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Editoriali

E la chiamavano Europa unita: fallimento e aborto di un sogno

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La chiamavano Europa Unita. Sognavano un comune sviluppo economico e quindi il benessere. Tutti solidali nel ripudiare la guerra. Sani principi, eroici propositi ma, ahinoi, onirici traguardi, miseramente disattesi affidati a mediocri statisti, sconosciuti che si spostano tra Bruxelles e Strasburgo. Così del nobile progetto non è rimasto che un indigeribile e puro monetarismo

Il naufragio del sogno dei padri fondatori nel mare del vuoto politico

Qualora ci fosse stato bisogno di dare prova della mancanza di unità tra gli Stati membri, la guerra del dazio di Trump sarebbe bastata. Questa volta la leggendaria ricchezza del vecchio continente rischia veramente. Come ha reagito a questa minaccia la così detta “Europa Unita? Autonomamente ed in ordine sparso i leader di ciascun Paese si sono recati a Washington, ognuno a curare il proprio orticello. Molti si domandano come mai i paesi di Visegrad e i vecchi alleati non risultano ostili e non sono critici verso questa “Unione Europea”. Si capisce perfettamente. Prima perché in molti non hanno aderito alla moneta unica e poi perché l’europeismo di Orban, Kurz ed altri a loro vicini gli fa comodo nel tenere in piedi il mercato unico e più importante perché beneficiano generosamente della spartizione dei fondi di sviluppo.

L’agenda del “poi poi” e la politica immigrazione del “mai mai” europea

Capifila ostili a una vera politica dell’emigrazione, sono sempre i paesi Visegrad, quelli stessi a favore e fruitori della spartizione dei fondi di sviluppo. Poi ci sono i paesi del nord che molto egoisticamente si sentono abbastanza lontani dagli sbarchi e chiudendosi bene dentro le frontiere proprie si sentono al sicuro. Francia e Germania fanno coppia e pretendono di dire agli altri quello che non vogliono che altri dicano a loro. Intanto l’emigrato africano sogna di integrarsi in questa società europea così “moderna”, così “opulenta”, i barconi continuano a partire dalle coste libiche e le Ong fanno la spola tra un barcone e l’altro, poi fanno rotta, destinazione Lampedusa, mentre l’Europa sta a guardare. Ultimo episodio del comportamento scorretto che gli Stati commettono l’uno contro l’altro lo abbiamo letto giorni fa: Poliziotti belgi fermati in Francia con autobus pieno di migranti irregolari. Gli agenti volevano semplicemente riaccompagnare i profughi al confine ma per errore lo hanno superato di cinquanta metri.

L’ambiguità e il paradosso del ripudio della guerra

A questa “Europa Unita” due terribili guerre mondiali non hanno insegnato niente. Forze armate dei suoi singoli Stati si trovano attualmente stanziate in zone dei peggiori conflitti come Siria, Iraq, Afghanistan, Libia e non solo. Li chiamano “peace makers”, portatori di pace. Sarà ma molte armi di distruzione in quelle zone sone di fabbricazione di paesi europei. I commercianti e quindi i fornitori ai paesi in guerra, sono di cittadinanza europea. Come si può coniugare ripudio della guerra e fornitura di armi di distruzione? Solo in un modo. L’Europa Unita non è unita e i vari Stati operano in ordine sparsa.

Continuano a chiamarla “Europa Unita”

Ventotto Stati quasi sovrani, sfilano a testa bassa davanti a una Commissione europea, come i capponi di Renzo, presi da una furibonda litigiosità, non fanno altro che beccarsi l’un l’altro, senza rendersene conto che senza il reciproco aiuto, tutti rischiano di finire in pentola come i capponi manzoniani.

Fra gli Stati membri una concorrenza senza quartiere

Così tutti i 28 aggiustano i loro comodi e non sdegnano di fare concorrenza l’un l’altro. Si citano alcuni esempi: Le retribuzioni nazionali minime sono una rappresentazione plastica di quanto siano distanti i paesi membri della tanto osannata Unione. Per fare chiaro il concetto secondo dati Eurofound/Eurostat, al primo gennaio 2019 queste retribuzioni minime variano dall’1,62 euro all’ora della Bulgaria alle 11,97 euro l’ora di Lussemburgo. Altro vulnus in questa Europa Unita è rappresentato dai differenti regimi fiscali adottati in piena autonomia dagli Stati membri. Spicca la pressione fiscale della Lituania al 20,9%, quella dell’Albania al 22,9%, la Croazia al 26,6%, così via per finire a sbattere in Italia che secondo l’Ufficio Studi della Cgil, nel 2019 rischia di sfiorare ed andare oltre il 43%. Onestà intellettuale vuole che si dica che l’Italia non è il Paese più tassato d’Europa. La Danimarca, la Svezia, la Finlandia e la Norvegia superano l’Italia ampiamente però garantiscono servizi efficientissimi, cosa che non sempre si può dire dell’Italia. Comunque tutto questo conferma che l’unione è solo una chimera.

Non finisce qui, si può andare ancora avanti

Sebbene l’Iva venga imposta in tutta l’Unione, sempre per non smentirci, ogni Stato membro fissa le proprie aliquote. L’osare a sindacare i vari sistemi dell’istruzione scolastica diventa un’impresa. A che età i bambini dei singoli Stati cominciano la scuola primaria? Quanto dura l’istruzione secondaria in Spagna, in Svezia, in Irlanda ed in Portogallo? Quali sono le materie obbligatorie? Le università? Andare avanti non conviene se non si vuole entrare in un labirinto. Il percorso diventa più arduo se si intraprende la strada del Welfare state, il benessere sociale. Se poi si vuole informarsi sul sistema pensionistico dell’Unione bisogna interpellare ogni singolo Stato. Non c’è un sistema comune. In Germania il sistema varia secondo categoria e settore produttivo. In Spagna c’è un unico regime, statale e obbligatorio, con pensione minima che sostituisce la vecchia “assistenza sociale”. In Italia un altro sistema ancora. Sempre un‘Europa che marcia disorganizzata in ordine sparso.

Nota dolente è la gestione dei sistemi sanitari negli Stati membri dell’Unione

Questi, del resto come ogni altra gestione, nell’Unione sono gestiti in modi molto diversi. Per fare un esempio basti dire che l’assistenza sanitaria tedesca non è gratuita ed è obbligatoria dal momento in cui si registra come residente nel Paese. Questo solleva il caso di immigranti non registrati come residenti! Cosa succede? Al lettore l’ardua risposta. Paese che vai usanza che trovi. Stato membro che vai sistemi autonomi che trovi. Così è se vi pare. Aveva più che ragione Bartali: L’è tutto sbagliato… l’è tutto da rifare.

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Cronaca

Morte di Pierpaolo Pasolini, noi sappiamo chi sono i mandanti: a.a.a. cercasi Commissione Parlamentare d’Inchiesta

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Pierpaolo Pasolini e Mauro De Mauro due uomini legati dalla ricerca di una verità che forse è costata la vita ad entrambi: parliamo della morte di Enrico Mattei, fondatore e presidente dell’Eni, avvenuta il 27 ottobre del 1962, quando precipitò, a seguito di un attentato, dall’aereo che lo stava riportando a Milano da Catania.

Una fine, quella di Mattei, che secondo quanto affermato dall’onorevole Oronzo Reale trova il mandante in Eugenio Cefis, ex braccio destro all’ENI di Mattei, che pochi mesi prima dell’attentato era stato costretto alle dimissioni quando il presidente dell’Eni si sarebbe reso conto che Cefis era manovrato dalla CIA.

Eugenio Cefis, secondo quanto emerso da due appunti degli ex servizi segreti italiani civili e militari scoperti dal Pm Vincenzo Calia durante la sua inchiesta sulla morte di Mattei, è stato il fondatore della Loggia P2 e l’avrebbe diretta fino ai primi anni ’80 quando scoppiò lo scandalo petroli.
Pochi giorni dopo la morte di Enrico Mattei, Cefis viene reintegrato nell’ENI come vicepresidente per poi diventarne in seguito presidente. Cefis non fu mai incriminato ufficialmente.

In tutta questa vicenda ecco intrecciarsi i tragici destini, prima di Mauro De Mauro e poi di Pierpaolo Pasolini

Il primo, De Mauro, venne rapito e fatto sparire dalla mafia “perché si era spinto troppo oltre nella sua ricerca della verità sulle ultime ore di Enrico Mattei” come si legge in una sentenza della Corte d’Assise del 2012. Tesi, quest’ultima, riferita anche dal collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta. Buscetta spiega che i boss mafiosi Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio furono coloro che organizzarono l’uccisione di De Mauro perchè stava indagando sulla morte del presidente dell’Eni e aveva ottime fonti all’interno di Cosa nostra.

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Il primo video servizio trasmesso a Officina Stampa del 7/11/2019

Il secondo, Piepaolo Pasolini, viene barbaramente ammazzato la notte tra il primo e il 2 novembre del 1975. In quel periodo Pasolini sta ultimando “Petrolio”, il romanzo sul Potere che la sua morte violenta gli impedì di terminare. Pasolini riprende quasi alla lettera ampi paragrafi di “Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente” un libro-verità molto documentato firmato da un fantomatico Giorgio Steimetz, che arriva in libreria nel 1972, ma subito viene fatto sparire.

Una documentata inchiesta sul potentissimo e invisibile presidente di Eni e Montedison succeduto a Enrico Mattei: Eugenio Cefis, una delle figure più inquietanti e controverse della storia repubblicana.

Nelle sue mani – ha scritto il politologo Massimo Teodori – Montedison “diviene progressivamente un vero e proprio potentato che, sfruttando le risorse imprenditoriali pubbliche, condiziona pesantemente la stampa, usa illecitamente i servizi segreti dello Stato a scopo di informazione, pratica l’intimidazione e il ricatto, compie manovre finanziarie spregiudicate oltre i limiti della legalità, corrompe politici, stabilisce alleanze con ministri, partiti e correnti”.

Nel 1974 si scoprirà che il capo dei Servizi segreti Vito Miceli – tessera P2 n.1605 – quotidianamente inoltrava informative a Eugenio Cefis, quasi che il Sid fosse la personale polizia privata di Eugenio Cefis che poteva dunque monitorare politici, industriali, giornalisti, aziende pubbliche e private. Temi brucianti, che Pasolini tratta contemporaneamente sia nel romanzo Petrolio che sulle pagine del Corriere della Sera.

Petrolio esce come opera postuma incompiuta di Pierpaolo Pasolini e in stadio frammentario nel 1992. Una delle fonti di quel romanzo, in cui pare che Pasolini avesse delle rivelazioni sul caso Mattei, era proprio questo libro, ma il capitolo in questione, “Lampi sull’Eni”, venne misteriosamente sottratto dalle carte dello scrittore.

Una trama oscura che passa attraverso il libro che Pasolini stava ultimando, Petrolio, e la sceneggiatura per un film di Rosi sul Caso Mattei a cui Mauro De Mauro lavorava. Un puzzle intricato che passa attraverso la loggia massonica P2, i servizi segreti deviati e la lotta per il potere di personaggi senza scrupoli.

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Il secondo video servizio trasmesso a Officina Stampa del 7/11/2019

E’ la mattina del 2 Novembre 1975 quando Pierpaolo Pasolini viene trovato morto sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia. Il poeta è stato massacrato di botte e investito più volte dalla sua stessa auto, un’Alfa Romeo 2000 GT.
Ad essere accusato dell’omicidio è Pino Pelosi, un ragazzo di diciassette anni arrestato dalle forze dell’ordine dopo essere stato fermato la notte stessa alla guida dell’auto del Pasolini.

Pelosi confessa di aver ucciso Pasolini perchè quest’ultimo voleva avere un rapporto sessuale non consensuale. Avrebbe quindi ferito Pasolini, per legittima difesa, con una mazza per poi finirlo passandoci sopra più volte con l’auto del poeta.
La ricostruzione di Pelosi, come accertato da autorevoli testimonianze esterne e pareri della magistratura, appare fin da subito distorta. Gli abiti del ragazzo non presentano tracce di sangue ed è ampiamente improbabile che un uomo della stazza di Pasolini non sia riuscito a difendersi contro un ragazzino.
La sentenza di primo grado a carico di Pelosi lo condanna quindi per omicidio volontario in concorso con ignoti. Ma chi erano questi ignoti?

A sorpresa, nel 2005, Pelosi ritratta e dopo esattamente 30anni, dichiara di non essere stato solo quella tragica notte.

La novità sostanziale che emerge dal racconto di Pelosi è che con lui non c’era una banda di ragazzini, ma uomini dall’accento siciliano non ben identificati, a bordo di un’auto targata Catania. Queste persone avrebbero massacrato Pasolini e il ragazzo sarebbe stato solo un capro espiatorio.
Un riscontro interessante al nuovo racconto di Pelosi è che nei giorni seguenti l’omicidio una telefonata anonima alla Polizia segnalò che la notte tra il 1 e il 2 novembre del 1975 una macchina targata Catania seguiva l’Alfa di Pasolini.

Nel 2016 la dottoressa Marina Baldi, nota genetista forense, su richiesta dell’avvocato Stefano Maccioni, legale della famiglia Pasolini, ha valutato la perizia tecnico-biologica effettuata nel 2013 dal RIS di Roma, contenente i risultati delle analisi genetiche sui reperti in sequestro e forniti dalla procura della Repubblica presso il tribunale di Roma.

Ebbene, sono emersi 5 profili genetici riconducibili a 5 soggetti ignoti di cui uno che, nel momento in cui c’è stato il contatto con la vittima era ferito, con ferita recente perché perdeva sangue.

La genetista Baldi nella sua relazione ritiene che si debba tentare di eseguire nuovi test con i campioni di DNA delle persone ignote individuate sui reperti, soprattutto alla luce delle novità in campo tecnico, come la Next Generation Sequencing (NGS) con amplificazione massiva parallela, che consente analisi di pannelli di geni di dimensioni inimmaginabili fino a qualche anno fa. Una realtà in campo scientifico che permette le associazioni di alcuni assetti genetici con alcune caratteristiche fisiche, quale colore degli occhi, della pelle, dei capelli ed alcuni tratti somatici.

E’ una verità che deve essere cercata, sia dal punto di vista giudiziario che dal punto di vista scientifico.

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Editoriali

Anguillara Sabazia, lettera aperta alla sindaca Anselmo nella ricorrenza dei defunti

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ANGUILLARA SABAZIA (RM) – Signora sindaca di Anguillara Sabazia, oggi lei è al redde rationem e nessuno si meraviglierebbe se inventasse l’ennesima boutade, vista la consolidata oramai abitudine ad autoassolversi.

Bene che sappia, però, che la maggior parte dei cittadini non la perdonano, non tanto per il male che può fare oppure aver fatto a questo bel paese, ma per il bene che sembra non volergli o che non è riuscita finora a esternare .
Come si può intuire dal titolo della presente, una delle sue omissioni a nostro dire gravi riguarda il rispetto verso alcuni cittadini che piangono la perdita di un loro caro che non c’è più.

Come ella dovrebbe ben sapere, ogni anno, il 2 novembre, anche ad Anguillara Sabazia esiste l’usanza di andare al Campo Santo per porre un fiore, accendere un lume e sostare in reverente raccoglimento davanti al loculo oppure la tomba, dimora perpetua dei propri cari. Per molti cittadini questa usanza continua ininterrotta e il 2 novembre, in particolare nella parte vecchia del cimitero, le visite si susseguono ininterrottamente. I vialetti si presentano adorni di mille fiori, con tanti colori e tanti profumi; mille candele che ardono e tanta gente anziana e non solo, si raccoglie nei tristi ricordi dei loro cari.

Nella parte nuova del cimitero si incontrano altre storie, altre scene

Persone che girano invano, a vuoto, cercando di localizzare dove, sia depositato temporaneamente, il loro caro o cara! Quanti loculi anonimi! Una nonnina con lo sguardo spento cerca di rintracciare dove hanno “posteggiato” il suo amato. Qualcuno chiede al giardiniere assistenza, vuole rintracciare il “parcheggio” dove sosta temporaneamente la sua persona cara. Storie simili, penose, vergognose non avremmo mai pensato di viverle in un paese civile.

Quanta attualità nella poesia ‘A Livella di Totò!

Al cimitero di Anguillara Sabazia si deve assistere a loculi adorni con “tre mazzi di rose con una lista di lutto, candele, candelotte e sei lumini” e poi accanto a questi un altro loculo “abbandonato senza nemmeno un fiore” e questo non succede a caso e più avanti si capisce il perché, cara la nostra sindaca.

Non si può più ignorare quel sottile stratagemma e il macabro rito del girotondo delle salme. Solo per riportare alla sua memoria l’enigma dei lavori di ampliamento del cimitero comunale si riepilogano qui i passaggi più incisivi, oggetto di diversi articoli e proteste, tutte ignorate e da lei snobbate, oggi destinataria di questa ennesima lamentela.

In sintesi la cronistoria della triste vicenda

1) – La Giunta con delibera n. 114 del 4/8/2017 approvò il progetto di fattibilità tecnica ed economica per realizzare i lavori di ampliamento del cimitero cittadino e l’amministrazione aveva ritenuto urgente e improcrastinabile questo intervento;

2) – la Deliberazione n. 30 del 22/02/2018 della Giunta recita;

  • Considerato che l’attuale disponibilità di loculi è esaurita e pertanto si rende necessario provvedere con estrema urgenza alla realizzazione di nuovi blocchi di loculi per far fronte alle tumulazioni di salme future;
    3) – Contraddicendo se stessa, la delibera n.30, più avanti stabilisce:
    l’unica soluzione attuabile resta la requisizione dei loculi cimiteriali concessi ai privati per tumulazioni non ancora utilizzati;
    Ritenuto pertanto necessario ed urgente requisire temporaneamente i loculi già assegnati ma non ancora utilizzati;

Per sua memoria, cara signora sindaca, la stessa sua delibera garantiva:

  • di dare atto che appena ultimata la costruzione dei nuovi loculi si procederà alle relative restituzioni dei loculi requisiti ai legittimi assegnatari.

In questo ultimo passaggio si svela il sottile stratagemma, il macabro girotondo delle salme e la tentata beffa ai danni dei cittadini.

La beffa:

Di quale costruzione dei nuovi loculi parla, qualcuno potrebbe dire a vanvera, la sua delibera? Cosa vuol dire “appena ultimata la costruzione?”

Per grazia, vuole dire ai cittadini quando la famigerata costruzione è iniziata?

Il sottile stratagemma:

Non avendo alcuna intenzione, a quanto pare, di onorare la delibera n.30 del 22.02.2018, sembra ovvio al cittadino, che la signora sindaca intenda rendere permanente ciò che la delibera intendeva temporaneo, mettendo in atto il sottile stratagemma di proseguire perennemente a requisire i loculi dei concessionari privati.

Il macabro girotondo delle salme:

Il tutto visto alla luce di quanto sopra, offende non solo i cittadini di questo paese ma mostra mancanza di riguardo verso tutte quelle salme che sono costrette a fare il girotondo da un loculo all’altro, ogni volta che il concessionario titolare del loculo necessitasse dell’uso. Alla “povera salma” ogni volta viene a mancare il dovuto riguardo ed ai relativi congiunti rinnova soffusi dolori.

Cara sindaca, la presente per augurare a lei, tanti altri anni di tranquilla e felice vita privata, lontana da qualsiasi ed ogni carica istituzionale. Niente di personale. La ragione non è tanto per il male che può fare oppure aver fatto a questo bel paese, ma per il bene che non gli vuole oppure non è riuscita finora a fare e mostrare.
Un doveroso saluto.

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Cronaca

Fatta a pezzi, la storia di Pamela Mastropietro [terza puntata]: quegli interrogativi che pesano come macigni sulla struttura Pars di Macerata

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Il 4 maggio 2017 Pamela Mastropietro si presenta al dipartimento per le dipendenze del servizio pubblico del Sistema Sanitario Nazionale – SER D – di via dei Sestili a Roma accompagnata dalla madre per problematiche correlate all’uso di eroina e alcol.

All’esame delle urine risulta positiva agli oppiacei, metadone, cannabinoidi e alcol. E in quello stesso giorno gli operatori del SER D iniziano a somministrarle la terapia farmacologica con metadone cloridrato.

Successivamente l’appuntamento con la psicologa si restringe a un breve colloquio in quanto Pamela si è presentata con molto ritardo. E dopo un successivo appuntamento del 17 maggio del 2017 Pamela non si presenta più al dipartimento per le dipendenze.

Nella richiesta di colloquio di valutazione per l’ingresso all’Unità Operativa Complessa – Uoc – per le patologie da Dipendenza della Asl Rm2 si legge ancora che ci sono stati colloqui con la madre e con la nonna della ragazza le quali hanno riferito la difficoltà nel coinvolgere Pamela in un percorso di cura.

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Da sinistra: la dottoressa Emanuela Lupo psicologa e psicoterapeuta, l’opinionista Giovanni Piersanti, la biologa e genetista forense Marina Baldi e l’avv. Marco Valerio Verni (zio di Pamela Mastropietro) ospiti di Chiara Rai a Officina Stampa del 24/10/2019

Una ragazza dalla personalità complessa

Quello che è emerso è un quadro di una ragazza dalla personalità complessa che rifiuta le cure e scappa spesso da casa. A quel punto i genitori si sono rivolti al Tribunale per i Minorenni di Roma ma all’udienza fissata a giugno del 2017 Pamela non si presenta. Nonostante ciò il Giudice predispone l’affidamento ai Servizi Sociali fino all’età di 21 anni per una “maggiore tutela”. E mette a punto un decreto che prevede un percorso di cura e riabilitazione dalle sostanze e il 16 agosto del 2017 il percorso clinico di Pamela Mastropietro si presenta già ben delineato.

Arriviamo quindi al 29 settembre di quell’anno quando la Cooperativa sociale PARS Pio Carosi Onlus fa presente di essere disposta ad accogliere la ragazza presso la propria comunità Santa Regina a Corridonia, in provincia di Macerata.

Nella scheda di ammissione al PARS vengono indicati alcuni particolari come ad esempio che è la nonna l’amministratore di sostegno della ragazza. Si legge che “in regime di ricovero sono stati tanti gli approcci con gli uomini all’interno del reparto. Si presenta curata ma vissuta (cicatrici da bruciatura nelle braccia, ecchimosi sul collo). Riferisce di fare abuso da quando aveva 12 anni.

Pamela si sfoga e dice di avere problemi con suo padre e con sua madre. “Il padre dopo la separazione è assente – si legge nella relazione – e dice di averlo ritrovato solo verso aprile di quell’anno, quando anche lui è venuto a sapere di problemi di sostanze. I servizi riferiscono, però, che il padre dà la figlia ormai per persa.

La nonna materna è la più guerreggiante attribuendo però le responsabilità di cura, ma anche dei fallimenti alla società, ai servizi che non sono presenti.

La diagnosi della psichiatra è quella di un disturbo borderline, dove non emergono aspetti depressivi ma emergono agiti eterodiretti.

Pamela sembra compensata, in sede di colloqui è sembrata tranquilla e predisposta ad accettare sia il regolamento che la distanza. Di fatto verso la fine di agosto avevano provato a farle fare una precomunità presso Villa Maraini, ma lei è rimasta meno di 12 ore perché avrebbe fatto casino per rientrare al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (spdc).

Il ricovero è dunque avvenuto perché la polizia l’ha ritrovata in strada mezza morta. A quel punto è intervenuto il Tutore Minorile su pressioni del fratello della madre, l’avvocato Marco Valerio Verni, perché altrimenti lei sarebbe uscita dal Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura appena maggiorenne.

Quello che emerge è il profilo di un ragazza complessa che sarebbe arrivata anche a prostituirsi e i servizi dicono che ci sono sospetti fondati che lei sarebbe stata sfruttata da qualcuno che l’avrebbe fatta scappare di casa per la prostituzione.

La madre e i familiari si sono attivati quando lei ha iniziato a fuggire di casa spesso”. Il 18 Ottobre 2017 Pamela firma l’ingresso in comunità a Macerata in regime residenziale di doppia diagnosi. Il primo dicembre nel registro “osservazioni giornaliere” Pamela manifesta una situazione di disagio nella comunità e riferisce di sentirsi osservata. A metà mese, poi, vorrebbe riprendere gli studi ma già intorno al 21 dicembre la situazione si destabilizza di nuovo.

Non tralascia di parlare del rapporto con sua madre ma non ci sono altre precisazioni negli appunti riportati sulle osservazioni da parte della Comunità che ospita Pamela.

Il 9 gennaio del 2018 la situazione precipita ancora perché Pamela, dicono dalla comunità, “vomita costantemente e non vuole smettere”, si legge ancora nelle annotazioni del giorno.

Addirittura la ragazza si provoca dei tagli superficiali, in passato aveva ricorso all’autolesionismo con le bruciature di sigaretta. Pamela manifesta disagio perché “le manca la vita di prima, per certi versi”.

Dal 18 gennaio 2018 al 21 gennaio 2018 Pamela ha usufruito di un permesso per passare del tempo con la famiglia, la madre e i nonni, nelle vicinanze del centro terapeutico. Permesso ritenuto dall’equipe necessario ai fini terapeutici viste le problematiche intercorse nei giorni precedenti.

Che cosa era accaduto? A quali problematiche si fa riferimento? Perché le annotazioni del giorno da parte della comunità sono evidentemente lacunose?

Il 29 gennaio 2018 parte dalla comunità una comunicazione a firma Francesca Fuselli diretta al dipartimento per le dipendenze – SER D – di via dei Sestili a Roma: “In data odierna alle 14:40 circa – si legge – la signora Mastropietro, eludendo la vigilanza degli operatori, si è allontanata arbitrariamente dalla comunità, la quale si è prontamente attivata per ricercarla senza ottenere risultati. La famiglia, l’amministratore di sostegno – la nonna Ndr. – e i Carabinieri di zona sono stati avvertiti”.

Perché la famiglia non è stata avvisata immediatamente? Il grosso giallo della somministrazione di farmaci rimane da risolvere. C’è un fiume di interrogativi che pesano come macigni sulla comunità che ha ospitato Pamela Mastropietro. Perché sulla terapia farmacologica ci sono delle firme che sono palesemente tutte uguali? Perché sembra così normale avere dei dubbi sull’originalità di quelle firme? Pamela prendeva regolarmente i farmaci. Perché sono state trovate tracce di oppiacei nei capelli della ragazza risalenti al periodo in cui lei era in Comunità a Macerata (dal 18 ottobre 2017)?

Perché Pamela il 29 gennaio 2018 si allontana dalla comunità “per problematiche di tossicodipendenza” e per cercare eroina? Non era stata disintossicata?

La nonna in quanto amministratore di sostegno della ragazza veniva informata di tutto? Perché non sono stati fatti dei controlli con i cani antidroga nella struttura?

Eppure sul sito della Cooperativa sociale PARS Pio Carosi Onlus si fa riferimento all’aspetto educativo e alle dimensioni psicoterapeutiche e farmacologiche.

Tra l’altro si legge che l’aspetto farmacologico, approntato a sostegno ed integrazione della psicoterapia, si rivela utile e necessario per alleviare situazioni di disturbo o di sofferenza personale laddove queste non siano altrimenti contenibili; nei casi di “doppia diagnosi” si impongono talora, ad esempio nelle psicosi croniche, trattamenti psicofarmacologici impegnativi e/o di lunga durata. Tale lavoro, che si fonda su una diagnosi attenta e scrupolosa e si avvale anche di valutazione testistica, viene adeguato alla situazione medico – psichiatrica e psicologica, nonché raccordato con gli interventi effettuati dalle strutture invianti e con le situazioni previste al termine del rapporto terapeutico con la Cooperativa. La comunità persone con problemi di dipendenza da sostanze stupefacenti, alcol o altri tipi di dipendenza, anche con patologie psichiatriche correlate, doppia diagnosi.
I programmi di trattamento individualizzati sono organizzati in fasi e prevedono anche un percorso di reinserimento sociale.

Pamela era inserita in questi percorsi o si tratta solo di pubblicità della struttura accreditata al Sistema Sanitario Nazionale?

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