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ELENA CESTE, URSULA FRANCO: FU ALLONTANAMENTO VOLONTARIO

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Il documento in esclusiva de L'Osservatore d'Italia scagionerebbe Michele Buoninconti dall'accusa di omicidio

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GUARDA ALCUNE PAGINE DELLA PERIZIA DELLA DOTT.SSA URSULA FRANCO IN FONDO ALLA PAGINA

 

Redazione

Caso Elena Ceste – Grande esclusiva de L'Osservatore d'Italia. Pubblichiamoparte della super perizia stilata dalla dott.ssa Ursula Franco sul caso della morte di Elena Ceste. Questo importantissimo documento scagionerebbe completamente Michele Buoniconti dall'accusa di aver ucciso sua moglie Elena.

Ricostruzione dei movimenti di Michele Buoninconti la mattina del 24 gennaio 2014: La mattina del 24 gennaio 2014, il signor Michele Buoninconti è uscito con l'auto della moglie, intorno alle ore 8.10, con i propri figli. Dopo aver accompagnato i bambini a scuola si è recato al Comune di Costigliole d'Asti per chiedere informazioni sulla rata dell'IMU ed infine, dopo essere stato inquadrato dalla telecamera della farmacia comunale alle ore 8.37, si è fermato all'ambulatorio del medico di famiglia per controllare gli orari di ricevimento e subito dopo si è diretto verso casa passando per il castello, guidando con prudenza, per abitudine e per la nebbia. Egli è probabilmente giunto a casa tra le ore 8.45 e le 8.47. Dopo aver aperto il cancello ed essere entrato in cortile con l'auto,

Buoninconti ha trovato il maglione che Elena indossava quella mattina, in terra, sul tombino di fronte al portone, e sotto lo stesso le ciabatte della moglie. Preoccupato per tale rinvenimento l'uomo ha cominciato a cercare la moglie all’esterno della casa. Avendo trovato i suoi indumenti all'esterno, egli ha pensato logicamente che Elena fosse in cortile. Dopo quelle prime infruttuose ricerche, Buoninconti è entrato nell'abitazione e lì ha continuato a cercarla. In quell’occasione ha localizzato il telefonino della moglie sulla credenza della camera da pranzo dove era ancora verso le ore 10.00 quando Michele lo mostrò a Marilena Ceste (pag. 13 ordinanza di riesame). Buoninconti quella mattina non chiamò mai Elena al cellulare in quanto lo trovò subito dopo averla cercata in cortile, tra l’altro, essendo abitudine dei due coniugi lasciare i loro telefonini sulla credenza della camera da pranzo, egli non pensò che la moglie l’avesse con sé (pag. 4, verbale assunzione informazioni di Michele Buoninconti del 4 aprile 2014). Michele Buoniconti attivò inavvertitamente quella mattina 5 telefonate dirette al telefonino della moglie che era rimasto a casa, e che prese con sé probabilmente solo intorno alle ore 10.00, dopo averlo mostrato a Marilena Ceste.

Torniamo ai suo movimenti di quella mattina, dopo aver cercato Elena in cortile ed in casa, non trovandola, Buoninconti chiamò i vicini per chiedere se la donna fosse da loro o l'avessero vista. Michele chiamò prima la vicina Marilena Ceste chiedendole se avesse visto la moglie, ad una risposta negativa della stessa l'uomo non replicò a causa della vergogna per ciò che gli stava capitando. La telefonata alla Ceste è quella delle ore 8.55.04.

La cella telefonica 2416: Durante tale telefonata, della durata di 29 secondi, il telefonino di Buoninconti agganciò la cella 2416 di pertinenza dell'area in cui si trova la sua casa. Dopo la telefonata all’utenza di Marilena Ceste l'indagato decise di cercare la moglie fuori casa, è di quei momenti la telefonata ai Rava, telefonata di primaria importanza che colloca Michele ancora nei pressi di casa sua. Michele chiamò i Rava alle 8.57.28 e non avendo ricevuto risposta, si recò da loro e gli citofonò, parlò con Aldo Rava, gli chiese notizie di sua moglie, alla risposta negativa dell'uomo, Michele risalì in auto e fece un primo giro esplorativo di pochi minuti nei pressi della ferrovia in disuso e cerchi concentrici tra Motta ed Isola d'Asti. Durante la telefonata ai Rava, delle ore 8.57.28, il telefonino di Buoninconti agganciò la cella di competenza dell'area di casa sua, la 2416. Michele fece quella telefonata mentre si stava dirigendo verso la casa dei Rava. Quindi: – la testimonianze di Aldo Rava che colloca il dialogo avuto con Michele poco dopo aver ricevuto una telefonata alla quale egli non fece in tempo a rispondere, – la testimonianza della figlia di Aldo Rava, Fiorenza Rava che ha riferito di aver saputo dalla propria madre che Michele aveva citofonato ai suoi genitori poco prima delle 9.00, – e quella di Marilena Ceste che afferma di essersi preparata un caffè, di aver ricevuto la telefonata di Michele e poco dopo, mentre aveva ancora il caffè in mano, di aver visto Michele parlare con Aldo Rava dalla finestra, ci confermano tutte che Michele ben oltre le 8.57.28 si trovava ancora nei pressi di casa sua, precisamente di fronte alla casa dei Rava (pag. 10 ordinanza di riesame) e solo successivamente si diresse a cercare la moglie. Poiché alle 9.01.48 il cellulare di Buoninonti già tornava ad agganciare la cella telefonica di pertinenza dell’area di casa sua (cella 2416), quel suo primo giro perlustrativo durò un tempo alquanto inferiore ai 4 minuti, compatibile con il racconto dell’uomo agli inquirenti, ovvero di ‘un giro veloce’.

Il verbale di assunzione di informazioni: Michele nel verbale di assunzione di informazioni del 4 aprile 2014 a pag. 6: ‘..e vado a Motta, ritorno poi verso isola d’Asti, ho fatto un giro veloce, avevo fretta di trovarla’. Tale tempistica è assolutamente incompatibile con i tempi ipotizzati dall’accusa, tempi che prevedono un percorso da casa di Buoninconti al Rio Mersa percorribile in 2 minuti e 30 secondi e per il ritorno, passando dalla discoteca, un percorso percorribile in circa 1 minuto e 30 secondi. Di conseguenza, solo per raggiungere il luogo dove è stata ritrovata Elena e tornare indietro il Buoninconti avrebbe avuto bisogno di 4 minuti circa, ai quali andrebbero aggiunti alcuni minuti per denudare ed altri per occultare il corpo della Ceste. Nel caso in oggetto non sussistono i minuti necessari per il denudamento e l’occultamento e neanche quei 4 minuti per andare sul luogo del ritrovamento e ritorno. I minuti a disposizione del Buoninconti tra la fine del colloquio avuto con Aldo Rava e la prima telefonata al telefonino di Elena, quella delle 9.01.48, che agganciò la cella di pertinenza dell’area di casa Buoninconti-Ceste, la 2416, risultano infatti inferiori ai 4, quindi come da lui sempre sostenuto egli neanche raggiunse quel luogo. Ma veniamo alle testimonianze che provano che il Buoninconti dopo le 8.57.28 si trovava ancora vicino a casa sua, più precisamente di fronte al cancello di casa Rava: Michele Buoniconti nel verbale di assunzione di informazioni del 4 aprile 2014 a pag. 5, dopo aver riferito di aver chiamato Marilena Ceste (telefonata delle 8.55.04) dice: ‘Prendo la macchina la Peugeot 106, nel frattempo chiamo gli altri vicini, il primo dei vicini ulteriori non mi ha risposto…’. Buoninconti, sempre nello stesso verbale, a pag. 6, nel riferire il fatto si è confuso, si è ricordato sbagliandosi di aver parlato con Aldo Rava al telefono piuttosto che dal vivo: ‘Sono andato dai vicini di cognome Rava, ho anche citofonato, non hanno risposto e io sono andato via…quando al citofono non mi hanno risposto ho telefonato al fisso e chiedo loro di Elena, mi hanno riferito di non averla vista’. Buoninconti è smentito dai tabulati che ci dicono che i Rava non risposero a quella telefonata ed è smentito pure dalla loro testimonianza. Evidentemente, dato che la telefonata delle 8.57.28, come ci dicono i tabulati fu senza risposta, Michele parlò con Aldo Rava di persona che gli riferì di non sapere nulla della moglie. Non avrebbe avuto senso peraltro che Michele telefonasse ai Rava dopo averci parlato. Il perché Michele si confonda rispetto alla sequenza degli eventi di quella mattina lo spiegheremo in seguito. Vediamo in dettaglio le testimonianze dei vicini: Aldo Rava, sentito pochi giorni dopo i fatti, il 6 febbraio 2014, ha riferito agli inquirenti di aver sentito squillare il telefono fisso, di non averlo raggiunto in tempo utile per rispondere per problemi di deficit uditivo, di aver sentito suonare con insistenza il campanello della porta, di essersi affacciato alla finestra, di aver visto Michele con l'auto e che lo stesso gli aveva chiesto se avesse visto Elena (cfr., verbale si sommarie informazioni di Aldo Rava del 6 febbraio 2014 e pag. 12 dell’ordinanza di riesame). La figlia di Aldo Rava, Fiorenza Rava, sentita dai Carabinieri cinque giorni dopo la scomparsa di Elena ha riferito di aver saputo dalla madre che Michele si recò dai suoi genitori poco prima delle 9.00: ’A mia mamma lo aveva detto Michele che si era recato a cercarla a casa di mia mamma, ritengo poco prima delle 9.00’. (pag. 1, verbale di sommarie informazioni, Fiorenza Rava, 29 gennaio 2014) Anche la testimonianza dell’altra vicina, la prima contattata dal Buoninconti quella mattina, Marilena Ceste, ci conferma che Michele dopo le ore 8.57.28 si trovava ancora nei pressi di casa sua, ovvero di fronte al cancello dei Rava. Marilena Ceste ha riferito ai carabinieri: ‘Entro in casa, mi preparo un caffè, ho avviato le pulizie di casa, poco dopo ha suonato il telefono di casa era Michele…. torno alle faccende, ricordo che avevo la tazza del caffè in mano e dalla finestra ho visto Michele che parlava con i comuni vicini famiglia Rava…. rispetto alla telefonata saranno passati poco più di 5 minuti’. (pag. 3, verbale di assunzione di informazioni di Marilena Ceste del 20 marzo 2014). Non passarono più di 5 minuti, ce lo dice il caffè che la Ceste aveva in mano.

Il primo giro perlustrativo di Michele Buoniconti: Michele dopo il passaggio dai Rava fece il suo primo giro perlustrativo che durò come abbiamo visto un tempo inferiore ai 4 minuti. Egli agganciò infatti la cella di casa nella telefonata delle 9.01.48 che terminò un minuto dopo agganciando la cella di Isola d’Asti, la 2415 e tornò a casa verso la fine della seconda telefonata ad Elena, che iniziò alle 9.03.14 agganciando la cella di Isola d’Asti, la 2415, e terminò agganciando quella di casa Buoninconti- Ceste, la 2416 alle 9.04.16. Dopo le 9.04.16 Michele fece un altro giro in casa, vi tornò dopo aver pensato: ‘non ho guardato bene’, quindi decise di recarsi a Govone. Chiamò Oreste Ceste alle 9.06.59, quando ancora il suo telefonino agganciava la cella di casa, la 2416 e parlò con lui mentre in auto si dirigeva a Govone, lo si evince dai tempi di percorrenza, egli non avrebbe fatto in tempo, altrimenti, ad essere a Govone ed agganciare la cella del luogo già alle 9.10.32, dopo 2 minuti e 36 secondi dalla fine della telefonata allo zio Oreste. Al riguardo lo zio Oreste ci conferma tale circostanza, egli, a tal proposito, riferisce il 1 febbraio 2014: ‘Prima di arrivare da me mi ha chiamato sul mio cellulare e poi è arrivato subito per accendere la caldaia'. (cfr. faldone n. fg.148). Quindi si evince dai tempi di percorrenza che Michele sfruttò il tempo della telefonata per dirigersi a Govone. Nel verbale di assunzione di informazioni del 4 aprile 2014, Michele ci conferma questo dato: ‘Io quando ho chiamato Oreste ero nel tragitto Motta Govone passando per Sanmartino attraverso la cava, ho chiamato dalla macchina…’. Buoninconti andò a Govone in quanto non aveva punti di riferimento, non sapeva dove cercare. Michele, convinto che Elena fosse sulle strade percorribili dalle auto, escluse che si fosse diretta verso Costiglione in quanto non l’aveva incrociata tornando a casa, escluse dopo un rapido controllo che si fosse diretta nel senso opposto e quindi scelse Govone, a mio avviso non sbagliando, in quanto quella casa poteva essere un punto di riferimento per la moglie anche in uno stato psichico alterato. Buoninconti dopo aver acceso la caldaia, non perse tempo con lo zio, che al telefono gli era apparso confuso e continuò a cercare la moglie. Michele non si recò quindi dai Rava prima di telefonare ad Oreste Ceste alle ore 9.06.59, come sostenuto dall’accusa, ma appena dopo il termine della telefonata senza risposta al telefono fisso dei Rava delle 8.57.28. Quindi come si evince dagli orari delle telefonate, dalle corrispondenti celle telefoniche, che localizzano la posizione del Buoninconti e dalle testimonianze dei vicini, Michele quella mattina non ebbe il tempo di occultare un cadavere, tantomeno di denudarlo ed occultarlo, in quanto ebbe un tempo inferiore ai 4 minuti che non gli avrebbe nemmeno permesso di andare e tornare dal luogo dove venne ritrovato il corpo della moglie, egli, come ha sempre sostenuto, non raggiunse mai quel luogo ma si avvicinò all'area per una rapida supervisione, per vedere se non ci fossero impronte umane, convinto, purtroppo, che sua moglie non si sarebbe inoltrata nelle strade di campagna. Naturalmente, il fatto che Michele non abbia denudato ed occultato il corpo della moglie, esclude di conseguenza che egli abbia commesso un omicidio e ci spiega le telefonate ai vicini, telefonate mosse da una sincera volontà di ritrovare la Ceste e che altrimenti sarebbero state ingiustificabili. Tra l’altro, quelle telefonate fatte ai vicini sui soli telefoni fissi hanno una spiegazione logica, egli si accertò come avrebbe fatto chiunque altro, in primis, che la moglie non fosse a casa loro e Michele è credibile quando sostiene di non aver chiamato i vicini sui cellulari per non perdere tempo in inutili spiegazioni nel caso i suoi interlocutori non fossero a casa, egli infatti era agitatissimo ed iperattivo, focalizzato nella disperata ricerca di sua moglie e non intendeva perdere tempo in chiacchiere.

Il punto di vista criminologico: Da un punto di vista criminologico appare d’altronde alquanto illogico che un soggetto, subito dopo aver commesso un faticoso omicidio per asfissia, dopo aver messo il corpo della vittima in auto con notevole sforzo fisico (il tutto in pochissimi minuti) e soprattutto prima di averlo occultato, perda tempo al telefono con i vicini di casa o si diriga da loro con il cadavere in auto, dirottando la loro attenzione su di sé ed aumentando il rischio di essere visto durante l’occultamento, in specie in una zona così vicina alla sua abitazione. Tornando ai movimenti di Michele di quella mattina, egli dopo essere stato a Govone, allontanandosi da casa per pochissimi minuti, tanto che già alle 9.14.12 era sulla strada del ritorno ed il suo telefonino agganciava la cella 2415 di Isola d’Asti, tornò a casa, alle 9.22 telefonò alla famiglia Terzuolo, il suo telefono agganciò in quell’occasione la cella telefonica di pertinenza di casa sua, la 2416. Alle 9.30 si presentò a casa di Marilena e la invitò a cercare Elena a Motta e lui si diresse nuovamente verso Govone, questa volta cercando la moglie ad andatura moderata. Durante questo secondo viaggio verso Govone, all'altezza del ponte sul Tanaro, Buoninconti chiamò il padre di Elena. La telefonata al signor Franco Ceste è delle 9.33.39. Michele, dopo i primi minuti di ricerche disperate, crollò psicologicamente al telefono con lui, pianse. E’ facilmente intuibile il motivo per cui non lo avesse chiamato fino a quel momento, Buoninconti sperava di essere in grado da solo di ritrovare la moglie e di non dover avvisare i genitori di lei della sua scomparsa, vissuta tra l’altro da lui, marito, come un fallimento. Alle 9.48, Michele chiamò la sorella di Elena, Daniela Ceste. Al ritorno da Govone, Michele si recò dal parroco, incontrò Marilena e Rita in strada ed infine cercò ancora Elena in casa, questa volta con l'aiuto di Marilena. Michele, in quell’occasione, come riferito dalla testimone, cercò pure nel cofano della sua auto. Egli, avendo capito che Elena non era in sé, pensò che avrebbe potuto essersi nascosta ovunque. Michele fece cose illogiche, in quanto cercava di pensare con la testa disturbata della moglie. In ultimo, contattò il 118 e si recò dai carabinieri intorno alle 10.30. Michele da un punto di vista comportamentale ha mostrato, in occasione della scomparsa della moglie, atteggiamenti costruttivi e finalizzati a ricerche concrete, che non si riscontrano mai nei rei di omicidio. L’immediatezza nella richiesta di aiuto è un segnale di attivazione immediata, spiegabile solo con la volontà di ritrovare sua moglie, che nessun colpevole, in specie, se costui può prender tempo prima di denunciare una scomparsa, mette in atto, tantomeno prima di essersi disfatto del cadavere. Buoninconti cercò la moglie prima a casa, poi chiamò i vicini per sapere se fosse a casa loro o se l'avessero vista. Egli coinvolse in modo logico prima i vicini, poi i parenti, poi si rivolse al 118 e su suggerimento dell’operatore del 118 si diresse dai carabinieri per fare una denuncia, utile per poter richiedere informazioni ai pronto soccorso, il tutto in circa un'ora e 45 minuti di tempo, mostrandosi consapevole, che, essendo con tutta probabilità Elena nuda, si doveva far presto, e desideroso di ritrovare la madre dei propri figli, prodigandosi nel fornire a tutti più informazioni possibili, indicandola come una donna in stato confusionale, senza vestiti ed occhiali.
 
La ricostruzione dei movimenti e stato psichico di Elena Ceste la mattina del 24 gennaio 2014

L'allontanamento da casa di Elena Ceste: Elena Ceste la mattina del 24 gennaio 2014 si allontanò da casa, poco dopo le 8.15, in preda ad una crisi psicotica caratterizzata da allucinazioni uditive e da un delirio persecutorio. La donna dopo aver accompagnato i bambini ed il marito all’auto rientrò in casa, si tolse la giacca, che Michele le aveva messo sulle spalle, e premette il pulsante di apertura del cancello automatico, uscì di nuovo, si tolse gli abiti in due tempi, prima le ciabatte ed il maglione, che lasciò sul tombino di fronte alla porta di casa, quindi si avvicinò al cancello per impedire che si chiudesse, finì di denudarsi per poi allontanarsi e trovare la morte nel letto del Rio Mersa per assideramento. Elena era in preda ad un delirio persecutorio e si nascose ai suoi ‘persecutori’ proprio dove sono stati ritrovati i suoi resti. Il ritrovamento del cadavere ad una distanza ridotta dall'abitazione avvalora la tesi dell'allontanamento volontario, la Ceste percorse infatti quel tragitto in pochi minuti e la sfortuna volle che nessuno la vedesse. Per quanto riguarda gli occhiali, la donna fu capace di raggiungere il fosso pure non indossandoli essendo affetta solo da miopia. L’indagato ha raccontato nel dettaglio a familiari, inquirenti e giornalisti i sintomi che la moglie aveva cominciato a manifestare già dal pomeriggio del giorno precedente la sua scomparsa e che si erano esacerbati durante la notte, quei sintomi, ovvero un delirio persecutorio lucido, senza alterazioni dello stato di coscienza, presente già dal pomeriggio del 23 gennaio, le allucinazioni uditive, il battersi sulla fronte per scacciarle, associati al denudamento che seguì e che precedette l’allontanamento della donna da casa, ci permettono di ricostruire un quadro psicotico certo, che il signor Buoninconti non può essersi inventato.

Una severa alterazione dell'equilibrio psichico di Elena si manifestò dal pomeriggio del 23 gennaio fino al momento della sua scomparsa, cui seguì a breve la morte. Quel pomeriggio Michele trovò la moglie seduta in terra che piangeva e si lamentava di alcune persone che non la ‘lasciavano stare’ inviandole messaggi sul telefonino. Quelle lamentele di Elena furono il primo segnale di un delirio persecutorio. La Ceste non si era mai aperta con il marito fino a quel pomeriggio, quando in preda ormai al delirio, gli fece leggere i messaggi del comune amico Damiano Silipo che Michele interpretò come innocui. A questi messaggi Buoninconti non diede peso in quanto comprese che il racconto della moglie non era logico, anzi cercò di incoraggiarla e di farla ridere con il solletico (verbale di sommarie informazioni di Michele Buoninconti del 4 aprile 2014, pag. 10). A quella prima manifestazione pomeridiana psicotica del 23 gennaio, seguì un periodo di apparente tranquillità, finché il quadro sintomatologico si arricchì durante la notte delle allucinazioni uditive, voci che dicevano ad Elena che non era una buona madre e che lei tentava di scacciare picchiandosi sulla fronte, inoltre il delirio persecutorio si fece più importante, non solo ‘non la lasciavano stare’ ma i suoi persecutori erano, a suo dire, decisi a portarla via da casa, ad allontanarla dai suoi figli, il motivo ce lo spiegano le sue allucinazioni uditive che le ripetevano che ‘non era una buona madre’.

Le allucinazioni uditive: La Ceste allo scopo di allontanare le allucinazioni uditive si era picchiata ripetutamente sulla testa, tanto da arrossarsi la fronte, anche questa reazione alle allucinazioni uditive è di comune osservazione nei soggetti affetti da questo tipo di sintomi ed avvalora il racconto del marito. Durante la notte quindi, si compose un quadro classico di psicosi con totale disgregamento della personalità. Dopo quella notte ‘difficile’ la Ceste, nonostante apparisse serena, non accompagnò i figli a scuola, anche se era compito suo, perché non se la sentiva e questo fatto inusuale ed improvviso, come confermato dai bambini, è la riprova che qualcosa non andava. Quella mattina, i figli non notarono nulla di anomalo nel comportamento della madre, ella infatti non aveva manifestato evidenti segnali di ‘squilibrio’ ma pochi minuti prima che lasciassero l’abitazione, Elena, mentre i bambini si trovavano in auto, invitò il marito a non portare i figli a scuola, tornando a manifestare un delirio persecutorio, questa volta arricchitosi da idee di controllo sui figli da parte di soggetti estranei alla famiglia. Se è vero che Elena manifestò solo dal pomeriggio del 23 gennaio 2014 veri e propri sintomi psicotici, ella stava ‘covando’ una crisi psicotica già dal mese di ottobre, nonostante all'epoca la donna fosse ancora socialmente competente. Proprio in quel periodo, Elena confidò all’amica Fiorenza Rava, all’amico Giandomenico Altamura ed al parroco di Motta alcune sue paure, originate da suoi comportamenti ‘sbagliati’, ovvero dall’aver tradito il marito. Elena era convinta di essere stata ‘tradita da una vecchia conoscenza’ e di ‘essere sulla bocca di tutti’. Si inferisce dai racconti dei suoi confidenti che nella psiche della Ceste, in autunno, si erano affacciati alcuni pensieri ossessivi persecutori che sono a posteriori riconoscibili come il germe del suo delirio persecutorio manifestatosi alla fine di gennaio. I ‘confidenti’ della Ceste, a ragione, ebbero l’impressione ascoltandola che nei suoi racconti ci fosse qualcosa di anomalo, che non fossero aderenti alla realtà (lo vedremo in seguito più in dettaglio analizzando le loro testimonianze). Buoninconti era all’oscuro sia dei tradimenti che di quelle confidenze che nessuno gli aveva riferito, egli dice la verità quando afferma di non essersi accorto, prima del pomeriggio del 23 gennaio, del disagio della moglie.

I tradimenti e le angosce di Elena Ceste: A Michele, Elena nascose i tradimenti ed anche le angosce che le avevano provocato, fino a poche ore prima della scomparsa. Le psicosi sono una patologia psichiatrica molto comune, ad eziologia multifattoriale, a modalità di esordio variabile, che si differenzia da soggetto a soggetto per sintomatologia, gravità e prognosi. L’età d’insorgenza è variabile e colpisce dall’1 al 2% della popolazione, senza distinzione tra i sessi. La crisi psicotica è evidentemente un disturbo psichico molto comune, spesso definito volgarmente ‘esaurimento nervoso’. Un soggetto affetto da psicosi necessita di una terapia specialistica, nel caso una crisi si risolva spontaneamente, facilmente recidiva se il soggetto non viene sottoposto a terapia farmacologica. Soggetti diversi sviluppano crisi psicotiche caratterizzate da un diverso ‘set’ di sintomi. I sintomi delle psicosi possono essere grossolanamente suddivisi in due categorie, sintomi ‘positivi’ e ‘negativi’ e non è necessario, per giungere ad una diagnosi, che si manifestino tutti nel solito soggetto. Tra i sintomi ‘positivi’ si riscontrano: disturbi della forma del pensiero (alterazioni del flusso ideativo, incoerenza, alterazioni dei nessi associativi, eloquio disorganizzato), disturbi del contenuto del pensiero (deliri), disturbi della senso percezione (dispercezioni ed allucinazioni uditive, visive, olfattive, tattili, cenestetiche, gustative) e disturbi comportamentali di tipo disorganizzato (movimenti bizzarri e denudamento). Tra i sintomi ‘negativi’ possono comparire sintomi autistici, catatonia o isolamento. Come appena accennato le modalità d’esordio della psicosi sono variabili da soggetto a soggetto, prima della vera e propria crisi psicotica possono manifestarsi i cosiddetti prodromi o precursori, come: cambiamenti di umore, ritiro sociale, pensieri ossessivi e ritualità comportamentali, segnali difficilmente riconoscibili come clinicamente rilevanti all’occhio inesperto di un familiare e spesso perfino a quello più esperto di un medico di base, ma indici comunque di un esordio subacuto della crisi.

Stato psicotico e comportamenti pericolosi (suicidio): Elena come abbiamo visto in precedenza manifestò, alcuni mesi prima della crisi psicotica vera e propria, i cosiddetti prodromi, ovvero un profondo disagio emotivo e pensieri ossessivi specifici con neppur troppo sfumate idee di riferimento. Lo stato psicotico è una condizione che provoca la perdita del contatto con la realtà e proprio per questo conduce frequentemente a comportamenti anomali ed a causa dell’assenza di critica dovuta alla compromissione intellettiva, a volte pericolosi. I soggetti in preda al delirio ed alle allucinazioni possono mettere in atto comportamenti imprevedibili di tipo grossolanamente disorganizzato, ovvero condotte strane, con carattere d’impulso, immotivate, irrazionali, inutili, insensate, assurde, tra queste si riscontrano smorfie, stereotipie, automatismi verbali, fughe senza meta, denudamento, suicidio e delitti senza scopo (Ugo Cerletti, psichiatra, Scritti sull’elettroshock, Roberta Passione, Franco Angeli Editore). Il denudamento di Elena che precedette la sua fuga da casa, rientra semplicemente tra le anomalie del comportamento che possono manifestarsi nei soggetti psicotici. Ogni crisi psicotica, seppur imprevedibile, ha un motivo scatenante, un cosiddetto ‘trigger’ o innesco. La Ceste aveva tradito il marito, per questo motivo si sentiva in colpa e temeva delle ripercussioni.

Elena viveva da qualche mese un conflitto manifesto causato dal contrapporsi di esigenze interne contrastanti, un conflitto tra i suoi desideri e le sue esigenze morali, da questo conflitto hanno avuto origine i suoi sintomi. I contenuti sia del suo delirio che delle sue allucinazioni uditive ci mostrano i motivi scatenanti della sua crisi psicotica, le ‘voci’ che le dicevano che non era una ‘brava madre’, il delirio persecutorio per cui temeva di essere allontanata da casa e che le portassero via i figli, furono evidentemente prodotti del suo senso di colpa. Su questo sensibile terreno il vero motivo scatenante, il trigger, ciò che più specificamente scatenò la crisi della Ceste, furono i numerosi messaggi ricevuti da Damiano Silipo il giorno 20 gennaio, che la donna visse in modo persecutorio, attribuendo agli stessi un significato abnorme, e che mostrò al marito proprio nel pomeriggio del 23 gennaio dicendo lui: ‘Non mi lasciano stare’, contribuirono inoltre a scatenare la crisi anche il tentativo di contattare Elena fatto dal Silipo il giorno 21 gennaio, quando il telefono della donna era in mano a Buoninconti ed un ulteriore messaggio del giorno 23 gennaio.

Il delirio persecutorio: Dai racconti di Michele fatti al giornalista di Chi l’ha visto ed andati in onda nella puntata del 26 febbraio 2014 si evince che la Ceste il pomeriggio del 23 gennaio era in preda ad un delirio persecutorio: ‘Che mia moglie avesse dei problemi non me ne sono mai accorto perché non mi ha mai dato dimostrazione e quel giovedì, il giovedì (23 gennaio 2014) prima che scomparisse, verso tardo pomeriggio salgo sopra e trovo mia moglie accovacciata lì tra la cucina e il soggiorno e c'era mia figlia piccola vicina e lei stava piangendo, mia moglie e chiedo: Cosa è successo? E lei mi dice: Non mi lasciano stare. Ho detto: Ma come, chi è che non ti lascia stare? Fammi capire! Non mi lasciano stare, non mi lasciano stare, non mi vogliono lasciar stare! E mi fa vedere il telefonino, mi ha fatto, mi ha messo lei la videata dei messaggi e c’era un elenco di messaggi fatti nell'arco della giornata dalla stessa persona, erano messaggi cheee mmm… all'inizio non ho, non ho pensato male perché erano come se un amico volesse consolare un’amica, c’era scritto: Ti voglio bene, perché non mi chia.. Perché non mi rispondi al telefono? E poi c’era addirittura una che diceva: Perché non rispondi, se mi hai cercato tu? E’ perché ti senti sola ed hai bisogno di parlare. E poi un altro: Ci vediamo al solito posto. Vedendo…. è il papà del compagno di mio figlio… ho cominciato a pensare questo, infatti gli ho chiesto spiegazioni a mia moglie, ho detto ma guarda un po’ questi messaggi, tra questo messaggio e quest’altro ci manca un nesso, perché lui per farti il secondo messaggio, tu gli hai risposto al primo e ho detto: Fammi vedere anche i tuoi messaggi. Ha detto lei: Ma non ci sono, sono gli altri che li fanno al posto mio. Ho detto: Ma come gli altri li fanno al posto mio? Gli (le) ho chiesto: Gli altri chi? Perché poi la faccenda dei messaggi, ho visto che mia moglie non collaborava, ho lasciato perdere, ho detto, perché dopo lei si è rasserenata e abbiamo fatto cena tutto, io mi son visto Don Matteo, lei è venuta a stirare di qua…’. Dai racconti di Michele al giornalista di Chi l’ha visto andati in onda nella puntate del 12 febbraio e del 19 febbraio 2014 si comprende invece che Elena la notte tra il 23 ed il 24 gennaio era in preda ad una crisi psicotica caratterizzata da un delirio persecutorio e da allucinazioni uditive: ‘Durante la notte lei si sveglia e mi sveglia anche a me. Io dico: Come mai non riesci a dormire? Perché lei era seduta lì sul letto e mi teneva scoperto, io avevo freddo, sono stato costretto a svegliarmi, gli chiedo: Cosa hai? E lei dice: Ho delle voci in testa che non, non mi lasciano stare. E ho detto: Quali voci hai? Eh, dicono di me che sono una cattiva mamma e mi fa proprio direttamente a me, dice: Sono io una cattiva mamma? Ed allora io più che rasserenare cosa posso fare? Dico: Ma come Elena, come puoi dire una cosa del genere? E poi chi lo pensa una cosa del genere? Perché tu mamma di 4 figli puoi mai essere una cattiva mamma?! Così riesco a rassicurala, me la tiro verso di me, me la faccio stare un po' sul petto, l'accarezzo, la coccolo, finché lei riesce a rilassarsi e ci addormentiamo in due. E adesso che mi ricordo nella notte quando lei mi parlava di tante cose, lei ha specificato anche: Non permettere che mi portino via, dove vado? Dove posso mai andare io? E io gli ho detto: Ma chi ti fa andare via?
 
Questa e' la tua casa, nessuno ti caccia via….’. Nei racconti di Michele al giornalista di Chi l’ha visto andati in onda nella puntata del 26 febbraio 2014 si evincono altri dettagli della crisi psicotica notturna di Elena: ‘… la notte avevo freddo verso le 2 di notte, 2 e mezzo potevano essere adesso con precisione non mi ricordo co… esattamente e sentivo freddo e mi sono tirato una volta le coperte addosso e di nuovo me le sono tirate un’altra volta, al che dopo un po’ ti svegli e ho visto mia moglie ed era lì seduta sul letto, ho detto: Cosa fai? perché mi scopri? E lei si batteva in fronte, addirittura gli avevo visto che qui s'era fatta rossa, ho detto: Ma cosa stai facendo? Ha detto: Le voci che mi tormentano. Ho delle voci che mi tormentano in testa’. Il mattino del 24 gennaio, Michele credette che Elena avesse superato la crisi notturna, in realtà ella appariva serena ma non lo era, poco prima che Michele accompagnasse i bambini a scuola ella tornò a delirare, inserendo nel suo delirio un altro elemento persecutorio, il timore che le controllassero i figli. ’.. al mattino quando l’ho vista che mi è venuta a chiamare era be.. era già vestita tutta, l’ho guardata una faccia serena, ho detto: Ah, è stato un incubo, meno male mia moglie è serena, è stato solo un incubo. Poi dopo la colazione i bambini hanno iniziato a scendere giù uno per volta, hanno iniziato a mettersi in macchina e io nel frattempo scendevo anch’io per portarli a scuola e lei mi ha seguito ed ha iniziato di nuovo a dirmi: Lasciali a casa i bambini, non li portare a scuola. Lasciali a casa, non li portare a scuola. Ho detto: E perché non devo portarli a scuola? Non devi portarli a scuola perché ce li controllano, perché loro hanno messo cose brutte su di me e adesso vogliono condizionare i nostri bambini, ce li controllano, sì, perché i nostri bambini ce li vogliono controllare, vogliono portarli lontano da me’ (Chi l’ha visto, intervista a Michele Buoninconti in onda nella puntate del 12 febbraio e del 19 febbraio 2014). Nel verbale di assunzione di informazioni del 4 aprile 2014, pag. 10, Michele ha riferito che, quella notte, Elena ‘continuava nel dire sono sulla bocca di tutti, mi meraviglio che tu non lo sappia, ne parla tutto il mondo…. Parlava del fatto che le fosse stata clonata l’identità del computer’, il suo racconto è credibile, egli ha riportato agli inquirenti frasi della moglie che ella aveva già riferito ai suoi ‘confidenti’ nel mese di ottobre, i quali non si erano mai confrontati su quei temi con Michele. Evidentemente, come abbiamo già detto, quelle paure di ottobre non erano altro che pensieri ossessivi specifici, prodromi del suo delirio persecutorio di gennaio. Probabilmente, ancora prima del pomeriggio del giorno precedente la sua scomparsa erano tornati a manifestarsi nella mente della Ceste quei pensieri ossessivi che l’avevano afflitta nel mese di ottobre, in quanto già il 22 gennaio l’amica Fiorenza si era accorta che qualcosa turbava Elena.

Il racconto di Fiorenza Rava: La signora Fiorenza Rava ha riferito agli inquirenti alcune sue osservazioni sulle condizioni di Elena quel giorno, due giorni prima della sua scomparsa: ‘Ricordo molto bene e me lo porterò dietro per sempre, l’espressione di Elena quel mattino del 22 gennaio in cui essendomi recata a casa loro per l’acquisto delle uova, Michele mi aveva accolto a casa, era andato a recuperare le uova nel pollaio ed il tempo del confezionamento nei contenitori, ricordo che Elena si era affacciata dalle scale e mi era apparsa con una espressione magonata. Più timida e schiva, solo come se avesse bisogno di dirmi qualcosa e si sia trattenuta anche dal pianto: in effetti io dopo aver preso le uova ho salutato Michele che stava tornando in cortile alle ordinarie sue occupazioni e mi sono congedata da Elena che è salita nuovamente in casa, salutandomi sommessamente. Non la avevo mai vista così prima, tanto è vero che tornando a casa di mia madre ricordo di averglielo subito raccontato. Non so dire di più ma quella sua espressione di tristezza, mista a malinconia mi è rimasta nel cuore’ (pag. 1, verbale di sommarie informazioni di Fiorenza Rava del 15 dicembre 2014). In un’intervista, andata in onda durante la trasmissione Chi l’ha visto del 9 aprile 2014, la signora Fiorenza Rava, riguardo a quel 22 gennaio, ha dichiarato: ‘Io ero andata su per prendere le uova, c’era Michele, me le ha date lui e nel frattempo Elena scende le scale e io ho avuto impressione che fosse magonata, che avesse voglia di piangere, che avesse voglia di dirmi qualcosa, io non ho osato non avevo.. non ho nessun diritto di chiederle sue cose private e ci siamo lasciate così, che adesso col senno di poi potevo chiedere, dovevo chiedere, invece non ho osato’. Sempre nella stessa puntata di Chi l’ha visto, del 9 aprile 2014, è andata in onda un’intervista a Michele Buoninconti che riguardo a quell’episodio ha dichiarato: ‘Io non ho notato niente quel giorno lì, infatti le lo ho lasciate da sole e io sono, mi sono anche allontanato, quando quella persona lì, se quella persona lì aveva notato qualcosa visto che erano amiche, perché non si è soffermata un attimo? Perché adesso è facile dire: E io l'ho vista strana…'.

Nell’ordinanza di applicazione della misura coercitiva alle pagine 58 e 59 si legge: ‘Riguardo a quel giorno Fiorenza Rava notava Elena Ceste particolarmente scossa e bisognosa di conforto. La testimone conserva il ricordo di una donna pronta a commuoversi, sino al sopraggiungere di Michele Buoninconti che con il suo arrivo aveva bloccato ogni confidenza, riferendo di aver percepito nella persona offesa descritta come tesa e preoccupata, il senso di forte disagio’. Elena in realtà appariva frenata dalla presenza del marito poiché a lui aveva nascosto ciò che in precedenza aveva confidato alla Rava, ed intendeva farlo ancora. La Ceste non aveva motivo di temere Michele, si bloccò solo perché non voleva che il marito venisse a conoscenza delle sue infedeltà. La signora Fiorenza Rava aveva ricevuto nel mese di ottobre delle confidenze da parte di Elena che non avevano di sicuro come soggetto Buoninconti e la Ceste mai si era lamentata con lei dei comportamenti del marito, né lo aveva fatto con l’amico Giandomenico Altamura, in quel periodo ella aveva riferito soltanto, sia a Fiorenza che a Giandomenico, di aver sbagliato, di essere stata tradita da una persona che credeva amica e di essere sulla bocca di tutti. Quindi nonostante i sintomi durassero da ore, sebbene con periodi di interruzione, Michele sottovalutò le difficoltà di Elena nella speranza che non fosse altro che una crisi passeggera, un momento di stress che la faceva farneticare, ma che sarebbe passato, assumendo un atteggiamento tipico della maggior parte dei familiari che tendono a negare la malattia psichiatrica per paura e per la difficoltà a riconoscerne i sintomi. Il perché Elena si allontanò non appena i suoi familiari lasciarono l’abitazione, lo abbiamo già accennato e si spiega facilmente, i comportamenti dei soggetti psicotici sono conseguenza delle loro idee deliranti o reazioni alle loro allucinazioni che, influenzandone il pensiero, indirizzano di conseguenza i loro atti, che proprio per questi motivi sono anomali. Il suo allontanamento non fu altro che una risposta comportamentale al suo convincimento delirante. I deliri hanno contenuti strettamente legati all’esperienza soggettiva di chi li manifesta. Elena aveva tradito Michele e la paura di venir scoperta, il timore di alterare l'equilibrio familiare, il senso di colpa per aver commesso un atto reprensibile, il rimorso ed un senso diffuso di indegnità personale che l’affliggevano, si manifestarono inizialmente (ottobre) con pensieri ossessivi ed in seguito con un quadro psicotico completo caratterizzato da allucinazioni uditive, da un delirio persecutorio e da disturbi comportamentali quali il denudarsi e l’allontanarsi da casa per nascondersi.

La notte precedente la scomparsa: La Ceste, la notte precedente la scomparsa, riferì a Michele di temere che la portassero via, ella quella mattina prese delle misure preventive nei confronti di coloro che avrebbero voluto, a suo avviso, portarla via di casa, cercò di impedire ai suoi persecutori immaginari di compiere ciò che credeva le avrebbero fatto ed a tal scopo si nascose nel Rio Mersa.

La sfortuna di Elena Ceste furono le basse temperature, se fosse stata primavera o estate, la donna con tutta probabilità sarebbe stata avvistata dai contadini nei campi nei giorni seguenti alla sua fuga, mentre purtroppo quel giorno ella si assopì a causa del freddo e poi morì per assideramento. Elena quella mattina si denudò e reagì al suo delirio persecutorio, prese un'iniziativa, nel timore di venir portata via da casa, scappò e si nascose ai suoi 'inesistenti' persecutori nel greto di quel fiumiciattolo, inconsapevole, a causa della sua condizione psichica, che le indusse un profondo distacco dalla realtà, che il freddo avrebbe avuto il sopravvento su di lei. La Ceste non desiderava morire, solo nascondersi. Proprio il ritrovamento del corpo nudo ad una distanza ridotta dall’abitazione e la sede stessa, avvalorano l’ipotesi dell’allontanamento volontario. Il luogo in cui sono stati ritrovati i resti della donna, sarebbe risultato infatti estremamente indaginoso da raggiungere ad un soggetto deciso ad occultare un cadavere, ma ben più semplice da raggiungere da un soggetto allo scopo di nascondersi deliberatamente. Ad accreditare l’ipotesi che la Ceste soffrisse di psicosi, come abbiamo accennato in precedenza, non sono solo i racconti di Michele di quell’ultima notte passata insieme, ma anche quelli della signora Fiorenza Rava, conoscente di Elena, del parroco di Motta di Costiglione don Roberto e dell’amico della Ceste, Giandomenico Altamura, i quali hanno riferito ad inquirenti e giornalisti di alcuni contatti verbali che ebbero con la Ceste nei mesi che precedettero la sua scomparsa. I tre, nel mese di ottobre ricevettero delle confidenze da parte di Elena, la donna riferì a queste persone di essere preoccupata per le ripercussioni di un suo comportamento ‘sbagliato’. Giandomenico Altamura ha raccontato ai giornalisti i contenuti di un colloquio telefonico con la Ceste, in questi termini: ‘…qualcuno che la voleva infangare, che voleva screditarla, parlava di un amico di vecchia data, una mia vecchia conoscenza ripeteva Elena e aggiungeva che questa persona diceva di avere delle cose da dire, forse delle cose da poter fare come se potesse dire al marito di Elena chissà quali cose….Elena era convinta che il marito sapesse ma non ho mai capito cosa cavolo sapesse perché lei non me l'ha mai spiegato ma lei era certa che il marito sapesse, che tutti sapessero, una volta mi ha detto che quando inviava un messaggio col suo telefonino a me, contemporaneamente quel messaggio arrivava al marito, al cellulare del marito le ho detto forse c'è qualcosa che non va nella tua testa non so perché se è come dici tu basta che prendi il cellulare di tuo marito e vedi che messaggio c'è, ma lei glissava e continuava a ripetere: Mio marito sa, lui sa! E poi era certa che qualcuno era entrato nel suo account di Facebook e che qualcuno la seguisse, sono stata infangata continuava a ripetere. Ma da chi? Le avrò chiesto mille e cinquecento volte, me lo dici da chi? E su cosa ti infangano? Ma lei glissava, c'è gente cattiva, ripeteva, persone che conosco, un amico di vecchia data continuava a ripetere… era molto agitata’(puntata di Chi l’ha visto del 9 aprile 2014). Elena confidò verso la fine di ottobre le sue preoccupazioni anche al parroco di Motta di Costiglione e lui le ha riferite il 12 marzo ad una giornalista di Chi l’ha visto in questi termini: ‘La cosa sorprendente è che tanto più sembra che lei dicesse a varie persone questa cosa, che era sulla bocca di tutti e quanto che le persone più vicine sembra non ne sapessero un granché. E quindi chi ci capisce, è difficile sapere quanto ci fosse di reale e quanto ci fosse di non so, se un senso di colpa o qualcosa del genere… nell'incontro che abbiamo avuto una volta si vedeva che era così, un po' spaventata o che aveva qualche cosa così, però io era la prima volta che la vedevo, quindi non sapevo nulla di lei fino a quel giorno…è stata molto vaga e io non ho voluto, visto il clima, visto la sensazione che c’era, ho cercato di tranquillizzarla in una forma un po’ generica. Quando c’è una persona che è un po’ più spaventata di quello che di solito potrebbe essere, però senza indagare tanto sulle cose e anche perché immaginavo che successivamente avremmo avuto occasione magari di vedersi di nuovo…’.

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Cronaca

Si sgonfia la bolla dei testi contro Palamara: emergono contraddizioni anche nelle testimonianze di altri grandi accusatori, a partire dalla toga Amara

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Una relazione del procuratore Barbaro doveva inchiodare l’ex pm, invece pare scagionarlo: “Non tramò per avere il trasferimento del giudice Giordano”

Lo scorso mese di febbraio la Procura di Perugia si è affrettata a risentire i grandi accusatori di Luca Palamara per cercare di rimpolpare le contestazioni di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio e corruzione in atti giudiziari. Il 4 febbraio, per esempio, è stato riconvocato Piero Amara, l’avvocato che insieme al collega Giuseppe Calafiore ha patteggiato diversi anni di pena per aver aggiustato processi corrompendo giudici. Davanti ai pm perugini il 4 febbraio è saltato fuori che Palamara avrebbe chiesto notizie su inchieste in corso per conto del suo amico imprenditore Fabrizio Centofanti.

Non solo: per i presunti super testimoni, l’ex pm Stefano Fava (autore dell’esposto contro il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone) e Palamara avrebbero parlato delle indagini in un tennis club. Particolari che nella miriade di propalazioni che Amara e Calafiore avevano fatto in più verbali non erano mai emersi. Solo ora, dopo che, a partire dall’aprile 2020, sono state depositate le chat di Palamara e sono usciti articoli e libri, sono finite nell’informativa che regge le accuse più gravi, quelle di corruzione. Ma quello che sembrava il testimone a sorpresa, Vincenzo Barbaro, ora pg di Messina e all’epoca procuratore della Repubblica facente funzioni, che nei nuovi atti giudiziari depositati appare come una delle pietre angolari sulle quali poggiano le accuse, in realtà sembra non colpire lo stratega delle nomine. La comunicazione riservata firmata da Barbaro, anzi, appare più come un atto a discolpa. La ricostruzione del magistrato ripercorre un classico presunto complotto in pieno stile siciliano che avrebbe dovuto danneggiare il capo della Procura di Siracusa Francesco Paolo Giordano, ottenendone il trasferimento. 

A questo punto, nella ricostruzione, compare Palamara, in quel momento consigliere del Csm. «In un primo momento», scrisse il procuratore generale, «non davo alcun rilievo alla notizia (contro Giordano , ndr), che sapevo essere totalmente infondata, ma a distanza di qualche giorno ricordavo che affermazioni di analogo tenore, limitatamente all’intendimento di usare il procedimento per gettare discredito sull’operato di Giordano, erano state oggetto di una intercettazione ambientale captata nel febbraio 2017 nell’ufficio di uno degli indagati, il pm di Siracusa Longo ». Si tratta dell’ex pm Giancarlo Longo, finito al centro dell’inchiesta sul Sistema Siracusa, che in uno dei procedimenti ha patteggiato 5 anni e in un altro è stato condannato a 4 mesi di reclusione. Ma è anche il grande accusatore di Palamara. A quel punto Barbaro avrebbe deciso di incontrare Palamara, «al fine di accertare se anche costui fosse a conoscenza delle menzionate infamanti esternazioni». E infatti «il consigliere Palamara nel suo ufficio del Csm», annota Barbaro, «mi confermava che il collegamento prospettato era inesistente, che si trattava di dicerie a suo avviso palesemente infondate (…). In ogni caso Giordano, per ragioni che non venivano esplicitate, a dire di Palamara , non sarebbe mai stato proposto quale dirigente di un ufficio giudiziario messinese». 

Nel 2018, anticipando la decisione della Prima commissione, Giordano chiese e ottenne il trasferimento «in prevenzione» alla Procura generale di Catania, con il ruolo di sostituto. Il Sistema, come direbbe Palamara , anche quella volta l’aveva spuntata. Nella sua nota, a questo punto Barbaro scrive in grassetto maiuscolo: «Palamara mi faceva chiaramente comprendere di essere a conoscenza di circostanze relative al procedimento penale in questione, nel quale era rimasto coinvolto anche un suo amico, e mi riferiva i nominativi dei magistrati titolari e del gip». Amara , però, davanti ai pm ha sostenuto che Barbaro avrebbe riferito a Palamara che a proprio carico, di Calafiore e di Centofanti «non c’era nulla». «Tutta fuffa», per usare il virgolettato attribuito da Amara a Barbaro. Non è chiaro chi dia notizie a chi. I particolari riferiti dai testimoni sulle fughe di notizie, leggendo la relazione di Barbaro, che lunedì si è fiondato a dichiarare che agirà penalmente, diventano contraddittori e il capitolo sulle notizie che circolavano non appare chiarito. Ritorna negli atti depositati il nome di Roberto Pignatone. Era stato L o n go a tirarlo in ballo. Ma se da una parte le sue dichiarazioni hanno giustificato perquisizioni e atti d’indagine, dall’altra sono state prese come un tentativo di infangare il nome dell’ex procuratore capo di Roma.

Infatti, tra gli ultimi atti depositati, c’è un verbale firmato da Longo il 13 febbraio scorso, nel quale, riferendosi ad Amara e a Calafiore, dice che «potevano interloquire con Pignatone e De Lucia». A Messina, Longo aveva riferito all’incirca le stesse cose, aggiungendo: «Sia Amara che Calafiore avevano un rapporto diretto col fratello di Pignatone».

Per queste dichiarazioni Longo, nel 2018, è stato accusato di calunnia e poi prosciolto. In pratica l’ex pm sarebbe una specie di kamikaze: mentre ammetteva i reati a lui contestati alla ricerca del patteggiamento, avrebbe deciso di infangare il nome del più potente procuratore d’Italia, non si sa bene con quale fine. E sulle fughe di notizie la sua condotta da testimone è questa: prima non accusa Palamara , ma tira dentro il fratello di Pignatone, poi, nell’ultimo verbale, precisa «di non aver ricevuto utilità o benefici da Palamara » e che «tutto quello» che ha dichiarato sul conto di Palamara gli è stato riferito «da Calafiore ».

Il 9 febbraio, invece, è stato sentito di nuovo l’avvocato di Longo, Bonaventura Candido. In un passaggio ha ribadito: «A Longo, Amara e Calafiore fecero capire di avere possibilità di ottenere informazioni attraverso il fratello del procuratore Pignatone». Alla domanda se Barbaro gli avesse mai confidato che Palamara gli chiedeva informazioni sulle indagini in corso ha aggiunto: «No. Barbaro mi ha sempre riferito che i rapporti con Palamara erano trasparenti». In questa storia comprendere chi ha mentito non è semplice. Spettava alla Procura non trascurare nulla. Soprattutto dopo l’ultima rivelazione dell’avvocato Candido: «So che avevano avuto rapporti con ufficiali della Guardia di finanza, posto che io, come ho già riferito, ho visto delle informative della Gdf di Roma. Erano file non sottoscritti e non vi erano nomi di appartenenti alla polizia giudiziaria». La caccia non si è diretta in quella direzione.

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Salute

Covid-19, oltre il 30 percento delle infezioni in Italia è dovuto alla variante inglese

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Si attendono per oggi le comunicazioni del Ministro Speranza sulle nuove misure per il contrasto della pandemia

Il governo accelera sul nuovo Dpcm con le norme anti-contagio da Covid. Ieri sera la riunione del premier Mario Draghi con i ministri sul dossier Covid. Alla riunione hanno partecipato anche gli esperti Silvio Brusaferro, Agostino Miozzo e Franco Locatelli. 

Coinvolgere il Parlamento nell’adozione dei futuri provvedimenti anti-Covid. Sarebbe questa, secondo quanto si apprende, l’intenzione manifestata da diverse componenti del Governo, che starebbero pensando quindi a un superamento dei Dpcm, modalità adottata finora per l’introduzione delle misure restrittive. L’ipotesi per il futuro – in questi casi – potrebbe quindi essere l’approvazione di decreti legge, che vanno poi convertiti in legge dal Parlamento entro 60 giorni. 

Oltre il 30% delle infezioni Covid in Italia è dovuto alla variante inglese

Il dato è stato fornito dagli esperti dell’Istituto superiore di Sanità e del Cts con il premier Mario Draghi. Secondo gli scienziati, verso la metà di marzo la variante sarà predominante in tutto il Paese. Nel corso dell’incontro, inoltre, il governo ha chiesto valutazioni sulle misure da adottare e gli esperti avrebbero ribadito i rischi legati a possibili aperture.

“Ascolteremo il Presidente. Noi diremo che serve la linea della prudenza. Questo si”. lo spiega il coordinatore del Cts, Agostino Miozzo, interpellato prima di entrare a Palazzo Chigi. Le indicazioni del Comitato Tecnico Scientifico non cambiano rispetto alle scorse settimane, soprattutto alla luce degli sviluppi delle nuove varianti del virus. E’ quanto si apprende da ambienti del Cts, che nei giorni scorsi aveva già messo in guardia dai rischi di ulteriori contagi che potrebbero arrivare da eventuali riaperture di impianti da sci, palestre o cinema. I tecnici sono stati ora invitati a Palazzo Chigi, in vista dei prossimi provvedimenti che saranno assunti dal Governo.

Il ministro della Salute Roberto Speranza terrà comunicazioni sulle nuove misure per il contrasto della pandemia oggi, mercoledì 24 febbraio, alle 13.30 al Senato e alle 17 alla Camera

L’alta incidenza del Covid non arresta le richieste di far ripartire le attività. Salvini, che ha visto per mezz’ora il premier Draghi, insiste. “Abbiamo parlato di riaperture. Se c’è un problema a Brescia – ha spiegato – intervieni in quella provincia, non è che fai il lockdown nazionale da Bolzano a Catania. Dunque chiusure mirate e un ritorno alla vita. Se si può pranzare tranquilli, allora si può cenare tranquilli. Se i ristoranti sono sicuri a pranzo allora lo sono anche a cena. E la riapertura di teatri, cinema, realtà sportive, palestre e piscine è un ritorno alla normalità”. Il presidente dell’Emilia Romagna e della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, definisce “ragionevole” la richiesta di Salvini con l’obiettivo di “dare ossigeno a qualche attività”. Voglia di riapertura è stata espressa da diversi ministri, di vari partiti, anche dal dem Franceschini, con Gelmini ad auspicare il sostegno con adeguati ristori per le attività che dovessero rimanere chiuse.

Intanto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato il decreto recante “ulteriori disposizioni urgenti in materia di spostamenti sul territorio nazionale per il contenimento dell’emergenza epidemiologica da Covid-19” che è stato varato ieri dal Consiglio dei ministri. Lo si è appreso al Quirinale.

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Cronaca

Uccisi Ambasciatore italiano e un carabiniere in Congo

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Un’imboscata in piena regola, probabilmente a scopo di sequestro, finita in tragedia. L’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista congolese, Mustapha Milambo, sono stati uccisi in un agguato mentre viaggiavano a bordo di un’auto dell’Onu in una regione della Repubblica democratica del Congo, il Nord Kivu, da anni teatro di violenti scontri tra decine di milizie che si contendono il controllo del territorio e delle sue risorse naturali.

Il governo di Kinshasa punta il dito contro le Forze democratiche di liberazione del Ruanda (Fdlr), ribelli di etnia Hutu conosciuti per il genocidio in Ruanda del 1994, che hanno stabilito la loro roccaforte nell’area dell’agguato, mentre l’Italia chiede un rapporto dettagliato alle Nazioni Unite.

Il convoglio, composto da due vetture del Programma alimentare mondiale (Pam-Wfp), stava viaggiando verso nord, sulla strada tra Goma e Rutshuru, dove il diplomatico italiano avrebbe dovuto visitare un programma di distribuzione di cibo nelle scuole dell’agenzia dell’Onu, fresca di Nobel per la pace. Alle 10.15 (le 9.15 in Italia), le due auto vengono fermate a circa 15 km da Goma, nei pressi di Nyiaragongo, nel parco nazionale di Virunga, da un commando di 6 persone che apre il fuoco, prima sparando in aria, poi uccidendo l’autista.

Secondo le prime ricostruzioni riferite dal governatore del Nord Kivu, Carly Nzanzu Kasivita, gli assalitori portano il diplomatico e il carabiniere della scorta nella foresta. Scattato l’allarme, sul posto si precipita una pattuglia di ranger dell’Istituto Congolese per la Conservazione della Natura che si trova nelle vicinanze, seguita da forze dell’esercito locale. Esplode un conflitto a fuoco nel quale gli aggressori uccidono Iacovacci. Anche Attanasio viene colpito dagli spari: di chi, ancora non è chiaro. Il corpo esangue dell’ambasciatore, ferito all’addome, viene caricato su un pick-up dai primi soccorritori, per poi essere trasferito all’ospedale di Goma.

Altre tre persone sarebbero state rapite, riferisce il ministero dell’Interno di Kinshasa, e si parla anche di alcuni feriti. Il governo congolese ha dichiarato che le autorità provinciali del Nord Kivu non erano a conoscenza della presenza dell’ambasciatore nell’area e che questo non ha permesso loro di fornirgli misure di sicurezza adeguate, né il loro tempestivo arrivo sul posto in “una parte del Paese considerata instabile e in balia di alcuni gruppi armati ribelli nazionali e stranieri”. Formatesi all’inizio degli anni 2000, le Fdlr sono accusate di diversi attentati nella zona, tra cui quello dell’aprile 2020 in cui morirono 17 persone tra cui 12 ranger dell’Iccn.

Il Pam ha tuttavia riferito che la strada era stata precedentemente controllata e dichiarata sicura per essere percorsa anche “senza scorte di sicurezza”. La Farnesina ha però chiesto all’Onu di fornire quanto prima un report dettagliato sull’attacco in un luogo dove Attanasio si era recato su invito del Pam.

In Italia la morte di Attanasio e Iacovacci è stata accolta con sgomento e dolore, dal presidente Sergio Mattarella che ha parlato di “lutto per questi servitori dello Stato” al premier Mario Draghi che ha espresso il cordoglio del governo ai familiari del diplomatico, che lascia una moglie e tre bimbe piccole, e del giovane carabiniere che avrebbe dovuto sposarsi in estate. La terribile notizia ha raggiunto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio a Bruxelles, dove si trovava per il Consiglio Esteri Ue e dove ha raccolto il cordoglio unanime dei colleghi e dei vertici europei. Rientrato immediatamente a Roma, il ministro ha ricevuto messaggi di solidarietà dall’intera comunità internazionale, dall’Onu fino al segretario di Stato Usa, Antony Blinken. E raccogliendo l’appello delle forze politiche, unanimi nel cordoglio e nella condanna dell’attacco, ha annunciato che riferirà “il prima possibile in Parlamento per fare chiarezza” sulle circostanze dell’agguato ancora pieno di interrogativi e sul quale la procura di Roma ha aperto un’inchiesta.

Al telefono con la collega congolese, Marie Tumba Nzeza, il ministro ha chiesto “di fare luce sulle dinamiche e le responsabilità dell’attentato”, auspicando che le autorità di Kinshasa offrano “piena collaborazione nei contatti e negli scambi con la magistratura e le forze di sicurezza italiane”. Nel pomeriggio la stessa ministra ha reso visita alla vedova del diplomatico nella loro casa di Kinshasa, mentre i genitori di Attanasio restano chiusi nel loro dolore: “Lo abbiamo saputo dai media – hanno fatto sapere -, preferiamo non parlare”.

La Presidenza del Consiglio dei Ministri ha disposto, per la giornata di oggi e di domani, l’esposizione a mezz’asta della bandiera italiana e della bandiera europea sugli edifici pubblici degli Organi Costituzionali e dei Ministeri, in segno di lutto per la tragica scomparsa dell’ambasciatore Attanasio e del carabiniere Iacovacci.

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