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ELENA CESTE: TESTIMONIANZE, PERIZIE E UN PROFILO DELLA DONNA RIMASTO INESPLORATO

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Rivelazioni in esclusiva sul caso di Elena Ceste: ecco l'intervista a Ursula Franco, medico chirurgo e criminologo, consulente della difesa di Michele Buoninconti

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di Chiara Rai

Altri colpi di scena e notizie esclusive fornite a L’Osservatore d’Italia in una intervista inedita alla Dottoressa Ursula Franco, medico chirurgo e criminologo, consulente della difesa di Michele Buoninconti. Emerge un quadro di Elena Ceste che possiamo definire ancora inesplorato con testimonianze che andrebbero attentamente analizzate.

 

Qualche mese fa abbiamo avuto il piacere di intervistarla e lei, come abbiamo avuto modo di approfondire, esclude che Elena Ceste sia stata vittima di un omicidio, ci può dire di più?

Il vero punto cruciale di questo caso è che nulla indica che ci sia stato un omicidio, l’esame medico legale sul cadavere della Ceste non ha stabilito la causa della morte ed ha escluso le più comuni cause di morte violenta. Una causale asfittica, tra l’altro indimostrabile per le condizioni in cui è stato ritrovato il cadavere, è stata ipotizzata dai consulenti medico legali del gip solo in via residuale, tale ipotesi per essere presa in seria considerazione dovrebbe essere accompagnata da indizi che la confermino, come ad esempio potrebbero essere i segni di una colluttazione sia su Buoninconti che sulla moglie. Tali indizi mancano. L’assenza di segni di una colluttazione e l’assenza di segni del trasporto del cadavere sull’auto difficilmente possono sostenere l’ipotesi omicidiaria, piuttosto tendono ad escluderla.

L’accusa ha definito surreale ed inverosimile l’ipotesi di un allontanamento volontario della donna, in preda ad una crisi psicotica e per di più senza abiti, lei come giustifica tali convinzioni degli inquirenti?

Solo per chi disconosce la psichiatria le dinamiche dell’allontanamento di Elena possono apparire inverosimili, in realtà l’allontanamento volontario, dopo un altrettanto volontario denudamento, è l’unica ipotesi realmente plausibile e logica in questo caso, anche dal punto di vista della ricostruzione degli eventi, non solo, è l’unica cui si confanno tutte le risultanze investigative, crisi psicotica, autopsia negativa per morte violenta, assenza di segni di una colluttazione su Buoninconti, assenza di segni di trasporto del cadavere sull’auto e assenza di un movente. Il denudamento della Ceste si spiega solo come sintomo di una psicosi. Un omicida non avrebbe avuto alcuna ragione di denudare la sua vittima, il denudamento non impedisce il riconoscimento né favorisce i fenomeni cadaverici, piuttosto li rallenta nel caso in cui le temperature esterne siano basse, come lo erano ad Asti il 24 gennaio 2014.

Mi chiedo se a suo dire ci siano dei passaggi, elementi che non sono stati presi in considerazione dal pm e o dagli inquirenti. Se sì quali e in che misura possono incidere sull'inchiesta?

La Ceste soffriva di psicosi, come ci confermano i racconti di alcuni conoscenti che ricevettero sue confidenze nei mesi precedenti alla sua scomparsa e come ci conferma la perizia psicologica del Dr Pirlo, perito del gip, che parla di precedenti psicotici, questi dati a mio avviso sono stati fatalmente sottovalutati. Una psicosi non trattata tende a recidivare. Elena dopo i pensieri persecutori ossessivi di ottobre sviluppò un grave disturbo psicotico che esordì nel pomeriggio del giorno precedente la sua scomparsa. Buoninconti non si sarebbe potuto inventare un quadro classico di psicosi se non avesse assistito al delirio persecutorio della moglie, al racconto delle allucinazioni uditive, ai colpi che la donna si dava sulla fronte per cacciare le voci.



Fu un caso la morte della Ceste od una scelta deliberata?

Elena era in preda al delirio e fuggì ai suoi persecutori, non era decisa a lasciarsi morire, si nascose nel Rio Mersa e poi si addormentò a causa del freddo e della fatica che le aveva provocato il delirio, delirio che durava dal pomeriggio del giorno precedente e che le aveva impedito di dormire, infine morì per assideramento. La Ceste non scelse di lasciarsi morire, la sua fine fu una tragica fatalità che ebbe come concause la sua patologia psichica ed il freddo. Se la donna si fosse allontanata nei mesi estivi si sarebbe risvegliata dopo qualche ora e qualcuno l’avrebbe di sicuro avvistata tra i campi.

Oltre a non aver compreso la vera causa dell’allontanamento di Elena, cosa secondo lei nella ricostruzione dell’accusa non è logico?

La criminologia è una scienza esatta, se un’ipotesi è errata tutto ciò che la conforta è illogico. Uno dei punti più deboli della ricostruzione dell’accusa sono le condizioni in cui fu ritrovata la casa dei due coniugi, ovvero priva di segni della presenza della Ceste dopo la dipartita del marito e dei figli. Elena dopo le 8.10 non si occupò delle faccende domestiche che avrebbe dovuto sbrigare, la casa al ritorno di Michele era esattamente come lui l’aveva lasciata a riprova del fatto che la moglie si allontanò subito dopo l’uscita del marito e dei figli, se la Ceste infatti fosse rimasta per 35 minuti nella sua abitazione e fosse stata uccisa dal marito dopo le 8.45 la stessa avrebbe lavato almeno le tazze della colazione e rifatto tutti i letti. Durante il primo sopralluogo in casa Buoninconti- Ceste i carabinieri trovarono anomalo che solo il letto matrimoniale fosse stato ricomposto e dedussero che proprio su quel letto Michele aveva con tutta probabilità ucciso Elena e che solo in seguito all’omicidio lo avesse rifatto. Se, come sostiene l’accusa, Michele avesse ucciso Elena sul letto matrimoniale ancora sfatto non avrebbe avuto ragione alcuna di ricomporlo, sfatto per sfatto, tra l’altro uno dei figli dei coniugi Buoninconti ha riferito di aver aiutato la madre quella mattina a rifare il letto matrimoniale poco prima delle 8.10.



Che cosa pensa delle risultanze della perizia del gip sulle celle telefoniche?

Non ho nulla contro la perizia in sé, è l’interpretazione che non convince. Secondo la perizia Buonninconti si trovava nei pressi del Rio Mersa alle 9.02.50, non prima, ma la procura ha ipotizzato che egli fosse in quella zona, pur non avendo né prove scientifiche (celle telefoniche), né testimoni in grado di collocarlo in quel luogo, ad occultare il cadavere della moglie, tra poco dopo le 8.57.28 e le 9.00.18. Buoninconti durante le 3 ravvicinate telefonate, quelle delle 8.55.08, delle 8.57.28 e delle 9.01.48 agganciò la cella che copre casa sua, la logica vuole che evidentemente egli si trovasse in quell’area ed è una forzatura collocarlo altrove senza giustificazioni, tra l’altro Marilena Ceste lo vide di fronte alla casa dei Rava circa 5 minuti dopo aver ricevuto da lui la telefonata delle 8.55.08, quindi intorno alle 9.00. Le risultanze della perizia sulle celle telefoniche prodotta dalla procura non accreditano assolutamente la ricostruzione dell’accusa.

La procura ritiene un indizio a carico di Buoninconti il fatto che il corpo si trovasse a poche centinaia di metri da casa, che ne pensa?

La vicinanza del luogo in cui furono ritrovati i resti di Elena non è un indizio a carico di Buoninconti, piuttosto il contrario. Il fatto che il corpo sia stato ritrovato così vicino a casa avvalora l’ipotesi dell’allontanamento volontario, se Michele avesse occultato il corpo di Elena non lo avrebbe nascosto in quel luogo, in specie dopo aver allertato i vicini e sapendo che i soccorritori sarebbero andati lì a cercarlo, tra l’altro i soccorritori cercarono intorno alla casa proprio su sua indicazione. Michele sostenne nei primi giorni che Elena andava cercata vicino a casa e che con tutta probabilità era nuda, solo in seguito, convinto di aver cercato ovunque e di non essersi potuto sbagliare cominciò ad elaborare ipotesi alternative.



Ritiene che il clima colpevolista alimentato dai media possa influenzare il processo?

Vede, io credo che per molti sia difficile pensare, il pregiudizio ingombra le menti dei pigri. L’interesse suscitato dai media nei confronti del caso Ceste ha scatenato un clima colpevolista che non ha influenzato solo il pubblico televisivo ma è entrato a gamba tesa nel processo attraverso le testimonianze, tale clima a senso unico ha manipolato gli animi dei testi e lo loro testimonianze ne hanno risentito. La maggior parte dei testimoni diretti degli avvenimenti di quei giorni si sono sentiti a torto traditi da Buoninconti. I media hanno il demerito di aver trasformato un innocente, colpito da un doloroso lutto, in un mostro in carne ed ossa, in un capro espiatorio cui nessuna debolezza, seppure umana e comune a tutti noi, è perdonata.



Non ha mai avuto dubbi?

Theodor Lessing suggeriva di percorrere il cammino del dubbio nella ricerca della verità. Ad ogni studente di criminologia il primo giorno viene detto che innamorarsi di un’ipotesi e cercare di trovare contorte giustificazioni alla propria idea è il peggiore errore che si possa fare in questo campo. Sulla base di questi due insegnamenti, all’inizio della mia analisi mi sono posta molte domande, nel momento in cui ho visto la verità ho ricostruito i fatti secondo la logica ed ho riconosciuto senza ombra del dubbio un doloroso errore giudiziario.

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Cronaca

Si sgonfia la bolla dei testi contro Palamara: emergono contraddizioni anche nelle testimonianze di altri grandi accusatori, a partire dalla toga Amara

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Una relazione del procuratore Barbaro doveva inchiodare l’ex pm, invece pare scagionarlo: “Non tramò per avere il trasferimento del giudice Giordano”

Lo scorso mese di febbraio la Procura di Perugia si è affrettata a risentire i grandi accusatori di Luca Palamara per cercare di rimpolpare le contestazioni di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio e corruzione in atti giudiziari. Il 4 febbraio, per esempio, è stato riconvocato Piero Amara, l’avvocato che insieme al collega Giuseppe Calafiore ha patteggiato diversi anni di pena per aver aggiustato processi corrompendo giudici. Davanti ai pm perugini il 4 febbraio è saltato fuori che Palamara avrebbe chiesto notizie su inchieste in corso per conto del suo amico imprenditore Fabrizio Centofanti.

Non solo: per i presunti super testimoni, l’ex pm Stefano Fava (autore dell’esposto contro il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone) e Palamara avrebbero parlato delle indagini in un tennis club. Particolari che nella miriade di propalazioni che Amara e Calafiore avevano fatto in più verbali non erano mai emersi. Solo ora, dopo che, a partire dall’aprile 2020, sono state depositate le chat di Palamara e sono usciti articoli e libri, sono finite nell’informativa che regge le accuse più gravi, quelle di corruzione. Ma quello che sembrava il testimone a sorpresa, Vincenzo Barbaro, ora pg di Messina e all’epoca procuratore della Repubblica facente funzioni, che nei nuovi atti giudiziari depositati appare come una delle pietre angolari sulle quali poggiano le accuse, in realtà sembra non colpire lo stratega delle nomine. La comunicazione riservata firmata da Barbaro, anzi, appare più come un atto a discolpa. La ricostruzione del magistrato ripercorre un classico presunto complotto in pieno stile siciliano che avrebbe dovuto danneggiare il capo della Procura di Siracusa Francesco Paolo Giordano, ottenendone il trasferimento. 

A questo punto, nella ricostruzione, compare Palamara, in quel momento consigliere del Csm. «In un primo momento», scrisse il procuratore generale, «non davo alcun rilievo alla notizia (contro Giordano , ndr), che sapevo essere totalmente infondata, ma a distanza di qualche giorno ricordavo che affermazioni di analogo tenore, limitatamente all’intendimento di usare il procedimento per gettare discredito sull’operato di Giordano, erano state oggetto di una intercettazione ambientale captata nel febbraio 2017 nell’ufficio di uno degli indagati, il pm di Siracusa Longo ». Si tratta dell’ex pm Giancarlo Longo, finito al centro dell’inchiesta sul Sistema Siracusa, che in uno dei procedimenti ha patteggiato 5 anni e in un altro è stato condannato a 4 mesi di reclusione. Ma è anche il grande accusatore di Palamara. A quel punto Barbaro avrebbe deciso di incontrare Palamara, «al fine di accertare se anche costui fosse a conoscenza delle menzionate infamanti esternazioni». E infatti «il consigliere Palamara nel suo ufficio del Csm», annota Barbaro, «mi confermava che il collegamento prospettato era inesistente, che si trattava di dicerie a suo avviso palesemente infondate (…). In ogni caso Giordano, per ragioni che non venivano esplicitate, a dire di Palamara , non sarebbe mai stato proposto quale dirigente di un ufficio giudiziario messinese». 

Nel 2018, anticipando la decisione della Prima commissione, Giordano chiese e ottenne il trasferimento «in prevenzione» alla Procura generale di Catania, con il ruolo di sostituto. Il Sistema, come direbbe Palamara , anche quella volta l’aveva spuntata. Nella sua nota, a questo punto Barbaro scrive in grassetto maiuscolo: «Palamara mi faceva chiaramente comprendere di essere a conoscenza di circostanze relative al procedimento penale in questione, nel quale era rimasto coinvolto anche un suo amico, e mi riferiva i nominativi dei magistrati titolari e del gip». Amara , però, davanti ai pm ha sostenuto che Barbaro avrebbe riferito a Palamara che a proprio carico, di Calafiore e di Centofanti «non c’era nulla». «Tutta fuffa», per usare il virgolettato attribuito da Amara a Barbaro. Non è chiaro chi dia notizie a chi. I particolari riferiti dai testimoni sulle fughe di notizie, leggendo la relazione di Barbaro, che lunedì si è fiondato a dichiarare che agirà penalmente, diventano contraddittori e il capitolo sulle notizie che circolavano non appare chiarito. Ritorna negli atti depositati il nome di Roberto Pignatone. Era stato L o n go a tirarlo in ballo. Ma se da una parte le sue dichiarazioni hanno giustificato perquisizioni e atti d’indagine, dall’altra sono state prese come un tentativo di infangare il nome dell’ex procuratore capo di Roma.

Infatti, tra gli ultimi atti depositati, c’è un verbale firmato da Longo il 13 febbraio scorso, nel quale, riferendosi ad Amara e a Calafiore, dice che «potevano interloquire con Pignatone e De Lucia». A Messina, Longo aveva riferito all’incirca le stesse cose, aggiungendo: «Sia Amara che Calafiore avevano un rapporto diretto col fratello di Pignatone».

Per queste dichiarazioni Longo, nel 2018, è stato accusato di calunnia e poi prosciolto. In pratica l’ex pm sarebbe una specie di kamikaze: mentre ammetteva i reati a lui contestati alla ricerca del patteggiamento, avrebbe deciso di infangare il nome del più potente procuratore d’Italia, non si sa bene con quale fine. E sulle fughe di notizie la sua condotta da testimone è questa: prima non accusa Palamara , ma tira dentro il fratello di Pignatone, poi, nell’ultimo verbale, precisa «di non aver ricevuto utilità o benefici da Palamara » e che «tutto quello» che ha dichiarato sul conto di Palamara gli è stato riferito «da Calafiore ».

Il 9 febbraio, invece, è stato sentito di nuovo l’avvocato di Longo, Bonaventura Candido. In un passaggio ha ribadito: «A Longo, Amara e Calafiore fecero capire di avere possibilità di ottenere informazioni attraverso il fratello del procuratore Pignatone». Alla domanda se Barbaro gli avesse mai confidato che Palamara gli chiedeva informazioni sulle indagini in corso ha aggiunto: «No. Barbaro mi ha sempre riferito che i rapporti con Palamara erano trasparenti». In questa storia comprendere chi ha mentito non è semplice. Spettava alla Procura non trascurare nulla. Soprattutto dopo l’ultima rivelazione dell’avvocato Candido: «So che avevano avuto rapporti con ufficiali della Guardia di finanza, posto che io, come ho già riferito, ho visto delle informative della Gdf di Roma. Erano file non sottoscritti e non vi erano nomi di appartenenti alla polizia giudiziaria». La caccia non si è diretta in quella direzione.

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Salute

Covid-19, oltre il 30 percento delle infezioni in Italia è dovuto alla variante inglese

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Si attendono per oggi le comunicazioni del Ministro Speranza sulle nuove misure per il contrasto della pandemia

Il governo accelera sul nuovo Dpcm con le norme anti-contagio da Covid. Ieri sera la riunione del premier Mario Draghi con i ministri sul dossier Covid. Alla riunione hanno partecipato anche gli esperti Silvio Brusaferro, Agostino Miozzo e Franco Locatelli. 

Coinvolgere il Parlamento nell’adozione dei futuri provvedimenti anti-Covid. Sarebbe questa, secondo quanto si apprende, l’intenzione manifestata da diverse componenti del Governo, che starebbero pensando quindi a un superamento dei Dpcm, modalità adottata finora per l’introduzione delle misure restrittive. L’ipotesi per il futuro – in questi casi – potrebbe quindi essere l’approvazione di decreti legge, che vanno poi convertiti in legge dal Parlamento entro 60 giorni. 

Oltre il 30% delle infezioni Covid in Italia è dovuto alla variante inglese

Il dato è stato fornito dagli esperti dell’Istituto superiore di Sanità e del Cts con il premier Mario Draghi. Secondo gli scienziati, verso la metà di marzo la variante sarà predominante in tutto il Paese. Nel corso dell’incontro, inoltre, il governo ha chiesto valutazioni sulle misure da adottare e gli esperti avrebbero ribadito i rischi legati a possibili aperture.

“Ascolteremo il Presidente. Noi diremo che serve la linea della prudenza. Questo si”. lo spiega il coordinatore del Cts, Agostino Miozzo, interpellato prima di entrare a Palazzo Chigi. Le indicazioni del Comitato Tecnico Scientifico non cambiano rispetto alle scorse settimane, soprattutto alla luce degli sviluppi delle nuove varianti del virus. E’ quanto si apprende da ambienti del Cts, che nei giorni scorsi aveva già messo in guardia dai rischi di ulteriori contagi che potrebbero arrivare da eventuali riaperture di impianti da sci, palestre o cinema. I tecnici sono stati ora invitati a Palazzo Chigi, in vista dei prossimi provvedimenti che saranno assunti dal Governo.

Il ministro della Salute Roberto Speranza terrà comunicazioni sulle nuove misure per il contrasto della pandemia oggi, mercoledì 24 febbraio, alle 13.30 al Senato e alle 17 alla Camera

L’alta incidenza del Covid non arresta le richieste di far ripartire le attività. Salvini, che ha visto per mezz’ora il premier Draghi, insiste. “Abbiamo parlato di riaperture. Se c’è un problema a Brescia – ha spiegato – intervieni in quella provincia, non è che fai il lockdown nazionale da Bolzano a Catania. Dunque chiusure mirate e un ritorno alla vita. Se si può pranzare tranquilli, allora si può cenare tranquilli. Se i ristoranti sono sicuri a pranzo allora lo sono anche a cena. E la riapertura di teatri, cinema, realtà sportive, palestre e piscine è un ritorno alla normalità”. Il presidente dell’Emilia Romagna e della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, definisce “ragionevole” la richiesta di Salvini con l’obiettivo di “dare ossigeno a qualche attività”. Voglia di riapertura è stata espressa da diversi ministri, di vari partiti, anche dal dem Franceschini, con Gelmini ad auspicare il sostegno con adeguati ristori per le attività che dovessero rimanere chiuse.

Intanto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato il decreto recante “ulteriori disposizioni urgenti in materia di spostamenti sul territorio nazionale per il contenimento dell’emergenza epidemiologica da Covid-19” che è stato varato ieri dal Consiglio dei ministri. Lo si è appreso al Quirinale.

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Cronaca

Uccisi Ambasciatore italiano e un carabiniere in Congo

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Un’imboscata in piena regola, probabilmente a scopo di sequestro, finita in tragedia. L’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista congolese, Mustapha Milambo, sono stati uccisi in un agguato mentre viaggiavano a bordo di un’auto dell’Onu in una regione della Repubblica democratica del Congo, il Nord Kivu, da anni teatro di violenti scontri tra decine di milizie che si contendono il controllo del territorio e delle sue risorse naturali.

Il governo di Kinshasa punta il dito contro le Forze democratiche di liberazione del Ruanda (Fdlr), ribelli di etnia Hutu conosciuti per il genocidio in Ruanda del 1994, che hanno stabilito la loro roccaforte nell’area dell’agguato, mentre l’Italia chiede un rapporto dettagliato alle Nazioni Unite.

Il convoglio, composto da due vetture del Programma alimentare mondiale (Pam-Wfp), stava viaggiando verso nord, sulla strada tra Goma e Rutshuru, dove il diplomatico italiano avrebbe dovuto visitare un programma di distribuzione di cibo nelle scuole dell’agenzia dell’Onu, fresca di Nobel per la pace. Alle 10.15 (le 9.15 in Italia), le due auto vengono fermate a circa 15 km da Goma, nei pressi di Nyiaragongo, nel parco nazionale di Virunga, da un commando di 6 persone che apre il fuoco, prima sparando in aria, poi uccidendo l’autista.

Secondo le prime ricostruzioni riferite dal governatore del Nord Kivu, Carly Nzanzu Kasivita, gli assalitori portano il diplomatico e il carabiniere della scorta nella foresta. Scattato l’allarme, sul posto si precipita una pattuglia di ranger dell’Istituto Congolese per la Conservazione della Natura che si trova nelle vicinanze, seguita da forze dell’esercito locale. Esplode un conflitto a fuoco nel quale gli aggressori uccidono Iacovacci. Anche Attanasio viene colpito dagli spari: di chi, ancora non è chiaro. Il corpo esangue dell’ambasciatore, ferito all’addome, viene caricato su un pick-up dai primi soccorritori, per poi essere trasferito all’ospedale di Goma.

Altre tre persone sarebbero state rapite, riferisce il ministero dell’Interno di Kinshasa, e si parla anche di alcuni feriti. Il governo congolese ha dichiarato che le autorità provinciali del Nord Kivu non erano a conoscenza della presenza dell’ambasciatore nell’area e che questo non ha permesso loro di fornirgli misure di sicurezza adeguate, né il loro tempestivo arrivo sul posto in “una parte del Paese considerata instabile e in balia di alcuni gruppi armati ribelli nazionali e stranieri”. Formatesi all’inizio degli anni 2000, le Fdlr sono accusate di diversi attentati nella zona, tra cui quello dell’aprile 2020 in cui morirono 17 persone tra cui 12 ranger dell’Iccn.

Il Pam ha tuttavia riferito che la strada era stata precedentemente controllata e dichiarata sicura per essere percorsa anche “senza scorte di sicurezza”. La Farnesina ha però chiesto all’Onu di fornire quanto prima un report dettagliato sull’attacco in un luogo dove Attanasio si era recato su invito del Pam.

In Italia la morte di Attanasio e Iacovacci è stata accolta con sgomento e dolore, dal presidente Sergio Mattarella che ha parlato di “lutto per questi servitori dello Stato” al premier Mario Draghi che ha espresso il cordoglio del governo ai familiari del diplomatico, che lascia una moglie e tre bimbe piccole, e del giovane carabiniere che avrebbe dovuto sposarsi in estate. La terribile notizia ha raggiunto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio a Bruxelles, dove si trovava per il Consiglio Esteri Ue e dove ha raccolto il cordoglio unanime dei colleghi e dei vertici europei. Rientrato immediatamente a Roma, il ministro ha ricevuto messaggi di solidarietà dall’intera comunità internazionale, dall’Onu fino al segretario di Stato Usa, Antony Blinken. E raccogliendo l’appello delle forze politiche, unanimi nel cordoglio e nella condanna dell’attacco, ha annunciato che riferirà “il prima possibile in Parlamento per fare chiarezza” sulle circostanze dell’agguato ancora pieno di interrogativi e sul quale la procura di Roma ha aperto un’inchiesta.

Al telefono con la collega congolese, Marie Tumba Nzeza, il ministro ha chiesto “di fare luce sulle dinamiche e le responsabilità dell’attentato”, auspicando che le autorità di Kinshasa offrano “piena collaborazione nei contatti e negli scambi con la magistratura e le forze di sicurezza italiane”. Nel pomeriggio la stessa ministra ha reso visita alla vedova del diplomatico nella loro casa di Kinshasa, mentre i genitori di Attanasio restano chiusi nel loro dolore: “Lo abbiamo saputo dai media – hanno fatto sapere -, preferiamo non parlare”.

La Presidenza del Consiglio dei Ministri ha disposto, per la giornata di oggi e di domani, l’esposizione a mezz’asta della bandiera italiana e della bandiera europea sugli edifici pubblici degli Organi Costituzionali e dei Ministeri, in segno di lutto per la tragica scomparsa dell’ambasciatore Attanasio e del carabiniere Iacovacci.

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