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Politica

Europa e Italia: un bailamme di sovranisti e collaborazionisti

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Il 25 marzo 1957, in una giornata di pioggia , in
Campidoglio a Roma , nella sala degli Orazi e Curiazi , si
riunirono la Francia, la Germania, l’Italia, il Belgio,
l’Olanda ed il Lussemburgo.

In quel’ occasione, furono firmati i trattati costitutivi della CEE e dell’EUROTOM. Fu allora che nacque il sogno di un’Europa unita.

Il 26 maggio 2019, sessantadue anni dopo, in un’altra
giornata grigia, nebbiosa, fosca e confusa, quel sogno
europeo, oramai già da tempo logorato, è stato fortemente
lacerato. Gli schieramenti di destra e sinistra non fanno
più presa sull’elettorato.

Sessant’anni di sovranità europea sugli Stati nazionali hanno esacerbato le anime dei cittadini mentre l’apparato oppure tutto ciò che
comunemente si riconosce nell’establishment, rimane
tenacemente a fianco dell’organizzazione europea,
arrivando al punto di definire i delusi come sovranisti,
non rendendosi conto che con tale loro comportamento
si auto emarginano e recintano come collaborazionisti
del vecchio apparato.

Le firme note della grande stampa, i volti ricorrenti delle
schermate quotidiane, i salottieri habitué, gli opinionistiche la sanno lunga su tutto ma non ne azzeccano una, tutti questi signori e non solo, tutti si sono svegliati lunedì 27 maggio con visi tesi e sguardi spenti.

Che impressione guardare i vari Lilly, i Loris, i Giannini, i Lucia e
i Bassetti vari, Gualtieri e non solo, con i visi tirati e
senza quell’aria di “tu non sai chi siamo noi”, atteggiamento che sciorinavano in lungo e in largo fino al 25 maggio.

Oggi gli è venuto a mancare il terreno sotto i piedi ma non arretrano. Costoro non si affidano alla Madonnina, per loro basta e avanza santa provvidenza di Bruxelles. In loro ausilio viene l’Europa. L’arrivo di una
lettera della Commissione Ue chiedendo chiarimenti all’Italia sul debito pubblico.

Eureka! Esultano i collaborazionisti 2.0 . Quelli del
fronte sovranista italiano ancora sono sotto scacco! Per
l’Italia non c’è scampo. Si riaprono le danze e scendono
tutti in pista. Tutto il mondo sta a guardare lo spettacolo
mentre stampa, televisioni e voci alto locate attaccano e
denigrano a non ti dico quanto e i finanziatori esteri
guardano, osservano e giudicano.

A questo punto viene in mente l’ultima parte della
“Stampa e Regime” su Radio Radicale del 25 maggio –
Mario Sechi, chiudendo il suo turno di staffetta alla
lettura dei giornali, quel giorno ha letto una notizia ed ha fatto un’importantissima riflessione che, ahi noi, da tanti è
stata snobbata.
L’Italia è un paese esportatore e da anni vanta dei record
nel commercio estero. Se ritorniamo di pochi anni
indietro troviamo che già dal 2013 , per prodotti esportati
l’Italia è stata il terzo paese del mondo battendo la
Germania, Spagna e Francia fermandosi solamente
dietro la Cina e gli Stati Uniti.

Un’altra informazione importante che dà il Sole 24 Ore è che parlando sempre del commercio estero italiano, tra il 2010 e il 2014 è
cresciuto di 61 miliardi toccando la cifra di 398 miliardi di euro. La bilancia commerciale per quello stesso periodo ha visto un avanzo di 73 miliardi. La bilancia per i manufatti ha visto un progressivo aumento, passando da
38 a 99 miliardi di euro con l’estero.

Nel 2017 l’Italia ha battuto un altro record nel settore turismo. Secondo dati Bankitalia il 2017 ha avuto 6% di presenze in più del 2016. Questo settore dell’economia, secondo il ministro Centinaio,incide per il 12% sul Pil ma
ha un potenziale del 20%. Infine, secondo dati agenzia Reuters del 15.02.2018 “Nel 2017 il surplus della bilancia commerciale italiana , seppure leggermente ridotto alla luce di un aumento più consistente delle importazioni rispetto all’export, restando comunque il terzo saldo
positivo più alto all’interno dell’Unione europea”.

Questo trend positivo nel surplus della bilancia commerciale non si ferma agli anni 2017 e nonostante la crisi dei dazi tra USA/Cina, a marzo di quest’anno il surplus è salito a 4,63 miliardi di euro in aumento ai 3,24
miliardi di euro del mese precedente. Risultati contro ogni
e qualsiasi previsione degli analisti.

A questo punto il buon osservatore Sechi si ferma, beve un sorso d’acqua e poi riflette: dopo questi bei risultati dell’Italia, come mai che i finanziatori esteri non li tengono in considerazione? Acutissima l’osservazione.
Dopo, Sechi, un po’ a mezza bocca mormora : anche noi giornalisti dobbiamo fare un mea culpa!
Completiamo noi, Sechi permettendo, quello che lui forse
voleva dire ma ha preferito non fare. Si dice che la pubblicità sia l’anima del commercio e si dice pure, che chi grida di più abbia ragione. Apriamo una piccola parentesi.

In Italia chi è che grida di più? Chi è che ha la possibilità di fare sentire la voce oltre i confini? Chi è che si accanisce su ogni cattiva notizia, che, l’analizza, la dibatte, la disseziona, la smembra per poi darla in pasto al
pubblico ignaro?

A questo punto ci si domanda: Che parte hanno i mass media in questa crisi? Che influenza hanno sulla società e come ed in quale misura possono influenzare i mercati esteri? Forse è questo che intendeva Sechi con “ anche noi giornalisti dobbiamo fare mea culpa”? Ma se così fosse a fare “un mea culpa” dovrebbero essere tutti quelli che nei vari talk show, pur di mostrarsi bravi e più realisti del re, inneggiano ai meriti di tutti denigrando
sempre e comunque il “fu Belpaese”.

Oramai non si capisce più chi sono i sovranisti e chi sono i collaborazionisti e chi capisce qualcosa in questo bailamme è bravo!

Emanuel Galea

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Editoriali

L’Italia e l’urlo di Munch: gigante salvaci tu!

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Una fra le varie analisi della celeberrima opera “L’Urlo di Munch”, quella di Sonia Cappellini per Storia dell’Arte, ha il pregio di suscitare nel lettore nuove interpretazioni ed una nuova simbologia del dipinto di Edward Munch.

Per chi scrive, quell’urlo ben sia conforme con il grido dell’Italia pensando al suo angoscioso futuro, grida per paura, per dolore e urla per rabbia. L’autrice dell’analisi nel farci notare il volto umano sfigurato, simbolicamente in quel volto non può che esserci il volto del “Belpaese”, completamente anch’esso sfigurato, deturpato, umiliato e vilipeso.

Quando, sempre l’autrice, descrivendo il dipinto dice che la figura “sembra a malapena mantenersi in posizione eretta, quasi non avesse spina dorsale” a noi il pensiero va a un’Italia depauperata, divisa tra mille interessi lobbistici, le numerose correnti, frazionismi e fazioni di partiti senza alcuna reale conoscenza del paese reale, i tanti carrieristi in lotta eterna per il potere, un fiume carsico di corruttori, corrotti ed evasori attraversando il sottosuolo della penisola e colate di lava di malcontento e conclamata povertà che si accumulano nelle periferie sia al nord che al sud pronti a divampare.
Per finire con la simbologia, il dipinto mostra “quell’essere umano” che mentre sostiene la testa sembra chiudere le orecchie e Sonia Cappellini commenta: “come se la stessa persona non fosse in grado di sostenere il grido che lei stessa sta emettendo”.

E’ proprio così, l’Italia chiude le orecchie perché, ahinoi, non è in grado di supportare oltre perchè l’Italia ha rotto gli argini e la “cloaca massima” nazionale ha invaso puri e duri.
Soccombono le istituzioni e gli organi di garanzia, langue la vita sociale e agonizza la giustizia. Anela la democrazia ed il diritto sta venendo mortificato.

La libertà di opinione si mette in forse, quella personale è in quarantena ed il variegato mercato dell’informazione si arricchisce sempre più di multiformi bancarelle di tg, riviste, giornali e talk show e carrozzoni vari. A questo punto è d’obbligo la riflessione: cosa s’intende veramente con neutralità e obiettività della stampa? In che misura c’entra la collocazione politica dei telegiornali?
Dice Paolo Del Debbio: “mille ragioni, mille opinioni” al che ci si sente autorizzati a dire: tanti telegiornali, tante collocazioni politiche e tante versioni dei fatti di cronaca.

E’ così? Più che la pandemia l’Italia teme il collasso delle istituzioni, il degrado ed il decadimento del sistema, della vita sociale. Il famoso dipinto dell’artista norvegese mostra un cielo al tramonto con linee di rosso sangue e sullo sfondo ci si intravedono due figure. Queste non vedono, non sentono, non accorrono. A questo punto l’Italia grida: Gigante pensaci tu. Draghi risponde: ci penso io; il cielo sorride e la speranza rinasce nei cuori di tutti.

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Politica

Giorgetti: “Situazione migliora, maggio sarà mese di riaperture”

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“La decisione sulle riaperture sarà presa probabilmente la prossima settimana dal Consiglio dei ministri”. Così il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, durante l’incontro al Mise con i rappresentanti di Fipe-Confcommercio, ricevuti dopo l’assemblea straordinaria organizzata in piazza San Silvestro a Roma in collegamento con 21 piazze d’Italia.

Il ministro, pur precisando che non è possibile indicare con certezza una data per le riaperture, ha però sottolineato che gli indicatori stanno migliorando e che “presumibilmente maggio sarà un mese di riaperture”.

Riaprire in sicurezza ristoranti a pranzo e a cena sfruttando gli spazi all’aperto. E’ questa l’ipotesi contenuta nella bozza delle linee guida sulle riaperture, che le Regioni – a quanto si apprende – sottoporranno giovedì al Governo alla Conferenza Stato-Regioni e che confermano le misure di protezione già in atto. Secondo il documento – che aggiorna le linee allegate al Dpcm di marzo – tali indicazioni dovranno essere compatibili col miglioramento dei dati, anche alla luce di una revisione dei parametri di valutazione. Parallelamente, si prevede anche una regolazione della ripartenza di palestre, cinema, teatri e musei.

Un gruppo di coordinamento delle Regioni sta lavorando anche ad una proposta per la revisione o aggiornamento dei parametri sulla valutazione del rischio epidemiologico attualmente in vigore. Tra le ipotesi c’è quella di inserire, tra i parametri, il numero di somministrazioni effettuate nelle singole Regioni. La prima bozza potrebbe essere presentata giovedìal Governo per un primo confronto alla Conferenza Stato-Regioni, quando dovrebbero anche essere anche presentate le linee guida sulla riapertura di attività economiche, condizionate proprio al miglioramento dei dati e alla luce di una revisione dei parametri.

“Io sono a favore di riaperture. Abbiamo dati in miglioramento, l’R0 è sceso, verosimilmente anche in questa settimana continuerà a scendere”. Quindi, “consolidando i risultati, a partire dal primo di maggio possiamo parlare di riaperture”. Lo ha detto il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, durante la trasmissione Agorà su Rai 3, sottolineando però che “dobbiamo controllare i dati e conservare quanto abbiamo guadagnato, per non rischiare di richiudere subito”.

“Un rallentamento delle restrizioni sarà possibile solo con contagi giornalieri al di sotto di 5.000 casi, mantenendo una larga capacità di testing e riprendendo il contact tracing per il controllo della diffusione dell’epidemia, i ricoveri in area Covid medica e intensiva largamente al di sotto delle soglie critiche, rispettivamente 40% e 30%, e la vaccinazione completata almeno per i soggetti fragili e gli ultra 60enni, categorie a più alto rischio di ricovero e mortalità”. Lo scrivono al governo diverse sigle sindacali mediche. Per le organizzazioni di lavoratori, “ogni prematuro allentamento delle restrizioni potrebbe mettere a rischio tanto la vita dei pazienti affetti da Covid-19”.

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Politica

Contratto Rider, Arenare (Sinlai): “La toppa è peggio del buco”

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Dopo polemiche e proteste dei rider, un settore che più di altri è cresciuto ed è diventato centrale durante l’emergenza sanitaria, si è arrivati ad un accordo tra sindacati e JustEat, finalizzato ad inquadrare questi lavoratori nel contratto Trasporto merci e Logistica.

Tuttavia la soluzione sembra tutt’altro che soddisfacente, ai fini di dare dignità al comparto. A denunciarlo è Valerio Arenare, segretario nazionale del Sinlai: “Mi verrebbe da dire che la toppa è peggio del buco. Questo contratto, infatti, è pieno di criticità: innanzitutto prevede i rider come lavoratori part-time a 10 ore settimanali, per uno stipendio totale di 200 euro; inoltre esclude dalla copertura coloro che abbiano la macchina. Ciò – continua Arenare – ha fatto sí che la maggior parte dei rider voglia restare autonoma, rivendicando il diritto a lavorare di più e, ciononostante, ad essere tutelato”.

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