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ELENA CESTE: ANALISI DELL'ORDINANZA DI MISURA CAUTELARE DI MICHELE BUONICONTI

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A proposito degli occhiali, Elena sarebbe stata capace di raggiungere il fosso pure non indossandoli

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A cura della Dott.ssa Ursula Franco per il tramite Domenico Leccese

Dopo aver letto l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Asti Giacomo Marson nei confronti di Michele Buoninconti sono rimasta basita. L’arresto del marito di Elena Ceste ha sedato la sete di vendetta di orde di casalinghe disperate e giornalisti incompetenti, ma ha lasciato interdetti molti addetti ai lavori. Mi auguro che a Michele Buoninconti non lo aspetti lo stesso immeritato iter giudiziario della madre della povera Matilda Borin, Elena Romani, ingiustamente accusata e processata per l’omicidio della figlia a causa di un fatale errore nella ricostruzione del delitto. Da sempre sostengo che Elena si è suicidata. Secondo la procura di Asti invece, la mattina del 24 gennaio 2014 Michele Buoninconti uccise la propria moglie Elena Ceste con premeditazione, asfissiandola e subito dopo la denudò e ne occultò il corpo nel Rio Mersa, a poche centinaia di metri da casa.Dall’ordinanza: “Ciò che in particolare connota il caso di specie è, infatti, l’assoluta impossibilità di formulare ipotesi alternative rispetto all’ipotesi accusatoria, così come non è logicamente possibile formulare differenti teorie ricostruttive dotate di una seppur minima plausibilità” e “Tutti gli elementi raccolti nel corso delle indagini indicano Michele Buoninconti come l’autore delle gravissime condotte che gli vengono attribuite”.A mio avviso un passaggio incredibile, solo per chi disconosce la psichiatria è impossibile formulare ipotesi alternative, in realtà il suicidio è l’unica ipotesi realmente plausibile e logica, anche dal punto di vista della ricostruzione degli eventi. Sarebbe il colmo che un soggetto affetto da un grave disturbo psicotico come lo era la Ceste quella mattina divenga al contempo vittima di un omicidio, in casi come questo il suicidio è la causa di morte più probabile, ma in procura, sottovalutando lo stato mentale di Elena e piuttosto che sottoporla ad una autopsia psicologica, hanno preferito concentrarsi sulla ricerca di un colpevole in carne ed ossa, ed allora chi meglio di un marito scorbutico e forse cornuto?Capisco che sia difficile comprendere che cosa significhi ‘stato psicotico’ per chi non conosce la psichiatria. Lo stato psicotico è una condizione di grave alterazione psichica che comporta la perdita del contatto con la realtà da parte del soggetto che ne è affetto ed è spesso causa di suicidio. Se dobbiamo a tutti i costi attribuire delle colpe a Buoninconti, egli è colpevole di non aver compreso il disagio di Elena e tantomeno la sua infelicità. Michele per ignoranza non capì da subito le problematiche psichiche della consorte, anzi credette di essere becco e, pensandosi tradito, non fu compassionevole, ma la notte precedente alla scomparsa della moglie si rese conto che Elena faceva discorsi illogici, delirava, tanto che la invitò quel mattino, per stare più tranquillo, ad andare con lui a portare i bambini a scuola e dopo che la donna rispose di voler restare a casa, lui le si rivolse con frasi del tipo: ‘Elena mi fai stare tranquillo?’, cercando da parte della moglie una qualche forma di rassicurazione. Dopo aver accompagnato i figli, egli, a riprova della sua consapevolezza che qualcosa non andava nella ‘testa’ della Ceste, si diresse dal medico per controllare gli orari al fine di condurvi Elena in tarda mattinata. Come può la procura, dopo aver visionari i filmati di Michele che si reca all’ambulatorio, contestargli la premeditazione? Perché sarebbe passato dal medico se avesse avuto intenzione di ucciderla?

L’autopsia Il cadavere della Ceste al momento del ritrovamento era in avanzato stato di decomposizione, l’esame sui resti ha escluso fratture, colpi d’arma da fuoco e da taglio ma le pessime condizioni di conservazione del corpo non hanno permesso al medico legale di determinare la causa della morte. Ciò ha giocato inspiegabilmente a sfavore di Michele Buoninconti. A causa dei fenomeni cadaverici, come la putrefazione e la macerazione, che conducono con il tempo alla scomparsa in primis dei tessuti molli del corpo, erano assenti all’esame autoptico la maggior parte delle strutture costituenti la parte anteriore del collo di Elena, come la cartilagine tiroidea ed il piccolo osso ioide, anatomicamente sostenuto da tessuti muscolari facilmente degradabili. Queste due strutture possono risultare fratturate in alcune loro componenti nei cadaveri di soggetti deceduti per strangolamento, ma la loro assenza non può automaticamente indurci a pensare che la Ceste sia stata strangolata o soffocata. L’autopsia ci dice solo che Elena non morì di morte violenta. La procura pur di ritagliarsi ad hoc i risultati di un’autopsia negativa per morte violenta ha sostenuto che “Elena Ceste sia stata uccisa per asfissia su letto coniugale”. Il fatto che il cadavere della Ceste si sia naturalmente decomposto e siano in tal modo scomparse le parti molli e cartilaginee del collo è naturale, è una forzatura imperdonabile collegare l’assenza dell’osso ioide e del resto delle strutture molli del collo ad un evento asfittico.
L’ipotesi omicidiaria Buoninconti avrebbe potuto uccidere Elena durante la notte come porterebbero a pensare l’assenza degli occhiali e degli abiti sulla vittima o prima di accompagnare i bambini a scuola, nei due casi perché mai egli, dopo averla uccisa, sarebbe andato a vedere gli orari dell’ambulatorio del medico di famiglia, come provano le telecamere del paese? L’accertarsi degli orari di ricevimento del dottore presuppone, tra l’altro, la consapevolezza da parte di Michele del disagio psichico della moglie. Inoltre, la testimonianza della vicina che ci conferma che Elena era viva dopo che Michele uscì ad accompagnare i bambini smonta tale ipotesi. Nel caso invece egli avesse ucciso la propria moglie al suo ritorno dal paese si spiegherebbero la visita allo studio del dottore e la testimonianza della vicina che disse di aver visto la Ceste ‘poco vestita’ dopo l’uscita mattutina del marito, in questo caso però i tempi risulterebbero troppo stretti. Secondo il gip Michele uccise Elena tra le le 8.43 e le 8.55, poi subito dopo, alle 8.55.04 ed alle 8.57.28 chiamò i vicini di casa per farsi aiutare nelle ricerche della moglie e sempre a ridosso del fantomatico omicidio alle 9.06.59 telefonò ad Oreste Ceste, zio di Elena, dicendogli che la Ceste era scomparsa. Pochissimi minuti sono incompatibili con un omicidio ed occultamento del cadavere ed appare alquanto improbabile che un omicida avvisi prontamente i vicini e lo zio della presunta vittima della sua scomparsa, tantomeno ancor prima di essersi disfatto del cadavere. Buoninconti avvisò i vicini e lo zio della scomparsa di Elena perché era realmente preoccupato per lei e perché si vergognava che fosse nuda, cercò di coinvolgerli nelle ricerche sperando che lo aiutassero a ritrovarla, ipotizzando ragionevolmente che la donna fosse nei paraggi. Recenti fatti di cronaca, quali l’omicidio di Chiara Poggi, quello di Lucia Manca, quello di Meredith Kercher, quello di Roberta Ragusa e molti altri come l’omicidio commesso da Annamaria Franzoni ai danni del proprio figlio Samuele Lorenzi, provano che caratteristica comune a molti colpevoli è il ritardo con cui allertano i soccorsi, questo ritardo è un indicatore di colpevolezza.Se Michele avesse ucciso Elena al suo ritorno dal paese, prima di dare l’allarme avrebbe potuto prendersi tutto il tempo possibile, almeno fino al ritorno dei bambini dalla scuola. Non si spiega poi perché egli non avrebbe occultato realmente il cadavere ma lo avrebbe piuttosto ingenuamente lasciato in un luogo dove sarebbe stato facile ritrovarlo ed a soli 800 metri da casa. Egli avrebbe potuto raccontare di essere tornato a casa, di aver lasciato la moglie a fare le faccende domestiche mentre lui si recava, come previsto, a casa dei suoceri a Govone ad accendere il riscaldamento e solo dopo aver raccolto i bambini all’uscita dalla scuola sarebbe stato costretto a denunciare la scomparsa della Ceste, ritagliandosi in questo modo tutto il tempo necessario per occultare davvero il corpo della moglie e ripulire la scena del crimine. Vale lo stesso ragionamento nel caso il Buoninconti avesse trovato Elena morta suicida ed avesse pensato di spostarne il corpo, egli non avrebbe dato subito l’allarme. Non ci resta che una logica alternativa, la più semplice, il suicidio. A riprova che Michele non ha nulla da nascondere ricordo che ha sempre detto di essere tornato a casa intorno alle 8.30 o poco dopo, invece che alle 8.43, come stabilito dalle ricostruzioni orarie fatte attraverso le telecamere del paese, di certo peggiorando la sua posizione, allargando la forcella oraria del fantomatico omicidio. Il 12 febbraio Michele ha riferito gli eventi di quella mattina al giornalista di ‘Chi l’ha visto’ in questi termini: ‘Appena sono entrato nel cortile mi ha colpito quel maglione ed allora sono sceso subito dalla macchina e sono andato a prendere quel maglione e togliendo il maglione c’erano le sue ciabatte sotto e ho detto: ma cosa ha combinato mia moglie? cosa sta facendo? e ho pensato male, mi son fatto subito un giro intorno alla casa per vedere se av.. se fosse nascosta da qualche parte, se avesse fatto una sciocchezza eee.. poi non non trovandola fuori sono entrato in casa ed ho iniziato a chiamandola e ho cercato dappertutto e non l’ho trovata… mi vergognavo che gli altri l’avrebbero vista senza indumenti ed allora il mio pensiero era ho preso quei panni come erano messi l’ho messi sul sedile e sono andato alla ricerca di mia moglie’. Michele per alcuni minuti ha semplicemente cercato sua moglie in macchina vicino a casa. Secondo la ricostruzione della procura invece, subito dopo l’omicidio, “Buoninconti ha tracciato alla guida della sua auto un percorso quasi circolare partendo dalla propria abitazione, transitando nella zona di occultamento del cadavere, imboccando la strada 231 ed assestandosi alle 9.01.48 in corrispondenza della discoteca Mediterraneo (orario inizio prima chiamata a Elena ndr), giungendo fino all’altezza di Piano Molini di Isola, dove ha svoltato alla sua destra in strada Ronchi per poi girare nuovamente a destra in via Fogliotti, che successivamente assume il nome di strada Remonzino e da lì nuovamente far ritorno alla propria abitazione”. Per il gip, dopo aver ucciso la moglie, tra le 8.45 e le 8.55, Michele ha caricato il suo cadavere in auto per poi scaricarlo in un fosso, il tutto entro le 9.01 con contorno di telefonate ai vicini, una ricostruzione criminologicamente inconcepibile.Ricordo che l’analisi dell’auto del Buoninconti da parte dei RIS ha dato esito negativo. Secondo la procura Michele ha chiamato i vicini sul telefono fisso solo per “verificare chi fosse presente in casa” dato che “solo dopo essersi sincerato del numero e della qualità delle informazioni in possesso di altri poteva fornire il proprio racconto”, inoltre definisce “stravante” che li abbia chiamati sul telefono fisso. A mio avviso invece Buoninconti chiamo' sul telefono fisso perché se i vicini non fossero stati a casa sarebbe stati poco utili per le ricerche di Elena. Michele ha sempre dichiarato di aver fatto un giro in macchina intorno a casa, a tal riguardo non mi sembra un grande indizio contro di lui il fatto che il suo telefonino abbia agganciato due diverse celle telefoniche, dato che lui ha sempre raccontato di aver cercato Elena intorno a casa e proprio nell’area coperta da quelle celle. Solo nel caso egli avesse negato di aver preso la macchina, quella dichiarazione discordante dalle risultanze investigative avrebbe potuto assumere valore probatorio. Il gip ha criticato Michele per aver avvisato il padre di Elena solo un’ora dopo la scomparsa della moglie, vi ricordo che fece una telefonata allo zio Oreste alle 9.06.59, telefonata che dimostra che il Buoninconti non aveva nulla da nascondere. Michele non chiamò il padre di Elena solo per non farlo preoccupare, sperava infatti di ritrovare la moglie. Ancora egli non chiamò subito Elena al telefonino perché aveva capito che la donna aveva scelto di suicidarsi e per di più nuda. Lo fece in seguito quando non trovandola archiviò il pensiero del ‘gesto folle’, come lo definisce lui. Dall’ordinanza: “Rilevanti elementi di sospetto derivano pure considerando le modalità con cui l’indagato si è mosso per raggiungere Govone”. Il giudice, dopo aver ascoltato un testimone che ha riferito di aver visto la peugeot bianca “con alla guida Michele (che conosco da tempo) ed era al telefono ad una andatura molto calma con direzione di marcia verso la casa dei suoceri… con finestrino abbassato e stava parlando ed andava ad andatura molto lenta”, ha dedotto che “non può che spiegarsi con il bisogno di ostentare il proprio massimo impegno, farsi notare e fingere concrete attività di ricerca della moglie secondo il discutibile assioma per cui una vasta area di ispezione avrebbe dovuto corrispondere ad un grande impegno profuso”. Michele sempre a mio avviso stava semplicemente cercando la moglie. Dall’ordinanza: “La settimana dopo la scomparsa della signora Ceste – ha dichiarato il dottore il 27 giugno scorso – ho visitato il signor Michele che nell’occasione lamentava un dolore muscolare all’addome. Un fastidio provocato da un intenso sforzo, come di chi fa per la prima volta gli addominali o chi è costretto a sollevare un peso inabituale”. Il dolore addominale del Buoninconti, e badate bene, non un dolore alla muscolatura para-vertebrale, secondo il gip è da attribuire allo spostamento del cadavere della moglie: “Non può sfuggire che il sollevamento di un corpo, il suo posizionamento all’interno di un veicolo, la sua rimozione e trasporto, comporti uno sforzo fisico considerevole”. A me sembra una forzatura. Il movente secondo la procura Secondo il gip, Michele è “un soggetto al quale nulla deve sfuggire, interessato ad avere tutto sotto controllo, a gestire e organizzare la vita del suo nucleo familiare secondo regole non sindacabili”. Probabile, ma il fatto che Michele abbia queste caratteristiche di personalità non può condurre la procura, nella totale assenza di indizi concreti, a queste conclusioni: “In questo contesto si inserisce un elemento di rottura dirompente: la scoperta del tradimento della moglie, preceduta da una forte crisi matrimoniale manifestatasi almeno dal mese di ottobre 2013″ e “Una moglie che come nel lontano passato del loro fidanzamento si affacciava di nuovo a relazioni extraconiugali, a incontri segreti, a scambio di messaggi, telefonate e amicizie in chat, era diventata per l’indagato ingestibile, pericolosa, dannosa. E per questo doveva essere eliminata”. La procura definisce Michele: ‘Estremamente parsimonioso’, come se l’essere parsimoniosi di questi tempi, con uno stipendio da vigile del fuoco e quattro figli da mantenere fosse un’onta. Lo accusa anche di curare troppo le oche e l’orto, di appuntarsi le cose e perfino di pregare ‘ossessivamente’.

Le intercettazioni. Le intercettazioni che la procura usa contro Michele vanno contestualizzate temporalmente, risalgono tutte a prima del ritrovamento di Elena, per cui Michele poteva avere tutte le ragioni di sentirsi e comportarsi come un uomo ferito e tradito e magari di infierire verbalmente e virtualmente su una donna che pensava l’avesse abbandonato con quattro figli da crescere o di cercarsi un’altra compagna. Provate a leggere le intercettazioni considerate indizi di colpevolezza in quest’ottica. Michele, il 17 agosto 2014, si rivolge ai figli, in auto: “Con mamma c’ero riuscito a farla diventare donna. Solo, vai a capire cosa ha visto! Diciotto anni della mia vita per recuperarla, diciotto anni per raddrizzare mamma!”.A me sembra solo uno sfogo carico di interrogativi, difficile vederci altro. Ancora dall’ordinanza: “Di estrema gravità anche nell’ottica di valutare la personalità dell’indagato, è il metodo sottilmente intimidatorio utilizzato per raggiungere lo scopo, suggestionando i propri figli più giovani con la paura, tratteggiando uno scenario di allontanamento dalla casa e separazione dagli altri fratelli e dal padre”. Conversazione con i figli intercettata il 5 maggio 2014: Michele: “Loro vogliono sentire solo questo, che tra di voi non andate d’accordo. Così uno va da una parte, uno da un’altra parte, uno ancora da un’altra parte e un’ altro ancora da un’altra parte … Vi va bene vivere così, separati? E a me, ancora perché mamma … chissà dove e a me mi mettono ancora da un’altra parte. A casa nostra sai cosa ci fanno venire? ci fanno venire Le zoccole dentro , le straniere, a fottere!cosi c’e’ una stanza per ogni zoccola e la sera c’e’ il bordello Perciò cercate di essere bravi tra di voi. Mi avete visto litigare con mamma?”Figlio: “Sì”Figlio: “E lo chiedi?”Buoninconti: “Ehh, e loro questo vogliono sap.. sentire. Se glielo dite e se infatti loro se gli dite sì state tranquilli che a me mi mettono da un’altra parte”.Figlio: “Tu tante volte hai litigato con mamma”.Michele: “Non le devi dire queste cose, lo so che adesso le dici tanto per dirle, ma non le devi dire. Ti tolgono anche me oltre che ti hanno tolto mamma, ti tolgono anche me. Vedi se la domanda la faccio a tua sorella cosa risponde e ascolta ciò che dice tua sorella.mi hai mai visto picchiare mamma?”Figlia: “No”Mchele: “Tu mi hai mai visto picchiare mamma? Mi hai mai visto picchiare mamma?”Figlia: “No”. La lettura di questa intercettazione non può essere univoca, a mio avviso Michele è un uomo disperato che si domanda ancora dove sia finita la moglie, che teme di perdere i propri figli, sul quale gravano orribili sospetti e, non dimentichiamoci, sottoposto ad una pressione mediatica senza precedenti, che avrebbe fatto sclerale pure il Santo Padre. Il gip, disconoscendo apparentemente il naturale stato di stress del signor Buoninconti, rimasto solo con quattro figli e tormentato dai media, riferendosi alla cosiddetta aggressione da parte dell’indagato ai danni di una troupe televisiva che lo braccava da quasi un anno, scrive nell’ordinanza: “…manifesta a giudizio dello scrivente una totale asssenza di autocontrollo, che non può essere trascurata ai fini che in questa sede rilevano…è stato descritto da tutti come un soggetto pronto all’ira, persona da non contraddire, anzi, cui è consiglaibile ubbidire. In questi termini si sono espressi i genitori della vittima…”. Tre mesi dopo la scomparsa di Elena la procura intercetta un messaggio di Michele ad una donna, le sue parole cariche di tristezza ed ingenuità spezzano il cuore, ma il gip le interpreta così: “Lascia perplessi la descrizione che fa di sé. Un uomo solo, che sapeva fare bene la pizza, che sapeva fare bene i lavori di casa, che non gli serviva una donna che lavorasse fuori ma gli bastava arrivare a casa e avere una donna che lo aspettasse perché era proprio triste arrivare la sera a casa e trovarla vuota”. Otto mesi dopo la scomparsa della moglie, prima che si ritrovasse il corpo, Michele scrive ad una donna calabrese: ‘Fra noi c’è feeling’, e lei gli risponde: ‘Quando il cuore batte forte come il mio, credo di sapere il perché. Ma io gli parlo, al mio cuore. Io gli dico di stare più tranquillo perché l’amore nella tua vita potrebbe ritornare. Magari in futuro a quest’ora tu starai lavorando, mentre io ti aspetterò in casa e preparerò la cena al mio amore e ai bambini! Magari ne arriverà un quinto…’.Michele Buoninconti: ‘Grazie Teresa, mi fai commuovere. Ti sto scrivendo con le lacrime agli occhi. Sei una persona eccezionale. Eccezionale dovrà essere la persona che sostituirà Elena’. Secondo il gip questo scambio di messaggi “dimostra il totale distacco e disinteresse di Michele Buoninconti nei confronti della moglie… non era affettivamente legato… pur conscio della sua morte…”. Ma l’empatia questo giudice dove l’ha messa? Michele, a mio avviso, è soltanto un uomo solo con quattro figli da crescere, che ha creduto di essere stato abbandonato dalla moglie ed in più è perseguitato dall’Italietta degli odiatori frustrati alla ricerca della giustizia sommaria. Buoninconti non è consapevole della morte di Elena, né anaffettivo nei suoi confronti. Il giorno del ritrovamento di Elena, 9 mesi dopo la sua scomparsa Buoninconti viene informato della triste scoperta, non è la prima volta che lo avvertono del recupero di un corpo. Michele chiede se il corpo sia in avanzato di decomposizione e lo fa solo per capire se possa essere il corpo della moglie, scomparsa nove mesi prima, il cui corpo sarebbe stato di sicuro decomposto, se il corpo fosse stato in buone condizioni egli poteva facilmente escludere che fosse quello della moglie. Dopo il ritrovamento di Elena, Michele parlando con la di lei sorella disse: ‘Lei me lo aveva detto che voleva andarci su quella strada, anche se non l’aveva mai fatta… E io là c’ero andato, per primo… Ma là non ho visto niente, solo le impronte delle lepri…’. Evidentemente lui aveva cercato in diverse zone e pure nei pressi del luogo dove venne ritrovata la moglie, non stupisce, visto che Elena si era persa in quei luoghi. Quante volte ci è capitato di dire le stesse parole di Michele?

I presunti depistaggi La procura accusa Michele di tentativi di depistaggio: “Buoninconti ha costruito un castello di menzogne ed ha posto in essere vani tentativi di depistaggio per allontanare da se il sospetto di aver ucciso la moglie…”. Michele ha raccontato alla vicina ed agli inquirenti di aver trovato in cortile, al suo ritorno dal paese, sia gli abiti che gli occhiali di Elena, di averli raccolti e messi in macchina. Nonostante una evidente buonafede che si evince dai suoi racconti logici e dal suo reale e profondo coinvolgimento emotivo, egli viene sospettato di aver predisposto lo ‘staging’ degli abiti e degli occhiali della povera moglie. Chi altera una scena del crimine lo fa per allontanare i sospetti da sé, ‘prepara’ una scena perché la vedano gli inquirenti od eventuali testimoni. Se Michele avesse ucciso la moglie ed avesse disposto gli abiti in giardino, perché mai li avrebbe poi rimossi senza che nessuno li vedesse così ad arte ‘apparecchiati’? Il Buoninconti raccolse gli abiti e li mise in macchina perché sperava di ritrovare sua moglie e rivestirla. Egli mise in atto un comportamento da innocente quale egli è. Che senso avrebbe avuto per Michele inventarsi la storiella dei vestiti abbandonati e quali vantaggi ne avrebbe potuto trarre? A mio avviso nessuno. Addebitare a Michele il presunto ‘staging’ degli abiti è un ‘non sense’. Nel caso il Buoninconti avesse alterato la fantomatica scena del crimine, egli avrebbe fortunosamente ed involontariamente messo in scena proprio un denudamento della vittima che si riscontra di frequente nei suicidi dei soggetti psicotici quale era sua moglie Elena, che straordinaria quanto improbabile coincidenza! Il gip ritiene che dalla sottostante conversazione tra Michele ed il collega Enzo emerga un chiaro tentativo di depistaggio, durante la telefonata la linea cade, la procura pensa che Michele abbia volontariamente chiuso la telefonata per impedire agli addetti alle ricerche di recarsi nella zona citata da Enzo, Isola La Chiappa, dove successivamente venne poi ritrovato il corpo di Elena, per caso. A me sembra invece che l’amico di Michele convenga con lui che la Ceste non possa essersi nascosta in posti che non conosceva e sono sicura che in altre conversazioni abbiano citato altre località, comunque Elena in quella zona si era persa ed è naturale che si parli di quei luoghi. Sarebbe interessante sentire le altre intercettazioni che parlano dei boschi ad esempio.

Michele: “Ascolta, quello vuole iniziare di nuovo le ricerche però io credo come ti devo dire se c’era qui l’avremmo trovata Enzo perché lui mi ha detto che lui aveva della gente in squadra con lui che, chi doveva andare via, chi è così, dice che lui non è sicuro dei parchi che hanno fatto gli altri però… ”Enzo: “Anche noi però…”Michele: “La campagna è tutta pulita, l’elicottero l’avrebbe vista da sopra, non voglio credere che mia moglie è andata a trov.. a cercare dei buchi quando non li conosce perché lei, mia moglie usciva solo sulle strade, in campagna non c’è mai andata nelle strade di campagna”.Enzo: “Ma si io sono andato a vedere dei posti, in certi posti che cioè gli ho chiesto e poi gli ho trovati per caso, però sono posti che se non li sai non li trovi neanche a morire e quindi uno che non lo sa non va a cercare quei posti lì perché non lo trova capisci? C’era un posto lì ad Isola La Chiappa in un campo c’era un posto dietro ad un cespuglio che tu lo vedi dalla strada ma non sai neanche che c’è capisci, (cade la linea) pronto?”Michele: “Enzo?”Enzo: “È caduta la linea..”Michele: “Si è caduta la linea, me ne sono accorto”.Enzo: “E lo so ma ti dicevo…”.Michele: “Rimaniamo così, passa da qua parliamo da vicino”.

Riguardo invece alle accuse mosse al Buoninconti da un altro addetto alle ricerche di sua moglie vorrei ricordare che i cadaveri anche se non occultati non si trovano facilmente. I corpi di Yara Gambirasio, di Elisa Claps, di Lucia Manca, di Eleonora Gizzi, di Christiane Seganfreddo e di Primo Zanoli sono stati rinvenuti casualmente e dopo molto tempo dalla scomparsa. Chi fa le ricerche non lo accetta e cerca indaginose giustificazioni ai propri fallimenti come in occasione del ritrovamento di Yara. Il gip non ci convince affatto quando attribuisce tutti i comportamenti del Buoninconti, che non trovano spiegazione nella sua ricostruzione, a depistaggi. Non può il giudice definire depistaggio tutto ciò che che rispetto alla sua ipotesi non ‘calza’, meno indaginoso sarebbe stato per lui seguire il filo logico dei racconti di Michele ed addivenire alla verità. Il suicidio Purtroppo a mio avviso un semplice caso di suicidio è stato scambiato per un omicidio premeditato e naturalmente, poiché omicidio non vi è stato, la ricostruzione fatta dalla procura del presunto omicidio non ha precedenti nella storia della criminologia, sotto ogni aspetto. Elena si è suicidata a causa di uno ‘psychotic breakdown’. E’ poco importante se la Ceste abbia tradito o meno Michele, qualcosa di reale o solo un desiderio ha avuto azione di ‘trigger’ sulla sua mente predisposta, forse da un periodo di stress, ed ha condotto Elena ad elaborare un grave senso di colpa che le ha indotto un delirio persecutorio che l’ha poi portata a suicidarsi. Lo stato psicotico è una condizione che provoca la perdita del contatto con la realtà e proprio per questo conduce frequentemente al suicidio. La Ceste non era in sé, delirava, la tesi della mamma che non abbandona i propri figli in questo caso non regge. Elena aveva confidato le proprie paure non solo al marito, ma anche ad un’amica, la sua maestra d’uncinetto, ed al parroco di Motta di Costigliole. Michele non si è inventato quel disagio, non ne ha invece capito l’entità per ignoranza. Egli è stato sopraffatto da quel delirio ed è comprensibile che almeno inizialmente abbia creduto alla moglie, donna intelligente, che non aveva dato mai segni di squilibrio. Elena, quella mattina di gennaio, dopo essersi spogliata si è allontanata da casa attraverso i campi e seduta di fronte a quel fosso, dove sono stati recuperati i suoi resti, ha atteso forse che qualcuno la trovasse e la ‘salvasse’ da se stessa, finché il freddo l’ha condotta prima ad uno stato di sopore e poi l’ha sopraffatta. La Ceste è morta per assideramento*.Sempre riguardo ai vestiti, la testimonianza della vicina che ha raccontato agli inquirenti di aver visto Elena in cortile ‘poco vestita’, proprio dopo l’uscita mattutina di Michele, avvalora la tesi di un denudamento ed allontanamento volontari, la vicina vide Elena mentre si spogliava. L’aver ritrovato il corpo di Elena molto vicino a casa è estremamente significativo, è compatibile con l’ipotesi suicidiaria, la Ceste percorse infatti quel tragitto in pochi minuti. A proposito degli occhiali, Elena sarebbe stata capace di raggiungere il fosso pure non indossandoli, mi sembra una ridicola forzatura sostenere che senza gli stessi ella fosse completamente cieca, non esistono occhiali che risolvono il problema della cecità, ergo…. cieca senza occhiali non sarà stata. * La morte per assideramento sopravviene quando la temperatura corporea si abbassa al di sotto dei 24°C. In condizioni normali la temperatura interna media di un corpo umano è di circa 37°C. L’uomo compensa con diversi meccanismi gli sbalzi di temperatura, ma solo entro certi limiti, in caso di basse temperature, brividi e scariche di adrenalina si manifestano nella fase reattiva iniziale, ma una esposizione prolungata a temperature molto basse conduce ad uno scompenso termico detto ‘ipotermia’ che coincide con un abbassamento della temperatura corporea al di sotto dei 35°C. Nella fase di ‘ipotermia’ si riscontrano sintomi quali rallentamento del polso e del respiro, ipotensione arteriosa progressiva, fibrillazione atriale, rallentamento del metabolismo, diminuizione della filtrazione renale, diminuita ossigenazione dei tessuti e ridotta produzione di calore, profonda stanchezza, apatia, sonnolenza, allucinazioni uditive. Quando la temperatura corporea si abbassa tra i 32°C ed i 28°C subentra uno stato soporoso per la deficitaria ossigenazione del cervello a causa del ridotto afflusso di sangue, un ulteriore abbassamento della temperatura di circa 4°C conduce alla morte.

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Cronaca

L’omaggio dell’ANCRI all’Ordine al Merito della Repubblica italiana (OMRI) in occasione del suo 70mo compleanno

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Intervista al socio onorario dell’ANCRI Commendatore Michele D’Andrea

Sono trascorsi 70 anni dalla legge n. 178 del 3 marzo 1851,con la quale è stato istituito l’Ordine al Merito della Repubblica Italisna (OMRI), il primo fra gli Ordini nazionali.

L’OMRI è stato istituito per «ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione nel campo delle lettere, delle arti, dell’economia e nell’impegno di pubbliche cariche e di attività svolte a fini sociali, filantropici e umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari» e comprende 5 diverse classi e gradi onorifici: Cavaliere di Gran Croce decorato  di Gran Cordone; Cavaliere di Gran Croce; Grande Ufficiale; Commendatore; Ufficiale; Cavaliere.
Le concessioni delle onorificenze hanno luogo il 2 giugno, ricorrenza della fondazione della Repubblica Italiana, e il 27 dicembre, ricorrenza della promulgazione della Costituzione italiana.

Alla Legge 3 marzo 1951, n. 178   ha fatto seguito il DPR   13 maggio 1952, n. 458 e il DPR 16 gennaio 2020, relativo alla determinazione numerica delle onorificenze.

Ecco l’intervista esclusiva a Michele D’Andrea


Quando Umberto II lasciò l’Italia, il 13 giugno 1946, cosa accadde dal punto di vista onorifico?

Per sei lunghi anni, dal 1946 al 1951, la Repubblica non conferì onorificenze cavalleresche ai propri cittadini. Esisteva, è vero, l’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana (oggi Ordine della Stella d’Italia), istituito nel gennaio nel 1947 con un decreto del Capo provvisorio dello Stato, ma era riservato agli italiani all’estero e agli stranieri che avessero «specialmente contribuito alla ricostruzione dell’Italia». E sempre nel 1947, fu cambiato il nome all’Ordine Militare di Savoia che divenne Ordine Militare d’Italia, riservato alle Forze Armate. Una platea ridotta ed estranea alla quotidianità di un popolo che doveva reinventarsi il futuro.


Immagino che gli italiani rimasero sconcertati, abituati com’erano agli ordini monarchici: l’Annunziata, i Santi Maurizio e Lazzaro, la Corona d’Italia…

Certo, e avvenne ciò che era facilmente intuibile: si fece di necessità virtù. L’appetito onorifico degli italiani, abituati all’ampio ventaglio di riconoscimenti monarchici che fungevano anche da ascensore sociale, fu allora saziato dai cosiddetti «ordini indipendenti», una vasta e ambigua palude nella quale proliferavano istituti cavallereschi di oscura origine e nessuna legittimazione, veri e propri opifici di patacche vendute a caro prezzo a sprovveduti cacciatori di cavalierati e gran croci. Qualcuno si prese la briga di fare un po’ di calcoli e giunse a contare almeno 173 ordini, fra noti e meno noti, per un totale di circa trecentomila insigniti.

Incredibile. Un mondo onorifico parallelo, insomma.

Esatto, e i nomi erano tra i più fantasiosi. Agli italiani del secondo dopoguerra si offrivano dignità capitolari, militari e ospedaliere che andavano da Betlemme ad Antiochia, dall’Albania alla Normandia, dalla Carinzia all’Estremadura. Cogliendo fior da fiore, citiamo l’Ordine di S. Uberto di Lorena e Bar, l’Ordine della SS. Trinità, l’Ordine Militare e Ospedaliero di Santa Maria di Betlemme, l’Ordine della Concordia, l’Ordine Militare di San Giorgio di Antiochia e della Corona Normanna di Altavilla, i Cavalieri di Betlemme, l’Ordine di San Giorgio di Carinzia, gli Equites Pacis, l’Ordine Capitolare dei Cavalieri di Colombo, l’Ordine Militare dei Cavalieri del Soccorso, l’Ordine Capitolare dei Cavalieri della Concordia, l’Ordine dell’Infinito. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. E capitava pure che un certo Franco Segatino, professore in scienze occulte, veggenza e psicoterapia, e un tale Carlo Zimatore, Gran Maestro dell’Ordine della Bianca Croce e della Spada d’Argento, offrissero titoli cavallereschi a prezzi scontati rispetto alla concorrenza, un vero e proprio dumping che rischiava di far saltare il mercato.
Ma è l’Ordine di Gesù in Giappone, che ebbe vita breve ma ben remunerata, a lasciare letteralmente senza parole per la sua assurdità logica, degna di comparire in un episodio di «Totò truffa». Resta il mistero di come si sia potuto convincere centinaia di gonzi a pagare migliaia di lire per fregiarsi di una commenda che sapeva di farlocco lontano un chilometro.

Al di là dei risvolti di colore, però, c’erano anche aspetti sociologici da non sottovalutare.

Quella moltitudine di fonti onorifiche, insieme con l’ampio consenso popolare che le alimentava, era lo specchio di una nazione che non aveva mai smesso di identificare il titolo cavalleresco come una delle più efficaci legittimazioni sociali. Non a caso, infatti, il titolo s’intrecciava indissolubilmente con l’esistenza pubblica della persona, fondendosi con il cognome o addirittura assorbendolo, specie negli apparati ministeriali: il questore era sempre chiamato Commendatore, così come il cumenda designava, negli anni del boom economico, l’imprenditore di successo.

Si trattava, comunque, di una situazione imbarazzante per le stesse istituzioni…

L’assenza di un patrimonio cavalleresco repubblicano alla lunga si fece sentire, a cominciare dalle occasioni in cui la cortesia internazionale prevedeva lo scambio delle onorificenze con i capi di stato in visita in Italia. Fu così che Ranieri III di Monaco, ricevuto il 19 ottobre 1950 al Quirinale dal presidente Einaudi, in mancanza d’altro ebbe una Croce al merito di guerra (aveva combattuto nell’esercito francese come ufficiale d’artiglieria), che tenne sempre in gran conto riservandole un posto di riguardo sull’uniforme di rappresentanza. Fra parentesi, ricordiamo che il principe si sposò indossando il collare dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana nella prima versione, quella priva di barrette, conferitogli il 30 maggio 1953.
Questo per dire quanto fosse stata forte, allora, la pressione per ripristinare un sistema premiale statuale fondato sui tradizionali segni onorifici. Il cammino legislativo prese avvio, su iniziativa del Governo, nel 1949 e nel 1951 venne promulgata la legge istituiva dell’OMRI e il riordino dell’intera materia cavalleresca.

Che tipo di ordine cavalleresco era l’OMRI?

Vincolati dalla necessità di escludere qualsiasi richiamo al recente passato, i legislatori modellarono il nuovo ordine sul profilo di quello che appariva, anche in dottrina, il meno compromesso da implicazioni dinastiche, l’Ordine della Corona d’Italia. Istituito nel 1868 per premiare i benemeriti dell’Unità, era diviso in cinque classi; ma, forse, pesò maggiormente il fatto che le proposte di conferimento erano demandate ai singoli ministeri e che il numero delle decorazioni da conferire annualmente fosse stabilito dal Capo del Governo, il quale provvedeva pure alla loro ripartizione fra i vari dicasteri. Al sovrano era riservata la facoltà residuale di avvalersi del motu proprio. Così conformato, l’O.M.R.I. sanciva la fine di quel principio plurisecolare che identificava la massima autorità dello Stato come la sola fonte dispensatrice di pubblici riconoscimenti. Non più Gran Maestro, il Presidente della Repubblica ne è, però, il Capo, essendosi mantenuto quel principio necessario alla dignità e al prestigio di un ordine nazionale, secondo cui tale carica spetta al Capo dello Stato.

Come fu l’iter parlamentare?

Il percorso parlamentare dell’OMRI non fu una passeggiata. Sfoghi veementi, perle di erudizione, battibecchi e ironia punteggiarono il cammino di un disegno di legge meno spedito di quanto si potesse immaginare. L’opposizione di sinistra individuava nel nuovo ordine uno strumento fortissimo di adescamento politico ed elettorale.
La tesi del governo faceva leva, anzitutto, sull’articolo 87 della Costituzione da poco promulgata che, nel disciplinare i poteri del Capo dello Stato, gli attribuiva il conferimento delle «onorificenze della Repubblica». La portata della norma costituzionale, pur non essendo tale da imporre in maniera categorica l’istituzione di onorificenze repubblicane, costituiva indubbiamente la migliore riprova che nessuna incompatibilità esisteva tra la forma dello Stato, il suo indirizzo democratico e la possibilità di ordini cavallereschi nazionali. Anzi, a parere della maggioranza sarebbero stati proprio i principi democratici a essere esaltati dal nuovo istituto perché, nel solco di una tradizione consolidata, il riconoscimento sarebbe più largamente indirizzato alla valorizzazione «di modeste, ma probe esistenze, dedicate, in silenziosa umiltà ma con sentimento di laborioso sacrificio, al servizio del Paese in ogni settore della vita.»

Quanto tempo occorse per la promulgazione della legge?

Ci vollero due anni, dal maggio 1949 al marzo 1951, per giungere all’istituzione dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana e alla disciplina in chiave repubblicana della materia cavalleresca.
Fu un percorso che si alternò fra le Commissioni di Camera e Senato con diverse pause e un dibattito sempre interessante, con qualche spunto curioso che vale la pena ricordare. Non sempre i resoconti d’aula sono noiosi, anzi, questo offre una lettura godibilissima anche per comprendere il paesaggio psicologico dell’Italia di quegli anni.

Qualche curiosità?

Sappiamo che la massima dignità dell’OMRI è Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone. Ebbene, là dove la legge definisce il collare «Gran Cordone» si aggiunge un nuovo errore a un vecchio errore. Quando era stato istituito l’Ordine della Corona d’Italia, fu mal tradotto dal francese il regolamento della Legione d’Onore, per cui si tradusse il termine cordon in «cordone», anziché nel più corretto «gran nastro, ossia la fascia». E fin qui passi, perché si utilizzava un termine improprio per definire il medesimo oggetto, ossia un nastro in seta. Ma cosa c’entra il cordone (di tessuto) con il collare (di metallo)? Nulla. Eppure, bastava rimanere in casa per usare il termine «collare», che l’Ordine della SS. Annunziata aveva trasformato in persone in carne e ossa: gli insigniti dell’ordine erano «i collari» e le loro consorti «le collaresse», anch’esse destinatarie di un particolare trattamento protocollare.

Qual è il senso più importante della Legge 3 marzo 1951 n. 178?

Certamente il ripristino, dopo cinque anni di vacanza, dell’esclusiva potestà dello Stato nel conferimento delle distinzioni cavalleresche, salvo il tradizionale riconoscimento di quelle straniere o di ordini riconosciuti dalla Repubblica. Solo lo Stato, infatti, può garantire una equa valutazione e la corretta distribuzione di onori e dignità ai propri cittadini: è dunque impensabile, anche in termini logici, che tale prerogativa possa essere delegata ad associazioni, enti o privati. Il divieto ai privati di conferire onorificenze cavalleresche si configurava, in tal modo, come una «protezione giuridica» non solo nei confronti dei cittadini, ma anche a tutela del prestigio delle distinzioni e della buona fede, così come avviene per i titoli accademici. Purtroppo, anche dopo l’entrata in vigore della legge, alcune discutibili sentenze di tribunali diedero a istituti pseudocavallereschi e a sedicenti gran maestri gli strumenti per esibire patenti di legittimazione che cozzano non solo contro il dato storico, ma anche contro il buon senso e la logica.

Un fenomeno che purtroppo dura ancora oggi…

Il malcostume in materia onorifica non è mai cessato, perché gli ordini fasulli prosperano ancora, soprattutto da quando il numero delle concessioni dell’OMRI è crollato drasticamente dalle circa 14.000 del 1990 siamo passati a circa 3.500 nell’ultima tornata. Basta fare un giro su internet per ammirare spadoni e mantelli, croci e investiture, dame e collari, discendenze e ascendenze. Intendiamoci, ognuno è libero di aderire a un’associazione che s’ispira alla cavalleria, che si riunisce periodicamente e prevede cariche, gradi e ritualità particolari. Tuttavia, è bene sapere che gli insigniti di tali associazioni non sono (e non saranno) autorizzati dallo Stato a indossare pubblicamente le relative decorazioni. In caso di dubbio è opportuno rivolgersi all’Ufficio Onorificenze e Araldica della Presidenza del Consiglio dei Ministri o all’Ufficio del Cerimoniale del Ministero degli Affari Esteri, ricordando che:
– un ordine cavalleresco serio, che opera secondo i principi dell’assistenzialismo, dell’altruismo e della religione, non fa campagna acquisti e non aggrega come se ci si iscrivesse a un club;

  • i Templari non esistono più dal 1312;
  • i Normanni, gli Angioini, gli Svevi, gli Aragonesi, la gran parte dei santi del calendario, i Teutonici, Bisanzio, l’Impero romano d’oriente e i vari sangiaccati sono belle pagine che appartengono a un lontano passato;
  • l’unico Ordine di Malta legittimo ha sede a Roma, in Via dei Condotti 68;
  • un prelato, una chiesa e una messa non sempre fanno un ordine legittimo.

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Salute

Covid-19, per Bertolaso l’Italia va verso la zona rossa. Bonaccini: “Rischiamo di essere travolti”

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 “A me sembra che tutta Italia, tranne la Sardegna, si stia avvicinando a passi lunghi verso la zona rossa. La Lombardia, per quello che ha passato nei mesi scorsi, è più vulnerabile rispetto ad altre regioni, ma non sono preoccupato per questa regione più che per altre. È fuori discussione che bisogna vaccinare. Si può fare molto di più rispetto a quello che già stiamo facendo rispetto a questa situazione. Bisogna andare a Bruxelles a battere i pugni”. Lo ha detto Guido Bertolaso, consulente del presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana per il Piano Vaccinale, intervenendo in una conferenza stampa a Palazzo Pirelli.  

“Il contagio è partito molto più veloce di prima a causa delle varianti. Se questa crescita, avvenuta in 10-15 giorni, non trova un’accelerazione nella risposta rischiamo di essere travolti. Noi come altre parti d’Italia”. Così il presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, dicendo che la variante inglese “pare quasi essere un nuovo virus per diffusione e categorie d’età”.

“Dobbiamo contrastare e circoscrivere il contagio con misure più restrittive su indicazioni che la sanità regionale ci dà. Senza misure la curva continuerebbe a crescere. Rispetto alle precedetti volte le limitazioni della zona arancione classica non bastano più, per come il virus corre rapidamente. Dobbiamo stringere oggi e farlo subito per augurarci di non farlo più dopo”. Così Bonaccini, facendo il punto sulle zone rosse”. “Sono decisioni difficili, me ne prendo tutta la responsabilità. Occorre agire adesso per un pericolo che ha rialzato la testa con le varianti”.

“I numeri del pre report arriveranno stasera. I valori sia sulle terapie intensive che ordinarie sono ancora sotto soglia, pur registrando un incremento. Quindi, nonostante non si siano ancora accese le spie dell’allarme, abbiamo una situazione che ci dice che quotidianamente le cose stanno peggiorando. Per questo, come abbiamo iniziato a fare con le zone rosse e faremo ancora nei prossimi giorni, dobbiamo essere pronti a intervenire chirurgicamente laddove necessario”. A dirlo, sull’ipotesi di un Piemonte in zona rossa, il presidente della Regione Alberto Cirio. “Siamo di fronte a dati che monitoriamo ormai da settimane – osserva -, per cui il sistema sanitario si è predisposto. Oggi però bisogna anche saper assumere le decisioni di contenimento che si rendono necessarie”. Quello che preoccupa, ribadisce il governatore piemontese è la variante inglese: “Ormai metà dei casi in Piemonte – ricorda – sono da variante inglese, che corre di più, è più veloce e quindi ti chiede di anticipare di più le misure che avresti adottato con un’altra tempistica parlando di Covid ‘tradizionale’. Per questo – conclude Cirio – ho chiesto un monitoraggio quotidiano e ogni due giorni facciamo il punto, pronti a intervenire con ordinanze o misure di carattere regionale, come le zone rosse predisposte in questi giorni che sono l’attuazione di questo monitoraggio”.

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Cronaca

Bologna, area metropolitana zona rossa fino al 21 marzo

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La preoccupazione dei Sindaci è molto alta ed è condivisa anche dai Primi Cittadini delle zone meno colpite del territorio, e per questo occorre intervenire con urgenza

BOLOGNA – In merito alla situazione della pandemia a Bologna e nei Comuni della Città metropolitana, il Sindaco Virginio Merola ha dichiarato quanto segue:

“Oggi pomeriggio si è riunita la Conferenza dei Sindaci della Città metropolitana. La decisione unanime dei Sindaci, condivisa con la Regione, è stata quella di adottare domani un provvedimento per rendere l’area metropolitana zona rossa con decorrenza da giovedì 4 marzo a domenica 21 marzo.

A livello nazionale la soglia critica è considerata a partire da 250 casi ogni 100 mila abitanti, soglia abbondantemente superata in tutti i nostri Comuni.

I dati sull’ultima settimana di febbraio nel territorio dell’Ausl di Bologna (elaborati quindi successivamente alla decisione della zona arancione scura) è di 400 casi di media ogni 100mila abitanti, con 13 Comuni sopra i 500 casi e la media del Distretto Appennino di 584.

La preoccupazione dei Sindaci è molto alta ed è condivisa anche dai Primi Cittadini delle zone meno colpite del territorio, e per questo occorre intervenire con urgenza.

Nel provvedimento della Regione saranno compresi anche i nidi e le scuole d’infanzia, oltre alle attività commerciali non essenziali.

Il tema dei comportamenti individuali è più che mai fondamentale. L’appello che facciamo è che le persone escano di casa solo per recarsi al lavoro, per necessità e per motivi di salute, e che siano rispettate le norme sanitarie individuali.

A nome dei Sindaci di tutta la Città metropolitana di Bologna chiedo al Governo di accelerare il piano di vaccinazione in tutti i modi possibili e di prevedere adeguate integrazioni economiche per le attività coinvolte dal provvedimento di zona rossa che adotterà la nostra Regione, così come i congedi parentali anche retroattivi per i genitori”.

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