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Editoriali

Dacci oggi il nostro stupro quotidiano: dall’imam Martina all’alto commissario Onu, tutti pazzi per Salvini

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Arriva il team dell’ONU, inviato dall’Alto Commissario dell’ONU Michelle Bachelet, già per due mandati non consecutivi presidente del Cile. Non tanto per indagare su inesistenti – o quasi – casi di violenza e di razzismo, ma soprattutto per combattere il nostro governo, e in particolare colui che più di tutti ha dato voce a quegli Italiani – e sono la maggioranza – che volevano un cambiamento nella conduzione politica. Proprio quei populisti e sovranisti che sono tanto odiati e disprezzati da una certa parte politica che si professa ‘democratica’, e che evidentemente ha dimenticato che democrazia vuol dire mettere in atto la volontà del popolo, che sia o no dettata dalla ‘pancia’.

Per contrastare la politica di Salvini sono stati scomodati i piani alti

in ossequio ai diktat dei poteri forti di oltreoceano, che comunque qui in Italia trovano cassa di risonanza in alcune fazioni. Oppure addirittura in una Cecile Kienge che speravamo politicamente defunta, ma che invece spunta fuori quando c’è da screditare la nazione che l’ha accolta, e che le ha dato un ruolo certamente immeritato.

Razzismo al contrario

Se vogliamo considerare violenza e razzismo gli episodi sporadici contro i sacri e intoccabili migranti, dobbiamo anche considerare il razzismo al contrario, quello che si esprime contro i bianchi italiani con arroganza – nella certezza dell’impunità – nella delinquenza, leggi spaccio e rapine, negli stupri di donne che al loro paese sono considerate res nullius, quindi alla mercè del primo maschio che abbia accumulato abbastanza testosterone – quelli che vengono sono tutti giovani aitanti e in età da lavoro – da volersene liberare. Che sia su di una spiaggia, o dietro un cespuglio nei giardini pubblici, queste manifestazioni di disprezzo, di violenza e di machismo avvengono quasi quotidianamente; come quasi quotidianamente sono sottaciute dai media, ormai stufi, ed anche orientati a tacere certe verità. Al contrario, basta che un giovanotto italiano, per un motivo qualsiasi dia una spinta e magari risponda ad una provocazione, per montare un caso di violenza e razzismo. A senso unico. Per ciò che riguarda gli idioti che hanno colpito qualche straniero con pallini di piombo da baraccone di tiro a segno, sono degli idioti, e come tali vanno considerati e puniti. Ma, consentite, puniamo anche chi fa in modo che una donna non possa più camminare da sola per strada. Assistiamo all’assurdo di un Salvini che ha aumentato il suo indice di gradimento fra gli elettori, e che viene attaccato da più parti, per farlo cadere.

Il vecchio partito che ha mal governato, il PD, ogni giorno sputa veleno e falsità; la magistratura – bontà sua – mette giù il carico da dodici per il caso Diciotti: già risolto dagli stessi profughi che si sono abilmente dileguati, in modo indolore. La stessa magistratura poi condanna la Lega a reperire 49 milioni di euro da rendere allo Stato, senza guardare dalla parte di un PD che ben altre somme dovrebbe rendere o far resuscitare.

Quarto e, speriamo, ultimo attacco, quello della commissaria Bachelet

Ora i detrattori del ministro dell’Interno dovranno mangiarsi la testa per trovare qualche altro fronte di attacco – perché di tale si tratta – non solo contro Salvini, ma contro tutto il popolo italiano che ha scelto faticosamente di cambiare le cose. Mentre rileviamo che ormai l’imam Martina non va più all’ingresso dell’ILVA al mattino presto – chissà perché! – vogliamo segnalarvi un caso autentico di violazione di diritti umani, in Nigeria, proprio da parte degli appartenenti a quella religione che si professa ‘di pace’, i musulmani. Riportiamo qui di seguito parte di un comunicato della organizzazione onlus ‘Porte Aperte’, che si occupa dei cristiani perseguitati nel mondo. “Il 28 agosto scorso, la comunità cristiana della città di Barkin Ladi (villaggi di Wereh, Abonong, Ziyat, Bek, Nafan, Sagas, Rawuru e Rambuh – stato di Plateau) è stata oggetto di pesanti attacchi da parte degli allevatori musulmani Fulani, che continuano a perseguitare i cristiani e a devastare le loro proprietà in questa parte della Nigeria. Tra le vittime si contano un pastore e 4 membri della sua famiglia. Il pastore Adamu Wurim Gyang, 50 anni, è stato dato alle fiamme insieme ai suoi 3 figli mentre la moglie Jummai, 45 anni, è stata colpita a morte. Più di 14 persone hanno perso la vita nell’attacco con 95 case bruciate e 225 campi coltivati distrutti. Fonti di Abonong riferiscono che nella sera di martedì i Fulani sono arrivati al villaggio, iniziando a sparare e provocando il panico tra la gente. Tutti correvano per cercare riparo. Il pastore Gyang, che viveva nei locali della chiesa, si è barricato in una stanza insieme ai suoi 3 figli, mentre la moglie Jummai ha trovato rifugio nel bagno. Gli assalitori hanno sparato a Jummai e dato fuoco alla stanza dove si nascondevano il pastore con i figli. Il figlio maggiore, Adamu, 27 anni, studente all’università di Jos è scampato al massacro e racconta: “Ero all’università quando ho visto un post su Facebook che parlava dell’attacco. Ho chiamato subito mio padre, il suo telefono era spento. Ho chiamato mia madre, ma anche lei non era raggiungibile. Dopo aver saputo ciò che era accaduto non sono riuscito a dormire. Mio padre era sempre stato la forza della nostra famiglia. Non so come sarà la mia vita senza di lui ora.” Questo non è altro che l’ultimo di una serie di episodi avvenuti alla fine del mese di agosto, eventi che hanno provocato la morte di almeno 20 persone e demolito gli sforzi di pace tra i leader religiosi e politici di questa parte della Nigeria. Nonostante il presidente Buhari, criticato per il suo atteggiamento “tiepido” nei confronti della violenza Fulani, abbia visitato la città di Jos per annunciare un dispiegamento senza precedenti di forze di sicurezza, la violenza non sembra diminuire.” Consigliamo all’Alto Commissario dell’ONU Michelle Bachelet di lasciar perdere i pettegolezzi di pollaio che a quanto sembra preferisce alle notizie vere – soprattutto se tali pettegolezzi sono politicamente interessati – allo scopo di non disprezzare la volontà popolare che ha portato al governo quelli che oggi, bene o male, ci sono. Anche se nessuno è perfetto, e nessuno ha la bacchetta magica. Ma questo governo sta andando nella direzione giusta, specialmente quella dell’ordine pubblico, e i sondaggi lo dimostrano.

L’Italia non è un paese razzista

Quindi, caro Alto Commissario, forse dalla sua altezza non riesce a vedere la realtà. Abbassi lo sguardo, e si renda conto di necessità reali. L’Italia non è un paese razzista. Come sempre, il troppo storpia, e le troppe attenzioni verso i profughi li hanno resi invisi agli Italiani che dormono in auto o sotto i ponti; e in più arroganti perché troppo protetti. A Maurizio Landini, che in televisione ha dichiarato che i cinque milioni di stranieri presenti i Italia ci pagano le pensioni con il loro lavoro, facciamo presente che ben di più sono gli Italiani che con il loro lavoro pagano le pensioni di quelli che dopo aver avuto la pensione, facendo finta di essere ancora in Italia, tornano al loro paese, dove vivono alla faccia nostra senza più dover lavorare; e vivono bene, visto che in quei paesi la vita costa pochissimo. Gli facciamo anche presente che i migranti accolti in Italia sono solo 700.000, e quindi non sono quelli a cui lui si vorrebbe riferire. Non giochiamo sull’equivoco, caro Landini. Questa favola dei migranti che ci pagano le pensioni ormai è scaduta. Cinque milioni si stranieri evidentemente sono qui da quel dì, e si sono integrati: e lavorano onestamente, come chiunque.

Roberto Ragone

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Economia e Finanza

Gli “euroburocrati” e gli accademici invocano l’Europa della solidarietà contro quella degli egoismi sovranistici

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di Alessandro Butticé

Nella frenetica attesa delle decisioni economiche del Consiglio Europeo per fronteggiare l’emergenza Coronavirus, continua il grande fermento nella comunità italiana e internazionale a Bruxelles.

Oltre all’iniziativa di Esperia – circolo di ispirazione centro-destra europea, nato più sull’esempio dell’Agorà greco che di un vero e proprio circolo politico – che ha lanciato una petizione pubblica in favore dell’istituzione degli Eurobond, che in poche ore ha raggiunto oltre 2000 firme.

ed alla quale si sono aggiunti ora i tedeschi, olandesi e austriaci promotori di altra petizione, sono ora scesi in campo anche i funzionari dell’Unione Europea, e gli accademici europei.

Il principale sindacato dei funzionari dell’UE, Rinnovamento e Democrazia (R&D), presieduto dall’italiano Cristiano Sebastiani, ha inviato oggi una dura lettera aperta alla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Layen.

Durante questo periodo di emergenza sanitaria ed economica, R&D chiede alla Commissione europea di tornare ad essere il vero motore dell’integrazione europea e di svolgere un ruolo chiave in questa crisi.
“In tutta l’Unione, i governi hanno adottato misure coraggiose per impedire che il virus si diffonda ulteriormente.
Anche così, e lungi dall’essere finita, migliaia di persone hanno perso la vita in questa battaglia.
Il blocco ha radicalmente cambiato la vita di tutti noi in molti modi e ad ogni latitudine.
Solo per citarne alcuni: scuole, università e uffici pubblici sono chiusi, eventi culturali e sportivi sono stati rinviati e negozi, ristoranti, grandi fabbriche, PMI, lavoratori autonomi e molti altri stanno affrontando sfide eccezionali che porteranno sicuramente a molti fallimenti e  tassi di disoccupazione senza precedenti.
Soprattutto, nessuno sa quanto durerà questa situazione e questo è abbastanza inquietante.”, scrive Sebastiani.

In questa lettera, che ha ricevuto il plauso dei funzionari delle istituzioni europee, spesso sconcertati dalle loro guide politiche, e frustrati nei loro sforzi di proteggere e tutelare i cittadini europei e le loro famiglie che vivono in tutti gli stati membri, R&D ricorda che “va da sé che deve emergere un risveglio collettivo.  Oggi più che mai l’Unione europea, e in particolare la Commissione europea, devono svolgere un ruolo chiave, fungendo ancora una volta da vero motore del processo di integrazione europea.”
“Come personale delle istituzioni dell’UE, siamo rimasti in silenzio a lungo negli ultimi anni durante varie crisi passate, che hanno costantemente minato la credibilità delle nostre istituzioni, come la recessione del 2008 e la successiva crisi del debito sovrano, non  per citare la crisi migratoria e la Brexit.
Tutte queste crisi avrebbero dovuto essere prese come segnali di sveglia e opportunità per dimostrare che quelle lezioni erano state apprese”, scrive il rappresentante dei veri euroburacrati. Criticati dall’opinione pubblica per perseguire sempre lealmente le direttive dei vertici politici delle istituzioni UE. E che ora vogliono rendere pubblico il loro grido e la loro frustrazione di fronte ai veti del Consiglio.
“Oggi più che mai”, si legge nella nota “R&D richiede una vera solidarietà europea e quindi chiede alla von der Leyen, di coordinare immediatamente tutte le azioni nel campo della salute, per impedire ulteriormente l’aumento del bilancio delle vittime, non solo nei settori critici della logistica e di preziose misure restrittive,  ma anche sostenendo iniziative per l’uso immediato di nuovi mezzi terapeutici promettenti.  Alcune azioni, come lo stock comune di attrezzature mediche, stanno andando nella giusta direzione, ma chiediamo molto di più.
Per questo Sebastiani, in nome di tutti i funzionari europei, chiede anche alla presidente della Commissione Europea di lavorare a stretto contatto con il Parlamento europeo, al fine di trovare una soluzione alle vergognose strozzature emerse nell’ultimo Consiglio europeo, più rapidamente delle due settimane scadenza.  “Agire con la mentalità secondo cui il giuramento di agire nel migliore interesse dell’Unione è ora più che mai diametralmente opposto a una formula semplice e vuota.”, conclude Sebastiani riferendosi al giuramento di assoluta indipendenza prestato dai membri della Commissione Europea. Esortando Ursula von der Leyen ad agire insieme a tutti i rappresentanti politici e al personale dell’UE per difendere l’integrazione europea, attraverso la solidarietà, il dialogo, la comprensione reciproca e il sostegno tra i paesi europei”.

Un’altra lettera aperta alle Istituzioni Europee, ed in particolare al Consiglio, è stata scritta, su input di Mario Telò, professore alla LUISS-Roma e ULB, e presidente emerito dell’Istituto di Studi Europei di Bruxelles, assieme ad altri accademici di tutti gli stati membri dell’UE.

Convinti che “Senza un nuovo patriottismo europeo, sia inevitabile il declino dell’UE”

Di seguito il testo della lettera, firmata da Gesine Schwan, ex Rettore Viadrina University of Frankfurt,  e due volte candidato alla Presidenza della Repubblica Federale Tedesca; Bertrand Badie, professore emerito di università presso Sciences Po Paris; Ramona Coman, professore all’ULB e presidente dell’IEEE-ULB; Biagio De Giovanni, ex rettore dell’Università dell’Est di Napoli ed ex presidente della commissione affari costituzionali del PE; André Gerrits, Università di Leyden, Paesi Bassi; Christian Lequesne, professore a Sciences Po Paris, ex direttore del CERI; Lucio Levi, Università di Torino, direttore del dibattito The Federalist; Thomas Meyer, direttore, Neue Gesellschaft / Frankfurter Hefte, Berlino; Leonardo Morlino, professore ed ex vice-rettore LUISS, Roma; Ferdinando Nelli Feroci, Presidente dell’Istituto Affari internazionali (IAI) di Roma; Ruth Rubio Marin, Professore presso l’Istituto universitario europeo (Fiesole) e presso l’Università di Siviglia, in Spagna; Maria Joao Rodrigues, ex ministro del Portogallo e presidente della FEPS; Mario Telò, professore alla LUISS-Roma e ULB, presidente emerito IEE; Luk Van Langenhove, professore presso l’Istituto di studi europei VUB, Bruxelles; Didier Viviers, segretario perpetuo della Royal Academy of Belgium; Michael Zürn, professore alla Freie Universität e direttore fondatore della Hertie School di Berlino.

“L’UE è uscita strappata dal Consiglio europeo del 26 marzo dedicato alla gestione della crisi più grave dal 1929, molto peggio di quella del 2012-2017.  Tuttavia, riteniamo che la pandemia di coronavirus e la crisi economica e sociale offrano all’Europa una straordinaria opportunità di decidere se andare verso un’unità più profonda o se declinare irreversibilmente.  Dipenderà dalle decisioni dei governi, del Consiglio europeo e delle istituzioni dell’UE;  ma anche e soprattutto la mobilitazione appassionata e competente dei cittadini e dell’opinione pubblica in ogni stato membro.  La domanda per l’Europa è questa: è una comunità del destino, una Schicksalsgemeinschaft, consapevole delle sue responsabilità globali, o è solo un’associazione strumentale di egoismo suicida nazionale, dove la scelta cieca di tutti per se stesso prevale chiaramente durante gli eventi storici? Esiste ancora un senso di appartenenza comune, basato su forti interessi comuni?
Le forze della disintegrazione e dell’estrema destra, vittoriose della Brexit, ma sconfitte alle elezioni del PE del 26 maggio, sono già lì, pronte per un nuovo attacco illimitato all’euro e all’UE: questa volta il  l’attacco potrebbe vincere, sfruttando cinicamente l’enorme disaffezione popolare causata dall’enorme sofferenza causata dalla crisi sanitaria e dalla tragedia sociale ed economica che ci attende, ma anche dall’inerzia politica delle élite europee.
Il Parlamento europeo si è chiaramente dichiarato a favore di un balzo in avanti: ma come?  La Commissione europea, che aveva comunque proposto il “pilastro sociale europeo” e lanciato il grande progetto “Green Deal”, è responsabile dell’attuale stagnazione, a causa della sua mancanza di leadership sia in termini di bilancio pluriennale che di strumenti innovatori per gestire la crisi sanitaria e le sue conseguenze economiche.
Questa crisi non è uno shock asimmetrico come quello del 2012-17: è simmetrico, riguarda tutti i paesi, anche se colpisce per il momento soprattutto quelli che erano già stati maggiormente colpiti dalla crisi dei migranti e dei rifugiati.

Un’emergenza eccezionale richiede rimedi eccezionali

La decisione della BCE di impegnare 750 miliardi di euro nel mercato obbligazionario è necessaria ma non sufficiente.  Per la crisi del 2012, meno grave, la BCE si è impegnata da diversi anni tra i 50 e gli 80 miliardi al mese (Q.E).  Inoltre, la BCE non può essere lasciata sola: le sue misure devono essere accompagnate da politiche nazionali ed europee.  La sospensione del Patto di stabilità può consentire ai governi nazionali di rispondere a questa emergenza “come una guerra”, nelle parole di Draghi (Financial Times): tutto ciò che serve per salvare la nostra industria e la nostra economia, il che implica anche il nostro livello  di lavoro.
Ma tutto ciò sarebbe insufficiente di fronte ai disavanzi fiscali che aumenteranno inevitabilmente di diversi punti del PIL e in un contesto di recessione previsto dagli ottimisti tra – 2 e – 5%.  L’UE deve imperativamente combinare una spinta alla solidarietà antivirus con una nuova solidarietà finanziaria.
Perché così poca iniziativa e creatività nelle istituzioni dell’UE?  Perché tale inerzia burocratica?  I gesti politici, simbolici di solidarietà e nuove proposte in cerca di un compromesso dinamico, aiuterebbero enormemente, in un quadro in cui sembrano manifestarsi solo gli aiuti di Cina, Russia, Stati Uniti e Cuba!
Due iniziative per due messaggi forti, ai cittadini e al mondo
La situazione nell’UE non è mai stata peggiore e le decisioni fallite possono spingere milioni di cittadini verso l’euroscetticismo e il nazionalismo con conseguenze imprevedibili, come dimostra l’esempio ungherese.
In effetti le accuse reciproche sono più dure che mai.  Da un lato, il tema del diritto olandese e tedesco del “rischio morale”: Eurobond, la messa in comune dei debiti nazionali incoraggerebbe pratiche immorali di lassità fiscale nei paesi indebitati.  D’altra parte, accusiamo i paesi del Nord, non solo della mancanza di solidarietà in una situazione che vede quasi 1000 morti al giorno e dei primi disordini sociali in Italia e Spagna, e di una svolta dell’epidemia in Francia e Belgio;  l’accusa più grave è quella di voler approfittare dell’imminente crisi finanziaria per arricchirsi e cambiare l’equilibrio di potere in Europa.  Diventa ricco?  Sì, dal desiderio di attrarre risparmi globali sulle obbligazioni nazionali.  E gli investimenti delle multinazionali, attraverso il dumping fiscale ottenuto riducendo le imposte sulle società.  Queste accuse non provengono più dalla sottocultura dei Salvini, dai Wilders, da Le Pen o dall’AfD, ma da circoli decisivi e centrali, quelli che hanno investito nella costruzione europea.  Queste reciproche accuse, questo crollo della fiducia, pubblicizzato e ripetuto mille volte, sconvolgono anche gli europei più convinti, a impantanare il nocciolo duro del consenso europeo che è stato costruito in 70 anni.  Il danno arrecato alle nostre democrazie potrebbe presto essere irreparabile.
Il Consiglio europeo ha delegato la ricerca di una soluzione all’Eurogruppo, quando quest’ultimo aveva appena delegato la mediazione, bloccata al suo interno, al Consiglio europeo.  Siamo quindi in un vicolo cieco e i prossimi giorni saranno decisivi.
Siamo convinti che non solo nelle 9 nazioni i cui governi hanno inviato a Ch. Michel la lettera per i coronabond, ma anche nelle opinioni pubbliche di Germania, Paesi Bassi, Austria e Finlandia, un grande  esiste un consenso per:
a) negoziare le condizioni per l’accesso al MES, il meccanismo europeo di stabilità, dotato di 430 miliardi, i cui prestiti sono ora troppo subordinati a un’inaccettabile subordinazione dello Stato in crisi;
b) creare un gruppo europeo di esperti qualificati, che possano proporre urgentemente nuovi strumenti con tutti i dettagli tecnici necessari.  Va bene, i 9 stati non devono accontentarsi di coronabondi come se fosse l’unica soluzione: ma a condizione di salvare l’idea di base, perché questa proposta è tuttavia ricca di promesse di efficacia (  mostra unità di fronte ai mercati globali) e simbolico (di fronte ai cittadini): non può essere liquidato come uno “slogan di propaganda”.  La cosa principale è quindi che vengano inviati due messaggi:
1.il primo messaggio di speranza deve essere fedele ai cittadini comuni, ai popoli d’Europa sconvolti dalla crisi del coronavirus e preoccupati per il loro futuro: l’UE è lì per aiutarli concretamente e si trova ad affrontare la crisi sanitaria e sociale ed economico attraverso una maggiore unità e un grande progetto di rilancio economico e sociale.
2. Il secondo messaggio deve essere inviato al mondo esterno: unità, forza e stabilità della zona euro, una garanzia, come dice Macron, della nostra “sovranità comune” di fronte ai mercati mondiali e di fronte alle potenze che cercano di dividere e distruggere l’UE.
L’UE ha effettivamente la responsabilità globale di fronte alla razza umana e alle implicazioni geopolitiche della crisi.  Gli Stati Uniti hanno sottovalutato l’epidemia e l’amministrazione centrale, nella fase preelettorale e di autoisolamento, dimostra che non ha più l’autorità politica e morale necessaria per coordinare la lotta contro il coronavirus a livello globale, anche della nuova politica economica necessaria.  In questa situazione, la Cina sta giocando il suo soft power.  Gli aiutanti sono i benvenuti.  Ma, responsabile di ritardi e mancanza di trasparenza sulla malattia e sulle sue vittime, non può costituire un modello globale, perché, di fatto, si oppone all’efficienza e al rispetto dei diritti dell’individuo.  L’India è nel caos totale e il Brasile è trattenuto da uno strano presidente che si presenta come l’ultimo negazionista dell’epidemia.  Solo l’Europa può indicare la strada, come parte di uno sforzo di cooperazione multilaterale.
Questa è l’idea centrale per un nuovo patriottismo europeo, nuovo perché deve assolutamente essere radicato sia nelle comunità nazionali rinnovate sul tema della solidarietà, sia nelle reti transnazionali.  I milioni di cittadini impegnati, volontari, membri del personale sanitario e associazioni di volontariato della società civile, attivi nelle molteplici opere essenziali per la sopravvivenza della nostra società, essenziali per resistere oggi e per il recupero di domani: questa è la base  solido umano per una nuova fase dell’idea di Europa, il modo di collegare in modo innovativo i nostri valori fondamentali e la capacità tecnica e politica di offrire al mondo un messaggio di speranza e forza contro la crisi.”

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Economia e Finanza

Italiani, tedeschi, olandesi e austriaci si appellano da Bruxelles alla solidarietà economica europea per fronteggiare l’emergenza coronavirus

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di Alessandro Butticé

Grande fermento nella comunità italiana e internazionale nella capitale d’Europa in attesa delle decisioni del consiglio, rimandate di due settimane, sulle misure economiche speciali per fronteggiare l’emergenza Coronavirus. Esperia – circolo di ispirazione centro-destra europea, nato più sull’esempio dell’Agorà greco che di un vero e proprio circolo politico – ha lanciato una petizione pubblica in favore dell’istituzione degli Eurobond, che in poche ore ha raggiunto oltre 1.600 firme.

https://www.change.org/p/policy-experts-we-call-on-the-european-council-to-agree-a-common-eurobond

Nel farlo ha ricordato che “in queste ore drammatiche si sta combattendo la battaglia politica tra chi vuole cambiare l’Europa e costruire finalmente una casa comune solidale, semplice e vicina ai popoli europei e quanti, soprattutto nel Nord Europa, pensano che proseguire ad oltranza nella difesa dei propri egoismi nazionali possa ancora essere la soluzione, nonostante tutto”. 

“Se credete in una vera solidarietà Europea, con responsabilità e sforzi condivisi, vi invitiamo a firmare, diffondere e condividere sui vostri social questa petizione” – scrive Esperia con spirito costruttivo e certamente europeista.   “Vogliamo contribuire a costruire la volontà politica indispensabile per andare oltre le tattiche e i bizantinismi, con il coraggio che ebbero i padri fondatori dell’Europa alla fine della seconda guerra mondiale”, ha dichiarato  Antonio Cenini, uno dei promotori del Circolo.

Ma non sono solo gli ambienti italiani a mobilitarsi

Ma anche cittadini tedeschi, olandesi e austriaci hanno lanciato analoga petizione rivolta ai loro governi nazionali

https://www.change.org/p/deutsche-bundesregierung-europäische-solidarität-jetzt-institutionalisieren-eurobonds-gegen-die-coronakrise?recruiter=641320904&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink&utm_campaign=share_petition

“La solidarietà europea fallisce di fronte alla crisi del coronavirus”, si legge. “Sebbene la crisi del covid-19 colpisca tutti gli stati membri dell’Unione Europea, i governi nazionali – e in particolare l’Aia, Berlino e Vienna – continuano a cercare di guadagnare e sottrarsi alle loro responsabilità condivise.  Al fine di garantire la stabilità dell’area dell’euro e consentire la ricostruzione dell’economia europea dopo la crisi, sono inevitabili #Eurobonds, ovvero la responsabilità solidale per i debiti che devono necessariamente essere coperti e a beneficio dell’economia europea.

 I nostri sistemi sanitari, e in particolare quelli del Sud europeo, sono sotto pressione non solo a causa della diffusione aggressiva del virus corona, ma anche e soprattutto a causa di anni di misure di austerità che sono state imposte agli Stati membri sotto il mantra dell’austerità.  La complicità degli stati che ora rifiutano la solidarietà è innegabile.

Come cittadini europei della Repubblica Federale Tedesca, del Regno dei Paesi Bassi e della Repubblica Federale d’Austria, invitiamo i nostri governi ad assumersi le proprie responsabilità e ad usare la crisi del Coronavirus per istituzionalizzare la solidarietà europea.  I principali economisti di tutta Europa sono a favore di questo sviluppo dell’Unione Europea e forniscono regolarmente prove dell’effetto positivo dei cosiddetti Eurobond.  Il primo ministro portoghese Costa, il presidente italiano Mattarella e il primo ministro Conte sottolineano il dramma della situazione attuale e fanno appello alla Comunità europea affinché agisca finalmente. Perfino Jacques Delors, il padre dell’euro, che di solito non si esprime più politicamente, rompe il suo silenzio e mette in guardia dalla disgregazione del progetto comune europeo di fronte al travolgente egoismo nazionale.

Ci uniamo a questi appelli e con la presente invitiamo i nostri governi ad agire finalmente.”

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Editoriali

La Costituzione ai tempi del Coronavirus

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di Alessandro De Pasquale*

Si parla di prorogare, per ulteriori 15 giorni, le restrizioni messe in atto dal Governo Conte in nome – giustamente – del diritto costituzionale alla salute.

Visto però che abbiamo più volte scomodato la nostra amata Carta Costituzionale, vorrei soffermarmi sui suoi “principi fondamentali”, definiti tali dai nostri Padri Costituenti perché esprimono le finalità, i valori e gli ideali dello Stato.

Evito l’esegesi di tutti gli articoli di tali principi (non credo neanche di esserne capace) ma vorrei soffermarmi, da umile sindacalista, sul primo capoverso dell’articolo 1 della Costituzione che recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Bene! Fatta questa doverosa premessa, vorrei capire dove si colloca questo fondamentale principio nelle scelte del Governo che, a colpi di “decreti” sfornati improvvisamente e comunicati in diretta Facebook, hanno di fatto fermato l’Italia, lasciando morire di fame chi ogni giorno “tira a campare”, calpestando la dignità dell’uomo che, non ha caso, è anch’essa valorizzata e tutelata dall’articolo 2 della Costituzione: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Il Governo, in questo difficile momento di crisi sanitaria, tra le sue “impopolari” decisioni, deve comunque avere il coraggio di garantire al popolo la possibilità di lavorare, promuovendo tutte le condizioni opportune, eliminando gli ostacoli e tutelando così l’interesse economico, la libertà, la dignità e la personalità del lavoratore.

Se tutto questo non sarà possibile, non è un Governo degno della nostra amata Italia.

*Presidente Nazionale SIPPE

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