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CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO: POLONIA SUCCURSALE DELLE PRIGIONI SEGRETE DELLA CIA DOVE TORTURAVANO I DETENUTI AMERICANI

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Sentenza storica: i ricorrenti erano stati oggetto di atti di tortura durante la detenzione in Polonia

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di Cinzia Marchegiani

Strasburgo – La Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ieri, 24 luglio 2014, ha emesso una sentenza storica. Il caso noto ormai come Al Nashiri e Husayn (Abu Zubaydah) contro Polonia, riguarda due sospetti terroristi consegnati dalla CIA in prigioni segrete della Polonia. La Corte ha riscontrato una serie di violazioni della Convenzione, che ha ritenuto in particolare che i ricorrenti erano stati oggetto di atti di tortura durante la detenzione in Polonia e che il governo polacco aveva omesso di adempiere ai loro obblighi ai sensi dell'articolo 38, come avevano rifiutato di fornire alla Corte con alcuni elementi di prova. La Corte Europea ha inoltre stabilito che la Polonia dovrebbe cercare di eliminare il rischio che il signor Al Nashiri potrebbe essere condannato a morte, cercando rassicurazioni da parte delle autorità statunitensi che non sarà imposto tale pena. All’unanimità i giudici hanno accertato che la Polonia conosceva gli obiettivi e le specificità delle azioni della CIA sul proprio territorio e ha collaborato con gli stessi americani in queste attività illegali consentendo di utilizzare lo spazio aereo polacco, proteggendo operazioni della CIA dalla logistica, fornendo gli americani con i servizi necessari, nonché la conclusione di accordi specifici in materia di sicurezza, per quanto riguarda le procedure per le attrezzature di sbarco CIA, movimento CIA con prigionieri in Polonia, dove la Polonia ha anche assicurato la stessa base in Stare Kiejtutach.
Questa è una sentenza devastante per la Polonia, perché alle autorità di Varsavia sono stati assegnati responsabilità sconcertanti, non hanno impedito la tortura e di trattamenti inumani, di fatto assistendo e aiutando illegalmente le attività della CIA per il solo fatto di acquiescenza in prigione nel territorio polacco.
La Polonia ora avrebbe tre mesi di tempo per impugnare la sentenza di Strasburgo e chiedere un nuovo processo, che a leggere sembra sarà un’impresa difficile poiché la sentenza di ieri è stata emessa all’unanimità dalla Corte, che senza alcun incertezza ha stabilito che la Polonia ha violato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, detenendo e torturando presso una prigione del Stare Kiejkuty nel periodo 2002-2003 prima di essere trasferirti nella prigione di Guantanamo (Cuba) i due presunti terroristi della CIA. In merito la Corte ha menzionato il diritto alla vita, il diritto ad un equo processo in relazione alla deportazione dei candidati dal territorio polacco in un paese dove possono essere a rischio di pena di morte, cioè gli Stati Uniti d’America. La Corte ha dichiarato che la Polonia ha violato l'articolo 8 della Convenzione e ai due ricorrenti è stato riconosciuto ad entrambe un risarcimento di 100 mila euro, e 30 mila euro a Abu Zubajda – per costi e le spese connessi con il caso. Ora per la Polonia sarà importante identificare i politici responsabili che hanno permesso questa succursale americana con prigioni segrete e stanze delle torture. Per ora solo la Corte ha effettuato un’indagine seria e doverosa che proprio sulla base delle testimonianze da diverse indagini internazionali ha potuto dimostrare veritiere le affermazioni dei ricorrenti riguardanti la loro detenzione sul territorio polacco, mentre le autorità polacche hanno condotto indagini nel 2008 che la Corte ha ritenuto inefficaci e apparenti.

Un’America sempre più presente nei territori dell’UE desta preoccupazione, basti pensare allo scandalo delle spie della Cia in Germania che per amor di alleanza sembra essere stato messo a tacere e la Polonia non è l’unico paese europeo accusato di aver assistito gli Stati Uniti accettando sospetti terroristi provenienti dal Medio Oriente, chiamati anche detenuti fantasma, poiché non si conoscono bene gli spostamenti logistici che avvengono dall’arresto fino al conferimento nelle carceri americane.

Il Waterboarding, la “tortura dell’acqua” utilizzata dalla CIA, che lo stesso presidente George W. Bush in un’intervista nel 2008 aveva ammesso di conoscere e aver approvato, è stata la tortura che questi prigionieri sauditi Abd al-Rahim al-Nashiri e Abu Zubaydah (accusati di essere organizzatori di attacchi terroristici internazionali dalle autorità statunitense) hanno denunciato di aver subito nella prigione polacca, pratica di tortura che molti esperti legali internazionali dicono che era ed è una tortura illegale.

Per ora un dossier terrificante ha messo nero su bianco un intreccio occulto di piste insabbiate, dove a quanto sembra la Polonia e altri paesi dell’Europa sembrano essere prime attrici di ruoli primari che hanno aperto le porte all’America e alle pratiche illegali ormai sotto lente d’ingrandimento.

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Usa, ok di Fda a somministrazione 3 dose Pfizer da 65 anni in su

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La Food and Drug Administration (Fda), l’agenzia Usa preposta al controllo dei farmaci, ha autorizzato la terza dose del vaccino Pfizer per le persone dai 65 anni in su e per quelle fragili, ossia ad alto rischio di contrarre forme severe di Covid-19 o di gravi complicazioni.

L’agenzia ha seguito le raccomandazioni date nei giorni scosi dal suo comitato di esperti indipendenti. A breve dovrebbe esprimersi anche i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), l’agenzia federale Usa per la prevenzione delle malattie.

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Bambini abbandonati dai loro governi nei campi siriani di Al-Hol e Roj: condannati a lottare quotidianamente per la sopravvivenza dopo le violenze già vissute

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Save the Children esorta i governi stranieri ad assumersi le proprie responsabilità e a rimpatriate i bambini e le loro famiglie

Più del 50% della popolazione dei campi sono bambini al di sotto dei 12 anni. Ad Al Hol 62 bambini deceduti dall’inizio dell’anno e il 60% non frequenta la scuola

Molti dei paesi più ricchi al mondo non hanno ancora rimpatriato la maggior parte dei minori bloccati nei campi di Al-Hol e Roj in Siria nord-orientale, le cui vite si stanno pian piano consumando con il rischio continuo di violenze e malattie. Questa la denuncia di Save the Children, l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro. Secondo il nuovo rapporto pubblicato oggi dall’Organizzazione “Quando inizierò a vivere? L’urgente bisogno di rimpatriare i bambini stranieri intrappolati nei campi di Al Hol e Roj”, sono circa 40.000 i bambini che vivono nei due campi per sfollati in Siria nord-orientale e che combattono quotidianamente per la sopravvivenza.

I campi di Al Hol e Roj ospitano oltre 60.000 persone, tra cui 40.000 bambini. Il 50% delle persone che vivono a Al Hol e il 55% a Roj sono bambini al di sotto dei 12 anni. Oltre ai cittadini siriani e iracheni, molti dei quali sono fuggiti dall’ISIS, ci sono donne e bambini provenienti da circa 60 paesi. Molti di loro hanno vissuto sotto il dominio dell’ISIS contro la loro volontà, ad esempio come vittime di adescamento e traffico in Siria.

Nei campi si registrano morti e malattie evitabili causate da incendi, scarsità di acqua e di servizi igienico-sanitari, malnutrizione e un sistema sanitario a malapena funzionante. Nel campo di Al Hol, dall’inizio dell’anno, 62 bambini, circa due bambini a settimana, sono morti per diversi motivi, mentre 73 persone, tra cui 2 bambini, sono state uccise. Solo il 40% dei bambini di Al Hol sta ricevendo un’istruzione, con anni di esperienze traumatiche che si ripercuotono sulla loro salute mentale, e nel campo di Roj, il 55% delle famiglie ha riferito casi di lavoro minorile tra i bambini con meno di 11 anni. I campi, sovraffollati e con servizi e rifugi inadeguati, non sono luoghi adatti per la crescita dei minori, che spesso sono vittime di matrimoni precoci, violenza domestica e altre forme di abuso mentale o psicologico.

La violenza è all’ordine del giorno ad Al Hol e non mancano omicidi, tentati omicidi, aggressioni e incendi dolosi, e anche nel campo di Roj, il rischio di incendi è costante: nel 2020, tre bambini sono morti e due sono rimasti gravemente feriti in due incendi diversi causati dall’esplosione di due stufe.

I bambini hanno raccontato allo staff di Save the Children di non sentirsi al sicuro quando camminano per il campo, quando vanno al mercato o in bagno. Maryam*, una bambina libanese di 11 anni che viveva nel cosiddetto “Annex” di Al Hol, uno spazio di appena mezzo chilometro quadrato in cui vivono 8.800 persone, tra cui 6.200 bambini, ha raccontato a Save the Children a maggio 2021: “Non posso più fare questa vita. Non facciamo altro che aspettare”. Da allora, Maryam* risulta essere stata uccisa, sua madre ferita e suo fratello disperso dopo un tentativo di fuga fallito in un camion dell’acqua.

L’insicurezza, la paura e l’incertezza per il futuro causano ansia e depressione tra i bambini, il cui benessere è minato a causa di stress, spazi limitati per giocare in sicurezza e assenza di supporto psicosociale. “Ho paura di vivere nel campo. La gente qui litiga in continuazione e ogni volta che sento qualcuno urlare mi copro le orecchie con le mani. Non faccio uscire nemmeno mia madre perché tirano fuori i coltelli, gridano, si minacciano con frasi tipo: ‘Ti ammazzo, ti taglio la testa’”, ha raccontato Bushra*, 10 anni, dalla Turchia.

Anche Samiya*, una bambina di 11 anni del Tagikistan, vive nell’Annex di Al Hol da due anni con sua madre e quattro fratelli e ha raccontato a Save the Children di una sera di maggio di quest’anno quando ha visto un incendio distruggere e danneggiare 75 tende: “All’improvviso abbiamo sentito delle urla. Nella nostra sezione era scoppiato un incendio e le tende hanno cominciato a bruciare una dopo l’altra, sciogliendosi completamente. Tutti i bambini scappavano, urlavano e piangevano. […] Anche la nostra tenda è andata a fuoco insieme ai vestiti nuovi che mia madre mi aveva comprato, i miei giochi, i nastri per capelli e tutti i dolci per l’Eid. È andato tutto a fuoco. Ora dormiamo in cucina e stiamo aspettando una nuova tenda”.

Secondo nuovi dati, gli Stati membri dell’UE, il Regno Unito, il Canada e l’Australia non hanno fatto abbastanza per rimpatriare i propri cittadini: il Regno Unito, ad esempio, ha rimpatriato solo quattro bambini mentre si stima che altri 60 siano rimasti lì; la Francia ha riportato nel Paese solo 35 degli almeno 320 bambini totali, mentre negli ultimi mesi, paesi come la Germania, la Finlandia e il Belgio hanno rimpatriato madri e bambini dai campi, dimostrando ancora una volta che è possibile salvare vite se c’è volontà politica. Save the Children esorta i governi stranieri, i cui cittadini sono nei campi di Al Hol e Roj e molti dei quali sono scappati per sfuggire all’ISIS, ad assumersi le proprie responsabilità e a rimpatriate i bambini e le loro famiglie.  Dal 2017 sono stati rimpatriati circa 1.163 bambini, di cui quasi il 59% è rientrato nel 2019 in 29 operazioni. Nel corso del 2020 si è registrato un forte calo dei rimpatri mentre quest’anno, al 3 settembre 2021, i rimpatri effettuati sono stati solo 14.

“Dopo anni trascorsi nelle zone di conflitto, questi bambini stanno vivendo eventi traumatici che nessun bambino dovrebbe mai vivere. È incomprensibile che siano condannati a questa vita. Quello che vediamo sono bambini abbandonati dai loro governi, nonostante essi siano le prime vittime del conflitto. L’83% delle operazioni di rimpatrio è stato effettuato da Uzbekistan, Kosovo, Kazakistan e Russia ma ora anche gli altri governi devono rispettare i propri obblighi, assumersi la responsabilità nei confronti dei loro cittadini e rimpatriare i bambini e le loro famiglie nel rispetto dei diritti dei bambini ai sensi della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia” ha dichiarato Sonia Khush, responsabile di Save the Children per la risposta in Siria. “Ogni giorno in più che i bambini e le loro famiglie rimangono nei campi è un fallimento dei loro governi. Ogni giorno in più in cui viene negata loro l’opportunità di tornare a casa, negati i servizi specializzati di cui hanno disperatamente bisogno e negato loro il diritto di vivere in sicurezza e riprendersi dalle loro esperienze è un giorno di troppo”.

Save the Children chiede a tutti i Paesi, i cui cittadini minori sono ancora Siria, di riconoscere e trattare i bambini prima di tutto come vittime di guerra, anche coloro che sono stati costretti ad unirsi all’ISIS, e rilasciare quelli detenuti arbitrariamente e riunirli alle loro famiglie. Chiede, inoltre, di garantire i diritti fondamentali e rispondere ai bisogni umanitari urgenti, impegnandosi per una non discriminazione e una giustizia equa e esorta i governi a rimpatriare i propri cittadini senza ulteriori ritardi e a sostenere il loro reinserimento nel paese di origine.

Oltre al ritorno sicuro e dignitoso dei bambini e delle loro famiglie nei paesi di origine, Save the Children chiede un’ampia risposta umanitaria nei campi per soddisfare i bisogni sia dei bambini stranieri in attesa del rimpatrio sia dei bambini siriani che potrebbero rimanere nei campi per altro tempo.

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Cronaca

Usa, no vax muore di Covid: lascia 4 figli

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“Smascherata, senza museruola e libera pensatrice”. Così si definiva sui social la 40enne della California Kristen Lowery, attivista no-vax e madre di quattro figli morta per il covid il 15 settembre.

Del decesso della donna ha dato notizia la pagina GoFundMe in cui si raccoglievano fondi per le spese del funerale, dove si afferma che Kristen è morta “inaspettatamente”.

All’inizio di settembre invece era stata sua sorella Cassie a scrivere su Facebook che la 40enne era “in ospedale a lottare per la sua vita contro il Covid e la polmonite”. “Per favore, non arrenderti”, aveva aggiunto, precisando che non si trattava di un post politico e che non era interessata a sentire le opinioni di nessuno sui vaccini.

Lowey aveva partecipato a tante manifestazioni no-vax: in una foto postata sui social indossava una maglietta con la scritta “ex pro vaccini, mi fidavo di loro, mai più”, in un’altra mostrava lo slogan “una mamma per la libertà”. Dopo l’annuncio della morte la sua pagina Facebook è stata quasi subito trasformata in privata per evitare che risultassero visibili i commenti degli estranei.

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