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Editoriali

Fascismo buono e fascismo cattivo: tra realtà storica e campagna elettorale

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Le parole della presidente (presidenta?) della Camera dei Deputati Laura Boldrini, che asserisce che nulla di buono c’è stato nel ventennio fascista, prontamente rilanciate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sono durissime. Non si può pensare che siano credibili fino in fondo, dato che il regime di Mussolini, pur essendo stato una dittatura, ha realizzato -, senza l’intervento della mafia sugli appalti, senza l’ANAC e le indagini della Guardia di Finanza, e senza le mazzette – numerosissime opere pubbliche. A Roma, come in gran parte della nostra bella nazione, sono ancora presenti edifici stile ventennio, che sfidano il tempo e non collassano, come invece succede a stabili molto più giovani, costruiti con fondi statali. E’ forse molto noto l’episodio riferito al senatore Araldo Crollalanza, che fu incaricato di una delle più belle opere di quel periodo, e che dura ancora oggi intatta: il lungomare di Bari. Quando il Duce lo andò a visitare, ne apprezzò la struttura, ma si lamentò che fosse un’opera costosa. A quel punto, il responsabile dell’opera gli disse che era avanzato del denaro, che si affrettò a restituire. Tutt’altra cosa da ciò che accade oggi, quando abbiamo centinaia di opere incompiute finanziate con fondi dei cittadini, e che potrebbero essere completate soltanto con una somma molto superiore a quella prevista all’inizio per la loro realizzazione totale.

Tali mostri di cemento armato rimangono così senza tempo, in attesa di una soluzione, e la colpa si da’ alla burocrazia: ma i burocrati sono uomini

Chi conosce un po’ di storia – quella vera, non quella scritta dai vincitori – può arrivarci da solo. Le dichiarazioni delle due massime cariche dello Stato dimostrano la faziosità di chi propugna una politica di segno diverso, ed esulano dalla realtà storica. Per questo risultano, alla fine, meno credibili di quanto potrebbero essere, e meno efficaci: tranne per quei minori che sempre più si vogliono indottrinare con presunti ‘valori democratici’, in una nazione che tale regime – democratico – non conosce, ed è da indagare se l’abbia mai conosciuto. A poche ore di distanza dalla manifestazione antifascista organizzata dal PD, la presidente (presidenta?) della Camera Laura Boldrini, in un’intervista a La Repubblica, ha dichiarato: “Tutte le forze politiche democratiche dovrebbero fare fronte comune contro chi si richiama al regime fascista, che “fu di sopraffazione, di annientamento dei diversi, di discriminazione nei confronti delle donne”. Per cui, conoscendo il suo ben noto femminismo sopra le righe – anche e soprattutto esercitato da una posizione istituzionale privilegiata, il che dovrebbe consigliare una maggiore cautela nell’esprimere opinioni molto personali – non si capisce bene se il suo risentimento riguardi un regime ormai storico, o il fatto che le donne non erano emancipate come oggi, ma avevano un ruolo domestico ben definito. Si scaglia poi, la presidente (presidenta?) della Camera, – ma non dovrebbe esercitare una sorta di neutralità? – contro i “gruppi neofascisti” che “si moltiplicano, si allargano, diventano più arroganti e violenti.” E’ chiaro a tutti che i delinquenti vanno messi in galera, senza discriminazioni, ma non si può perseguitare politicamente e giudizialmente chi ha idee diverse dalle nostre. Qui sì, si scadrebbe in una sorta di regime che di democratico non ha nulla, e che sarebbe, a questo punto, fascismo, totalitarismo, discriminazione, cioè proprio quello che si vorrebbe stigmatizzare.
“In alcuni ambienti del nostro Paese”, ha detto ancora Laura Boldrini, “si è creato un clima assolutorio, si è raccontata la storia – falsa – di un fascismo buono finché non ha incontrato il nazismo cattivo. Ma il fascismo è stato da sempre violenza, aggressione, privazione della libertà. Chi invoca oggi quel regime non conosce la storia”. Bene, noi diciamo che la storia non la conosce chi fa tali asserzioni. La storia vera, non quella scritta dai vincitori. Le opere del ventennio sono sotto gli occhi di tutti, compreso quell’obelisco che la signora Laura voleva sfregiare, cancellandone il nome ‘Mussolini’ e creando un ipocrita falso storico. Alle parole della Boldrini hanno fatto eco con singolare tempismo quelle del presidente Mattarella, secondo il quale “Non esiste un fascismo buono e uno cattivo, il fascismo è tutto cattivo, e sbaglia chi dice che l’errore, oltre a quello della guerra, è nato con l’incontro con i nazisti.” Non possiamo che condannare le leggi razziali, vera ferita nella storia di un’Italia che stenta ancora a trovare il suo equilibrio, ancora oggi.

Tutto ciò, in seno alla commemorazione della Giornata della Memoria

Un massacro che non è stato soltanto degli Ebrei, perchè genocidi nel tempo ci sono stati anche altrove, nel mondo, come, ad esempio, quello degli Indiani d’America, da parte di un popolo bianco invasore che voleva appropriarsi delle loro terre. Quello che inorridisce, al contrario, sono le modalità indescrivibili che sono seguite alla deportazione. Adulti e bambini adibiti a cavie umane, oro raccolto dalle protesi dentarie dei deportati, intere famiglie strappate alla vita civile, costrette alla separazione e poi distrutte, donne giovani messe in case di piacere per i soldati tedeschi, camere a gas e forni crematori. Eccetera eccetera, fino a che può arrivare la nostra immaginazione più perversa, e anche oltre. Fatti reali e incontestabili, di cui esistono prove e testimonianze anche di prima mano, da parte di superstiti miracolosamente sopravvissuti nonostante tutto. Sbaglia chi non crede ai numeri e alla proporzione del genocidio che fu perpetrato, e che solo menti malate come quella di Hitler e dei suoi più stretti collaboratori potevano concepire.

In realtà, la persecuzione antisemita non era nei dogmi del regime fascista, e gli Ebrei non furono, all’inizio, perseguitati

Nel maggio del 1938 Hitler venne in visita a Roma. Le leggi razziali, sulla scia di quelle tedesche, furono promulgate dopo il luglio del 1938, e la consecutio è importante. Vien da pensare, checchè ne dicano altri, che Mussolini, pur non essendone stato sollecitato, abbia voluto seguire la linea tracciata dal suo alleato tedesco, trovando una facile via per sbarazzarsi anche di alcuni oppositori al regime. Papa Pio XI, che otto anni prima, forse sotto l’effetto dei Patti Lateranensi, aveva definito Mussolini come “L’uomo della Provvidenza”, nel 1937 aveva scritto un’enciclica contro l’antisemitismo dei Tedeschi, la “Mit brennender Sorge”, in cui si riferiva all’antisemitismo del Reich, perchè in Italia non c’era ancora stato alcun accenno ad una condotta antisemita. Ciò fa supporre che la questione antisemita sia nata in Germania, e che il Duce ne abbia voluto seguire le orme. L’emanazione delle leggi antisemite in Italia avvenne nell’autunno del 1938. Non era quindi una condizione essenziale per il regime fascista, nato nel 1922. Le deportazioni sono datate 1943, e sono state operate dai nazisti. Loro i rastrellamenti, loro in treni per i campi di sterminio, loro tutte le nefandezze di cui non hanno, in tempi più recenti, voluto rispondere. Sempre di Pio XI una dichiarazione, pronunziata con le lacrime agli occhi, che ci sentiamo di condividere in toto. “Non è lecito per i cristiani prendere parte all’antisemitismo. L’antisemitismo è inammissibile. Noi siamo spiritualmente semiti.”

Vogliamo invece smentire le parole della Presidenta della Camera dei Deputati Laura Boldrini, quando dice che “Anche in Italia c’erano quaranta campi”, facendo passare il messaggio che in Italia il fascismo avesse instaurato ben quaranta compi di sterminio

In realtà, in Italia non ci sono mai stati campi di sterminio, ma soltanto luoghi – isole o altro – di confino, in cui il regime inviava gli oppositori più pericolosi, oltre agli omosessuali, cristiani evangelici, testimoni di Geova – queste ultime due categorie forse in ossequio al Vaticano – comunisti, antifascisti ed Ebrei. Luoghi sorvegliati da Carabinieri, che non sono per nulla da paragonare ai campi di concentramento tedeschi. Il messaggio che si vuol far passare è chiaro, e non corretto. In realtà la malvagità nazista appartiene solo a loro, e non al regime italiano.
Non è intenzione di queste righe costituire una difesa d’ufficio del regime fascista: ognuno semina ciò che raccoglie. Ma tuttavia dichiarazioni come quelle che abbiamo udito dalle massime autorità dello Stato non si possono accettare, in nome della verità storica. Il regime fascista, osteggiato da molti, rimpianto da altri, è stato un regime di dittatura, con tutte le sue pecche e anche quei meriti, che oggi fa comodo non ricordare. Chi avrebbe potuto, e dovuto fare qualcosa, non la fece. Ricordiamo che Giorgio Napolitano rimase fascista fino alla caduta del regime, convertendosi prontamente al comunismo nel 1945, come si può leggere sul veicolo di notizie più facile, Wikipedia.

Roberto Ragone

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Palermo, rappresentante di Forza Nuova picchiato a sangue: pure questo un atto fascista?

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PALERMO – Nonostante tutti gridino al rigurgito fascista, ieri, a Palermo, in pieno centro, Massimo Ursino, responsabile provinciale del Movimento Politico Forza Nuova e titolare di un laboratorio di tatuaggi nella vicina via Marconi, verso le 19,30, all’altezza di Piazza Lolli è stato aggredito da sei o più persone vestite di nero e travisate con sciarpe sul volto, e dopo essere stato legato mani e piedi con nastro adesivo, picchiato a sangue. Ursino è stato poi trasportato in ambulanza al locale ospedale. Un’aggressione che ricorda tanto quella subita il 12 febbraio 1973 da Bruno Labate, un ‘capetto’ della Fiat, episodio all’origine della genesi delle Brigate Rosse. Episodio gravissimo, perché sospetto sotto molti aspetti, simili a quelli che storia delle Brigate Rosse non ci hanno ancora rivelato del tutto. Come non è ancora chiara la storia della bomba di Piazza Fontana, di quella di Brescia, di quella di Bologna, e di tutta quella stagione di episodi cruenti targati BR, che a tutt’oggi sono ancora avvolti nella nebbia.

A quanto si apprende, la scena del pestaggio sarebbe stata ripresa da qualcuno con uno smartphone:

Qualcuno che certamente metterà il breve filmato in rete, magari anche prima di consegnarlo alle Autorità competenti per l’individuazione dei colpevoli. Nel momento in cui la fibrillazione elettorale è al suo culmine, e viene agitato come un drappo rosso davanti al toro il pericolo di un ritorno – o di un rigurgito – di una ideologia fascista, assistiamo ad un episodio che è marcatamente di opposta fazione.

Provocazione o intimidazione?

In questo paese ne abbiamo viste di tutti i colori, specialmente negli anni di piombo, quando circolava il motto che ‘uccidere un fascista non è reato’, e che portò all’eccidio, fra l’altro, accaduto il 7 gennaio 1978 in via Acca Larentia, a Roma, dove il 7 tre giovani aderenti al Movimento Sociale vennero trucidati in un agguato: episodio che non ha mai conosciuto piena luce. Riteniamo che certi personaggi politici, che in questi giorni direbbero e prometterebbero qualsiasi cosa pur di accaparrarsi un voto, dovrebbero tener conto delle conseguenze di alcune loro esternazioni, che portano poi a ciò che è successo ieri sera.

Radicalizzare i conflitti politici portandoli all’estremo, specie in clima elettorale, quando gli animi sono più accesi, è decisamente da persone poco intelligenti. A meno che non si voglia cercare lo scontro di piazza, che potrebbe essere dietro l’angolo. Nonostante tutte le notizie che ci propinano i vari telegiornali, il clima in Italia non è assolutamente idilliaco, e mentre Gentiloni va a ‘baciare la pantofola’ alla Merkel – come si è espresso un quotidiano i questi giorni – alcuni si rendono conto che siamo alla stretta finale. Aggredire un militante di opposta fazione può essere una intimidazione oppure, ancor peggio, una provocazione.

Ci auguriamo che qualche persona per bene si renda conto di chi ci ha governato fino ad oggi, se queste cose vengono permesse. Nel secondo caso, speriamo che la provocazione non abbia seguito, e che si affidi la risposta alle urne.

Da rimarcare un particolare: la notizia è stata data in TV sottovoce, in mezzo ad altre. Ben diverso sarebbe stato il risalto se l’aggressione fosse venuta da chi invece l’aggressione ha subito. Striscioni, fiaccolate, interrogazioni parlamentari, partigiani vecchi e nuovi, e chi più ne ha più ne metta, sarebbero stato il panorama dei prossimi giorni. La legge è uguale per tutti, ma, in barba alla sempre più vilipesa Costituzione, alcuni sono più ‘uguali’ di altri. Vedremo come va a finire. In chiusura, una nota comica: Renzi ha censurato le nuove promesse di Berlusconi, dopo quelle del 2001, perché già le prime non sono state mantenute. Anche in questo caso il bue ha dato del cornuto al classico asino.

Roberto Ragone

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Editoriali

La sinistra è buona, la destra è cattiva. O no?

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Questa è una storia in cui, come nei film western degli anni ’50, ci sono i buoni e i cattivi. Ma in questa storia moderna, lo Shane/Gentiloni di turno, il Cavaliere della valle solitaria, dopo aver salvato la famiglia di onesti coloni dal cattivo che vuole impadronirsi del paese e del loro terreno, non sparisce verso altri orizzonti, ma rimane dov’è, per rassicurare la Merkel/Jack Palance e l’Unione Europea sul fatto che tutto cambierà perché tutto resterà come prima, e la Germania potrà conservare nelle proprie banche i titoli di Stato italiani senza bisogno di gettarli sul mercato, causando l’ennesima crisi economica nel nostro paese.

Per far questo, è stato conveniente riesumare un nuovo/antico nemico da esorcizzare, il Fascismo di Mussolini, cioè creare un nemico da combattere

Battere ‘le destre’ diventa quindi la bandiera dei buoni, quelli rappresentati dal PD, un partito notoriamente autodefinitosi ‘di governo’, che ha realizzato tante ‘buone riforme’ per i nostri concittadini, e che avrebbe ‘ridotto le tasse’. Non si sa a chi, perché la signora Maria, quando va a far la spesa, i soldi di prima non le bastano più. Peccato ancora che le riforme più rinomate – il jobs act e la spending review – l’uomo della strada non sappia neanche cosa significhino, e che la Buona Scuola sia buona solo – forse – nelle intenzioni di chi l’ha elucubrata nottetempo, mentre al contrario il debito pubblico cresce ogni momento. Stendiamo un velo pietoso su quella che sarebbe stata l’apoteosi piddina, cioè la Riforma Costituzionale, fallita per due motivi: il primo perché, diciamo così, non era valida, il secondo perché sia Renzi che Boschi ci avevano promesso la loro uscita dall’agone politico: promessa e speranza regolarmente disattese da chi ci aveva ‘messo la faccia’.

Quindi oggi i Fascisti sono i cattivi da battere, e i Comunisti i buoni:

Cioè un partito che rimane solo romanticamente in poche anime, ma comunque che rappresenta la sinistra; non questa sinistra, perché il PD le ha usurpato la qualifica di ‘sinistra’, dato che di sinistro annovera tra le sue fila soltanto alcuni ben noti personaggi: ma centro-sinistra, dato il ‘centro’ che vogliono occupare provenendo appunto da sinistra. Facendo a gomitate con chi quello stesso centro, spazio lasciato libero da una defunta Diccì, vuole occupare da destra. Comunque sia, l’importante è impersonificare il ‘buono’, come appunto nei film di una volta.

Oggi – allarmi allarmi! – pare che ci sia quello che i giornali definiscono un ‘rigurgito fascista’ nel paese

Cosa gravissima, a sentir loro. Né alcuno s’impegna ad analizzare questa frase. Il reflusso gastroesofageo – forse è più esatto definirlo così – si presenta di solito nella notte, quando non s’è ben digerito qualcosa. Anche favorito da una posizione supina, si ripresenta con i succhi gastrici, decisamente acidi, a corrodere quel tratto di esofago interessato alla risalita. Nei tempi in cui viviamo, e con la politica che ci governa, questo reflusso riguarda piuttosto tutto ciò che ci propinano, e non un periodo ventennale affidato alla storia: tante e troppe sono le ingiustizie, i favoritismi, le menzogne e i malfunzionamenti, e i privilegi sotto forma di ‘diritti acquisiti’ che dobbiamo ingoiare, e che minacciano il nostro riposo: altro che Fascismo! Il quale starà senz’altro sullo stomaco a qualcuno – non è il caso di far nomi, ognuno sa e conosce: a qualcuno che pretende che le proprie opinioni e le proprie idee, posto che ne abbia, divengano leggi dello Stato.

Così accade che la Destra è cattiva, e la Sinistra buona

Quando Berlusconi andò al governo – non al potere, perché non l’ha mai realmente avuto – gli si contestò che se la prendeva con dei ‘comunisti’ la cui memoria s’era ormai persa. Quando invece qualcun altro se la prende con i Fascisti, tutto è normale, anzi doveroso. Quello che preoccupa è il ‘rigurgito’ di una cattiva digestione. È comico poi notare che quelli che dicono che la Destra ‘soffia sulle paure’ dei cittadini, amplificandone il timore in merito all’invasione dei ‘neri’, sono gli stessi che soffiano sulla paura di un presunto ritorno ad un periodo storico mai più ripetibile.
Fatto sta che non s’è mai parlato tanto, negli ultimi cinquant’anni, di Mussolini e dei fascisti.

Martedì scorso, 13 febbraio, era previsto a Livorno un comizio di Giorgia Meloni, segretaria di un partito, Fratelli d’Italia, compreso legittimamente in quello che una volta si definiva ‘Arco costituzionale’, e dal quale era stato escluso unicamente il Movimento Sociale di Giorgio Almirante.

Ebbene, il comizio non s’è potuto tenere per il democratico intervento di eroici e democratici ‘antagonisti’, definiti ‘comunisti’ dai giornali che ne hanno riportato la notizia, che si sono accaniti sull’auto della Meloni, con calci, sputi ed altro, mentre la Polizia, democraticamente, non riusciva ad impedire l’aggressione ad un parlamentare della Repubblica, segretario di un partito presente in Parlamento. Diversamente sarebbero andate le cose se ciò fosse accaduto in Turchia, dove un oppositore di Erdogan, pur se giornalista, rischia l’ergastolo. Un Erdogan, a cui, malgrado tutto, tutti fanno la corte, accolto ultimamente in Italia, lui musulmano radicale, perfino dal Papa: ma già, questo Papa è molto ‘ecumenico’. Battute a parte, il pensiero poi va ad Al Sisi e a Giulio Regeni – il cui segreto della morte è pari a quello di Pulcinella – o a Narendra Modi, eletto, come pare sia accaduto, sconfiggendo politicamente la sua avversaria politica italiana Sonia Gandhi con la farsa dolorosa dei nostri marò tenuti in ostaggio per quasi quattro anni, condannati come omicidi senza processo nè incriminazione, e accolto con tutti gli onori all’ombra di affari di miliardi di euro, sputando sulla dignità del nostro paese. Cosa direbbe Emilio Fede, descrivendo la figura dell’Italia in quell’occasione? Non vale la pena ripetere. Ci sono idee che ognuno di noi ha il diritto di avere e di propugnare, nel rispetto della legge e del vivere civile.

Chi dovesse violare questi principi è un delinquente: come quei quattro bravi ragazzi, risorse indispensabili alla nostra nazione secondo alcuni, che hanno sequestrata, ripetutamente violentata, squartata – pare ancora viva – una ragazza di diciotto anni, dopo averne fatto sparire cuore e fegato, in odore di cannibalismo rituale.

Sono loro i migranti che nei nuovi libri di scuola nelle mani dei nostri ragazzi delle medie vengono descritti come risorse indispensabili. E a i quali immediatamente si contrappongono i delinquenti dalla pelle bianca – vietato parlare di razze, anche se sarebbe linguisticamente corretto. Delinquenti sono quelli che commettono reati; come i 27 facinorosi che hanno aggredito la Meloni a Livorno, – e che la Polizia non ha potuto far altro che denunciare a piede libero – in nome di un’ideologia che s’è ritenuto legittimo manifestare, contro i ‘cattivi’, in modo violento. Allora? Come li chiamiamo? Giovani che non si rifanno al deprecato ventennio, ma che di esso adottano le peggiori manifestazioni? Li chiamiamo comunisti? E allora che differenza c’è? Oggi l’Europa è l’idea dominante, l’idea di una classe politica maniacale, che non sa far altro che proporre un mix artificiale di culture, storia, costume, tradizioni, abitudini, religione: tutta roba che non va giù a molti. Una miscela che vorrebbe appiattire ogni cosa, riducendoci come nel romanzo di Orwell, ‘1984’. Ma c’è qualcosa di cui questa gente che aspira al Potere Mondiale non ha tenuto conto: siamo esseri umani, e non robot: almeno non ancora, vista la pubblicità che se ne fa. C’è qualcosa che nessuno potrà mai omologare, e che è diversa in ognuno di noi, ed è il nostro io interiore, la nostra storia, la nostra personale cultura. Tutto quel coacervo di sentimenti, storia, lingua, dialetti, tradizioni, attaccamento alle nostre radici: un’identità esclusiva che s’è venuta formando variamente in ogni essere umano, e che non può essere uguale per tutti, nè può essere appiattito. E come noi sono anche gli abitanti di tutti gli altri paesi che fanno parte di questa Unione Europea che i cittadini non hanno voluto, né chiesto. Grazie a Dio, siamo tutti formati con gli stessi organi, ma nessuno di noi è uguale ad un altro. Né alcuno può e deve costringere tutti a pensarla allo stesso modo. Abbiamo una Costituzione della Repubblica Italiana, abbiamo una Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, abbiamo dei principi sanciti da chi ha lottato per la libertà dei popoli, e nessuno ha il diritto di calpestarli.

Oggi i termini ‘populista’, ‘sovranista’, ‘giustizialista’ sono diventati insulti, e sono assimilati a quello eternamente colpevole di ‘Fascista’

Stiamo attenti: i populisti sono quelli che soffrono degli abusi e degli ingiustificati privilegi di chi comanda a spese del popolo. I sovranisti sono quelli che rifiutano l’omologazione ad una Europa artificiale calata dall’alto, e che vorrebbero conservare le proprie tradizioni e la propria storia e cultura. I giustizialisti sono quelli che vorrebbero poter uscire la sera con la moglie o con la fidanzata senza correre il rischio di essere aggrediti e rapinati da chi poi magari se la cava con un buffetto sulla guancia.

Gentiloni è andato dalla Merkel – forse ha una palla di cristallo in cui leggere il futuro, o forse ha già pronto qualche ‘espediente’ elettorale – a rassicurarla sul fatto che il governo continuerà come prima, nella stessa direzione, senza ‘populismi’

Il motivo è chiaro: i nostri titoli di Stato sono in mano ad una Europa – leggi Germania, – che già una volta ha fatto crollare il nostro debito pubblico, creando quella crisi che ha giustificato l’intervento di Monti, manovrando i nostri titoli di Stato, e Gentiloni ha bisogno che la Merkel ‘stia serena’. Ma tutti coloro che oggi dirigono il timone di un’Europa che sta all’Italia come una protesi di titanio, sanno benissimo che nel profondo della nostra popolazione esiste un nocciolo duro, qualcosa che non potranno mai omologare come piace a loro. Siamo già ad una dittatura strisciante, e per far questo ne servirebbe una conclamata. E comunque ogni situazione ha il suo limite. Parlare a sproposito di Fascismo ne ha fatto tornare il desiderio nei cuori di molti, specialmente di fronte a tutte le manovre di una classe politica che è senza dubbio – a detta degli osservatori che non leggiamo sui nostri giornali – la peggiore mai al potere in Italia.

Roberto Ragone

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Cultura e Spettacoli

La fiction su Fabrizio De Andrè, “Il Principe Libero”: una occasione persa

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Il Fabrizio De Andrè andato in onda sulla Rai dal titolo “Il Principe Libero” ha riscosso un buon successo di pubblico ed è stato interpretato ottimamente da attori del calibro di Luca Marinelli nei panni del cantautore scomparso l’11 Gennaio del 1999, da Enrica Rignon nel ruolo della prima moglie, da Elena Radonicich nel ruolo di Dori Ghezzi e da Ennio Fantastichini nel ruolo del padre del cantautore genovese.

La regia di Luca Facchini ci ha regalato una fiction che ha ripercorso la gioventù del cantautore in una Genova degli anni 50 e 60 dove la vita di De Andrè spensierata e libertina, diventava perfetto scenario di ispirazione per canzoni che nel tempo lo resero celebre. Evidenziate anche le importanti amicizie con Paolo Villaggio, Luigi Tenco e Riccardo Mannerini che segnarono il percorso professionale del cantautore.

Il tentativo già difficile in partenza di raccontare il poeta e cantautore Fabrizio De Andrè sin dalla prima delle delle due puntate, ha subito evidenziato la scelta e la direzione di narrare e romanzare la vita complessa del cantautore mettendo quasi in secondo piano il lato artistico dei suoi album, capolavori assoluti della musica italiana che dimostrarono ed evidenziarono il genio e lo spessore del poeta vissuto in un periodo burrascoso di una Italia alle prese con cambiamenti sociali e ribellione giovanile.

Conoscere alcuni brani capolavoro come “La canzone di Marinella”, “il Pescatore” , “La guerra di Piero” e “Canzone dell’amore perduto” significa solo disconoscere tutta una serie di album capolavoro che hanno trattato argomenti forti e che hanno suscitato e causato non poche polemiche nella stampa con cui il cantautore si è dovuto scontrare più volte.

Per fare un esempio, l’album concept “La buona novella” narra con canzoni pregne di frasi poetiche di una bellezza disarmante la vita di Giuseppe e Maria fino all’avvento di Gesù e la sua successiva crocefissione. L’album uscì nel 1970, anno caldissimo dove contestazioni e terrorismo affliggevano l’Italia intera e un argomento cosi delicato suscitò nella stampa e ammiratori non pochi dubbi e lui stesso da anarchico qual’era dovette spiegare che il suo intento era solo quello di raccontare dai vangeli apocrifi la storia di un rivoluzionario fuori dagli schemi di quei tempi e quindi non anacronistico ma in perfetta simbiosi con i tempi in cui la gioventù studentesca era in fermento rivoluzionario costante.

Tutto questo nel film non viene evidenziato e ancora peggio tre anni dopo quando Fabrizio De Andrè fece uscire un ennesimo capolavoro dal titolo “Storia di un impiegato” dove racconta la storia di un lavoratore disilluso e deluso in un suo presente di conflitti fra stato e borghesia che progetta di fare esplodere un ordigno durante una festa in maschera presenziata da politici e personaggi del governo; altro album che gli procurò non poche grane ma che nella fiction vengono accennate e riassunte in pochi secondi nei quali Fabrizio De Andrè confida a Dori le sue preoccupazioni per frasi tratte da testi del suo album urlate come slogan durante le manifestazioni dei giovani che ogni giorno riempivano le strade delle grandi città.

Contestazioni ed interruzioni di concerti che dovette pure subire quando progettò una turnèe di concerti in tutta Italia insieme alla band di successo PFM ripercorrendo parecchi brani del suo repertorio con un arrangiamento “progressive” magistralmente suonato dal complesso PFM che destò scalpore e venne spesso interpretato come una sorta di tradimento del modo prevalentemente folk con cui Fabrizio De Andrè suonava e registrava i suoi brani.

Spesso nelle interruzioni, fra urla e insulti, De Andrè riusciva a malapena a spiegare che dietro questo progetto c’era solo la voglia di suonare le sue canzoni in una modalità diversa ed arricchita di spunti diversi. Detto questo, ad oggi quel doppio album uscito al termine della tournèe viene considerato e venerato come uno dei concerti più belli di sempre e prepotentemente entrato nella storia della musica italiana. La fortuna e la popolarità del cantautore ebbe inizio quando Mina decise di cantare “La storia di Marinella” durante il programma “Studio Uno” del 1965 e nel tempo Fabrizio De Andrè compose album diversi ma sempre attenti al suo presente e sempre dalla parte degli emarginati, dei perseguitati e di coloro la cui vita gli si ritorceva contro in una morsa di sfortuna e ingiustizia.

Nella fiction tutti questi lati fondamentali sono stati sacrificati sull’altare della storia romanzata del suo primo difficile matrimonio e del sequestro che durò mesi duri fra le sofferenze dei parenti e le difficili trattative per la liberazione. La fiction seppur interpretata bene lascia l’amaro in bocca e sembra invece messa in atto come una operazione commerciale, avallata da Dori Ghezzi, dispiace dirlo, che ha concesso il permesso di raccontare una storia che non ha evidenziato quello che emergeva dai capolavori, unici veri testimoni di quello che è stato Fabrizio De Andrè.
Paolino Canzoneri

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