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Editoriali

Crolla la Torre dei Conti: la Capitale che cade a pezzi e la politica che finge di non vedere

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Roma piange ancora una volta. Una tragedia che avrebbe potuto e dovuto essere evitata ha colpito nel cuore della Capitale: un pezzo della Torre dei Conti, uno dei simboli medievali più importanti e delicati della città, è crollato durante lavori di restauro. L’impatto non è stato solo materiale: sotto le macerie ha perso la vita un uomo, un operaio di 66 anni di origine rumena, che stava lavorando per mantenere in piedi ciò che la storia ci ha consegnato. Altri lavoratori sono rimasti feriti, alcuni in condizioni gravi, e l’area, a pochi passi dai Fori Imperiali, è stata subito isolata dalle autorità competenti.

Ma mentre la polvere ancora ricopriva la piazza, e il dolore per la perdita di una vita umana si mescolava allo sgomento per il crollo, la scena si è rapidamente trasformata in teatro politico. Come troppo spesso accade in Italia, le responsabilità si confondono tra istituzioni che balbettano e rimpalli tra ministeri, sindacati e uffici tecnici. Persino Mosca ha deciso di intervenire, ironizzando sul disastro, dimostrando quanto spesso la politica interna lasci spazio a sarcasmi esterni sulle nostre tragedie.

Secondo le prime ricostruzioni, il crollo sarebbe avvenuto a causa di un cedimento interno durante i lavori di restauro finanziati con fondi statali e PNRR. Un intervento che avrebbe dovuto valorizzare il patrimonio storico, restituendo splendore a un monumento unico, si è trasformato in un atto di distruzione. Le indagini sono aperte per disastro colposo e lesioni, ma il punto non è solo giudiziario: è culturale, politico e morale. Perché tutti sanno in che condizioni versano i monumenti storici di Roma e gli edifici pubblici. Da decenni la Capitale cade a pezzi, tra restauri interrotti, cantieri eterni, burocrazia paralizzante e controlli praticamente inesistenti. Eppure, fino ad ora, nessuno ha mai pagato un prezzo concreto per questa negligenza sistemica.

Sul posto si sono recati immediatamente il sindaco Roberto Gualtieri, l’assessore alla Cultura Alessandro Giuli e il prefetto Lamberto Giannini. Tutti visibilmente scossi, tutti incapaci di celare la gravità della tragedia. Ma la domanda che resta sospesa nell’aria è inevitabile: dove erano prima? Dove erano mentre i palazzi storici si sgretolavano, le impalcature arrugginite minacciavano la vita dei lavoratori e le strade, i marciapiedi e le infrastrutture cadevano a pezzi? La risposta è nota: le istituzioni spesso arrivano tardi, solo quando la tragedia ha già fatto la sua comparsa.

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L’Italia, come sempre accade in questi casi, ha anche ricevuto la beffa dall’estero. Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha commentato il crollo con una frase che ha rasentato la volgarità diplomatica: “Finché il governo italiano continuerà a buttare i soldi in Ucraina, l’Italia collasserà completamente, dall’economia alle torri”. Una dichiarazione grave e vergognosa, alla quale la Farnesina ha risposto con indignazione. Ma la domanda resta: come è possibile che un Paese straniero possa permettersi di sbeffeggiare una tragedia nazionale senza che nessuno, al vertice, batta un pugno sul tavolo?

Il problema non è solo Zakharova. Il problema è la realtà che ha trovato per giustificare le sue parole. Roma è la fotografia di un’Italia che si sfalda. Monumenti che cedono, opere pubbliche lasciate incomplete, cantieri eternamente aperti, restauri a singhiozzo. Il PNRR, che avrebbe dovuto essere la grande occasione per risollevare la città, si è trasformato in un enorme bancomat di consulenze, procedure burocratiche e inaugurazioni che finiscono sempre in una conferenza stampa di facciata. E intanto, chi lavora sui cantieri rischia la vita.

Perché questa tragedia ha un volto preciso: quello del lavoratore di 66 anni morto sotto le macerie della Torre dei Conti. Un uomo che ha sacrificato la propria vita mentre svolgeva il proprio dovere, garantendo il restauro di un monumento che appartiene a tutti. E allora la domanda non è più solo politica: dov’è finita la sicurezza sul lavoro? Chi risponderà di questa morte? Chi pagherà per aver ignorato le norme, i controlli e la sicurezza di chi mette le mani su una delle più grandi ricchezze della città?

Il sindaco Gualtieri ha promesso “una verifica completa sulla sicurezza dei cantieri pubblici”. Parole necessarie, ma tardive. Perché non è possibile aspettare che si verifichi un morto prima di attuare controlli efficaci. È lo stesso copione visto troppe volte: tragedia, indignazione, conferenza stampa, e poi l’oblio. Roma continua a franare, non solo fisicamente, ma anche moralmente. E le responsabilità politiche restano spesso impunite.

Il governo ha parlato di “attenzione” e “massimo impegno”. Ma le dichiarazioni di routine non bastano. Occorrono azioni concrete, immediatamente efficaci: protocolli di sicurezza rigorosi, controlli reali sui cantieri, formazione continua per i lavoratori, responsabilità chiare e sanzioni certe per chi non rispetta le regole. Non è accettabile che un restauro pubblico diventi una tomba per chi lavora. Non è accettabile che la capitale d’Italia, patrimonio mondiale dell’umanità, crolli come un castello di sabbia sotto il peso della negligenza.

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Questa tragedia è anche un monito per l’Italia intera: il tempo delle promesse è finito. Non servono altre commissioni, altre foto ufficiali con elmetti e cinture di sicurezza, altri comunicati di circostanza. Serve, semplicemente, che chi governa Roma e gestisce i fondi pubblici faccia il proprio mestiere: prevenire, vigilare, decidere. Servono investimenti veri nella manutenzione del patrimonio, nella sicurezza dei lavoratori e nella cura della città. Ogni monumento che crolla, ogni opera pubblica abbandonata, ogni strade o marciapiedi che franano sono un fallimento collettivo.

E mentre ci indigniamo per l’uscita di Zakharova, dovremmo prima indignarci di noi stessi. Perché la vera vergogna non è l’insulto esterno: è l’indifferenza interna, la politica che guarda altrove mentre la città crolla, e la vita di chi lavora viene considerata sacrificabile. La morte del lavoratore rumeno sotto la Torre dei Conti non è solo un lutto privato, è uno specchio della decadenza di un intero sistema. Roma piange, e con lei l’Italia tutta, per una vita persa inutilmente, per una città che cade a pezzi, e per un Paese che troppo spesso finge di non vedere.

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