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Editoriali

DOVE ERAVAMO RIMASTI?: …LE BANCHE ITALIANE NON POSSONO FALLIRE

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Oggi abbiamo assistito all’ennesima "rapina di Stato", dopo il governo Amato, che nottetempo e timidamente prelevò dai conti correnti più succosi il 5%

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di Roberto Ragone

Dove eravamo rimasti? Questa frase, pronunciata da Enzo Tortora alla sua ripresa in TV, è rimasta fra quelle celebri, dopo aver subito di tutto e di più, in una delle pagine più nere della nostra Italia.

Prova ne sia che morì di lì a poco di quel tumore che le sue assurde vicissitudini gli avevano procurato. E’ risaputo che una delle cause di tumore è l’eccessivo stress negativo: personalmente non ne conosco uno positivo, ma sembra che alcune persone gradiscano il pungolo della competizione professionale, o quello del gioco d’azzardo o altre attività consimili comunque stressanti, ancorchè rischiose.

Dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti semplicemente all’affermazione, ora dimostratasi velleitaria, che "le banche italiane non possono fallire", stanti le rigide regole riguardanti gli accantonamenti. Con Basilea Due – se la memoria non mi tradisce – c'era stato spiegato che essi, gli accantonamenti,  erano obbligatori, a fronte dei crediti concessi, di qualunque natura. Prova ne sia che tempo fa dovetti chiudere il mio studio di consulenza creditizia – durato lo spazio d’un mattino, in concomitanza con la famosa bolla immobiliare, poi vergognosamente sgonfiata dall’intervento di Monti – perché le banche non concedevano più mutui, in attesa di rientrare di quelli già in essere. 

E allora? Eravamo rimasti a questo, e a Basilea Tre, che non conosco per esperienza personale, ma che certamente non avrà reso più agevole l’accesso al credito. C’è comunque una differenza fra quei tempi e questi: da una parte rimpiangiamo Berlusconi, il propagandista dell’ottimismo a prescindere – quello che Renzi gli ha copiato oggi –  il cui governo fu gettato giù a spallate dagli Americani di Rockfeller – propugnatore e autore vanaglorioso del suo "Nuovo Ordine Mondiale", nel quale tutto è in mano alle banche e alla finanza, dimenticando totalmente la gente comune – la Bilderberg, che nonostante gli scettici continua a riunirsi in maniera riservata ma non segreta, – ma forse è la stessa cosa di Rockfeller – Monti, la Merkel, l’Europa. In quel momento lo spread salì a circa 500 – che poi non è mai stato spiegato perché dobbiamo confrontarci con la Germania – e il buon Berlusca fu costretto ad abdicare, magari sollecitato da false promesse, nonostante gridasse a gran voce che quello era un falso scopo, come poi si è rivelato.

Fatto sta che magicamente, andato via Berlusconi, senza colpo ferire, il governo di ‘tecnici’ prese il potere, distruggendo di fatto bocconianamente e consapevolmente ciò che rimaneva della nostra economia e lo spread – che a me avevano insegnato essere il guadagno delle banche – ritornò a livelli accettabili, allontanando di fatto dalle nostre notti agitate l’incubo del debito pubblico –   sul quale comunque noi poveri sudditi non abbiamo avuto mai alcun potere, né l’abbiamo oggi. Renzi confessa che senza la Leopolda non sarebbe a Palazzo Chigi, e molti di noi, al terzo governo non eletto,  pensano che sarebbe stato meglio che la Leopolda non ci fosse mai stata. Bisogna anche dire, per par condicio, che forse senza la Bernarda, Silvio sarebbe ancora Presidente del Consiglio… 

Fatto sta che oggi abbiamo assistito all’ennesima "rapina di Stato". Dopo il governo Amato, che nottetempo e timidamente prelevò dai conti correnti più succosi il 5%, con l’esimente della ragion di Stato; dopo gli esodati, ridotti in mutande da una Fornero che non si sa ancora bene se si è resa conto di ciò che ha fatto, o è stata indotta a fare, nonostante le lacrime; dopo l’aumento esponenziale da parte di Monti dei valori catastali e delle imposte immobiliari che hanno ridotto agli stracci il mercato delle case; dopo il mancato adeguamento delle pensioni, risolto con una regalia umiliante ‘una tantum’, a fronte di una sentenza della Corte Costituzionale assolutamente inequivoca, – ma sembra che il Governo e la Corte abbiano un canale privilegiato per queste faccende – , dopo il rifiuto di tagliare orizzontalmente le pensioni d’oro perché diritti acquisiti, essendo invece privilegi ingiustificati, ora arriva il ‘Decreto Salvabanche’. Se dobbiamo soltanto guardare i numeri, peraltro espressi da ‘Maninintasca’ Renzi  in persona, i risparmiatori colpiti sono circa 130000, mentre i posti di lavoro salvati sono qualche migliaio.

Allora non ci possiamo affidare alla logica dei numeri e delle maggioranze. Salvare i conti correnti? Qui ci viene qualche dubbio. Diceva Andreotti che a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca quasi sempre. Quasi. Può essere che fra i correntisti ce ne fossero di quelli ‘importanti’ non solo per il movimento di denaro? Fermo restando che solitamente le cifre cospicue non sono nei conti correnti, ma altrove, impegnati in altre forme. Perché evitare il fallimento di quattro piccole banche, tra cui due Casse di Risparmio, a fronte dell’azzeramento di risparmi di una vita di 130000 cittadini ignari? Uno dei quali ha pensato bene di togliersi la vita, riportandoci indietro ai tempi del governo tecnico, momento in cui i suicidi erano quotidiani, tanto che i giornali ebbero la ‘disposizione’ di non metterli più in evidenza. Sembra che quando qualcuno parlò a Monti di coloro che si bruciavano vivi, o s’impiccavano o altro, abbia risposto che dopotutto gli Italiani erano sessanta milioni. Se fosse vero, questo freddo personaggio sarebbe un raro esempio di cinismo, confrontabile con quello di un SS dei campi di sterminio.  Esaminiamo le condizioni che hanno portato sulla soglia del fallimento queste bancarelle – che oggi funzionano comunque, e continuano la loro attività. L’unica causa di fallimento, al mio paese, è quella che deriva da una cattiva gestione economica, e questo anche nelle famiglie. Quindi dobbiamo supporre, e alcune mezze frasi ce lo fanno pensare, che il denaro sia stato dato a chi non lo avrebbe mai restituito.

Perché le piccole banche? Perché da sempre sono le meno vistose e le più manovrabili. Perché la Banca d’Italia non ha esercitato il controllo? Questo bisogna chiederlo a loro. Il commissariamento non ha funzionato? E le ispezioni? L’impressione che se ne ricava è che chi ha usufruito della generosità dei funzionari siano stati amici, o amici di amici. Perché non si va a vedere chi sono costoro? Si è preferito preparare un’operazione che rasenta il reato di truffa – la Magistratura dirà l’ultima parola – affibbiando a vecchi e tranquilli clienti titoli di cui essi non capivano nulla, se non la fiducia che avevano sempre avuto nella ‘loro’ banca. E’ impensabile che un vecchietto novantenne – come è capitato –  tutto d’un botto divenuto temerario, abbia voluto rischiare i risparmi di una vita convertendoli in titoli ad alto rischio, se non perché consigliato da chi aveva sempre gestito il suo denaro. Ora sembra che il Governo Renzi – ricordate? Quello della Leopolda – stanzierà una cifra ridicola per risarcire con la solita mancia chi ha perso tutto. Mentre Berlusconi – quello della Bernarda – in TV ha detto che sarebbe bastato aumentare la cifra dedicata al Salvabanche per ricostituire i fondi distrutti. Dopo la dolorosa parentesi di Enzo Tortora – per il quale nessuno ha pagato – un solo comune denominatore: l’Italia va a rotoli, come disse il fabbricante di carta igienica: solo che la sua era una battuta, la nostra è purtroppo una realtà.

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Editoriali

Un Paese di delinquenti, salvo qualche eccezione per fortuna

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L’amministrazione della giustizia è il metro di valutazione del grado di civiltà di una comunità

Di frequente si scrive Italia, paese di pazzi! Anche questa è apparenza e non sostanza, i pazzi infatti sono degli ingenui, senza malizia, innocui;  la definizione pertinente è: Paese di delinquenti, vale a dire di ladri e di corrotti e di incapaci: questa, con dispiacere, è la regola che si legge in giro, salvo qualche eccezione per fortuna.

L’amministrazione della giustizia è il metro di valutazione del grado di civiltà di una comunità. Quanto si registra ultimamente nei vertici del Consiglio Superiore della Magistratura a proposito di corruzione, manovre distorsive, sul carrierismo dei vari magistrati, gli arbitrari milionari, i  privilegi inauditi, allora si comprende perché anche la più banale delle cause debba durare oltre tredici anni nella, di nuovo, generale indifferenza, anche dei sommi capi del losco sistema.

Si ricorda quanto è esploso sui giornali tre o quattro anni fa a proposito di quel consigliere di Stato che da ben dieci anni educava e istruiva le future giudicesse imponendo minigonne, tacchi a spillo e mutande rosse? Dove sono ora queste giudicesse così ben educate? Al contrario si osservino certe facce di magistrati a livello apicale, soprattutto quella del maggior responsabile che in questi giorni ci passano sotto gli occhi alla televisione o nei giornali: ci si chiede sulla scorta di quale principio di efficienza operativa e di rispetto degli utenti si possano destinare a giudici persone con una tal faccia e sembiante, da far accapponare la pelle già a prima vista? Tale contesto primitivo e grottesco ricorda quel direttore delle poste tutto afflato lirico e cuore grande che destinò allo sportello pubblico un impiegato monco, con un solo braccio, a sbrigare raccomandate e vaglia postali e pacchi e francobolli, ecc… Con una sola mano! 

Ed ecco qualche episodio, verificato

Il giudice, ammesso che sia un giudice e non un avvocato che è stato fatto diventare giudice, sentenzia di abbattere un manufatto abusivo e illegittimo. Un altro giudice, nel grado successivo, dopo quattordici anni!!!, sentenzia: non è abusivo, quindi  ricostruire! Si è mai sentito qualcosa del genere? Un giudice scrive: abbattere, un altro: ricostruire! Chi paga? La regola e la giustizia, quella vera,  anche quella del buon senso, esige e vuole che  sia chi ha sbagliato a dover pagare cioè il giudice, uno dei due: invece nel paese dei delinquenti è la vittima a pagare! E nemmeno l’abusivista diventato innocente, nemmeno  il giudice impappone! A  chi ci si rivolge? Nessuno ascolta, letteralmente: se vuoi farti ascoltare, sei obbligato  ad alimentare il tristo apparato cioè affrontare  un altro grado di giudizio, rivolgersi a un avvocato, sborsare soldi, vivere nelle angustie e aspettare una bella quantità di altri anni, per forse avere soddisfazione. Oppure protestare pubblicamente, pure se hai ottantanni, con striscioni e cartelloni magari davanti al Quirinale dove risiede il numero uno della Giustizia. Oppure, oppure…

Ancora: il giudice sbaglia a leggere un atto notarile col risultato di stravolgere un andamento comunitario durato secoli in pace;  in più, erroneamente o per altre ragioni, sentenzia che tizio, pur se ben individuato e documentato negli atti, non fa parte dei due venditori di un determinato cespite! oppure, altra sentenza, che un bene strutturale che è stato proprietà comune per secoli, ora di punto in bianco, per motivazioni assolutamente personali del giudice o della giudicessa e non giudiziarie o tecniche, diventa privato: in questi casi di palesi e manifesti errori materiali o di sviste   -salvo altre ipotesi- che nulla hanno a che fare con il Diritto e tanto meno con la Giustizia, per quale ragione la vittima deve passare ad altri gradi di giudizio, spendendo soldi, vivendo nell’ansia e aspettare dopo 14 anni, chissà quanti altri anni ancora, visto il losco andazzo? Non è più logico e doveroso, se non lo fa il giudice interessato, che siano i suoi superiori ad intervenire e correggere gli errori? Dove è scritto che un giudice è infallibile come un Papa anche quando sbaglia vistosamente e che occorre un altro Papa per correggere  gli errori materiali, sempre ammesso che siano errori e non invece altro di altra origine?

L’ambiguo sistema, invece, vuole che si continui ad alimentare il giuoco, a beneficio di certi giudici e degli avvocati e a danno delle vittime e della comunità dei cittadini che, tra l’altro, deve mantenere lautamente l’indegno apparato. E’ doloroso vivere da parte dei cittadini in che modo il solo pilastro e garanzia di generale equità possa essere lordato così facilmente da certi personaggi immessi nel sistema e rimanervi.    

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Emergenza cimiteri, tra requisizioni di loculi temporanee e quelle Ad libitum: Comune che vai amministratore che trovi…

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La requisizione senza termine di scadenza è solo un abuso, è un atto illegittimo, è considerare i propri concittadini come sudditi e questo non può chiamarsi civiltà, ha un altro nome: atto vergognoso

Quello dei 7904 comuni italiani è un mondo in movimento. Dal 1861 in poi, a causa di divisioni, unioni ed accorpamenti, molti sono stati soppressi e in seguito ricostituiti. E’ un mondo tenuto costantemente sotto osservazione perché per i partiti politici i comuni costituiscono territori per l’incubazione di consensi e l’accaparramento di voti.

Potere, economia e sviluppo urbano si diversificano tra un comune e l’altro a seconda del livello culturale ed il senso civico dell’amministratore di turno. Il tutto dipende se questi sappia guardare lontano, se conosce il contesto territoriale, se sia veramente motivato verso il bene comune ed infine se sappia trasformarsi in leader per non soccombere agli interessi lobbistici.

In teoria il cittadino ha in mano il destino del proprio Comune ogni volta che entra nella cabina elettorale. E’ lì che si disegna quale benessere per il futuro. Ahinoi sovente primeggia il voto di favore al personaggio “simpatico”.

Abbiamo fatto una veloce ricerca tra una settantina di comuni e non potendo, per brevità, elencarli tutti, ci siamo dati un tema molto dibattuto in tempi di Covid-19 causa l’esponenziale aumento di decessi, e cioè l’emergenza sepolture.

Dalla nostra ricerca emergono Comuni virtuosi che avendo amministratori motivati e che hanno saputo guardare lontano, non si sono fatti sorprendere dall’emergenza. Hanno avviato con urgenza i lavori di ampliamento del cimitero e a lavori avviati, avendo esaurito i loculi a disposizione, anche loro malgrado, hanno dovuto ripiegare a requisire quelli dei privati ancora non utilizzati.

Essendo questi dei Comuni governati da amministratori con esperienza giuridica e rispettosi dei diritti dei loro cittadini, chi più e chi meno, si sono distinti per la loro correttezza e serietà.

Alcuni di questi Comuni meritevoli di menzione

Il Comune di Palomonte (Provincia di Salerno) con Ordinanza emergenza loculi del 17.9.2020 autorizzava l’utilizzo della sepoltura provvisoria per il periodo di tre mesi, impartendo precisi ordini all’Ufficio tecnico “predisporre ogni utile atto affinché entro e non oltre tre mesi il nuovo edificio sia agibile e quindi possa cessare ogni requisizione provvisoria”. I lavori sono stati eseguiti ed i loculi restituiti ai legittimi concessionari.  

Stesso comportamento civile che il Comune di Jerzu, provincia di Nuoro, in identica occasione ha saputo adottare con i suoi concittadini. Entro otto mesi dalla pubblicazione dell’ordinanza di emergenza si dovevano terminare i lavori di ampliamento del cimitero. Anche in questo caso la requisizione portava un termine, una scadenza. Allo scadere degli otto mesi, a lavori terminati la promessa del sindaco è stata onorata.

Requisizione loculi applicata dagli azzeccagarbugli

La requisizione senza termine di scadenza è solo un abuso, è un atto illegittimo, è considerare i propri concittadini come sudditi e questo non può chiamarsi civiltà, ha un altro nome: atto vergognoso. Una condotta simile si può giustificare solo ammettendo che gli amministratori siano a digiuno completo di qualsiasi cultura delle leggi, buoni solo ad occupare la poltrona  tirando a campare.

Ci siamo avvicinati alla provincia di Trapani e precisamente a Città di Castelvetrano. Gli amministratori di questo Comune, Città degli ulivi e dei templi, hanno considerato l’emergenza loculi cimiteriali d’importanza superiore  alla ristrutturazione di qualsiasi tribuna dello stadio locale. A Trapani avevano compreso la sacralità del feretro ed emettendo l’ordinanza requisizione loculi si erano accertati che entro e non oltre 24 mesi i loculi sarebbero stati restituiti ai legittimi concessionari. Questi amministratori sono andati oltre perchè avevano stabilito di corrispondere ai concessionari dei loculi requisiti provvisoriamente, un canone (tariffa) rapportato al periodo di effettivo utilizzo.

Sono tanti i comuni, da nord a sud che correttamente nel requisire i loculi ai concessionari, hanno stabilito un termine entro il quale si impegnavano di restituire il loculo. Alcuni come Trapani sono andati oltre, con i concessionari hanno stabilito un tariffario. Altri comuni poi hanno scelto di allungare la concessione con il relativo periodo che il loculo veniva requisito.

In tema di requisizione loculi, tanti sono i Comuni che sono stati corretti e leali con i loro concittadini e tra i sopranominati merita menzione anche il Comune di Fiano Romano. Con deliberazione G.C. n°86 del 26 luglio 2016, approvando il progetto dell’ampliamento cimiteriale aveva dato un termine di scadenza entro e non oltre 18 mesi per la consegna. Tali termini sono stati applicati e rispettati sia nel requisire che nel restituire i loculi ai legittimi concessionari.

Anguillara Sabazia e le requisizioni “Ad libitum”

A fine ricerca salta all’occhio il comportamento corretto giuridicamente e comportamentale della maggioranza dei comuni e per contro la baldanza degli amministratori che si sono succeduti al Comune di Anguillara dal 2017 a oggi. Questi amministratori dovrebbero riflettere meglio sul loro operato in tema di requisizioni dei loculi cimiteriali “ad libitum” e anche i cittadini dovrebbero riflettere e meditare.  “Meditate gente, meditate” diceva Renzo Arbore.

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Chiara Rai: “Ecco cosa penso delle querele temerarie”

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“Est modus in rebus”, esiste una misura nelle cose, lo diceva qualcuno che amava raccontare le fiabe. Ogni tanto mi piace ricordarlo, soprattutto in giornate particolarmente complesse, dove addirittura ci sono circostanze che portano un giornalista che si dedica alla professione a doversi difendere solo perché fa il proprio mestiere. A dover sopportare le ormai note “querele temerarie”, quelle infime azioni che i presunti persecutori travestiti da perseguitati vanno propinando quando per loro si mette male.

L’unico modo per mettere tutto a tacere, adesso e per sempre, per questi infimi personaggi occulti è soltanto uno: “Ti porto in tribunale, ti faccio spendere soldi, ti faccio abbassare la testa così da farti capire che nei miei affari non devi sficcanasare, così da farti ben comprendere che posso ridurti in mutande soltanto se qualcuno inavvertitamente incappa nella mia accusa e avvalora le mie disoneste tesi”.

Sì, sono giornate complesse ma altamente rigeneranti per chi vuole continuare a camminare con la schiena dritta e la testa alta come mi hanno insegnato i miei genitori (se fossero ancora vivi immagino che sarebbero contenti di leggere parole che sanno di libertà). Non mi piego ne io e ne la mia famiglia.

Le minacce celate dietro le querele e le richieste di risarcimento danni per i “malori cagionati” dalle inchieste giornalistiche che faccio e che facciamo come giornale L’Osservatore d’Italia, mi scivolano addosso senza potermi scalfire. Chi aggredisce per mettere la cenere sotto il tappeto agisce in malafede e chi gioca con la giustizia e va in giro dicendo che “gli italiani sono tutti scemi e non capiscono nulla” si sbaglia perché siamo una nazione di brava gente, soprattutto di persone oneste.

Continuiamo a perseguire l’interesse collettivo e la verità sostanziale dei fatti perché il diritto di informare è costituzionalmente garantito. Questo fondo rivolto ai lettori affezionati de L’Osservatore d’Italia, alla fine di una giornata difficile ma appagante è l’unica maniera che conosco per rasserenare chi ci legge, anche quei personaggi di cui sopra: non molliamo! Continuiamo a scoperchiare le verità nascoste, a parlare dei fatti scomodi per portarli alla luce. Lo facciamo per dovere di cronaca non certo per perseguitare nessuno. Solo così posso continuare a portare con estremo orgoglio e riconoscenza la pelle che indosso: il giornalismo scevro dalle torbide dinamiche messe in piedi dai parassiti della società. Est modus in rebus, a volte ce lo dimentichiamo ma non dovremmo, specialmente quando “divoriamo” un patrimonio pubblico destinato alla collettività e non solo a pochi furbetti. La giustizia morale è sempre la strada vincente da percorrere. Come è bello guardarsi allo specchio e non provare vergogna.

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