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Cronaca

ELENA CESTE: ECCO GLI STRALCI DEI VERBALI DEL PROCESSO A MICHELE BUONINCONTI

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Tutto ciò che non è mai emerso dell’udienza del 22 luglio del processo a Michele Buoninconti.

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di Domenico Leccese

Il consulente medico legale della procura dottor Romanazzi ha riferito al Giudice Amerio: ‘L’assideramento è una causa che abbiamo, non escluso, non abbiamo ritenuto di assumere in considerazione immediatamente per il contesto… non risultava agli atti che la Ceste potesse avere dei fatti psicopatologici di entità tale che la inducessero ad un allontanamento da casa, repentino e nuda oltretutto. Poi… i resti sono stati ritrovati proni, con quindi il torace e il volto adagiati sul letto… del Rio Mersa…’.

La consulente medico legale della procura dott.ssa Gugliuzza ha detto: ‘Gli arti superiori erano perfettamente addossati al tronco, né discosti, né estesi, né flessi…’.

Gli avvocati della difesa di Michele Buoninconti hanno contestato il dato ritenuto fondante dai medici legali, ovvero che il corpo fosse in una posizione tale da escludere l’assideramento come causa di morte. Le foto fatte al momento del ritrovamento dei resti di Elena smentiscono clamorosamente ciò che la dott.ssa Gugliuzza ha sostenuto in aula, le braccia della povera Ceste non erano addossate al tronco. Per quanto riguarda il fatto che i resti fossero proni, la consulente della difesa dott.ssa Ursula Franco ha sostenuto in aula che Elena dopo la sua morte semplicemente cadde a faccia in giù e così rimase fino al suo ritrovamento. Per la consulente Franco, Elena era molto stanca a causa del delirio che durava da ore, dopo essersi nascosta nel tunnel di cemento si addormentò e passò dal sonno all’ipotermia senza accorgersene, per questo motivo non assunse la posizione rannicchiata. In altre interviste la criminologa Ursula Franco ha ricordato che la presenza dell’acqua nel piccolo rio accelerò il processo di assideramento, dato che sembra sia stato ignorato dai medici legali dell’accusa.

Il consulente medico legale delle parti civili dottor Testi ha riferito al Giudice Amerio: ‘Ci sono gli elementi emersi dall’autopsia che dimostrano, credo inequivocabilmente, che quel corpo è stato trasportato… quella posizione non è la posizione di una persona che cade e muore. E’ una posizione che fa pensare, ripeto, non si può dire con certezza, ma che fa pensare ad un corpo che viene adagiato e lasciato in una posizione estremamente composta’.

Non esiste alcun dato nella casistica criminologica che possa confortare l’affermazione del dottor Testi, ritrovare un corpo adagiato in una posizione estremamente composta non prova assolutamente che sia stato trasportato. Non esiste una specifica tecnica di occultamento nei cadaveri come si evince quotidianamente dalla cronaca.

Ad un certo punto dell’udienza il consulente medico legale delle parti civili dottor Testi ha avuto un Perry Mason Moment, ha infatti affermato, mettendo clamorosamente in crisi ciò che aveva fino a quel momento sostenuto: ‘… quando si fa in un sopralluogo su un morto assiderato normalmente, insieme alla polizia giudiziaria, la prima cosa che si pensa è un omicidio….’.

Ancora a favore della tesi sostenuta dalla difesa è l’affermazione del consulente medico legale delle parti civili dottor Testi: ‘Noi ci troviamo molto spesso nell’impossibilità di affermare una causa della morte perché la causa della morte è un dato anatomico e qua di anatomico avevamo veramente poco… la consulenza.. non afferma una precisa causa della morte, perché è difficile farlo, è impossibile con i dati a disposizione…’ .

Ed ecco perché la consulente della difesa dott.ssa Ursula Franco ha detto in udienza: ‘.. è chiaro che da un punto di vista medico legale è difficile trovare la causa di morte per l’assenza di questi elementi oggettivi su questa presunta scena del crimine. Ma analizzando tutti i dati delle indagini non è difficile… Io parlo di criminologia perché i risultati dell’esame medico legale ci dicono che non c’è una causa di morte… le ipotesi probabilistiche su un’autopsia che non mi da la causa di morte si fanno con le indagini… quindi il piano non è quello medico legale… le inferenze sono criminologiche in questo caso’.

Come tutti ormai sanno la consulente della difesa dott.ssa Franco non ha mai sostenuto che Elena fosse schizofrenica, bensì fosse in piena crisi psicotica il giorno in cui si allontanò da casa, ma il consulente medico legale delle parti civili dottor Testi ha voluto comunque affrontare il tema della schizofrenia: ‘Una persona su 1000 può avere un episodio psicotico acuto oltre i quarant’anni… La fuga dissociativa è un evento che molto raramente si verifica nei casi di schizofrenia… una piccola parte di coloro i quali manifestano nella vita degli episodi psicotici diventano schizofrenici… un episodio psicotico di per sé non è una cosa eccezionale il fatto che sia il preludio ad una manifestazione di schizofrenia è raro’.
Al dottor Testi sembra essere sfuggito che la difesa non ha mai definito Elena schizofrenica ma piuttosto affetta da una crisi psicotica acuta, chiamata in gergo semplicemente ‘esaurimento nervoso’, quindi le sue statistiche sulla schizofrenia non sono pertinenti rispetto al caso in esame.

Riguardo alla causa asfittica sostenuta dall’accusa la consulente della difesa dott.ssa Ursula Franco ha affermato in udienza: ‘La soffocazione diretta è rara specialmente in un soggetto giovane che si difende…così dice (il libro) Clemente Puccini’.
Vediamo cosa le ha risposto il consulente medico legale delle parti civili dottor Testi: ‘Non, non dice così, tanto per chiarezza, non dice così’.

Ci siamo presi la briga di andare a leggere il testo di medicina legale citato in udienza dalla criminologa della difesa dott.ssa Franco sulla soffocazione diretta per vedere cosa realmente dice, lo riportiamo integralmente. Nel libro Istituzioni di Medicina Legale di Clemente Puccini, libro più volte citato in aula e nella perizia dai medici legali dell’accusa, alle pag. 431 e 432 si legge: ‘La soffocazione diretta, si vede raramente negli omicidi di soggetti adulti sani in quanto è difficile mantenere la compressione degli orifizi aerei nell’individuo che si difende vigorosamente’. Evidentemente nel libro è scritto ciò che la consulente della difesa ha sostenuto in aula e che il dottor Testi ha tentato di contrastare.

L’avvocato della difesa Massimo Tortoroglio nel controinterrogatorio ha chiesto ai medici legali dell’accusa se fosse possibile come causa di morte l’assideramento in un soggetto nudo a gennaio, il dottor Testi ha risposto: ’In astratto sì, perché sennò non esisterebbero le morti per assideramento… oltre a un certo tempo in cui il soggetto è esposto a temperature ma anche superiori a quella che ci interessa.. può essere sufficiente a determinare il decesso di una persona’.
Mentre il dottor Romanazzi sempre incalzato dall’avvocato Tortoroglio che gli ha chiesto quale dato scientifico lo abbia fatto propendere per una morte asfittica ha detto: ‘E’ vero che non sono stati trovati segni di lesione ma ciò non esclude che originariamente il cadavere potesse averne…non esiste un dato scientifico, esiste un criterio di esclusione…’.

La criminologa della difesa dott.ssa Ursula Franco in un’intervista redatta da Chiara Rai, direttore de L'Osservatore d'Italia, subito dopo l’udienza ha affermato: ‘Nel caso ci si trovi ad esaminare un cadavere e non ci siano elementi oggettivi che avvalorino una causa di morte piuttosto che un’altra, evidentemente si tenderà a ritenere più probabile la causa che non lascia segni se non ce ne sono, non si può infatti supporre che siano scomparsi quanto piuttosto che non ci siano mai stati. Il fatto che il cadavere della Ceste si sia naturalmente decomposto e siano in tal modo scomparse le parti molli e cartilaginee del collo è naturale, è una forzatura imperdonabile collegare l’assenza dell’osso ioide e del resto delle strutture molli del collo ad un evento asfittico’.

Cronaca

Milano, 5 rapine in tre mesi: identificato pluripregiudicato già detenuto a San Vittore

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Nel fine settimana i Carabinieri della Tenenza di Paderno Dugnano hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal G.I.P. del Tribunale di Monza, su richiesta della locale Procura, nei confronti di un pluripregiudicato di 41 anni residente a Milano, nel quartiere Quarto Oggiaro. L’uomo nel 2019, in appena 3 mesi, si era reso responsabile di cinque rapine, una delle quali armato di pistola, tutte commesse a Paderno Dugnano, tre di queste ai danni del supermercato IN’S di via Sibellius e due ai danni del supermercato U2 di via Sempione, che gli hanno fruttato complessivamente un bottino di oltre 6 mila euro. Il rapinatore agiva sempre in solitaria e completamente travisato.

I militari si sono messi sulle sue tracce in seguito ad una rapina avvenuta il 19 giugno 2019 ai danni del supermercato U2, in quell’occasione il malvivente, completamente travisato da sciarpa, cappellino con visiera e guanti, dopo aver minacciato la cassiera che le avrebbe sparato, senza però mostrare l’arma, si era impossessato della somma di euro 2.360,00. Una volta acquisiti i filmati delle telecamere di sicurezza presenti nella zona, i Carabinieri avevano individuato un’autovettura Citroen di colore scuro con la quale il malvivente, prima di entrare in azione, aveva effettuato il sopralluogo. Grazie agli accertamenti sul veicolo, risultato essere di proprietà della sua convivente, i militari erano riusciti ad identificare con assoluta certezza il rapinatore. Analizzando poi il suo modus operandi e mettendo a confronto le immagini dei diversi filmati acquisiti in occasione di altre rapine ai danni di supermercati della zona, gli inquirenti lo avevano identificato come l’autore delle altre quattro. 

Il provvedimento restrittivo gli è stato notificato presso il carcere di Milano “San Vittore”,  ove l’uomo si trova già detenuto per fatti analoghi.

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Patrimonio culturale: torna dal Belgio raccolta archeologica di inestimabile valore

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Dopo lunghe e articolate indagini estese a livello internazionale, un’intera raccolta archeologica costituita da pezzi di eccezionale rarità e inestimabile valore è stata riportata dal Belgio in Italia dai Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) di Bari, coordinati dalla Procura della Repubblica di Foggia, e con il determinante contributo di EUROJUST.

Le indagini, avviate nel 2017 a seguito di una segnalazione del Laboratorio di Restauro della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Barletta, Andria, Trani e Foggia, hanno consentito di individuare, nella disponibilità di un facoltoso collezionista belga, una stele daunia dalle peculiarità decorative tipiche dell’area archeologica di Salapia, agro del Comune di Cerignola (FG), pubblicata sul catalogo realizzato in occasione della mostra intitolata “L’arte dei popoli italici dal 3000 al 300 a.C.”, tenutasi dal 6 novembre 1993 al 13 febbraio 1994 presso il Museo Rath di Ginevra (Svizzera), e su quello dell’esposizione che ha avuto luogo presso il Museo Mona-Bismarck Foundation di Parigi (Francia) dal 1° marzo al 30 aprile 1994.
Il reperto appariva incompleto nella parte centrale, mancante in particolare di un’iscrizione decorativa corrispondente a un frammento custodito presso il Museo Archeologico di Trinitapoli (BAT) che, secondo l’intuizione di un funzionario del Laboratorio di Restauro, completava il disegno del margine inferiore dello scudo e la parte superiore del guerriero a cavallo, raffigurati nell’antico manufatto.

I successivi accertamenti effettuati in Svizzera tramite il servizio INTERPOL, finalizzati all’identificazione del detentore del bene d’arte di provenienza pugliese, e gli elementi investigativi raccolti sul potenziale possesso di ulteriori reperti ceramici di interesse storico-artistico trafugati da corredi funerari di tombe scavate clandestinamente in territorio apulo, hanno portato i Carabinieri del Nucleo TPC di Bari ad avanzare, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Foggia, la richiesta di emissione di un Ordine Europeo di Indagine (OEI) per la ricerca e il sequestro di ulteriori beni archeologici di provenienza italiana potenzialmente nella disponibilità del collezionista in Belgio. Egli risultava tra l’altro fra i partecipanti ad alcuni convegni sulla Magna Grecia nell’ambito di una rassegna annuale che si svolge a Taranto e alla quale partecipano numerosi collezionisti e studiosi. Nel dicembre 2018 la Procura della Repubblica di Foggia ha emesso l’OEI, poi eseguito dalla Polizia Federale belga con la partecipazione di militari del Nucleo TPC di Bari, che hanno individuato la stele daunia presso l’abitazione del collezionista in un comune della provincia di Anversa, verificando che il frammento conservato presso il Museo di Trinitapoli era perfettamente sovrapponibile e completava la parte mancante del disegno della stele.

Nel corso della perquisizione è stato recuperato un vero e proprio “tesoro archeologico”, costituito da centinaia di reperti in ceramica figurata apula e altre stele daunie, tutte illecitamente esportate dall’Italia, che sono state quindi sottoposte a sequestro in Belgio. La conseguente richiesta dell’Autorità Giudiziaria italiana, volta a ottenere il mantenimento del sequestro e il trasferimento dei beni in Italia per gli esami scientifici e tecnici da parte del personale specializzato, è stata accolta dall’Autorità Giudiziaria estera, diventando oggetto di ripetuti ricorsi da parte dall’indagato belga (tutti nel tempo respinti).
Il successo della presente operazione rappresenta il frutto di una sinergica ed unitaria azione che ha visto quali protagonisti decisivi i magistrati italiani e belgi in servizio presso EUROJUST, nella preziosa funzione di coordinamento della cooperazione internazionale e ausilio nella interlocuzione tra Autorità Giudiziaria italiana ed Autorità Giudiziaria belga.

L’esame tecnico effettuato in Belgio dal consulente archeologo italiano ha evidenziato l’autenticità e il valore storico-culturale dei 782 reperti archeologici trovati nella disponibilità dell’indagato, tutti provenienti dalla Puglia.

Figurano fra questi un numero elevato di vasi apuli a figure rosse, anfore, ceramiche a vernice nera, ceramiche indigene e attiche, a decorazione dipinta geometrica e figurata, stele figurate in pietra calcarea dell’antica Daunia, oltre a numerosissime terrecotte figurate c.d. “tanagrine”, testine fittili, statuette alate, ecc. Si tratta di beni nazionali databili tra il VI e il III secolo a.C., tutelati ai sensi del “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, di un valore commerciale pari a circa 11 milioni di euro, depredati e smembrati dai contesti originari, ora rimpatriati.

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Omicidio Desireè Mariottini, emesso il verdetto della III Corte d’Assise

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Due ergastoli e due pesanti condanne: è la sentenza per l’omicidio di Desireè Mariottini, la 16 enne di Cisterna di Latina uccisa il 19 ottobre del 2018 a Roma in uno stabile abbandonato nel quartiere San Lorenzo.

In serata, dopo aver ascoltato le repliche delle parti e dopo oltre nove ore di camera di consiglio, i giudici della III Corte d’Assise hanno emesso il loro verdetto: Mamadou Gara e Yussef Salia sono stati condannati al carcere a vita; 27 anni di reclusione sono stati inflitti ad Alinno China e 24 anni e sei mesi a Brian Minthe, per il quale la Corte d’Assise aveva disposto la scarcerazione per l’accusa di droga ma che resterà in carcere. All’uomo è stata, infatti, notificata in queste ore una nuova ordinanza cautelare per l’accusa di omicidio della minorenne.

Nei confronti dei quattro cittadini africani le accuse vanno, a seconda delle posizioni, dall’omicidio volontario alla violenza sessuale aggravata, alla cessione di stupefacenti a minori.

I pm Maria Monteleone e Stefano Pizza avevano sollecitato il carcere a vita con l’isolamento diurno per tutti mentre avevano chiesto l’assoluzione per Gara solo dalle accuse di cessione di stupefacenti e induzione alla prostituzione. “Mi attendevo quattro ergastoli, non sono soddisfatta di questa sentenza soprattutto perché uno degli imputati torna libero e questo non doveva succedere.

Non ho avuto giustizia”, aveva detto Barbara Mariottini, madre di Desireè dopo la sentenza. Ancora più arrabbiata una donna la cui voce si alza dal pubblico: “Maledetti possiate bruciare all’inferno”, ha urlato. Dalle carte dell’indagine è emerso che gli imputati avevano assicurato alla ragazza, che si trovava in crisi di astinenza, che quel mix di sostanze composto anche di tranquillanti e pasticche non fosse altro che metadone. Ma la miscela, “rivelatasi mortale” era composta da psicotropi che hanno determinato la perdita “della sua capacità di reazione” consentendo agli indagati di poter mettere in atto lo stupro in uno stabile fatiscente nel cuore dello storico quartiere romano.

Nell’ordinanza con cui il gip dispose il carcere si affermava che il gruppo ha agito “con pervicacia, crudeltà e disinvoltura” mostrando una “elevatissima pericolosità e non avendo avuto alcuna remora” nel portare a termine lo stupro e l’azione omicidiaria. Nel provvedimento sono citate anche alcune testimonianze.

“Meglio che muore lei che noi in galera”: è la frase choc che secondo alcuni testi avrebbero pronunciato tre dei quattro accusati. Gli indagati inoltre “impedirono di chiamare i soccorsi per aiutare” Desireè. Gli esami disposti dalla Procura hanno confermato che sotto le unghie e sugli abiti di Desireè è stato trovato il Dna del branco.

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