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Editoriali

EMERGENZA AMMODERNAMENTO POLIZIA: DOPO UN ANNO NESSUN RISCONTRO ALL'ALLARME LANCIATO DA GIANNI TONELLI

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Tempo di lettura 7 minuti "Si spendono 7 milioni all'anno per la pulizia di Montecitorio, allora la sicurezza dei cittadini, che ne costerebbe 6, vale meno della polvere di Montecitorio"

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di Roberto Ragone

Nessun riscontro da parte delle istituzioni alla lettera, del segretario del Sindacato Autonomo di Polizia Gianni Tonelli,  inviata oltre un anno fa al capo del Governo Matteo Renzi.

La lettera in 6 punti fotografa la risoluzione di un problema che definire urgente è un eufemismo e il mancato riscontro da parte delle Istituzioni, nè dal Presidente del Consiglio, nè dal Presidente della Repubblica, nè dal Ministro dell'Interno, come ha riferito telefonicamente al nostro quotidiano Gianni Tonelli, in sciopero della fame da 27 giorni, rispondendoci da Piazza Montecitorio, dove è il suo presidio.

Evidentemente sollevare problemi che si vogliono occultare, a vantaggio di altre questioni effimere e di nicchia, per nulla prioritarie, come le nozze gay e le adozioni di bambini 'artificiali', non è gradito ad un governo che spende e spande in ogni direzione, cercando demagogicamente di tener buono il pupo con i regalini del prete – che notoriamente regala figurine di santi e benedizioni.

Non voler affrontare il problema dell'ammodernamento della nostra Polizia di Stato con un programma già organico e definito, al costo, veramente realistico, di 6 milioni di euro in tre anni, come specificato dal segretario del Sindacato Autonomo di Polizia, Gianni Tonelli, vuol dire bendarsi gli occhi davanti al burrone. 

"Dopo Charlie Hebdo tutte le polizie europee hanno capito che dovevamo aggiornarci per affrontare un terrorismo che non ha le stesse reazioni della delinquenza comune, – dichiara Tonelli – che opera con armi corte e potenzialmente meno lesive, – prosegue –  a fronte di terroristi che usano armi lunghe molto potenti e non hanno il problema della via di fuga perchè cercano il martirio".

Il segretario del Sindacato Autonomo di Polizia ha aggiunto: "Se si spendono 7 milioni all'anno per la pulizia di Montecitorio, allora la sicurezza dei cittadini, che ne costerebbe 6, vale meno della polvere di Montecitorio. Inoltre si vuol far passare come 'Corso Antiterrorismo' un corso teorico di tre ore che potrebbe servire solo come introduzione ad corso pratico vero e proprio. Purtroppo anche alcuni alti gradi sono quiescenti a questa situazione di straordinaria gravità, che tocca i diritti costituzionali del cittadino e la Costituzione stessa con uno scarico di responsabilità che investe tutte le Istituzioni. Lei pensi che non abbiamo mai avuto un addestramento a sparare alla figura in movimento, con un massimo di 500 cartucce all'anno per il tiro alle sagome da fermo. Il programma proposto da noi è completo in ogni parte, e i costi sono calcolati con la mentalità della massaia, perfino la carta igienica. A proposito della questione Ballarò, abbiamo dimostrato che le prove contro il nostro collega denunziato per aver portato in trasmissione 'materiale non più in uso' prelevato abusivamente, erano false, e abbiamo a nostra volta denunziato il Questore e il Capo della Polizia per falso in atto pubblico. Per quanto mi riguarda sono già al ventisettesimo giorno di sciopero della fame, e continuerò finchè reggo. A fianco a me da qualche tempo scioperano anche il segretario regionale Fabio Ballestrero e il segretario provinciale di Verona Nicola Moscardo, ma altri sono pronti a raccogliere il testimone se noi non dovessimo farcela. L'unica cosa che potrebbe convincerci a cessare questa protesta sarebbe un segnale forte da parte delle Istituzioni, al fine di riportare i comportamenti nell'alveo istituzionale."

Riportiamo qui di seguito la lettera scritta il 22 gennaio del 2015 da Gianni Tonelli al Presidente del Consiglio Matteo Renzi, in merito all'aggiornamento delle Forze di Polizia per affrontare attacchi prodItori di terroristi islamici come quelli di Charlie Hebdo e Bataclan. A questa lettera, a tutt'oggi, non è stata data alcuna risposta.

Ecco qui la lettera a Matteo Renzi.


"Signor Presidente del Consiglio dei Ministri – Dott. Matteo Renzi – Palazzo Chigi – Roma


OGGETTO: TERRORISMO, sei punti per affrontare l'emergenza sicurezza.

Chiarissimo Presidente, gli ultimi attentati francesi e i fatti avvenuti in Belgio hanno causato lo stato di allerta in tutta Europa,incrementando in maniera drammatica ed esponenziale la paura di eventi terroristici anche in Italia, e determinando nei cittadini una sacrosanta richiesta di protezione e maggiore sicurezza. Da parte nostra è doveroso informarla che il rafforzamento della vigilanza degli obiettivi sensibili e tutte le misure annunciate in alcune circolari del Viminale, inviate a Prefetture e Questure dal Ministro Alfano e dal Capo della Polizia Pansa, non possono trovare concreta applicazione per via della mancanza di personale e soprattutto di un'adeguata preparazione delle donne e degli uomini in divisa. Abbiamo il fondato sospetto che le informazioni che le vengono fatte giungere non forniscano, purtroppo, il quadro completo e reale della situazione. Per questo, come Sindacato Autonomo di Polizia, abbiamo formulato una serie di proposte che possono essere immediatamente attuabili attraverso un decreto urgente del Governo. Le richieste che abbiamo elaborato sono riassumibili in sei punti che sono stati concepiti all'insegna della parsimonia tipica delle massaie, tentando di avere la miglior resa con la minor spesa. Non è per impertinenza, ma questa è la proposta minima e irrinunciabile per un Governo che voglia concretamente tutelare la sicurezza dei cittadini, salvo che non si voglia abbandonare il Paese al proprio destino. E questa, ci creda, non è falsa enfasi.

1) SBLOCCO TOTALE DEI TURN OVER. E' necessario fermare l'emorragia degli organici, abbiamo oggi una gravissima carenza di personale pari a 18000 operatori nella sola Polizia di Stato, e di circa 40000 unità tra tutte le Forze dell'Ordine. Una situazione che pone a livelli debilitativi il sistema della sicurezza. Quest'anno il già penalizzante turnover al 55 per cento è stato ulteriormente limitato dal blocco delle assunzioni fino al primo dicembre 2015. E' pertanto necessario sbloccare totalmente il turn over e di conseguenza le assunzioni, anche considerando la previsione di circa 3000 pensionamenti nel 2015.
2) STOP ALLA CHIUSURA DI 251 PRESIDI DI POLIZIA. Nel difficilissimo momento che stiamo vivendo, è impensabile pernsare di portare avanti il progetto di spending review che prevede la chiusura di 251 Presidi della Polizia di Stato. E' pensabile chiudere gli Uffici di Polizia di Frontiera in un momento in cui le esigenze di sicurezza passano anche da un maggior controllo dei nostri confini? Possiamo azzerare la Polizia Postale e delle Comunicazioni con la chiusura di oltre 70 presidi quando la rete Internet è uno strumento fondamentale per i terroristi per lo scambio di notizie e informazioni? Possiamo ridurre ai minimi termini gli Uffici Polfer e Stradale, diminuendo drasticamente la sicurezza dei viaggiatori, nelle stazioni e nelle strade? Occorre fermare questo piano di chiusura in attesa di una vera riforma della sicurezza che punti ad una parziale unificazione delle Forze dell'Ordine.
3) ASSUNZIONI IDONEI NON VINCITORI. L'ultima legge di stabilità prevede il blocco delle assunzioni anche per le Forze dell'Ordine fino al primo dicembre 2015, con l'esclusione dei concorsi in atto e con la previsione di uno scorrimento delle graduatorie per gli 'idonei non vincitori', di coloro cioè che non sono stati assunti per via di un limitato numero di posti nel bando. La soluzione che abbiamo a portata di mano è semplice, economica, immediata e riteniamo pertanto che debba essere eseguita: occorre scorrere le graduatorie dei concorsi effettuati negli ultimi 5 anni (non solo gli ultimi 3 anni), abbiamo 1000/1500 posizioni disponibili. In questo modo non si spendono soldi, perchè si tratta di concorsi già effettuati e non perdiamo tempo perchè ci sono persone già idonee e individuate.
4) 9000 SOVRINTENDENTI IN MENO, GAP DA COLMARE. Abbiamo già sottolineato come la progressiva diminuzione delle risorse destinate al comparto sicurezza avvenuta negli ultimi 10 anni e il costante depauperamento delle procedure concorsuali abbia determinato una carenza di organico inaccettabile nella Polizia di Stato e in tutte le Forze dell'Ordine. Quel che ci preme sottolineare è che si è tagliato soprattutto sul personale già in servizio, su professionalità ed eccellenze, penalizzando i quadri intermedi in maniera pesantissima. Particolarmente grave è la situazione degli Ufficiali di Polizia Giudiziaria, il cui ruolo è fondamentale per le indagini di Polizia Giudiziaria, per le attivtà di intelligence e per tutti quei compiti che puntano alla prevenzione dei reati, a partire da quelli di natura terroristica. Da circa un anno è in svolgimento un concorso interno per 7563 Sovrintendenti (che tenta di recuperare un deficit di procedure concorsuali decennale). Ad avviso del SAP è opportuno accelerare le procedure del 'concorsone' in atto e destinare i rimanenti circa 2000 posti allo scorrimento delle graduatorie, anche dei concorsi precedenti. In questo modo – torniamo a ribadirlo – non si spendono soldi, perchè si tratta di concorsi già effettuati e non perdiamo tempo avendo a disposizione persone già idonee e individuate.
5) 14000 ISPETTORI IN MENO, CARENZA INACCETTABILE. La carenza di ufficiali di Polizia Giudiziaria è particolarmente sentita in uno dei Ruoli nevralgici e fondamentali dell'Amministrazione della Pubblica Sicurezza, quello degli Ispettori. Anche in questo caso una soluzione, almeno parziale, è a portata di mano. In queste settimane, infatti, è in svolgimento un concorso interno per 1400 Ispettori, la cui prova scritta è prevista il 29 gennaio. Sono circa 7000 i concorrenti che hanno già superato la prova per quiz. Possiamo ipotizzare un numero di idonei dai 3000 ai 4000. Riteniamo pertanto necessario assumere tutti gli idonei del concorso da Ispettori e mantenere per i prossimi anni, in considerazione dei pensionamenti, un canale costante di nuovi ingressi nel Ruolo attraverso lo scorrimento delle graduatorie, al fine di non disperdere risorse, e impedire nuove carenze di organico. Anche qui non si spendono soldi, trattandosi di persone già idonee e individuate.
6) CORSO ANTITERRORISMO PER OPERATORI DI POLIZIA CHE SVOLGONO SERVIZI DI CONTROLLO DEL TERRITORIO. Tutti abbiamo purtroppo potuto constatare come gli Operatori delle Forze di Poilizia non siano preparati ad attacchi terroristici improvvisi in quanto – per ciò che riguarda l'Italia – questi aspetti formativi non sono previsti negli attuali programmi didattici dei corsi di formazione e aggiornamento delle varie Forze di Polizia. In questo settore i tagli alla sicurezza degli ultimi 10 anni hanno inciso in maniera pesante, anche per ciò che riguarda gli equipaggiamenti: basti pensare alla problematica dei giubbotti anti proiettile che risultano in buona parte scaduti e in dotazione soltanto ad un'aliquota minima di personale. Il salto di qualità eversivo e terroristico che si sta registrando determina la necessità di fornire una preparazione adeguata agli operatori di Polizia, oggi in possesso soltanto dei reparti speciali e altamente professionalizzati come i NOCS e i GIS, che però possono contare su di un organico di poche centinaia di operatori (130 gli opearori NOCS, 190 i GIS). I corsi di controllo del territorio che oggi vengono svolti e che per altro, a causa dei tagli alle risorse, riescono ad essere organizzati soltanto per un decimo del personale interessato, non forniscono purtroppo adeguati strumenti ai poliziotti per affrontare in ambiente urbano e densamente popolato terroristi spietati, pronti ad immolarsi e dotati di armi 'pesanti'. Attraverso un team di esperti istruttori e formatori della Polizia di Stato abbiamo elaborato  un dettagliato e articolato documento tecnico (allegato alla presente) che struttura in maniera organica il nuovo C.A.T., Corso Anti Terrorismo, dedicato a tutti gli operatori che svolgono controllo del territorio, circa 12000 operatori di Volante e dei reparti Prevenzione Crimine.  Si tratta di un corso di 6 settimane con moduli operativi teorici e soprattutto pratici di altissimo livello dedicati alle armi e alle tecniche di tiro, agli esplosivi, alle tecniche operative, alla difesa personale, alla guida operativa e alla difesa nucleare, biologica, chimica e radiologica, unitamente a conferenze specialistiche antiterrorismo.

Signor Presidente, in tutti i 6 punti asposti in questa lettera sono presenti i requisiti di necessità e urgenza. Riteniamo opportuno, pertanto, recepire tutte queste richieste in un Decreto del Governo da emanare con urgenza, stanziando le relative somme necessarie. Richieste che sono frutto di buon senso e di attenti studi. Si tratta di proposte che vogliono fornire una prima, immediata risposta all'emergenza terrorismo. Mancano tre anni alla fine della legislatura, (ormai solo due n.d.r.) il documento in 6 punti che ci siamo permessi di suggerirle e sottoporle si sviluppa nei prossimi 36 mesi e – se assunto immediatamente – costituirà una 'pezza' indispensabilmente necessaria per porre temporaneo rimedio ai tagli lineari effettuati negli ultimi dieci anni e a fornire le basi necessarie per riformare l'apparato della sicurezza nella direzione anche da lei più volte indicata, quella della riduzione del numero delle Forze di Polizia. Sono fiducioso della sua attenzione. Cordialissimi saluti.
IL SEGRETARIO GENERALE
Gianni Tonelli."

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Querele temerarie, a chi vorrà farsi carico il “caffè è pagato”

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Chiedo alla categoria tutta, a l’organismo di cui mi pregio appartenere di non lasciare da solo chi cerca di essere un giornalista libero

Ci sono giornalisti che ammiro perché timbrano il cartellino e non si sentono neppure in dovere di fare i conti con la propria coscienza quando qualcuno si rivolge a loro per sottoporgli “un caso” e loro fanno spallucce e lasciano stare. Vivono sicuramente meglio perché in realtà non fanno alcun servizio concreto alla collettività che ogni tanto si aspetta che qualche professionista dell’informazione sollevi quel tappeto polveroso e ricerchi la verità sostanziale dei fatti nell’interesse di una comunità che ha il diritto dovere di essere informata.

Una premessa per dire che la sottoscritta, iscritta all’ordine dei giornalisti, categoria Professionisti, tessera numero 083762, si sente lesa nei suoi diritti inviolabili. Mi sento messa a tacere da chi ha le spalle più larghe di me, da chi non vuole giornalisti “rompipalle” tra le scatole.

Tutti gli avvocati che ho sentito mi dicono che la persecuzione va provata ma il puzzle è difficile, ci vuole tempo, i giudici devono crederci e allora il desiderio di giustizia e la sana voglia di continuare a fare il mio mestiere sembra volermi abbandonare sempre di più.

Mettiamo un piccolo comune in provincia di Roma dove mi sono spostata con la mia famiglia nel 2005. Arrivo e Nemi è un paesino meraviglioso, sembra una piccola Svizzera innevata (siamo arrivati a dicembre, era pressappoco la Vigilia di Natale quando abbiamo messo piede in casa). In quella cornice pulita, verde e che infonde serenità decidiamo di fermarci. Proprio lì muovono i primi passi i nostri figli, proprio da lì inizia il mio percorso per diventare giornalista.

Non sò se è stata più la voglia di far emergere situazioni, di voler fornire un servizio a quella che era la mia comunità adottiva ma inizio a scrivere, senza paura delle ripercussioni. Le prime querele nei miei confronti le firma il sindaco di Nemi Alberto Bertucci per una serie di motivi tra cui probabilmente la presa d’atto che non sarei stata mai una “brava giornalista”.

Il Comune di Nemi, ovvero i cittadini, hanno iniziato ovviamente a pagare le spese legali (non sarebbe stato meglio lasciar perdere?). Tra i primi articoli ne scrissi uno di cronaca che diceva semplicemente che il cimitero era chiuso durante un giorno festivo, una settimana prima della commemorazione dei defunti. Misi anche la foto del cancello chiuso a corredo dell’articolo ricco di dichiarazioni di chi era andato al cimitero e non aveva potuto portare i fiori. Scrissi quell’articolo 9 anni fa, il 28 ottobre 2012, decidendo di dare voce ai cittadini che mi chiamarono per denunciare il fatto. Fu il primo di una lunga serie che mi portò a ricevere tanta attenzione da parte dell’attuale amministrazione. La querela fu archiviata perché ovviamente il fatto era vero.

Nel frattempo, a darmi il benvenuto, un vicino di casa, grande elettore e amico del sindaco decise di farmi una serie di esposti chiedendo di verificare se l’abitazione che avevamo comprato fosse in regola con il distanziamento dai confini, l’utilizzo della cantina…ecc.

A spingerlo a fare esposti, forse le segnalazioni di movimenti di terra sul costone del lago sempre segnalatoci (anche mio marito ha sempre seguito l’attività del giornale) dai residenti. Segnalazioni a cui demmo voce, ci furono controlli e in quel caso se ne occupò anche l’autorità competente. Poi demmo anche voce al comitato I Corsi che chiedeva di saperne di più su una lottizzazione nella zona. Prima regola di un giornalista “gobbo” mai dare voce alle minoranze, mai rompere piuttosto meglio raccontare che Nemi è praticamente perfetta grazie a chi l’amministra.

Ricordo quando entrarono in casa nostra le forze dell’ordine: sembrava di essere in un film. Misurarono tutto, entrarono dappertutto, quasi come se nascondessi qualche carico di stupefacente o un pericoloso latitante. Anche quella fu una forte pressione da sopportare. Ma più pensavo dentro di me che qualcuno stesse abusando del suo potere e più mi convincevo che scrivere sarebbe stato il mio antidoto. Credevamo di fare la cosa giusta ma non sapevamo che ci saremmo scontrati contro forze ben più grandi.

Quel periodo la moglie di questo vicino mi scrisse dei messaggi di minaccia a me e alla mia famiglia. Querelai per paura di ripercussioni ma poi persone vicine mi convinsero a rimettere la querela, “in fondo non era poi un atto così grave, c’era d’aspettarselo visti gli articoli”.

Sempre nel 2012 o giù di lì (molte cose le ho volute rimuovere per non lasciarmi fagocitare) purtroppo per me che avrei dovuto dare la notizia, arrivò l’imputazione e poi il rinvio a giudizio e poi il processo per turbativa d’asta e frode nei pubblici incanti per il sindaco di Nemi Bertucci. Un lungo processo terminato soltanto tre anni fa circa con la prescrizione. Senza che si sia chiarito nulla. Puff… il tempo ha cancellato tutto.

Era Aprile del 2013 quando all’epoca scrivevo sul quotidiano Il Tempo come collaboratore per la cronaca di Roma e Metropoli. Dopo diversi accertamenti e segnalazioni scrissi su Il Tempo: “Stipendio doppio per il sindaco Ma non gli spetta”. Approfondii il caso su questo quotidiano L’Osservatore d’Italia. Naturalmente il sindaco Bertucci non querelò il quotidiano Il Tempo per l’articolo da me firmato ma querelò sempre e soltanto me e il mio giornale per diffamazione. In seguito la Procura della Corte dei Conti chiese in merito al sindaco Bertucci la restituzione di somme “indebitamente percepite” ma poi non si seppe più nulla neppure di questa vicenda se nonché dovemmo difenderci con l’avvocato anche da questa causa, finita poi in prescrizione. E pure qui, nonostante le interrogazioni dei consiglieri di opposizione, non si è mai avuta risposta sulle successive attività amministrative.

Proseguo o devo fare un inciso su tutta la pressione che abbiamo dovuto sopportare soltanto per aver svolto il nostro lavoro? E poi volendo parlare dell’enorme esborso economico: migliaia di euro contro pochi spiccioli pagati per gli articoli scritti. L’unica grande consolazione è aver agito con la schiena dritta e senza che nessuno, nonostante i biechi tentativi, ci zittisse. Abbiamo scritto e detto e io, in fondo in fondo, ho sempre creduto che a proteggerci fosse la buona fede, la professionalità e soprattutto gli articoli 3 e 21 della Costituzione italiana che dovrebbero tutelare soprattutto chi sceglie di fare un mestieraccio come il giornalista di inchiesta.

Proseguo. Seguimmo una inchiesta sugli Ncc a Nemi che 8 anni fa portò ai sequestri di licenze a 8 persone che le avevano ottenute con false attestazioni. Un’altra operazione innescata con gli articoli de L’Osservatore D’Italia.

Sette anni fa denunciammo insieme a coraggiosi cittadini di Nemi la volontà di costruire delle ville nel Parco (ai Verbiti). Abbiamo scritto innumerevoli articoli con fotografie e atti. Quattro anni fa i carabinieri hanno definitivamente chiuso il caso e sequestrato il complesso.

Intanto ancora interrogativi in paese e la gente chiede spiegazioni. Tra una querela e uno sgambetto, il Comune ha addirittura acquisito l’intonaco esterno della mia abitazione. Poi, il macigno. Arriva un progetto dal nome inglese. Nel 2017 questo progetto prende un finanziamento dall’Europa di oltre due milioni di euro, tramite Horizon. In concomitanza con l’arrivo del finanziamento, molti cittadini di Nemi ci segnalano una moltitudine di acquisti immobiliari sul territorio da parte di “stranieri”.

Avremmo potuto girarci dall’altra parte e fare finta di nulla. Ma ancora una volta ci siamo chiesti: è giusto ignorare le tante segnalazioni? Fatti i doverosi accertamenti, qualche anno per accumulare visure, dichiarazioni, atti e interviste per poi pubblicare quattro articoli, soltanto la minima parte di quanto avevamo acquisito, gli unici articoli totalmente supportati da visure catastali e carte che ne comprovassero l’attendibilità. Circa un anno fa pubblichiamo la notizia: dalle visure emerse che gli stranieri che in poco tempo avevano acquistato 12 immobili figuravano anche nel progetto beneficiario dei fondi europei. Non abbiamo trovato solo questi elementi ma altri particolari che abbiamo preferito non pubblicare perché li ritenevamo “pesanti”, cose che poveri giornalisti di un “giornalino online” non avrebbero potuto sostenere. Così, abbiamo ritenuto di affidarci alle autorità competenti.

La Guardia di Finanza ha fatto accertamenti, consegnato di recente in Procura un fascicolo con delle rilevanze che non sappiamo che fine faranno e se verranno prescritte ma intanto, la signora straniera presente negli articoli, anziché ricorrere al diritto di replica, alla rettifica oppure anziché accogliere la mia richiesta d’intervista per fare chiarezza ha iniziato uno dei più pesanti affronti alla libertà di stampa: ha presentato due querele penali per diffamazione e mi ha citata in sede civile chiedendomi 100 mila euro di risarcimento per presunti danni che avrebbe avuto a causa dei quattro articoli che abbiamo scritto.

Il giudice ha respinto le richieste della straniera tra cui la richiesta dei 100 mila euro e la richiesta di cancellare gli articoli, ha riconosciuto la fondatezza delle informazioni degli articoli ma ha rilevato che in alcuni passaggi io abbia “superato la continenza”, ovvero abbia in qualche modo indotto il lettore ad avere dubbi sulla liceità della loro azione. Abbiamo rispettato la sentenza e stiamo pagando le spese legali pari a circa 11 mila euro.

Ben 500 euro al mese per aver detto cose vere ma secondo il giudizio del giudice civile le abbiamo dette male o meglio avremmo potuto dirle meglio. Ebbene, non siamo ancora nella fase del primo grado, l’ordinanza del giudice civile che ci condanna alle spese legali è di settembre e qualche giorno fa, tanto per rimanere in tema di “querele temerarie”, la signora straniera ci ha citati in giudizio davanti al giudice ordinario civile chiedendoci 500 mila euro (nel frattempo la somma è lievitata) perché le abbiamo cagionato delle perdite di commesse, dei danni economici oltre che psicologici.

La signora, che quasi ogni giorno vediamo sorridente a Nemi e che si beffa di noi insieme a un suo stretto amico (di recente qualcuno ha anche scritto qualcosa di poco edificante su un muro) nel suo ufficietto con il suo business perché è una imprenditrice, nel frattempo a luglio ha aperto anche un’altra attività e sempre insieme all’altro “straniero” con qui ha comprato i 12 immobili. La signora ha rinunciato agli utili della società in favore del suo socio che paga le tasse in un altro Paese.

Nel frattempo abbiamo affrontato altre spese legali per fare un reclamo rispetto all’ordinanza del giudice civile che ci condanna a spese legali per noi insostenibili soltanto perché a suo avviso abbiamo superato la continenza pur dicendo cose vere. L’udienza per il reclamo si terrà il 10 gennaio prossimo.

Ad Aprile ci aspetta la prima udienza per difenderci da una richiesta di 500 mila euro e nel frattempo stiamo pagando 500 euro al mese di spese legali. La legge sulle querele temerarie (che permetterebbe un canale giudiziario diverso) è ferma in Senato perché alcuni partiti sono contrari alla tutela dei giornalisti rispetto richieste esagerate di risarcimento economico soltanto per cercare di fermarli. Nel frattempo mio marito è stato querelato dal sindaco Bertucci perché da amministratore del gruppo Facebook Nemi Notizie ha pubblicato una domanda rivolta al primo cittadino formulata da uno sconosciuto che voleva avere chiarimenti. Sarebbe colpevole di aver permesso che una persona formulasse questa domanda. I primi giorni di dicembre si terrà l’udienza.

Questo articolo o meglio commento personale che ho scritto è in realtà una richiesta di attenzione per una categoria messa in ginocchio. I giornalisti che scavano, che ascoltano le segnalazioni che ci mettono la faccia e scrivono nero su bianco anche le cose più indigeste.

La signora straniera, oltre al mezzo milione di euro, ha chiesto che mai più e per sempre non si parli del progetto e di lei.

Devo dire che il desiderio di gettarci tutto alle spalle c’è perché al netto di tutto quello che è successo mi ritrovo con una pressione addosso troppo sproporzionata rispetto al beneficio del diritto dovere di informare la cittadinanza. Il servizio pubblico costa troppo. Meglio parlare di ricette di cucina, del fatto che a Nemi non esiste il Covid o che sia stata trovata la terza nave o fatto causa alla Merkel.

Noi giornalisti siamo esseri umani in carne ed ossa, anche non volendo, forse, esprimiamo dei sentimenti ma ciò che ci spinge a scrivere è soltanto l’interesse di fornire un servizio alla collettività.

Se la signora avesse davvero voluto che non si parlasse del progetto avrebbe potuto rispondere semplicemente a delle domande senza chiedere cifre stratosferiche a una professionista e madre di famiglia. E io non posso permettermi perizie sui danni morali che mi stanno cagionando. Non so’ fin quando potrò permettermi di pagare le spese legali per difendermi, per il momento lo facciamo a testa alta perché fortunatamente lavoro e sono una apprezzata professionista.

Chiedo alla categoria tutta, a l’organismo di cui mi pregio appartenere di non lasciare da solo chi cerca di essere un giornalista libero. Mio padre che non c’è più mi ha sempre detto che da piccola avevo una postura retta. Camminavo con il viso alto e la schiena dritta. Oggi non mi vergogno di guardarmi allo specchio e quando entro al Tribunale per parare i colpi penso che alla fine la giustizia e la verità avranno la meglio.

Il dieci gennaio e ad aprile prossimo non sarò da sola perché faccio parte di una rete di persone di valore che credono nei principi fondamentali della nostra Costituzione. E comunque vada il verdetto lo rispetterò, sicura che la vita è una ruota che gira e che se semini bene raccogli infinite soddisfazioni. Al netto di tutto mi considero molto fortunata perché nonostante gli “schiaffi” ricevuti da persone senza scrupoli ho tanta forza e tanta fede. Il benessere non ha prezzo ma confido nelle azioni delle persone oneste che siedono al vertice dell’Ordine Nazionale dei giornalisti e di quello del Lazio, di FNSI, del sindacato di Stampa Romana, di Articolo 21, del Governo, affinché la voce afona di chi fa inchiesta non venga sottaciuta da richieste economiche impossibili. Per chi vorrà farsi carico il “caffè è pagato”.

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Lucarella: “Tre mosse auspicabili per cambiare la giustizia e il volto del Paese. Ma serve la politica”

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La riforma Cartabia ha dovuto fare i conti con quel che rimaneva in piedi della c.d. “Bonafede” e il Governo Draghi si appresta, anche in vista dei primi passi post delega fiscale, ad intensificare gli interventi normativi in ambito giudiziario.

Il comparto giustizia, come risaputo, è anche motore di sviluppo e, traduzione economica vuole, condiziona nel bene o nel male la vita quotidiana, l’andamento del PIL, ecc.

Abbiamo voluto sentire su questo tema l’opinione dell’avvocato Angelo Lucarella, vice pres. coord. della Commissione giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico, saggista ed attento conoscitore delle dinamiche politiche.

“Indubbiamente il Min. Cartabia sta facendo il possibile stando a quanto, come ho avuto modo di dire qualche mese addietro, l’Unione Europea ci obbliga a fare dal 2016 in special modo con la direttiva sulla non regressione delle tutele e garanzie per gli imputati.

D’altronde nella relazione della Commissione Lattanzi quest’ultimo passaggio è stato evidenziato. Diciamo che intervenire sulla dinamica della prescrizione era un atto dovuto da parte del Governo Draghi e il Ministro della Giustizia, certamente, non si è sottratta alla chiamata di responsabilità.

Il vero problema sarà nella prossima legislatura perché, al netto di questi primi interventi di restyling, c’è da capire quale visione di Paese si voglia mettere a disposizione degli italiani.

Sarei dell’idea che almeno su tre fronti si possa ulteriormente intervenire, ma servirà una politica coesa, consapevole delle sfide e, soprattutto, pronta a confrontarsi con alla base un pensiero di nuova prossimità al cittadino considerando gli inediti assetti che si creeranno a seguito del taglio dei parlamentari.

Al di là di ciò che si sente ormai da mesi (se non anni), come ad esempio la separazione delle carriere, tempi della giustizia, ecc., penso a tre cose:

– costituzionalizzazione della giustizia tributaria e, al contempo, migliorare i Principi di Giusto processo con integrazioni specifiche;

– rivisitazione dell’obbligatorietà dell’azione penale legandola ad una riserva di legge (escludendo reati medi e di grave entità);

– strutturazione, presso la Corte Costituzionale, di una sorta di ufficio delle pregiudiziali e delle incostituzionalità a cui i cittadini possano ricorrere direttamente (ovviamente ciò implica, evitando la genesi di fatto di un soggetto in sé pletorico, un ridisegno del numero e/o delle funzioni sul fronte del già costituzionalmente previsto atteso che buona parte dell’ingolfamento contenzioso, oggi in mano ai giudici delle leggi, riguarda i famosi conflitti di competenza tra Stato e Regioni attesa la riforma del Titolo quinto di vent’anni fa). 

Ma senza investire sulla formazione e sulle carriere sin dal momento universitario (anche se sono convinto si possa addirittura intervenire prima e cioè sulle scuole), non si può sperare molto.

Occorrono almeno 20 anni per portare a frutto la complessa opera di ridisegnamento di un sistema come quello giudiziario italiano.

Tuttavia, a monte ci deve essere la buona volontà perché non si può pensare solo ad ingolfare la magistratura di leggi. Ecco, questo è un altro elemento da considerare. Occorre snellire il quadro normativo il più possibile e miglioralo dove c’è bisogno. Ci si può ancora fossilizzare sul concetto che il cittadino possa avere a che fare con migliaia di norme, regolamenti, ecc. per fare qualcosa? Così si rischia che non la faccia più o, peggio il contrario, che cada per forza di cose in situazioni non legittime o lecite. E questa è anche una questione che interferisce con il realismo lavorativo e, di riflesso, sul Pil.

La giustizia è un tema sul quale non si può più temporeggiare. Ne va della credibilità del Paese anche difronte alle sfide del PNRR”.

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Perché Mimmo Lucano è stato condannato a 13 anni e due mesi?

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La condanna di Mimmo Lucano è arrivata a una quantificazione pari al doppio di quella dell’accusa. Alla fine è stato infatti condannato per la commissione di 16 reati e, nel caso in cui si profilino le caratteristiche del reato continuato, ovvero della commissione di diversi reati accomunati da un medesimo disegno criminoso, il calcolo della pena viene effettuato tenendo presente la pena del reato più grave che potrà essere aumentata dal giudice fino al triplo.

In questo caso il reato peggiore contestato è quello di peculato. Questo reato si ricorda consistere nell’appropriazione di denaro o cosa mobile altrui in ragione della propria funzione di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio. Secondo gli inquirenti questa tipologia di reato è stata commessa dall’imputato in vari episodi, con l’aggravio del fatto che il danno costituisse una rilevante entità.

Un reato, purtroppo, tra i più diffusi tra coloro che esercitano pubbliche funzioni, tanto da indurre di recente il legislatore ad introdurre pene più severe, con l’emanazione della legge n. 190 del 2012 prima, e della legge n. 69 del 2015 dopo, che hanno fatto passare, infatti, la pena minima da tre a quattro anni e la massima da dieci anni a dieci anni e sei mesi. Quindi si presume che il computo della pena per Mimmo Lucano non sia stato fatto tenendo come base di calcolo il minimo (quattro anni) moltiplicato per tre, ma che sia stata utilizzata una base di calcolo più alta, anche in ragione della natura degli aggravi degli altri reati ad esso ascritti.

Si ricorda che l’accusa aveva chiesto una condanna di 7 anni e 11 mesi, per i reati, tra gli altri, di falso in atto pubblico, abuso d’ufficio e associazione a delinquere e concussione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Quest’ultimo reato, era il più grave secondo i PM. Per la concussione, infatti, la pena va da sei a dodici anni. Ma il Tribunale ha assolto l’imputato da questo reato, riconoscendo come reato più grave, quindi, quello di peculato.

Tra gli altri reati più gravi, per cui il Lucano è stato dichiarato colpevole sono: abuso d’ufficio, truffa aggravata e associazione a delinquere.

Per i giudici di primo grado, i fatti contestati e posti alla base della condanna scaturiscono da una complessa attività di indagine che ha visto l’ex sindaco di Riace adoperarsi nel combinare matrimoni con il solo fine di far ottenere la cittadinanza a soggetti extracomunitari e per aver messo a disposizione di questi ultimi delle case abbandonate e poi recuperate. Altra accusa era relativa all’affidamento diretto di appalti per la raccolta dei rifiuti alle cooperative Eco-Riace e L’Arcobaleno, per il periodo che va da ottobre 2012 fino all’aprile 2016, senza che fosse stata imbandita una gara d’appalto e senza che le due cooperative fossero iscritte negli albi previsti dalla legge.

Si tratta di una sentenza di primo grado e destinata da ora a raggiungere la Corte di Cassazione. Non sono da escludere colpi di scena per i successivi gradi di giudizio. La pronuncia sulla questione Lucano ha fatto chiaramente molto rumore da un punto di vista politico, nonché mediatico e l’interesse nazionale sulla questione è molto alto perché si sentono tirati in ballo gli ideali contrapposti tra chi si ritiene aperto alle politiche di accoglienza e chi invece preferisce chiudere i confini al prossimo.

In definitiva si può dire che la questione è assai delicata perché da un punto di vista prettamente tecnico-giuridico quello che viene preso in considerazione non è il fine morale dell’operato (suscettibile quindi di una valutazione ideologica) ma la commissione di fatti previsti dalla legge come reato.

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