano giudicanti aggiungendosi a questa assurdità degli novanta (in cui fu fatta la riforma) un’incapacità sistemica volta a professionalizzare al massimo il corpo decidente benché sia risaputo l’altissimo livello di complessità della materia.

Cittadini e contribuenti che servizio e garanzie di giustizia ricevono (anche costituzionalmente parlando)? Come percepiscono il tutto?

Un fatto è certo: il Parlamento non può sprecare questa occasione soprattutto per il PNRR e tenuto conto che ci si gioca la credibilità del sistema Paese difronte alla rinnovata fiducia europea”.

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