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Dossier 113: ecco come il “cittadino eroe” Candido Casella ha salvato la vita a una ragazza

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ROMA – Una esperienza triste ma a lieto fine legata al 113. Un cittadino virtuoso, Candido Casella ha salvato una vita umana a Roma. Un giovane ha accoltellato la nonna e ha poi ferito gravemente la sorella che si trovava all’interno dell’abitazione. Per fortuna quest’ultima è riuscita a fuggire proprio grazie a chi non si è voltato dall’altra parte. La collaborazione dei cittadini è fondamentale per aiutare a risolvere i casi. Questo lo sa bene il Prefetto Francesco Tagliente, esperto di sicurezza urbana, il quale quando è stato questore di Roma aveva attivato una collaborazione stretta e di fondamentale importanza con la cittadinanza a tal punto che Tagliente stesso si è trovato più volte a premiare i cittadini che si erano contraddistinti per responsabilità civica e senso del dovere. Li invitava nel suo  Ufficio e con una stretta di  mano gli rappresentava la sua gratitudine per l’alleanza sociale e lo spirito di solidarietà  dimostrato, annotando addirittura i nomi in un registro chiamato  “albo dei cittadini virtuosi”.

Per testimoniare pubblicamente la sua gratitudine ai cittadini che grazie al loro intervento e a una telefonata al 113 erano riusciti a risolvere situazioni difficili, Tagliente organizzò  anche, nel 2012,  un concerto con la Banda musicale della Polizia di Stato, all’Auditorium della Conciliazione dedicato agli oltre 500 cittadini denominati “virtuosi” e rispettive famiglie.

L’intervento di Candido Casella, dunque, è stato di fondamentale importanza per evitare la tragedia nella tragedia.

 

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Ci racconta cosa è successo?

Circa sei anni fa, nel fare rientro alla mia abitazione, avvertii grida concitate di aiuto. Credetti, soltanto per un secondo, che fosse accaduto qualche grave inconveniente ad un conoscente dirimpettaio, con problemi di salute ma la mia attenzione cadde subito su una ragazza che correva verso la mia direzione con urla di disperazione, chiedendo aiuto.

 

Perché gridava?

La ragazza era inseguita, da pochi metri di distanza, da un altro ragazzo che agitava nella mano un coltello insaguinato

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In quel frangente cosa ha fatto?

Mi trovavo all’altezza del cancello della mia abitazione e, urlando anche io, ho fatto in tempo ad aprire il cancello e a mettere al sicuro la ragazza, scossa da tremore e ansimante, affidandola alle cure di mia sorella. Nel frattempo l’inseguitore si era fermato ed era tornato indietro.

 

Quando ha chiamato i soccorsi?

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Praticamente subito! Mentre mia sorella cercava di dare un primo soccorso alla ragazza, con una ferita sanguinante sul viso e sulla schiena, telefonai al 113 avvertendoli su quanto accaduto. Io non so se altre volte ci fu altrettanta solerzia da parte della Polizia, ma posso dire che dopo pochi minuti arrivò una prima volante e contemporaneamente l’ambulanza del 118 che iniziarono, ognuno per le loro competenze, a prendersi cura del caso, rivelatosi molto grave. Il loro immediato intervento evitò conseguenze ancora più tragiche.

 

Quindi si rese conto che il suo contributo e la tempestività del soccorso contribuirono  a salvare la vita alla ragazza.

Esattamente. Qualche tempo dopo venni chiamato e ricevuto dal Questore di Roma, dott. Francesco Tagliente, che, per il gesto che avevo compiuto, si complimentò con tanto di foto ricordo, che conservo, di una stretta di mano davanti alla bandiera italiana.

 

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In quei momenti concitati, ha avuto dei tentennamenti?

A dire la verità, in quei frangenti mi tremavano le gambe, ma era in pericolo una ragazza impaurita e disperata. Debbo ammettere, al di là della mia persona, che per me fu un piacere inaspettato, dimostrare, da parte del Questore la vicinanza del 113 al cittadino.

 

Fu contento di questo riconoscimento?

Molto. Il dott. Tagliente, successivamente, volle invitarmi, assieme ad altre persone che si erano distinte per fatti analoghi, ad un concerto organizzato dalla Questure di Roma all’Auditorium di via della Conciliazione, in cui pubblicamente sottolineò nel suo intervento, l’importanza della collaborazione fra cittadino e Forze di polizia, come la sola strada che può migliorare la sicurezza nella cittadinanza.

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Oggi non va proprio in questo modo

Vorrei che tutte le istituzioni si comportassero in tale modo. Dulcis in fondo ricevetti anche un regalino per Natale. Il dotto Tagliente ci invitò alla cerimonia di scambio degli auguri insieme con i familiari delle vittime del dovere. In quella circostanza ci regalò un fermacarte con lo stemma della Questure di Roma che ad oggi ha la sua utilità e mantiene il ricordo

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Editoriali

Federica Torzullo e Federica Mangiapelo: la legge sul femminicidio cambia tutto, ergastolo per Carlomagno e stop alle scappatoie

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La vicenda di Federica Torzullo, uccisa brutalmente ad Anguillara Sabazia, rappresenta un punto di svolta nella giustizia italiana. Non si tratta più di un semplice omicidio, ma di un femminicidio, reato introdotto di recente nel codice penale che cambia radicalmente il destino del presunto colpevole, Claudio Carlomagno. Grazie alla nuova legge voluta dal governo Meloni, chi commette un femminicidio rischia l’ergastolo senza attenuanti, eliminando ogni spazio di interpretazione che in passato poteva alleggerire la pena.

Il caso di Federica Mangiapelo: la legge vecchia in azione

Questa normativa assume ancora più peso se la confrontiamo con il caso di Federica Mangiapelo, la 16enne di Anguillara Sabazia trovata morta sulla riva del lago di Bracciano la notte di Halloween del 2012. L’assassino Marco Di Muro, che aveva tolto la vita a Federica con modalità efferate, venne condannato a soli 14 anni di carcere grazie alla concessione delle attenuanti generiche. Di Muro uscirà di prigione il prossimo anno.

Al 2026, Marco Di Muro ha scontato circa 8 anni di carcere effettivo a seguito della condanna definitiva. 

Ecco la cronologia della sua detenzione:

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  • Sentenza definitiva: Nel dicembre 2017, la Corte di Cassazione ha confermato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Federica Mangiapelo.
  • Inizio detenzione: Dopo la sentenza definitiva del 2017, è stato condotto in carcere per espiare la pena residua. Precedentemente, nel 2014, era stato sottoposto agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.
  • Stato attuale (2026): Risulta ancora in fase di espiazione della pena. Nonostante la condanna a 14 anni, il periodo trascorso in carcere può essere influenzato da benefici di legge, come la liberazione anticipata (sconto di 45 giorni ogni sei mesi per buona condotta). 

La differenza con il caso di Torzullo è netta: fino a pochi anni fa, la legge italiana non prevedeva il femminicidio come reato autonomo e richiedeva di dimostrare premeditazione e crudeltà per infliggere le pene più severe. Ciò consentiva, purtroppo, di ridurre significativamente la condanna, aprendo vie di fuga giuridiche che oggi non esistono più.

Il caso Mangiapelo mostra quanto fosse insufficiente la legge precedente nel garantire giustizia e protezione alle vittime di violenza domestica o di genere. La pena, di soli 14 anni, non rifletteva la gravità del crimine e lasciava spazio a un senso di ingiustizia sociale e legale.

Il dramma di Federica Torzullo

Federica Torzullo è stata trovata morta in circostanze agghiaccianti. Colpita ripetutamente e poi occultata in una buca scavata con un mezzo meccanico nella proprietà di famiglia, il suo corpo mostrava segni evidenti di violenza estrema. Oggi, con la nuova legge sul femminicidio, il reato contestato a Claudio Carlomagno è chiaro: uccidere una donna nell’ambito di un contesto di controllo, possesso o prevaricazione costituisce femminicidio aggravato, con pena automatica dell’ergastolo.

Prima dell’introduzione di questa legge, situazioni simili a quella di Federica Torzullo potevano dare spazio a spiegazioni e attenuanti. Era necessario provare premeditazione o crudeltà estrema. Difensori e imputati spesso riuscivano a ridurre le pene sostenendo raptus, stati emotivi, gelosia incontrollata o altri fattori psicologici. Oggi, invece, nessuna giustificazione è più accettata: chi commette femminicidio paga con la pena massima prevista dalla legge.

Cosa cambia con la legge sul femminicidio

L’introduzione dell’articolo 577‑bis nel codice penale ha ridefinito completamente il quadro. Il femminicidio è oggi reato autonomo, e per la condanna non è necessario provare premeditazione o crudeltà: basta il fatto di aver ucciso una donna per motivi legati alla sua autonomia, al rifiuto di una relazione o a dinamiche di possesso e controllo.

In pratica:

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  • Non esiste più la possibilità di attenuanti ordinarie.
  • Non serve discutere stati emotivi, raptus o psicologia dell’imputato.
  • La pena prevista è l’ergastolo.

Nel caso di Claudio Carlomagno, la legge si applica con rigore. Il reato, è indubbiamente quello di Femminicidio – oltre ad altri reati commessi da Carlomagno come l’occultamento di cadavere – quindi possono esserci scappatoie o interpretazioni di sorta: la condanna sarà quella prevista dalla nuova legge e la giustizia non potrà più concedere riduzioni significative della pena, come avvenuto nel caso Mangiapelo.

Impatto sulla giurisprudenza e sulla sicurezza delle donne

La vicenda Torzullo segna un punto di svolta nella giustizia italiana. La legge sul femminicidio garantisce certezza della pena, elimina interpretazioni soggettive e invia un messaggio chiaro: la violenza contro le donne non sarà più tollerata, e chi la commette pagherà con la massima severità.

Questo cambiamento legislativo ha implicazioni importanti per la sicurezza e la tutela delle donne. Ogni caso di violenza domestica o di genere che sfocia in omicidio sarà giudicato secondo criteri rigorosi, senza la possibilità di attenuanti legate a raptus, gelosia o problemi psicologici del colpevole.

La differenza tra ieri e oggi

Confrontare i casi Torzullo e Mangiapelo rende evidente quanto la legge sul femminicidio rappresenti un cambio di paradigma:

  • Nel caso Mangiapelo, la legge vecchia ha permesso all’assassino di uscire dal carcere dopo soli 12 anni.
  • Nel caso Torzullo, la nuova legge garantisce che l’autore del crimine affronti l’ergastolo immediato, senza giustificazioni.

È un cambiamento radicale che sottolinea la volontà dello Stato italiano di non lasciare spazio a scuse o attenuanti. La giustizia diventa severa, chiara e immediata.

Il messaggio della legge: zero tolleranza

La legge sul femminicidio è un segnale forte: la violenza di genere non è più trattata come un fenomeno marginale o con possibilità di attenuanti. Lo Stato stabilisce che ogni femminicidio deve essere perseguito con la massima severità, e chi lo commette deve essere condannato a pena massima.

Federica Torzullo diventa così simbolo di un cambio culturale e giuridico nella società italiana: non ci saranno scuse per chi uccide una donna, e la certezza della pena diventa reale e tangibile.

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I casi di Federica Torzullo e Federica Mangiapelo mostrano chiaramente la differenza tra la vecchia e la nuova legge. Nel primo caso, la giustizia non lascia margini di manovra: chi uccide una donna paga con l’ergastolo. Nel secondo, le falle della legge vecchia hanno permesso all’assassino di uscire dal carcere troppo presto.

La legge sul femminicidio cambia tutto: certezza della pena, protezione delle donne e giustizia senza compromessi. Ogni donna uccisa oggi rappresenta la necessità di applicare questa legge con rigore, e ogni condanna serve a ricordare che la violenza di genere non sarà più tollerata.

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Editoriali

Legge anti-maranza: basta sconti, le città non possono più essere ostaggio dei delinquenti

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Il governo Meloni propone norme dure contro chi gira armato e semina violenza: serve una legge che impedisca ai giudici di giustificare o alleggerire le pene a chi ha già invaso le nostre strade e terrorizza i cittadini

C’è un momento in cui uno Stato deve smettere di giustificare, comprendere, spiegare. Deve semplicemente proteggere. La proposta di legge cosiddetta “anti-maranza”, voluta dal governo Meloni e ora al vaglio del Parlamento, nasce esattamente da questa esigenza: restituire sicurezza ai cittadini onesti e togliere le città dalle mani di bande di bulli armati che da troppo tempo agiscono nell’impunità quasi totale.

Perché di questo si tratta. Non di disagio giovanile, non di folklore urbano, non di “ragazzi che sbagliano”. Ma di delinquenza organizzata di strada, fatta di coltelli, spranghe, machete, rapine, pestaggi, aggressioni gratuite e spesso mortali. Una violenza che ha già mietuto troppe vittime e che continua a farlo mentre una parte della politica e della magistratura discute di attenuanti, contesti sociali e percorsi rieducativi.

Le nostre città sono diventate ostaggio. Stazioni, metropolitane, piazze, centri storici, periferie: ovunque gruppi di cosiddetti “maranza” girano armati, intimidiscono, colpiscono. Non hanno paura della legge perché la legge non fa più paura. Arrestati la sera, rilasciati la mattina dopo. Denunciati decine di volte, ma sempre in strada. Una giustizia che entra in scena solo per spiegare perché non può intervenire davvero.

La proposta del governo va nella direzione giusta: disarmare chi gira armato, colpire duramente il porto di armi improprie, rafforzare le misure di prevenzione e repressione. Ma non basta. E qui il Parlamento ha una responsabilità enorme. Questa legge deve diventare una svolta vera, non l’ennesimo testo annacquato da emendamenti, cavilli, ghirigori giuridici e scappatoie interpretative che permettono ai giudici di rimettere in libertà questi soggetti dopo poche ore.

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Serve il coraggio di dire una cosa semplice e impopolare nei salotti buoni: chi gira armato deve finire in galera. Punto. Senza sconti di pena, senza sospensioni, senza affidamenti ai servizi sociali, senza giustificazioni sociologiche. Chi viene trovato con un coltello o un’arma impropria in tasca non è un povero ragazzo in difficoltà, è una minaccia pubblica.

E non si venga a dire che “il carcere non rieduca”. Intanto protegge. Protegge le vittime potenziali, protegge i cittadini, protegge i ragazzi normali che vogliono vivere le città senza paura. La rieducazione, se possibile, venga dopo. Ma prima viene la sicurezza. Prima viene il diritto a tornare a casa vivi.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una lunga lista di aggressioni, accoltellamenti, rapine finite nel sangue. Giovani e giovanissimi colpiti per un telefono, per uno sguardo, per una parola di troppo. Famiglie distrutte mentre i responsabili, spesso, sono tornati liberi in tempi record. Questo non è garantismo: è resa dello Stato.

La legge “anti-maranza” deve quindi essere senza ambiguità. Deve prevedere pene severe, certe, immediate. Deve limitare drasticamente la discrezionalità che oggi consente di svuotare le carceri mentre le strade si riempiono di violenza. Deve impedire che cavilli procedurali, interpretazioni creative o automatismi buonisti trasformino ogni arresto in una barzelletta.

Perché c’è un’altra verità che nessuno osa dire: l’impunità genera emulazione. Se i delinquenti sanno che non succede nulla, continueranno. Se sanno che finisce con una denuncia e una pacca sulla spalla, alzeranno il livello dello scontro. Se invece sanno che li aspetta il carcere vero, subito e senza scorciatoie, qualcosa cambierà.

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Non è una questione ideologica. È una questione di ordine pubblico. E di civiltà. Uno Stato che non difende i suoi cittadini perde legittimità. Una giustizia che tutela più chi delinque che chi subisce diventa incomprensibile, distante, ostile.

Ora il Parlamento ha davanti a sé una scelta chiara: o stare dalla parte delle vittime, delle famiglie, dei cittadini stanchi di vivere nella paura, oppure continuare a proteggere un sistema che ha già dimostrato di non funzionare. Ogni indebolimento della legge, ogni “ma”, ogni “però”, ogni deroga sarà una responsabilità politica precisa.

La legge “anti-maranza” può essere l’inizio di una inversione di rotta. Ma solo se sarà dura, netta, inequivocabile. Senza sconti. Senza scorciatoie. Senza alibi. Perché le città non possono più aspettare. E i cittadini nemmeno.

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Ambiente

Rogo a Vallericcia: l’area sotto sequestro diventa ancora una volta un inferno

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Un nuovo incendio è divampato nel primo pomeriggio di domenica 11 gennaio in un terreno privato di Vallericcia, località del Comune di Ariccia, riportando sotto i riflettori una zona già al centro delle cronache locali per degrado e rischi ambientali. L’area, che lo scorso dicembre era stata interessata da un vasto incendio e successivamente posta sotto sequestro giudiziario dai Carabinieri Forestali, è stata nuovamente avvolta dalle fiamme, suscitando preoccupazione tra i residenti e le autorità locali.

L’incendio del mese scorso aveva già portato all’iscrizione nel registro degli indagati di un uomo di circa quarant’anni, residente ad Ariccia e già noto alle forze dell’ordine, a seguito della scoperta di una discarica abusiva all’interno del terreno. La zona, di circa 4.000 metri quadrati, presentava cumuli di rifiuti di vario genere, tra cui materiali potenzialmente pericolosi come pneumatici usati, bombole di GPL, batterie e sostanze oleose, rendendo particolarmente rischiosa la possibilità di nuovi incendi.

I vigili del fuoco e la Polizia Locale di Ariccia sono intervenuti immediatamente per domare le fiamme, che si erano propagate rapidamente, alimentate dal vento e dal materiale infiammabile presente sul terreno. Le operazioni di spegnimento si sono protratte per diverse ore, con l’obiettivo di circoscrivere l’incendio e mettere in sicurezza l’area, evitando il rischio di ulteriori danni alle zone circostanti e agli abitanti della zona. Al termine delle operazioni, le autorità hanno nuovamente riapposto i sigilli sul terreno, confermando il sequestro giudiziario già attivo e avviando accertamenti per determinare le cause dell’incendio, valutando se possa essersi trattato di un atto doloso o di un episodio accidentale collegato alla presenza dei rifiuti.

La ripetizione di incendi in un’area già sequestrata ha generato forte preoccupazione nella comunità locale e riaperto il dibattito sulla tutela del territorio, sulla gestione delle aree degradate e sulla necessità di interventi strutturali di prevenzione. Negli ultimi anni, la zona di Vallericcia era già stata oggetto di controlli per la scoperta di discariche abusive e di laboratori irregolari, evidenziando una situazione di degrado diffuso e un rischio concreto per l’ambiente e la salute pubblica. Gli incendi in questa area comportano non solo danni materiali ma anche la diffusione di fumi e sostanze tossiche nell’aria, rappresentando un pericolo per i residenti e per l’ecosistema circostante.

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Le autorità locali hanno ribadito l’importanza di un monitoraggio costante delle aree già interessate da incendi e sequestri, sottolineando come sia necessario un impegno congiunto tra istituzioni, forze dell’ordine e comunità per prevenire il ripetersi di episodi simili. La gestione di Vallericcia e delle aree limitrofe richiede interventi concreti di bonifica e controllo, un piano di prevenzione efficace e una maggiore vigilanza per contrastare comportamenti illeciti che continuano a minacciare il territorio.

La popolazione di Ariccia e dei Castelli Romani segue con attenzione gli sviluppi della vicenda, consapevole che la tutela dell’ambiente e la sicurezza del territorio dipendono non solo dalle azioni delle autorità, ma anche dalla partecipazione e dalla responsabilità di tutti. L’ultimo incendio conferma quanto la zona sia fragile e quanto sia urgente attivare strategie di prevenzione e intervento capaci di garantire la sicurezza, proteggere il paesaggio e impedire il reiterarsi di episodi che continuano a mettere a rischio cittadini e ambiente.

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