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Cronaca

Delitto di Arce, il ritorno del caso: la nuova battaglia del prof. Lavorino

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Il prof. Carmelo Lavorino espone 14 punti a sostegno dell’innocenza della famiglia Mottola e annuncia nuove consulenze in vista del terzo processo disposto dalla Cassazione

Oltre a fornirci preziosi suggerimenti nel merito di casi di cronaca nera in in essere, il prof. Lavorino fa parte, fra l’altro, del collegio di difesa della famiglia Mottola, indiziata di reato per l’omicidio di serena Mollicone, il famoso cosiddetto “delitto di Arce”. In questo caso, il prof. Lavorino ha già tirato fuori dal carcere il carrozziere Carmine Belli, in prima istanza condannato per l’omicidio di Serena Mollicone, il cui cadavere venne trovato il 3 giugno del 2001 nel boschetto di Fontecupa, che oggi si chiama Fonte Serena, in omaggio alla diciottenne lì ritrovata. Carmine Belli fu condannato per quella morte. Assolto poi in appello, quando il team della difesa, di cui faceva parte. Lavorino, riuscì a dimostrarne l’innocenza. Le indagini ripresero, e sotto il mirino della magistratura, e soprattutto dell’opinione pubblica, cadde la famiglia del comandante della caserma dei CC, il maresciallo Mottola, sua moglie e suo figlio. L’accusa sostenne che l’omicidio fosse avvenuto proprio in caserma, e che l’arma del delitto fosse stata una porta interna, che portava il segno di un violento urto. I Mottola, rinviati a giudizio, furono assolti in prima e seconda istanza, riuscendo il prof. Lavorino, a dimostrare che quel segno sulla porta era incompatibile che la causa della morte di Serena. Anche Stavolta la Cassazione ha rigettato ( date le reazioni in paese, primo accusatore dei Mottola, possiamo dire, “a furor di popolo”?)l’a seconda assoluzione, ordinando un nuovo processo.

Riportiamo di seguito il Comunicato dell’Ufficio Stampa Difesa Mottola, a cura del prof. Carmelo Lavorino

DOCUMENTO DELL’UFFICIO STAMPA DIFESA MOTTOLA

OMICIDIO SERENA MOLLICONE – GIALLO DI ARCE

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I Mottola innocenti per 14 motivi – Documento basico-programmatico del Pool Difesa Mottola

Omicidio Serena Mollicone, imputati ancora una volta i Mottola.

Siamo pronti ancora una volta a dimostrare l’innocenza dei Mottola e l’illogicità dell’impianto accusatorio: presenteremo ulteriori consulenze criminalistiche-forensi-investigative, e dimostreremo per la terza volta quanto segue:1) Franco, Marco ed Annamaria Mottola sono innocenti, nulla hanno a che vedere con la morte di Serena Mollicone, sono vittime di un’analisi investigativa strampalata, faziosa e contraddittoria, esplosa causa il “veleno della vipera” e il “sonno della ragione”, il primo è un brocardo popolare, il secondo un insegnamento di Francisco Goya.

2) L’impianto accusatorio contro i Mottola è zeppo degli stessi errori commessi contro Carmine Belli (perfezionati nel loro valore errorifico): frutto di illogiche ed avventate ricostruzioni sfociate nell’innamoramento dell’illazione-intuizione che diviene tesi, e, purtroppo, troppi inquirenti, invece di essere freddi e imparziali come loro dovere, si sono fatti trascinare dall’innamoramento del sospetto, dell’ipotesi e dell’errore d’equipe; purtroppo non sono state seguite le regole del buon senso, della logica, il sonno della ragione ha generato mostri (Francisco Goya); errare è umano, perseverare diabolico, tale massima è stata usata addirittura dal Procuratore Capo di Cassino, il compianto dottor Mario Mercone quando commentò gli errori della Procura e degli investigatori, sul caso Belli, ingiustamente accusato.

3) Di fatto, gli inquirenti sono entrati nel deserto, e lì si sono peri, continuano a vagare a doppio cerchio, errore infinito, o come il nastro di Moebius!

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4) La porta della caserma non + in mezzo lesivo che ha provocato la ferita all’arcata sopraccigliare sinistra di Serena; trattasi di errore strutturale e di constatazione del CTPM e della fissazione apodittica dell’impianto accusatorio: intuizione fallace.

5) I frammenti lignei rinvenuti sul nastro che avvolgeva il capo di Serena non provengono dalla porta, trattasi di errore strutturale e di constatazione del CTPM e della fissazione apodittica dell’impianto accusatorio; errore causato dalla fallace intuizione di chi volle costruire sulla porta la teoria del crimine.

6) Il frammento di vernice rinvenuto fra i capelli di Serena non proviene dalla caldaia del balcone della caserma, errore strutturale e di constatazione del CTPM, nonché leggerezza di analisi investigativa: trattasi di forzare i tasselli del puzzle per dimostrare la teoria graita.

7) Serena Mollicone è stata colpita all’arcata sopraccigliare mentre era nuda, questo è dimostrato dall’assenza di sangue sulla felpa, sulla maglietta e sugli indumenti; la ferita è nota come “ferita del pugile”, ferita di immediato sanguinamento. Purtroppo gli inquirenti guardano dalla parte opposta e si coprono gli occhi, nascondendo la testa come gli struzzi.

8) Quella mattina del 1 giugno 2001 Serena non è entrata in caserma per recarsi da Marco Mottola, non vi sono prove e/o elementi storici, comportamentali, tutto dimostra il contrario; le dichiarazioni del brigadiere Santino Tuzi sono sospette, vaghe, tardive, illogiche, contraddittorie, frutto di problemi psicologici esistenziali. Problemi che gli hanno causato fortissima perdita di autostima, vergogna di sé, pentimento e ansia. Tali da indurlo al suicidio.

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9) Il maresciallo Franco Mottola non ha effettuato alcun depistaggio, come invece erroneamente e fantasticamente è stato ipotizzato dall’impianto accusatorio, propagandato senza il rispetto della presunzione d’innocenza, e purtroppo divenuto “dogma accusatorio”.

10) Il corpo di Serena è stato portato in Fontecupa la notte fra sabato 2 giugno e domenica 3 giugno, non la notte di venerdì 1 giugno, anche questo scagiona i Mottola e, soprattutto invalida maggiormente l’impianto accusatorio già invalidato e demolito.

11) Contro la famiglia Mottola s’è scatenata la caccia alle streghe, il sadismo della folla urlante, che gode malignamente e cinicamente del danno altrui, la parte sadica che grida: “Prima impiccateli, poi processateli”. Purtroppo mlti mezzi d’informazione hanno agito in tal senso; diversi cacciatori di falsi scoop hanno strumentalizzato il dolore e la sete di giustizia di Guglielmo Mollicone e dei suoi parenti, così, i familiari i Serena sono caduti nell’infernale trappola mass-mediatica “Se accusi i Mottola avrai voce e visibilità – i Mottola sono colpevoli – Vi siete convinti della loro colpevolezza e noi vi sosterremo”. Questo è uno dei peggiori atti di inciviltà giuridica sinora verificatisi.

12) I consulenti del PM si sono adeguati in maniera acritica all’impianto accusatorio, ed hanno commesso errori elementari da noi ampiamente confutati e demistificati in ambito processuale e di contraddittorio: abbiamo dimostrato anche gli errori matematici, logici, di impostazione, di ragionamento e di conclusione.

13) Nell’impianto accusatorio non quadrano i tempi, i comportamenti, i fatti e la logica; inoltre gli indizi “seri” non portano verso i Mottola: a) la impronte papillari sui nastri sono della combinazione criminale che ha “confezionato” Serena Mollicone e non sono dei Mottola; b) i frammenti di DNA repertati sui nastri non sono dei Mottola; c) i tabulati telefonici dei Mottola e della caserma CC dimostrano che non hanno potuto portare il corpo di serena in Fontecupa per la notte dl 1 giugno, né per le ore 00,00 a seguire, né poi; d) le montature psico-investigative di ammaliamento dell’opinione pubblica quali il telefonino, l’hashish e il prelievo di Guglielmo Mollicone durante il funerale sono state ampiamente demistificate in sede processuale (in particolar modo il fatto che l’ordine di condurre Mollicone padre in caserma, venne impartito dal capitano Trombetti); e) le disastrose ed antiscientifiche ipotesi della porta quale mezzo lesivo, dei nastri contenenti i frammenti lignei della porta e del frammento di vernice, sono state ampiamente da noi confutate, così come è stato ampiamente dimostrato che trattasi di un mix di sbagli e fissazioni investigative senza costrutto , illogiche e strampalate; f) l’avvistamento di Carmine Beli presso il bar Della Valle (Chioppetelle), non è del 1 giugno 2001, ma del 31 maggio, la ragazza vista piangere d Belli non era Serena Mollicone, il ragazzo che la strattonava non era Marco Mottola,; g) Tuzi mai è andato a chiedere scusa a Carmine Belli (soprattutto il giorno della liberazione di Belli), bensì alcune settimane dopo la scarcerazione, lo vide in Arce e gli gridò da lontano: “Ciao Carmine, ho saputo che eri innocente”. H) le tardive, sconclusionate e insignificanti dichiarazioni dei vari Malnati, Tersigni, Ferrauti ed altri non hanno alcun valore probatorio, sono il frutto di pettegolezzi e di “dagli all’untore” di manzoniana memoria.

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14) Tuzi è inattendibile, non credibile, reticente e contraddittorio, con comportamento stranissimo, evitante ed omissivo. E’ evidente che sia stato “messo in mezzo” e pressato sino a che non ha dichiarato quello di cui qualcuno si era apoditticamente fissato, e quello che aveva generato il catastrofico “errore d’equipe”. Le registrazioni depongono in tal senso. Stranissimo è il fatto che si sia impaurito quando gli è stato fatto capire con un bluff che “I RIS avevano trovato tracce di Serena al piano superiore della caserma CC di Arce”, nostra domanda :” Ma lui che ne sapeva?”  Comunque i RIS non hanno trovato tracce di Serena  ak piano superiore, giusto per chiarezza.

Tuti si è suicidato per perdita dell’autostima per i seguenti motivi combinati: a) delusione per il rifiuto dell’ex amante Annarita Torriero (ultimo contatto telefonico prima del suicidio); b) pentimento, vergogna e disprezzo di sé  per essersi fatto mettere in mezzo e sopraffare , sino ad accusare velatamente Marco Mottola; c) segreti personali sul proprio comportamento non collegato ai Mottola, ma alla sua vita che un’adeguata vittimologia dovrebbe individuare. 

Si ricorda che il comportamento è sempre un modo per non confessare, e che il suicidio è sempre una forma di confessione.

Concludiamo con l’invito ai giornalisti e ai mezzi d’informazione a fare vera informazione, di smetterla – a chi lo fa – di dare sempre e comunque voce solo alle ipotesi dell’accusa, di smetterla – a chi lo fa – a non dare voce a chi ha scelto per motivi di cassetta, di audience, di visibilità, per non finire nel dimenticatoio la facile via della colpevolezza dei Mottola ad ogni costo. Non si possono fare due pesi, tre misure e quattro voci: per Garlasco oggi quasi tutti sono innocentisti verso Alberto Stasi, tutti sono garantisti, tutti sospettano delle indagini e le criticano. Invece con i Mottola succede l’esatto contrario, si dice; “Tanto sono colpevoli, perché lo dice la televisione, e perché alla televisione lo hanno detto i giornalisti passacarte degli inquirenti…..” , e così in molti incassano il classico piatto di lenticchie. Trattasi di atteggiamento ridicolo, bipolare, incivile, demenziale e antigiuridico: IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI.

Non si comprende – a meno che non ci siano motivi di cassetta o personali/amicali/sentimentali/sessuali, o di “ordini dall’alto”, o di ruffianaggine (leggi opportunismo) perché si dia voce a personaggi fuori del processo, a personaggi che accusano i Mottola senza alcuna cognizione di causa e/o senza alcuna prova, pronti solo ad accodarsi alle calunnie e al sospetto dell’infamia, a dar voce a pseudoconsulenti che ben poco sanno di scienza e dei fatti che hanno collegamenti personali e/o professionali con i consulenti che buttano callide accuse senza averle dimostrate.

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Concludiamo con l’invito a giornalisti e a mezzi d’informazione a fare vera informazione, di smetterla di dare sempre e comunque voce solo alle ipotesi dell’accusa, e a non dare voce a chi ha scelto per motivi di cassetta, di audience, di visibilità, per non finire nel dimenticatoio, la facile via della colpevolezza dei Mottola ad ogni costo.

Firmato Prof. Carmelo Lavorino Responsabile Ufficio Stampa Difesa Mottola

USDM Ufficio Stampa Difesa Mottola

AMMINISTRATORI: Gaetano Bonaventura – Enrico Delli Compagni – Valentino Fusco – Carmelo Lavorino

POOL DIFENSIVO: Avvocati difensori: Francesco Germani – Piergiorgio Di Giuseppe- Enrico Mela – Fabio Quadrini.

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CONSULENTI TECNICI: Prof. Giorgio Bolino Medico Legale – Dott. Enrico Delli Compagni Psicologo Forense – Ing. Cosimo Pyo Di Mille – Prof. Carmelo Lavorino criminologo investigativo criminalista – Prof. Claudio Lavorino Biologo.

Cronaca

Anguillara Sabazia, il corpo di Federica sepolto come in una tomba: il giaciglio di sabbia e ghiaia sotto terra

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Il cadavere della 41enne nascosto sotto oltre due metri di terra, su un fondo drenante studiato per impedire la fuoriuscita di odori. La Procura indaga sui tempi, sulle competenze tecniche e sull’eventuale coinvolgimento di altre persone.

Un giaciglio preparato con cura, come una tomba improvvisata ma tecnicamente studiata. È questo uno degli elementi più inquietanti emersi dal ritrovamento del corpo di Federica Torzullo, 41 anni, scomparsa l’8 gennaio scorso e rinvenuta domenica mattina in un terreno adiacente all’azienda di movimento terra Carlomagno, ad Anguillara Sabazia, a nord di Roma.

Come riportato da “Il Messaggero” sotto oltre due metri e mezzo di terra, gli inquirenti hanno trovato non solo un cadavere in avanzato stato di decomposizione, ma anche un dettaglio che ora pesa come un macigno nell’inchiesta della Procura di Civitavecchia: il fondo della fossa era stato preparato con un letto di sabbia e ghiaia, un materiale drenante utilizzato normalmente nei cantieri edili.

Un accorgimento tutt’altro che casuale. Il pietrisco, infatti, consente di assorbire e disperdere i liquidi della decomposizione, riducendo la fuoriuscita di odori e gas. In altre parole, una soluzione tecnica che avrebbe evitato che il corpo “tradisse” la sua presenza. Ed è anche per questo, secondo gli investigatori, che Federica non è stata trovata durante le prime perquisizioni, nonostante il luogo fosse stato passato al setaccio.

Lo scavo e l’orrore

Domenica mattina, fin dalle prime ore, una pala meccanica incaricata dalla Procura ha iniziato a scavare in un’area vicino ai rovi, a pochi metri dal parco mezzi dell’azienda. Alle 10:30, a circa due metri e mezzo di profondità, l’escavatore si è fermato di colpo: era emerso un braccio umano.

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Davanti ai carabinieri si è presentata una scena che difficilmente potrà essere dimenticata. Il corpo di una donna, irriconoscibile, divorato dalla terra e dal tempo, giaceva al buio da almeno dieci giorni. Ai polsi, ancora visibili, alcuni braccialetti. In quelle condizioni, spiegano gli esperti, la decomposizione accelera rapidamente già entro le prime 48 ore.

I tempi e i sospetti

Per l’omicidio è stato fermato il marito, Claudio Carlomagno, titolare dell’azienda e figlio dell’assessora comunale alla Sicurezza. Secondo la ricostruzione investigativa, l’uomo sarebbe uscito di casa la mattina di venerdì 9 gennaio intorno alle 7:30, avrebbe scavato la fossa con un mezzo meccanico, predisposto il letto di ghiaia e sabbia, occultato il corpo e ricoperto tutto in meno di due ore.

Un tempo limitatissimo: intorno alle 9 l’azienda avrebbe iniziato a popolarsi di operai. Carlomagno, quel giorno, si sarebbe presentato sul posto verso le 10, in ritardo rispetto alle abitudini. Prima sarebbe stato visto aggirarsi tra la cava di lapillo e i terreni di Spanora.

Il corpo era sepolto “sotto il naso” di chi quotidianamente lavorava lì. Un dettaglio che rende ancora più stringente la domanda degli investigatori: è davvero possibile che abbia agito da solo?

Le indagini

Al momento la Procura non contesta l’aggravante della premeditazione, ma il ritrovamento del giaciglio drenante apre interrogativi pesanti sulla consapevolezza e competenza tecnica di chi ha scavato quella fossa. Un metodo che conosce bene chi lavora nel settore edile.

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Restano da chiarire il movente e l’eventuale coinvolgimento di altre persone. Sotto sequestro sono finiti fin da subito l’abitazione, l’auto e il mezzo utilizzato la mattina del 9 gennaio.

Il silenzio di Anguillara

Anguillara Sabazia è piombata in un silenzio irreale. Domenica sera decine di persone si sono fermate davanti alla stazione dei carabinieri, tra lampeggianti e telecamere, in attesa di vedere uscire il marito in stato di fermo.

Tra loro anche Luigi Mangiapelo, padre di Federica, la sedicenne uccisa 14 anni fa dal fidanzato, un tragico destino che ha voluto far coincidere i nomi delle due vittime:
«Fin dall’inizio ho pensato al peggio. Chi certe cose le ha vissute, le sente. Poveri genitori, e povero il figlio di 9 anni».

Il sindaco Angelo Pizzigallo ha espresso cordoglio con un messaggio sui social. Nei giorni scorsi il consigliere Sergio Manciuria aveva chiesto un consiglio comunale straordinario, anche per chiarire la posizione dell’assessora alla Sicurezza, madre dell’indagato, ma senza esito.

Questa sera, alle 21, la comunità scenderà in strada per una fiaccolata in memoria di Federica. Una luce accesa nel buio di una vicenda che, metro dopo metro di scavo, continua a restituire dettagli sempre più inquietanti.

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Cronaca

Federica Torzullo uccisa in casa e sepolta con una pala meccanica: fermato il marito

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Secondo la Procura di Civitavecchia il corpo della donna sarebbe stato trasportato in auto dal coniuge e occultato in un terreno accanto alla ditta di famiglia. Tracce di sangue in casa, nell’auto e sui mezzi da lavoro: “Quadro indiziario grave, preciso e concordante”

Il corpo di Federica Torzullo era stato interrato in una buca profonda, scavata con un mezzo meccanico e nascosta tra i rovi, in un terreno attiguo alla ditta di movimento terra della famiglia del marito. È quanto emerge dal comunicato diffuso dalla Procura della Repubblica di Civitavecchia, che domenica 18 gennaio ha disposto il fermo di Carlomagno Agostino Claudio, ritenuto responsabile dell’omicidio aggravato della moglie.

Il cadavere è stato rinvenuto alle prime ore del mattino dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Ostia, della Compagnia di Bracciano, della Stazione di Anguillara Sabazia e dal RIS di Roma, al termine di un’attività di scavo mirata. La fossa, realizzata con mezzi meccanici, si trovava in un fondo confinante con l’azienda di famiglia dell’indagato.

Alla luce del ritrovamento del corpo, la Procura ha proceduto a una profonda rivalutazione del quadro indiziario, che – si legge nel comunicato – si concentra “in via esclusiva” sulla figura del coniuge, superando la soglia della mera probabilità e raggiungendo quella della gravità, precisione e concordanza degli indizi.

Secondo gli inquirenti, Carlomagno Agostino Claudio avrebbe fornito una ricostruzione dei fatti giudicata incongruente e smentita da dati oggettivi. Non sarebbe vero, in particolare, che la mattina del 9 gennaio non fosse rientrato a casa dal lavoro: le immagini delle telecamere lo immortalano mentre fa ritorno nell’abitazione. Anche i suoi spostamenti durante la giornata non coincidono con quanto dichiarato, come dimostrerebbero i dati di geolocalizzazione dell’autovettura.

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Gli accertamenti avrebbero invece confermato che Federica Torzullo non è mai uscita di casa dopo le 19:30 dell’8 gennaio e che sarebbe stata uccisa tra la tarda serata e le prime ore del mattino successivo. Il marito, secondo la Procura, sarebbe uscito di casa alle 7:30 del 9 gennaio per recarsi al lavoro, per poi rientrare brevemente nell’abitazione, contrariamente a quanto sostenuto in sede di denuncia.

Il cellulare della vittima non è stato ancora ritrovato. Gli investigatori ritengono che il corpo di Federica Torzullo sia stato caricato in auto dal marito e trasportato presso la ditta familiare, dove sarebbe stato successivamente occultato nel terreno. A sostegno di questa ipotesi vengono citati numerosi elementi: i telefoni della coppia risultano localizzati nella zona dell’azienda, alla guida dell’auto risulta esserci stato solo Carlomagno, e all’interno del veicolo sono state repertate tracce di sangue e materiale biologico, comprese nel bagagliaio.

Ulteriori tracce ematiche sono state rinvenute sui vestiti da lavoro dell’indagato, sul pavimento dell’ingresso dell’abitazione, nella cabina armadio della camera da letto della vittima, sul manico di un badile, su un mezzo meccanico custodito nel magazzino della ditta e su un asciugamano abbandonato in una cava per inerti.

Alla luce di questi elementi, la Procura ha ritenuto sussistenti le esigenze cautelari, in particolare il concreto pericolo di inquinamento probatorio. Secondo gli inquirenti, Carlomagno Agostino Claudio avrebbe già tentato di influenzare una persona informata sui fatti e, se lasciato in libertà, potrebbe ostacolare il ritrovamento dell’arma del delitto, che al momento non è stata ancora individuata nonostante i sequestri di abitazione, veicoli e azienda.

Per queste ragioni, il pubblico ministero ha disposto il fermo dell’uomo per omicidio aggravato. La Procura sottolinea tuttavia che il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari e che l’indagato resta presunto innocente fino a sentenza definitiva, con pieno diritto di difesa che potrà esercitare nel corso dell’interrogatorio di garanzia.

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Cronaca

Anguillara, trovato il corpo di Federica Torzullo nella ditta del marito. Probabile coinvolgimento di terzi

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Svolta nel caso Torzullo: trovato un corpo nell’azienda del marito ad Anguillara Sabazia.

ANGUILLARA SABAZIA (ROMA) – Una drammatica svolta ha segnato, nella mattinata di domenica 18 gennaio 2026, le indagini sulla scomparsa di Federica Torzullo, la 41enne di cui si erano perse le tracce dallo scorso 8 gennaio. I Carabinieri hanno rinvenuto il cadavere di una persona, non ancora ufficialmente identificata, proprio all’interno della sede operativa della ditta di movimento terra di proprietà del marito, Agostino Claudio Carlomagno.

Il ritrovamento e le prime evidenze

Secondo le prime indiscrezioni trapelate, il corpo sarebbe stato rinvenuto solo parzialmente. Il ritrovamento è avvenuto nel corso delle intense attività di ricerca che, nelle ultime ore, si erano concentrate sull’area aziendale e su una cava in uso alla famiglia. Sul posto sono intervenuti i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Ostia e i militari di Anguillara Sabazia, coadiuvati dagli specialisti del RIS di Roma.

Un quadro indiziario “grave”

Il ritrovamento giunge all’indomani della diffusione di una nota della Procura di Civitavecchia, coordinata dal procuratore Alberto Liguori, che descriveva un quadro indiziario pesantissimo a carico di Carlomagno, già iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario.

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Le analisi scientifiche effettuate nei giorni precedenti avevano infatti rivelato tracce ematiche in molteplici luoghi riconducibili all’uomo: all’interno dell’abitazione coniugale. Sugli abiti da lavoro dell’indagato, all’interno della sua autovettura e sul mezzo meccanico aziendale.

Le incongruenze e la videosorveglianza

A incastrare inizialmente il marito sarebbero state le immagini delle telecamere di videosorveglianza della loro villetta. Federica Torzullo è stata inquadrata mentre rientrava in casa la sera dell’8 gennaio intorno alle 19:30, ma non è mai stata vista uscire. Al contrario, Carlomagno è uscito regolarmente la mattina successiva alle 7:30.

Le “divergenze insanabili” tra il racconto dell’uomo – che aveva denunciato la scomparsa parlando di normali problemi di coppia – e le evidenze tecniche hanno spinto gli inquirenti a concentrare le ricerche nei luoghi di lavoro dell’imprenditore.

In attesa del DNA

Sebbene tutto lasci presupporre che i resti appartengano alla 41enne, la Procura attende gli esiti degli esami del DNA e degli accertamenti tecnici irripetibili disposti sui beni repertati per l’identificazione formale e per chiarire la dinamica del delitto. Le indagini proseguono inoltre per accertare il movente e l’eventuale coinvolgimento di terzi nella gestione del cadavere.

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