Editoriali
CORANO: I MUSULMANI NON SONO TUTTI TERRORISTI
Tempo di lettura 6 minutiPiù che altro, dovremmo tutti quanti mettere nelle nostre bacheche Facebook i volti degli innocenti
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10 anni faon
di Domenico Leccese
Indignazione, sgomento, difficoltà a comprendere e paura che ricominci la caccia al musulmano. Parliamone con Eliana Positano, giornalista ed esperta di fenomeni islamici.
Parigi, come New York. Gli attacchi terroristici scatenano di nuovo paura e terrore.
Parigi come new York, ma anche come la Tunisia. Paesi messi a ferro e fuoco dall'Isis, da una 'jihad' che ha una sua personalissima filosofia di guerra e morte. Una cosìdetta ‘Guerra Santa’ che di fatto è un'interpretazione errata rispetto a quello che è realmente.
Cosa significa ‘Jihad’?
Il termine significa ‘sforzo’ e non morte come la intendono i terroristi. La jihad al tempo della rivelazione a Maometto rappresentava la lotta, quella non violenta e personale. Quindi, rappresentava lo sforzo interiore necessario per la comprensione dei misteri divini.
Ma il Corano si dice che contempli il combattimento…
Il Corano autorizza il combattimento ma solo quando esso è difensivo. E’ chiaramente spiegato nel libro sacro dell’Islam che Allah non ama chi eccede e considera illegali gli atti omicidi e suicidi per mezzo di bombe. L’Islam non ammette i kamikaze, non ne condivide la loro opera. In alcune pagine del Corano si legge che «chiunque deliberatamente si getti da una montagna uccidendosi, starà nel Fuoco (il nostro Inferno cristiano) eternamente cascandovi dentro e rimanendovi in perpetuo; e chiunque beva veleno per uccidersi lo porterà con sé e lo berrà nel Fuoco, dove rimarrà per sempre; e chiunque si uccida col ferro porterà con sé quell'arma e con essa si pugnalerà l'addome nel Fuoco dove rimarrà in eterno».
I kamikaze non sono quindi autorizzati ad uccidere nel nome di Allah?
Assolutamente. Non hanno avuto il lasciapassare del loro Dio, un Dio in cui probabilmente non credono nemmeno loro ma che utilizzano come scudo per giustificare la loro barbarie. I kamikaze , i terroristi, sono solo ‘esaltati’, delinquenti, schifosi parassiti. Bisognerebbe ricordargli che ‘Allah u Akbar’, è grande, e darà loro la giusta punizione che meritano.
Quindi il Corano non è un libro di morte, un libro che incita all’odio e alla distruzione?
Certo, il Corano non è nulla di tutto ciò, non è la fonte d'ispirazione di ogni male. Dice che non bisogna uccidere, facendoci ricordare la comunione d’intenti con i nostri comandamenti. Il Corano non nasconde alcun messaggio subliminale evocante morte e distruzione e chiunque colpisce nel nome di un Dio che si chiami Allah o in qualsiasi altro modo lo fa per sua diretta e libera interpretazione. Diciamolo una volta per tutte che l'islamismo è una religione di misericordia e pace e considera l'omicidio come il secondo di tutti i peccati. "Chi uccide un uomo è come se avesse ucciso tutta l'umanità"…
Non è una frase ad effetto di politici e religiosi d'ogni grado.
È una frase scritta nel Corano che ci dice anche che nel cosiddetto giorno del giudizio (che non esiste solo per i cristiani cattolici ma anche per i musulmani), i primi ad essere giudicati saranno coloro che hanno sparso il sangue.
Che si sono macchiati del sangue degli innocenti commettendo delle stragi.
Quindi per i kamikaze nessuna pace eterna?
Assolutamente. Ogni terrorista che si macchia di omicidio, di strage, che uccide un proprio simile anche se di religioni differenti non troverà nessuna pace eterna e non avrà nessuna vergine come ricompensa. La salvezza, ci insegna il Corano, si otterrà con le buone azioni e esisterà una ricompensa per la gentilezza verso ogni forma di vita, umana o animale che sia. Non a caso, il libro sacro dell’Islam indica che anche gli animali, quando devono esser uccisi, non devono soffrire. Perché la sofferenza è ‘haram’, quindi è proibita. E dunque, è grave peccato incitare al terrore, distruggere edifici, bombardare ogni dove e chi si macchia di questi crimini è detestabile.
Chi sono realmente i musulmani?
Già, i musulmani. Uomini e donne guardati a vista, integrati nella nostra Europa ma mai completamente accettati. Ho avuto la fortuna di lavorare con qualcuno di loro, di conoscerne tanti, di apprezzarne la loro umanità e il loro essere più intrinseco. Le mie figlie vanno a scuola con i loro figli, i loro amici sono arabi e alle mie ragazze stanno insegnando davvero tanto.
Sono persone come noi, sono uomini e donne meravigliosi e dalla sensibilità conclamata. Ti aprono il cuore se sai farti accettare. E per farti accettare, devi necessariamente accettare per prima il loro essere, la loro cultura, il loro modo di vivere.
Perché invece li si odia così tanto?
Su di loro incombe l'odio, la generalizzazione che se sei musulmano sei terrorista. È un po’ come la considerazione che se sei rumeno sei delinquente, e se eri albanese negli anni '90, eri necessariamente un trafficante di droga, uno stupratore. Purtroppo, i mass media in questi anni non hanno agevolato l’integrazione, hanno puntato il dito contro lo straniero e hanno inevitabilmente calcato la mano se un reato, foss’anche minimo, veniva commesso da un immigrato. Vi pare deontologicamente professionale quello che ha scritto il quotidiano ‘Libero’, titolando dopo le stragi, ‘Bastardi islamici’?
E’ una generalizzazione che nuoce gravemente all’integrazione.
E poi la generalizzazione è anche frutto dell’Europa.
Perché?
Perché l’Europa è stata ed è questo. E forse lo sarà ancora: un'entità che per sopravvivere ha bisogno di combattere un nemico. Qualsiasi esso sia. Oggi sono gli arabi dei quali però nessuno dice che di fatto seguono una religione di pace, misericordia e perdono e che la maggior parte di essi non ha nulla a che vedere con i violenti e con gli esaltati. Come per ogni popolo, le menti pensanti sanno che è così. Quelli non pensanti continuano a seguire una massa di ignoranti che danno al loro libro sacro un'interpretazione del tutto personale perché fa comodo nascondersi dietro al nome di Allah per commettere atti deprecabili e deplorevoli. Certo, fa comodo dire in Occidente che il Corano incita all'odio. Si trova il capro espiatorio e possiamo bombardare tutti insieme appassionatamente i luoghi in cui si pensa si nascondano i terroristi. Continuando a commettere stragi di innocenti, ad uccidere bambini e donne che nulla hanno a che fare con i terroristi e che di essi sono le prime vittime.
In questi giorni i profili dei social sono stati colorati dalle bandiere francesi. Il suo no. Perché?
Perché dovremmo cambiare ogni giorno la nostra immagine del profilo ed ogni giorno dovremmo colorarla con i colori di una bandiera. Non sono stata ‘Charlie’ al momento della strage alla redazione del giornale francese e non sono un vessillo francese nemmeno oggi. Più che altro, dovremmo tutti quanti mettere nelle nostre bacheche i volti degli innocenti, i volti dei tanti bambini uccisi dalle bombe nel malsano tentativo di uccidere i terroristi. Sparare nel mucchio non serve. Bombardare i civili non è un atto eroico. E’ un atto più vile di quello commesso dal terrorismo.
Spesso parli di ‘mani insanguinate’. Cosa rappresentano?
Nell’immaginario collettivo le mani insanguinate sono quelle di chi ha commesso un crimine. Sono le mani di chi, rifiutando l'integrazione, porta le nuove generazioni musulmane ad esser allontanate dagli altri, continuando invece a garantire ai jihadisti di trovare un motivo in più per dichiarare la loro guerra. Le mani insanguinate, nella mia spiegazione, sono anche quelle dei francesi che per decenni hanno protetto i terroristi pensando che questa fosse la cosa giusta da fare per non avere problemi. E invece, le dafaillance sono state tante e le serpi hanno potuto proliferare, conoscere il nemico da vicino e attaccarlo nel momento in cui si è most¬rato vulnerabile. Le mani insanguinate sono anche quelle di noi italiani. Non io o tu, ma quelle dei nostri politici: c'è chi inneggia ai bombardamenti, chi chiede di radere al suolo i rom e i musulmani (come se fossero la stessa cosa…), chi addirittura condivide l'opera malvagia di questi esaltati. Tutti siamo responsabili del nostro destino, se poi insultiamo il nemico non possiamo lamentarci se esso prima o poi ci attacca. Non è una giustificazione, ma un dato di fatto.
Cosa ci dici sugli attacchi terroristici al Bataclan, al ristorante cambogiano, allo stadio e al centro commerciale?
Sono tutti scenari di guerra per punire i francesi delle derisioni ad Allah.
E i francesi Allah lo hanno deriso e lo hanno fatto anche con le vignette di Charlie Hebdo….Forse quello è stato l’inizio, il messaggio per far capire che si stava andando oltre. Mi chiedo perché in Europa, in quei luoghi in cui vige la religione cattolica non si sia mai pensato di deridere Gesù Cristo allo stesso modo in cui si è deriso Allah. Probabilmente perché un Dio forse per qualcuno non è come un altro… Ogni popolo che si rispetti ha la sua religione, il suo Dio e non spetta a noi cattolici o ai terroristi islamici provare a far cambiare idea a qualcuno. Ci sono ‘intolleranze’ anche da parte della nostra religione cattolica che non sono condivisibili eppure nessuno uccide nel nome di nessuno. Semmai si prova a far ragionare, a far cambiare gli status indotti.
Credo che prima di parlare e di accusare le altre religioni, bisognerebbe capire la nostra e probabilmente cambiare le menti e i pensieri di chi impone determinate direttive che non sono scritte da nessuna parte.
Anche quella è un’interpretazione personale da parte di qualcuno.
Dopo gli attacchi di Parigi, la minaccia a Londra, a Washington e a Roma in vista del Giubileo.
Il mondo è sotto assedio e sotto attacco dei terroristi. Nessuno ha parlato della stage all’università del Kenya immediatamente dopo quella di Parigi. Roma sarà il prossimo obbiettivo dei jihadisti? Perfetto. La loro guerra la combatteremo da italiani, da europei e l’affronteremo di petto. Ma soprattutto la combatteremo accanto a quei tanti musulmani onesti che hanno il diritto di non essere associati a beceri terroristi.
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Editoriali
Federica Torzullo e Federica Mangiapelo: la legge sul femminicidio cambia tutto, ergastolo per Carlomagno e stop alle scappatoie
Published
2 giorni faon
21 Gennaio 2026
La vicenda di Federica Torzullo, uccisa brutalmente ad Anguillara Sabazia, rappresenta un punto di svolta nella giustizia italiana. Non si tratta più di un semplice omicidio, ma di un femminicidio, reato introdotto di recente nel codice penale che cambia radicalmente il destino del presunto colpevole, Claudio Carlomagno. Grazie alla nuova legge voluta dal governo Meloni, chi commette un femminicidio rischia l’ergastolo senza attenuanti, eliminando ogni spazio di interpretazione che in passato poteva alleggerire la pena.
Il caso di Federica Mangiapelo: la legge vecchia in azione
Questa normativa assume ancora più peso se la confrontiamo con il caso di Federica Mangiapelo, la 16enne di Anguillara Sabazia trovata morta sulla riva del lago di Bracciano la notte di Halloween del 2012. L’assassino Marco Di Muro, che aveva tolto la vita a Federica con modalità efferate, venne condannato a soli 14 anni di carcere grazie alla concessione delle attenuanti generiche. Di Muro uscirà di prigione il prossimo anno.
Al 2026, Marco Di Muro ha scontato circa 8 anni di carcere effettivo a seguito della condanna definitiva.
Ecco la cronologia della sua detenzione:
- Sentenza definitiva: Nel dicembre 2017, la Corte di Cassazione ha confermato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Federica Mangiapelo.
- Inizio detenzione: Dopo la sentenza definitiva del 2017, è stato condotto in carcere per espiare la pena residua. Precedentemente, nel 2014, era stato sottoposto agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.
- Stato attuale (2026): Risulta ancora in fase di espiazione della pena. Nonostante la condanna a 14 anni, il periodo trascorso in carcere può essere influenzato da benefici di legge, come la liberazione anticipata (sconto di 45 giorni ogni sei mesi per buona condotta).
La differenza con il caso di Torzullo è netta: fino a pochi anni fa, la legge italiana non prevedeva il femminicidio come reato autonomo e richiedeva di dimostrare premeditazione e crudeltà per infliggere le pene più severe. Ciò consentiva, purtroppo, di ridurre significativamente la condanna, aprendo vie di fuga giuridiche che oggi non esistono più.
Il caso Mangiapelo mostra quanto fosse insufficiente la legge precedente nel garantire giustizia e protezione alle vittime di violenza domestica o di genere. La pena, di soli 14 anni, non rifletteva la gravità del crimine e lasciava spazio a un senso di ingiustizia sociale e legale.
Il dramma di Federica Torzullo
Federica Torzullo è stata trovata morta in circostanze agghiaccianti. Colpita ripetutamente e poi occultata in una buca scavata con un mezzo meccanico nella proprietà di famiglia, il suo corpo mostrava segni evidenti di violenza estrema. Oggi, con la nuova legge sul femminicidio, il reato contestato a Claudio Carlomagno è chiaro: uccidere una donna nell’ambito di un contesto di controllo, possesso o prevaricazione costituisce femminicidio aggravato, con pena automatica dell’ergastolo.
Prima dell’introduzione di questa legge, situazioni simili a quella di Federica Torzullo potevano dare spazio a spiegazioni e attenuanti. Era necessario provare premeditazione o crudeltà estrema. Difensori e imputati spesso riuscivano a ridurre le pene sostenendo raptus, stati emotivi, gelosia incontrollata o altri fattori psicologici. Oggi, invece, nessuna giustificazione è più accettata: chi commette femminicidio paga con la pena massima prevista dalla legge.
Cosa cambia con la legge sul femminicidio
L’introduzione dell’articolo 577‑bis nel codice penale ha ridefinito completamente il quadro. Il femminicidio è oggi reato autonomo, e per la condanna non è necessario provare premeditazione o crudeltà: basta il fatto di aver ucciso una donna per motivi legati alla sua autonomia, al rifiuto di una relazione o a dinamiche di possesso e controllo.
In pratica:
- Non esiste più la possibilità di attenuanti ordinarie.
- Non serve discutere stati emotivi, raptus o psicologia dell’imputato.
- La pena prevista è l’ergastolo.
Nel caso di Claudio Carlomagno, la legge si applica con rigore. Il reato, è indubbiamente quello di Femminicidio – oltre ad altri reati commessi da Carlomagno come l’occultamento di cadavere – quindi possono esserci scappatoie o interpretazioni di sorta: la condanna sarà quella prevista dalla nuova legge e la giustizia non potrà più concedere riduzioni significative della pena, come avvenuto nel caso Mangiapelo.
Impatto sulla giurisprudenza e sulla sicurezza delle donne
La vicenda Torzullo segna un punto di svolta nella giustizia italiana. La legge sul femminicidio garantisce certezza della pena, elimina interpretazioni soggettive e invia un messaggio chiaro: la violenza contro le donne non sarà più tollerata, e chi la commette pagherà con la massima severità.
Questo cambiamento legislativo ha implicazioni importanti per la sicurezza e la tutela delle donne. Ogni caso di violenza domestica o di genere che sfocia in omicidio sarà giudicato secondo criteri rigorosi, senza la possibilità di attenuanti legate a raptus, gelosia o problemi psicologici del colpevole.
La differenza tra ieri e oggi
Confrontare i casi Torzullo e Mangiapelo rende evidente quanto la legge sul femminicidio rappresenti un cambio di paradigma:
- Nel caso Mangiapelo, la legge vecchia ha permesso all’assassino di uscire dal carcere dopo soli 12 anni.
- Nel caso Torzullo, la nuova legge garantisce che l’autore del crimine affronti l’ergastolo immediato, senza giustificazioni.
È un cambiamento radicale che sottolinea la volontà dello Stato italiano di non lasciare spazio a scuse o attenuanti. La giustizia diventa severa, chiara e immediata.
Il messaggio della legge: zero tolleranza
La legge sul femminicidio è un segnale forte: la violenza di genere non è più trattata come un fenomeno marginale o con possibilità di attenuanti. Lo Stato stabilisce che ogni femminicidio deve essere perseguito con la massima severità, e chi lo commette deve essere condannato a pena massima.
Federica Torzullo diventa così simbolo di un cambio culturale e giuridico nella società italiana: non ci saranno scuse per chi uccide una donna, e la certezza della pena diventa reale e tangibile.
I casi di Federica Torzullo e Federica Mangiapelo mostrano chiaramente la differenza tra la vecchia e la nuova legge. Nel primo caso, la giustizia non lascia margini di manovra: chi uccide una donna paga con l’ergastolo. Nel secondo, le falle della legge vecchia hanno permesso all’assassino di uscire dal carcere troppo presto.
La legge sul femminicidio cambia tutto: certezza della pena, protezione delle donne e giustizia senza compromessi. Ogni donna uccisa oggi rappresenta la necessità di applicare questa legge con rigore, e ogni condanna serve a ricordare che la violenza di genere non sarà più tollerata.
Editoriali
Legge anti-maranza: basta sconti, le città non possono più essere ostaggio dei delinquenti
Published
1 settimana faon
14 Gennaio 2026
Il governo Meloni propone norme dure contro chi gira armato e semina violenza: serve una legge che impedisca ai giudici di giustificare o alleggerire le pene a chi ha già invaso le nostre strade e terrorizza i cittadini
C’è un momento in cui uno Stato deve smettere di giustificare, comprendere, spiegare. Deve semplicemente proteggere. La proposta di legge cosiddetta “anti-maranza”, voluta dal governo Meloni e ora al vaglio del Parlamento, nasce esattamente da questa esigenza: restituire sicurezza ai cittadini onesti e togliere le città dalle mani di bande di bulli armati che da troppo tempo agiscono nell’impunità quasi totale.
Perché di questo si tratta. Non di disagio giovanile, non di folklore urbano, non di “ragazzi che sbagliano”. Ma di delinquenza organizzata di strada, fatta di coltelli, spranghe, machete, rapine, pestaggi, aggressioni gratuite e spesso mortali. Una violenza che ha già mietuto troppe vittime e che continua a farlo mentre una parte della politica e della magistratura discute di attenuanti, contesti sociali e percorsi rieducativi.
Le nostre città sono diventate ostaggio. Stazioni, metropolitane, piazze, centri storici, periferie: ovunque gruppi di cosiddetti “maranza” girano armati, intimidiscono, colpiscono. Non hanno paura della legge perché la legge non fa più paura. Arrestati la sera, rilasciati la mattina dopo. Denunciati decine di volte, ma sempre in strada. Una giustizia che entra in scena solo per spiegare perché non può intervenire davvero.
La proposta del governo va nella direzione giusta: disarmare chi gira armato, colpire duramente il porto di armi improprie, rafforzare le misure di prevenzione e repressione. Ma non basta. E qui il Parlamento ha una responsabilità enorme. Questa legge deve diventare una svolta vera, non l’ennesimo testo annacquato da emendamenti, cavilli, ghirigori giuridici e scappatoie interpretative che permettono ai giudici di rimettere in libertà questi soggetti dopo poche ore.
Serve il coraggio di dire una cosa semplice e impopolare nei salotti buoni: chi gira armato deve finire in galera. Punto. Senza sconti di pena, senza sospensioni, senza affidamenti ai servizi sociali, senza giustificazioni sociologiche. Chi viene trovato con un coltello o un’arma impropria in tasca non è un povero ragazzo in difficoltà, è una minaccia pubblica.
E non si venga a dire che “il carcere non rieduca”. Intanto protegge. Protegge le vittime potenziali, protegge i cittadini, protegge i ragazzi normali che vogliono vivere le città senza paura. La rieducazione, se possibile, venga dopo. Ma prima viene la sicurezza. Prima viene il diritto a tornare a casa vivi.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una lunga lista di aggressioni, accoltellamenti, rapine finite nel sangue. Giovani e giovanissimi colpiti per un telefono, per uno sguardo, per una parola di troppo. Famiglie distrutte mentre i responsabili, spesso, sono tornati liberi in tempi record. Questo non è garantismo: è resa dello Stato.
La legge “anti-maranza” deve quindi essere senza ambiguità. Deve prevedere pene severe, certe, immediate. Deve limitare drasticamente la discrezionalità che oggi consente di svuotare le carceri mentre le strade si riempiono di violenza. Deve impedire che cavilli procedurali, interpretazioni creative o automatismi buonisti trasformino ogni arresto in una barzelletta.
Perché c’è un’altra verità che nessuno osa dire: l’impunità genera emulazione. Se i delinquenti sanno che non succede nulla, continueranno. Se sanno che finisce con una denuncia e una pacca sulla spalla, alzeranno il livello dello scontro. Se invece sanno che li aspetta il carcere vero, subito e senza scorciatoie, qualcosa cambierà.
Non è una questione ideologica. È una questione di ordine pubblico. E di civiltà. Uno Stato che non difende i suoi cittadini perde legittimità. Una giustizia che tutela più chi delinque che chi subisce diventa incomprensibile, distante, ostile.
Ora il Parlamento ha davanti a sé una scelta chiara: o stare dalla parte delle vittime, delle famiglie, dei cittadini stanchi di vivere nella paura, oppure continuare a proteggere un sistema che ha già dimostrato di non funzionare. Ogni indebolimento della legge, ogni “ma”, ogni “però”, ogni deroga sarà una responsabilità politica precisa.
La legge “anti-maranza” può essere l’inizio di una inversione di rotta. Ma solo se sarà dura, netta, inequivocabile. Senza sconti. Senza scorciatoie. Senza alibi. Perché le città non possono più aspettare. E i cittadini nemmeno.
Cronaca
Roma, Bologna, Milano: l’Italia sotto assedio. È ora di usare il pugno duro!
Published
2 settimane faon
12 Gennaio 2026
Non si può più girare la testa dall’altra parte. La notte di violenza nella zona della stazione Termini a Roma, con due aggressioni brutali a distanza di un’ora, è l’ennesima testimonianza di un fenomeno che da tempo sta diventando sistemico nelle principali città italiane. Prima, in via Giolitti, un funzionario del ministero delle Imprese e del Made in Italy è stato aggredito da un gruppo di sette‑otto persone, pestato con tale ferocia da finire ricoverato in terapia intensiva, intubato e con gravi fratture al volto. Solo un’ora dopo, nella vicina via Manin, un giovane rider di 23 anni è stato picchiato in circostanze simili. Decine di persone controllate, fermi e verifiche all’ufficio immigrazione non bastano più a dare un’idea di quale sia il prezzo reale pagato dai cittadini per un problema di sicurezza che si espande come un’ombra inquietante.
È vero, le forze dell’ordine sono intervenute con prontezza, ma la domanda che si pone con forza è un’altra: quanto deve ancora durare questa situazione prima che il governo decida di agire con il pugno duro? Non sono singoli episodi isolati, ma una catena di violenze che si ripete, a Roma come altrove.
Negli ultimi giorni si sono moltiplicati anche i casi in altre grandi città. A Bologna, un uomo è stato aggredito in pieno centro mentre rincasava, colpito ripetutamente senza un apparente motivo se non la cieca volontà di fare del male. La scena si è consumata tra lo sconcerto dei passanti, testimoni di una violenza gratuita che tutti fingono di non vedere ma che è lì, palese, sotto gli occhi di chiunque transiti in una piazza, un corso o una stazione.
Milano, città spesso celebrata come modello di ordine e sviluppo, non è da meno. Solo qualche giorno fa, in una delle zone più frequentate della movida milanese, un gruppo di giovani senza alcuna causa apparente ha aggredito un passante, lasciandolo con ferite e lividi, e poi si è disperso tra i vicoli come se nulla fosse. Altrove, cittadini impegnati in attività quotidiane – tornare a casa, prendere un taxi, aspettare un autobus – si trovano a fare i conti con la paura, con il timore che una serata tranquilla possa trasformarsi in un incubo.
La somma di questi episodi porta a una sola conclusione: l’inerzia non è più tollerabile. Parlare di interventi strutturali non è più un esercizio retorico, ma un’urgenza concreta. Il governo, di qualunque colore politico, deve finalmente prendere atto che parole come “sicurezza”, “ordine pubblico” e “tolleranza zero” non possono essere slogan elettorali, ma mantra di un’azione politica coerente e ferma.
Pattuglie stabili nelle aree più critiche, sistemi di videosorveglianza potenziati, controlli mirati e costanti e, soprattutto, pene certe e immediate per chi aggredisce, ferisce o intimidisce chi vive, lavora o transita nelle città italiane. Non si può continuare ad assistere impotenti a scene che sembrano appartenere a città in conflitto piuttosto che a comunità civili e democratiche.
Il governo deve capire che la sicurezza non è un optional, non è una variabile da rimandare. È un diritto fondamentale dei cittadini, uno dei pilastri su cui si fonda la vita quotidiana di milioni di persone. Chiunque scelga di delinquere deve sapere che le conseguenze saranno immediate e severe, non un rinvio, non una multa simbolica e non un commento di circostanza.
Italia, sveglia. Bologna, Milano, Roma e tutte le altre città meritano di essere luoghi in cui si può camminare senza timore, lavorare con serenità e guardare al futuro senza il peso costante della paura. È arrivato il momento che chi governa dimostri con i fatti, non con le parole, che la sicurezza è una priorità nazionale. Il pugno duro non è una minaccia, è una necessità per la sopravvivenza civile di questo paese.
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