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Editoriali

CORANO: I MUSULMANI NON SONO TUTTI TERRORISTI

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Più che altro, dovremmo tutti quanti mettere nelle nostre bacheche Facebook i volti degli innocenti

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di Domenico Leccese

Indignazione, sgomento, difficoltà a comprendere e paura che ricominci la caccia al musulmano. Parliamone con Eliana Positano, giornalista ed esperta di fenomeni islamici.
 
Parigi, come New York. Gli attacchi terroristici scatenano di nuovo paura e terrore.
Parigi come new York, ma anche come la Tunisia. Paesi messi a ferro e fuoco dall'Isis, da una 'jihad' che ha una sua personalissima filosofia di guerra e morte. Una cosìdetta ‘Guerra Santa’ che di fatto è un'interpretazione errata rispetto a quello che è realmente.
 
Cosa significa ‘Jihad’? 
Il termine significa ‘sforzo’ e non morte come la intendono i terroristi. La jihad al tempo della rivelazione a Maometto rappresentava la lotta, quella non violenta e personale. Quindi, rappresentava lo sforzo interiore necessario per la comprensione dei misteri divini.
 
Ma il Corano si dice che contempli il combattimento…
Il Corano autorizza il combattimento ma solo quando esso è difensivo. E’ chiaramente spiegato nel libro sacro dell’Islam che Allah non ama chi eccede e considera illegali gli atti omicidi e suicidi per mezzo di bombe. L’Islam non ammette i kamikaze, non ne condivide la loro opera. In alcune pagine del Corano si legge che «chiunque deliberatamente si getti da una montagna uccidendosi, starà nel Fuoco (il nostro Inferno cristiano) eternamente cascandovi dentro e rimanendovi in perpetuo; e chiunque beva veleno per uccidersi lo porterà con sé e lo berrà nel Fuoco, dove rimarrà per sempre; e chiunque si uccida col ferro porterà con sé quell'arma e con essa si pugnalerà l'addome nel Fuoco dove rimarrà in eterno».
 
I kamikaze non sono quindi autorizzati ad uccidere nel nome di Allah?
Assolutamente. Non hanno avuto il lasciapassare del loro Dio, un Dio in cui probabilmente non credono nemmeno loro ma che utilizzano come scudo per giustificare la loro barbarie. I kamikaze , i terroristi, sono solo ‘esaltati’, delinquenti, schifosi parassiti. Bisognerebbe ricordargli che ‘Allah u Akbar’, è grande, e darà loro la giusta punizione che meritano.
 
Quindi il Corano non è un libro di morte, un libro che incita all’odio e alla distruzione?

Certo, il Corano non è nulla di tutto ciò, non è la fonte d'ispirazione di ogni male.  Dice che non bisogna uccidere, facendoci ricordare la comunione d’intenti con i nostri comandamenti. Il Corano non nasconde alcun messaggio subliminale evocante morte e distruzione e chiunque colpisce nel nome di un Dio che si chiami Allah o in qualsiasi altro modo lo fa per sua diretta e libera interpretazione. Diciamolo una volta per tutte che l'islamismo è una religione di misericordia e pace e considera l'omicidio come il secondo di tutti i peccati. "Chi uccide un uomo è come se avesse ucciso tutta l'umanità"…
Non è una frase ad effetto di politici e religiosi d'ogni grado.
È una frase scritta nel Corano che ci dice anche che nel cosiddetto giorno del giudizio (che non esiste solo per i cristiani cattolici ma anche per i musulmani), i primi ad essere giudicati saranno coloro che hanno sparso il sangue.
Che si sono macchiati del sangue degli innocenti commettendo delle stragi.
 
Quindi per i kamikaze nessuna pace eterna? 
Assolutamente. Ogni terrorista che si macchia di omicidio, di strage, che uccide un proprio simile anche se di religioni differenti non troverà nessuna pace eterna e non avrà nessuna vergine come ricompensa. La salvezza, ci insegna il Corano, si otterrà con le buone azioni e esisterà una ricompensa per la gentilezza verso ogni forma di vita, umana o animale che sia. Non a caso, il libro sacro dell’Islam indica che anche gli animali, quando devono esser uccisi, non devono soffrire. Perché la sofferenza è ‘haram’, quindi è proibita. E dunque, è grave peccato incitare al terrore, distruggere edifici, bombardare ogni dove e chi si macchia di questi crimini è detestabile.
 
Chi sono realmente i musulmani?
Già, i musulmani. Uomini e donne guardati a vista, integrati nella nostra Europa ma mai completamente accettati. Ho avuto la fortuna di lavorare con qualcuno di loro, di conoscerne tanti, di apprezzarne la loro umanità e il loro essere più intrinseco. Le mie figlie vanno a scuola con i loro figli, i loro amici sono arabi e alle mie ragazze stanno insegnando davvero tanto.
Sono persone come noi, sono uomini e donne meravigliosi e dalla sensibilità conclamata. Ti aprono il cuore se sai farti accettare. E per farti accettare, devi necessariamente accettare per prima il loro essere, la loro cultura, il loro modo di vivere.
 
Perché invece li si odia così tanto?
Su di loro incombe l'odio, la generalizzazione che se sei musulmano sei terrorista. È un po’ come la considerazione che se sei rumeno sei delinquente, e se eri albanese negli anni '90, eri necessariamente un trafficante di droga, uno stupratore. Purtroppo, i mass media in questi anni non hanno agevolato l’integrazione, hanno puntato il dito contro lo straniero e hanno inevitabilmente calcato la mano se un reato, foss’anche minimo, veniva commesso da un immigrato. Vi pare deontologicamente professionale quello che ha scritto il quotidiano ‘Libero’, titolando dopo le stragi, ‘Bastardi islamici’?
E’ una generalizzazione che nuoce gravemente all’integrazione.
E poi la generalizzazione è anche frutto dell’Europa.
 
Perché?
Perché l’Europa è stata ed è questo. E forse lo sarà ancora: un'entità che per sopravvivere ha bisogno di combattere un nemico. Qualsiasi esso sia. Oggi sono gli arabi dei quali però nessuno dice che di fatto seguono una religione di pace, misericordia e perdono e che la maggior parte di essi non ha nulla a che vedere con i violenti e con gli esaltati. Come per ogni popolo, le menti pensanti sanno che è così. Quelli non pensanti continuano a seguire una massa di ignoranti che danno al loro libro sacro un'interpretazione del tutto personale perché fa comodo nascondersi dietro al nome di Allah per commettere atti deprecabili e deplorevoli. Certo, fa comodo dire in Occidente che il Corano incita all'odio. Si trova il capro espiatorio e possiamo bombardare tutti insieme appassionatamente i luoghi in cui si pensa si nascondano i terroristi. Continuando a commettere stragi di innocenti, ad uccidere bambini e donne che nulla hanno a che fare con i terroristi e che di essi sono le prime vittime.
 
In questi giorni i profili dei social sono stati colorati dalle bandiere francesi. Il suo no. Perché?
Perché dovremmo cambiare ogni giorno la nostra immagine del profilo ed ogni giorno dovremmo colorarla con i colori di una bandiera. Non sono stata ‘Charlie’ al momento della strage alla redazione del giornale francese e non sono un vessillo francese nemmeno oggi. Più che altro, dovremmo tutti quanti mettere nelle nostre bacheche i volti degli innocenti, i volti dei tanti bambini uccisi dalle bombe nel malsano tentativo di uccidere i terroristi. Sparare nel mucchio non serve. Bombardare i civili non è un atto eroico. E’ un atto più vile di quello commesso dal terrorismo.
 
Spesso parli di ‘mani insanguinate’. Cosa rappresentano?
Nell’immaginario collettivo le mani insanguinate sono quelle di chi ha commesso un crimine. Sono le mani di chi, rifiutando l'integrazione, porta le nuove generazioni musulmane ad esser allontanate dagli altri, continuando invece a garantire ai jihadisti di trovare un motivo in più per dichiarare la loro guerra. Le mani insanguinate, nella mia spiegazione, sono anche quelle dei francesi che per decenni hanno protetto i terroristi pensando che questa fosse la cosa giusta da fare per non avere problemi. E invece, le dafaillance sono state tante e le serpi hanno potuto proliferare, conoscere il nemico da vicino e attaccarlo nel momento in cui si è most¬rato vulnerabile. Le mani insanguinate sono anche quelle di noi italiani. Non io o tu, ma quelle dei nostri politici: c'è chi inneggia ai bombardamenti, chi chiede di radere al suolo i rom e i musulmani (come se fossero la stessa cosa…), chi addirittura condivide l'opera malvagia di questi esaltati. Tutti siamo responsabili del nostro destino, se poi insultiamo il nemico non possiamo lamentarci se esso prima o poi ci attacca. Non è una giustificazione, ma un dato di fatto.
 
Cosa ci dici sugli attacchi terroristici al Bataclan, al ristorante cambogiano, allo stadio e al centro commerciale?
Sono tutti scenari di guerra per punire i francesi delle derisioni ad Allah.
E i francesi Allah lo hanno deriso e lo hanno fatto anche con le vignette di Charlie Hebdo….Forse quello è stato l’inizio, il messaggio per far capire che si stava andando oltre. Mi chiedo perché in Europa, in quei luoghi in cui vige la religione cattolica  non si sia mai pensato di deridere Gesù Cristo allo stesso modo in cui si è deriso Allah. Probabilmente perché un Dio forse per qualcuno non è come un altro… Ogni popolo che si rispetti ha la sua religione, il suo Dio e non spetta a noi cattolici o ai terroristi islamici provare a far cambiare idea a qualcuno. Ci sono ‘intolleranze’ anche da parte della nostra religione cattolica che non sono condivisibili eppure nessuno uccide nel nome di nessuno. Semmai si prova a far ragionare, a far cambiare gli status indotti.
Credo che prima di parlare e di accusare le altre religioni, bisognerebbe capire la nostra e probabilmente cambiare le menti e i pensieri di chi impone determinate direttive che non sono scritte da nessuna parte.
Anche quella è un’interpretazione personale da parte di qualcuno.
 
Dopo gli attacchi di Parigi, la minaccia a Londra, a Washington e a Roma in vista del Giubileo.
Il mondo è sotto assedio e sotto attacco dei terroristi. Nessuno ha parlato della stage all’università del Kenya immediatamente dopo  quella di Parigi. Roma sarà il prossimo obbiettivo dei jihadisti? Perfetto. La loro guerra la combatteremo da italiani, da europei e l’affronteremo di petto. Ma soprattutto la combatteremo accanto a quei tanti musulmani onesti che hanno il diritto di non essere associati a beceri terroristi.

 

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Un Paese di delinquenti, salvo qualche eccezione per fortuna

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L’amministrazione della giustizia è il metro di valutazione del grado di civiltà di una comunità

Di frequente si scrive Italia, paese di pazzi! Anche questa è apparenza e non sostanza, i pazzi infatti sono degli ingenui, senza malizia, innocui;  la definizione pertinente è: Paese di delinquenti, vale a dire di ladri e di corrotti e di incapaci: questa, con dispiacere, è la regola che si legge in giro, salvo qualche eccezione per fortuna.

L’amministrazione della giustizia è il metro di valutazione del grado di civiltà di una comunità. Quanto si registra ultimamente nei vertici del Consiglio Superiore della Magistratura a proposito di corruzione, manovre distorsive, sul carrierismo dei vari magistrati, gli arbitrari milionari, i  privilegi inauditi, allora si comprende perché anche la più banale delle cause debba durare oltre tredici anni nella, di nuovo, generale indifferenza, anche dei sommi capi del losco sistema.

Si ricorda quanto è esploso sui giornali tre o quattro anni fa a proposito di quel consigliere di Stato che da ben dieci anni educava e istruiva le future giudicesse imponendo minigonne, tacchi a spillo e mutande rosse? Dove sono ora queste giudicesse così ben educate? Al contrario si osservino certe facce di magistrati a livello apicale, soprattutto quella del maggior responsabile che in questi giorni ci passano sotto gli occhi alla televisione o nei giornali: ci si chiede sulla scorta di quale principio di efficienza operativa e di rispetto degli utenti si possano destinare a giudici persone con una tal faccia e sembiante, da far accapponare la pelle già a prima vista? Tale contesto primitivo e grottesco ricorda quel direttore delle poste tutto afflato lirico e cuore grande che destinò allo sportello pubblico un impiegato monco, con un solo braccio, a sbrigare raccomandate e vaglia postali e pacchi e francobolli, ecc… Con una sola mano! 

Ed ecco qualche episodio, verificato

Il giudice, ammesso che sia un giudice e non un avvocato che è stato fatto diventare giudice, sentenzia di abbattere un manufatto abusivo e illegittimo. Un altro giudice, nel grado successivo, dopo quattordici anni!!!, sentenzia: non è abusivo, quindi  ricostruire! Si è mai sentito qualcosa del genere? Un giudice scrive: abbattere, un altro: ricostruire! Chi paga? La regola e la giustizia, quella vera,  anche quella del buon senso, esige e vuole che  sia chi ha sbagliato a dover pagare cioè il giudice, uno dei due: invece nel paese dei delinquenti è la vittima a pagare! E nemmeno l’abusivista diventato innocente, nemmeno  il giudice impappone! A  chi ci si rivolge? Nessuno ascolta, letteralmente: se vuoi farti ascoltare, sei obbligato  ad alimentare il tristo apparato cioè affrontare  un altro grado di giudizio, rivolgersi a un avvocato, sborsare soldi, vivere nelle angustie e aspettare una bella quantità di altri anni, per forse avere soddisfazione. Oppure protestare pubblicamente, pure se hai ottantanni, con striscioni e cartelloni magari davanti al Quirinale dove risiede il numero uno della Giustizia. Oppure, oppure…

Ancora: il giudice sbaglia a leggere un atto notarile col risultato di stravolgere un andamento comunitario durato secoli in pace;  in più, erroneamente o per altre ragioni, sentenzia che tizio, pur se ben individuato e documentato negli atti, non fa parte dei due venditori di un determinato cespite! oppure, altra sentenza, che un bene strutturale che è stato proprietà comune per secoli, ora di punto in bianco, per motivazioni assolutamente personali del giudice o della giudicessa e non giudiziarie o tecniche, diventa privato: in questi casi di palesi e manifesti errori materiali o di sviste   -salvo altre ipotesi- che nulla hanno a che fare con il Diritto e tanto meno con la Giustizia, per quale ragione la vittima deve passare ad altri gradi di giudizio, spendendo soldi, vivendo nell’ansia e aspettare dopo 14 anni, chissà quanti altri anni ancora, visto il losco andazzo? Non è più logico e doveroso, se non lo fa il giudice interessato, che siano i suoi superiori ad intervenire e correggere gli errori? Dove è scritto che un giudice è infallibile come un Papa anche quando sbaglia vistosamente e che occorre un altro Papa per correggere  gli errori materiali, sempre ammesso che siano errori e non invece altro di altra origine?

L’ambiguo sistema, invece, vuole che si continui ad alimentare il giuoco, a beneficio di certi giudici e degli avvocati e a danno delle vittime e della comunità dei cittadini che, tra l’altro, deve mantenere lautamente l’indegno apparato. E’ doloroso vivere da parte dei cittadini in che modo il solo pilastro e garanzia di generale equità possa essere lordato così facilmente da certi personaggi immessi nel sistema e rimanervi.    

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Emergenza cimiteri, tra requisizioni di loculi temporanee e quelle Ad libitum: Comune che vai amministratore che trovi…

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La requisizione senza termine di scadenza è solo un abuso, è un atto illegittimo, è considerare i propri concittadini come sudditi e questo non può chiamarsi civiltà, ha un altro nome: atto vergognoso

Quello dei 7904 comuni italiani è un mondo in movimento. Dal 1861 in poi, a causa di divisioni, unioni ed accorpamenti, molti sono stati soppressi e in seguito ricostituiti. E’ un mondo tenuto costantemente sotto osservazione perché per i partiti politici i comuni costituiscono territori per l’incubazione di consensi e l’accaparramento di voti.

Potere, economia e sviluppo urbano si diversificano tra un comune e l’altro a seconda del livello culturale ed il senso civico dell’amministratore di turno. Il tutto dipende se questi sappia guardare lontano, se conosce il contesto territoriale, se sia veramente motivato verso il bene comune ed infine se sappia trasformarsi in leader per non soccombere agli interessi lobbistici.

In teoria il cittadino ha in mano il destino del proprio Comune ogni volta che entra nella cabina elettorale. E’ lì che si disegna quale benessere per il futuro. Ahinoi sovente primeggia il voto di favore al personaggio “simpatico”.

Abbiamo fatto una veloce ricerca tra una settantina di comuni e non potendo, per brevità, elencarli tutti, ci siamo dati un tema molto dibattuto in tempi di Covid-19 causa l’esponenziale aumento di decessi, e cioè l’emergenza sepolture.

Dalla nostra ricerca emergono Comuni virtuosi che avendo amministratori motivati e che hanno saputo guardare lontano, non si sono fatti sorprendere dall’emergenza. Hanno avviato con urgenza i lavori di ampliamento del cimitero e a lavori avviati, avendo esaurito i loculi a disposizione, anche loro malgrado, hanno dovuto ripiegare a requisire quelli dei privati ancora non utilizzati.

Essendo questi dei Comuni governati da amministratori con esperienza giuridica e rispettosi dei diritti dei loro cittadini, chi più e chi meno, si sono distinti per la loro correttezza e serietà.

Alcuni di questi Comuni meritevoli di menzione

Il Comune di Palomonte (Provincia di Salerno) con Ordinanza emergenza loculi del 17.9.2020 autorizzava l’utilizzo della sepoltura provvisoria per il periodo di tre mesi, impartendo precisi ordini all’Ufficio tecnico “predisporre ogni utile atto affinché entro e non oltre tre mesi il nuovo edificio sia agibile e quindi possa cessare ogni requisizione provvisoria”. I lavori sono stati eseguiti ed i loculi restituiti ai legittimi concessionari.  

Stesso comportamento civile che il Comune di Jerzu, provincia di Nuoro, in identica occasione ha saputo adottare con i suoi concittadini. Entro otto mesi dalla pubblicazione dell’ordinanza di emergenza si dovevano terminare i lavori di ampliamento del cimitero. Anche in questo caso la requisizione portava un termine, una scadenza. Allo scadere degli otto mesi, a lavori terminati la promessa del sindaco è stata onorata.

Requisizione loculi applicata dagli azzeccagarbugli

La requisizione senza termine di scadenza è solo un abuso, è un atto illegittimo, è considerare i propri concittadini come sudditi e questo non può chiamarsi civiltà, ha un altro nome: atto vergognoso. Una condotta simile si può giustificare solo ammettendo che gli amministratori siano a digiuno completo di qualsiasi cultura delle leggi, buoni solo ad occupare la poltrona  tirando a campare.

Ci siamo avvicinati alla provincia di Trapani e precisamente a Città di Castelvetrano. Gli amministratori di questo Comune, Città degli ulivi e dei templi, hanno considerato l’emergenza loculi cimiteriali d’importanza superiore  alla ristrutturazione di qualsiasi tribuna dello stadio locale. A Trapani avevano compreso la sacralità del feretro ed emettendo l’ordinanza requisizione loculi si erano accertati che entro e non oltre 24 mesi i loculi sarebbero stati restituiti ai legittimi concessionari. Questi amministratori sono andati oltre perchè avevano stabilito di corrispondere ai concessionari dei loculi requisiti provvisoriamente, un canone (tariffa) rapportato al periodo di effettivo utilizzo.

Sono tanti i comuni, da nord a sud che correttamente nel requisire i loculi ai concessionari, hanno stabilito un termine entro il quale si impegnavano di restituire il loculo. Alcuni come Trapani sono andati oltre, con i concessionari hanno stabilito un tariffario. Altri comuni poi hanno scelto di allungare la concessione con il relativo periodo che il loculo veniva requisito.

In tema di requisizione loculi, tanti sono i Comuni che sono stati corretti e leali con i loro concittadini e tra i sopranominati merita menzione anche il Comune di Fiano Romano. Con deliberazione G.C. n°86 del 26 luglio 2016, approvando il progetto dell’ampliamento cimiteriale aveva dato un termine di scadenza entro e non oltre 18 mesi per la consegna. Tali termini sono stati applicati e rispettati sia nel requisire che nel restituire i loculi ai legittimi concessionari.

Anguillara Sabazia e le requisizioni “Ad libitum”

A fine ricerca salta all’occhio il comportamento corretto giuridicamente e comportamentale della maggioranza dei comuni e per contro la baldanza degli amministratori che si sono succeduti al Comune di Anguillara dal 2017 a oggi. Questi amministratori dovrebbero riflettere meglio sul loro operato in tema di requisizioni dei loculi cimiteriali “ad libitum” e anche i cittadini dovrebbero riflettere e meditare.  “Meditate gente, meditate” diceva Renzo Arbore.

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Chiara Rai: “Ecco cosa penso delle querele temerarie”

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“Est modus in rebus”, esiste una misura nelle cose, lo diceva qualcuno che amava raccontare le fiabe. Ogni tanto mi piace ricordarlo, soprattutto in giornate particolarmente complesse, dove addirittura ci sono circostanze che portano un giornalista che si dedica alla professione a doversi difendere solo perché fa il proprio mestiere. A dover sopportare le ormai note “querele temerarie”, quelle infime azioni che i presunti persecutori travestiti da perseguitati vanno propinando quando per loro si mette male.

L’unico modo per mettere tutto a tacere, adesso e per sempre, per questi infimi personaggi occulti è soltanto uno: “Ti porto in tribunale, ti faccio spendere soldi, ti faccio abbassare la testa così da farti capire che nei miei affari non devi sficcanasare, così da farti ben comprendere che posso ridurti in mutande soltanto se qualcuno inavvertitamente incappa nella mia accusa e avvalora le mie disoneste tesi”.

Sì, sono giornate complesse ma altamente rigeneranti per chi vuole continuare a camminare con la schiena dritta e la testa alta come mi hanno insegnato i miei genitori (se fossero ancora vivi immagino che sarebbero contenti di leggere parole che sanno di libertà). Non mi piego ne io e ne la mia famiglia.

Le minacce celate dietro le querele e le richieste di risarcimento danni per i “malori cagionati” dalle inchieste giornalistiche che faccio e che facciamo come giornale L’Osservatore d’Italia, mi scivolano addosso senza potermi scalfire. Chi aggredisce per mettere la cenere sotto il tappeto agisce in malafede e chi gioca con la giustizia e va in giro dicendo che “gli italiani sono tutti scemi e non capiscono nulla” si sbaglia perché siamo una nazione di brava gente, soprattutto di persone oneste.

Continuiamo a perseguire l’interesse collettivo e la verità sostanziale dei fatti perché il diritto di informare è costituzionalmente garantito. Questo fondo rivolto ai lettori affezionati de L’Osservatore d’Italia, alla fine di una giornata difficile ma appagante è l’unica maniera che conosco per rasserenare chi ci legge, anche quei personaggi di cui sopra: non molliamo! Continuiamo a scoperchiare le verità nascoste, a parlare dei fatti scomodi per portarli alla luce. Lo facciamo per dovere di cronaca non certo per perseguitare nessuno. Solo così posso continuare a portare con estremo orgoglio e riconoscenza la pelle che indosso: il giornalismo scevro dalle torbide dinamiche messe in piedi dai parassiti della società. Est modus in rebus, a volte ce lo dimentichiamo ma non dovremmo, specialmente quando “divoriamo” un patrimonio pubblico destinato alla collettività e non solo a pochi furbetti. La giustizia morale è sempre la strada vincente da percorrere. Come è bello guardarsi allo specchio e non provare vergogna.

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