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Cronaca

Fatta a pezzi, la storia di Pamela Mastropietro [terza puntata]: quegli interrogativi che pesano come macigni sulla struttura Pars di Macerata

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Il 4 maggio 2017 Pamela Mastropietro si presenta al dipartimento per le dipendenze del servizio pubblico del Sistema Sanitario Nazionale – SER D – di via dei Sestili a Roma accompagnata dalla madre per problematiche correlate all’uso di eroina e alcol.

All’esame delle urine risulta positiva agli oppiacei, metadone, cannabinoidi e alcol. E in quello stesso giorno gli operatori del SER D iniziano a somministrarle la terapia farmacologica con metadone cloridrato.

Successivamente l’appuntamento con la psicologa si restringe a un breve colloquio in quanto Pamela si è presentata con molto ritardo. E dopo un successivo appuntamento del 17 maggio del 2017 Pamela non si presenta più al dipartimento per le dipendenze.

Nella richiesta di colloquio di valutazione per l’ingresso all’Unità Operativa Complessa – Uoc – per le patologie da Dipendenza della Asl Rm2 si legge ancora che ci sono stati colloqui con la madre e con la nonna della ragazza le quali hanno riferito la difficoltà nel coinvolgere Pamela in un percorso di cura.

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Da sinistra: la dottoressa Emanuela Lupo psicologa e psicoterapeuta, l’opinionista Giovanni Piersanti, la biologa e genetista forense Marina Baldi e l’avv. Marco Valerio Verni (zio di Pamela Mastropietro) ospiti di Chiara Rai a Officina Stampa del 24/10/2019

Una ragazza dalla personalità complessa

Quello che è emerso è un quadro di una ragazza dalla personalità complessa che rifiuta le cure e scappa spesso da casa. A quel punto i genitori si sono rivolti al Tribunale per i Minorenni di Roma ma all’udienza fissata a giugno del 2017 Pamela non si presenta. Nonostante ciò il Giudice predispone l’affidamento ai Servizi Sociali fino all’età di 21 anni per una “maggiore tutela”. E mette a punto un decreto che prevede un percorso di cura e riabilitazione dalle sostanze e il 16 agosto del 2017 il percorso clinico di Pamela Mastropietro si presenta già ben delineato.

Arriviamo quindi al 29 settembre di quell’anno quando la Cooperativa sociale PARS Pio Carosi Onlus fa presente di essere disposta ad accogliere la ragazza presso la propria comunità Santa Regina a Corridonia, in provincia di Macerata.

Nella scheda di ammissione al PARS vengono indicati alcuni particolari come ad esempio che è la nonna l’amministratore di sostegno della ragazza. Si legge che “in regime di ricovero sono stati tanti gli approcci con gli uomini all’interno del reparto. Si presenta curata ma vissuta (cicatrici da bruciatura nelle braccia, ecchimosi sul collo). Riferisce di fare abuso da quando aveva 12 anni.

Pamela si sfoga e dice di avere problemi con suo padre e con sua madre. “Il padre dopo la separazione è assente – si legge nella relazione – e dice di averlo ritrovato solo verso aprile di quell’anno, quando anche lui è venuto a sapere di problemi di sostanze. I servizi riferiscono, però, che il padre dà la figlia ormai per persa.

La nonna materna è la più guerreggiante attribuendo però le responsabilità di cura, ma anche dei fallimenti alla società, ai servizi che non sono presenti.

La diagnosi della psichiatra è quella di un disturbo borderline, dove non emergono aspetti depressivi ma emergono agiti eterodiretti.

Pamela sembra compensata, in sede di colloqui è sembrata tranquilla e predisposta ad accettare sia il regolamento che la distanza. Di fatto verso la fine di agosto avevano provato a farle fare una precomunità presso Villa Maraini, ma lei è rimasta meno di 12 ore perché avrebbe fatto casino per rientrare al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (spdc).

Il ricovero è dunque avvenuto perché la polizia l’ha ritrovata in strada mezza morta. A quel punto è intervenuto il Tutore Minorile su pressioni del fratello della madre, l’avvocato Marco Valerio Verni, perché altrimenti lei sarebbe uscita dal Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura appena maggiorenne.

Quello che emerge è il profilo di un ragazza complessa che sarebbe arrivata anche a prostituirsi e i servizi dicono che ci sono sospetti fondati che lei sarebbe stata sfruttata da qualcuno che l’avrebbe fatta scappare di casa per la prostituzione.

La madre e i familiari si sono attivati quando lei ha iniziato a fuggire di casa spesso”. Il 18 Ottobre 2017 Pamela firma l’ingresso in comunità a Macerata in regime residenziale di doppia diagnosi. Il primo dicembre nel registro “osservazioni giornaliere” Pamela manifesta una situazione di disagio nella comunità e riferisce di sentirsi osservata. A metà mese, poi, vorrebbe riprendere gli studi ma già intorno al 21 dicembre la situazione si destabilizza di nuovo.

Non tralascia di parlare del rapporto con sua madre ma non ci sono altre precisazioni negli appunti riportati sulle osservazioni da parte della Comunità che ospita Pamela.

Il 9 gennaio del 2018 la situazione precipita ancora perché Pamela, dicono dalla comunità, “vomita costantemente e non vuole smettere”, si legge ancora nelle annotazioni del giorno.

Addirittura la ragazza si provoca dei tagli superficiali, in passato aveva ricorso all’autolesionismo con le bruciature di sigaretta. Pamela manifesta disagio perché “le manca la vita di prima, per certi versi”.

Dal 18 gennaio 2018 al 21 gennaio 2018 Pamela ha usufruito di un permesso per passare del tempo con la famiglia, la madre e i nonni, nelle vicinanze del centro terapeutico. Permesso ritenuto dall’equipe necessario ai fini terapeutici viste le problematiche intercorse nei giorni precedenti.

Che cosa era accaduto? A quali problematiche si fa riferimento? Perché le annotazioni del giorno da parte della comunità sono evidentemente lacunose?

Il 29 gennaio 2018 parte dalla comunità una comunicazione a firma Francesca Fuselli diretta al dipartimento per le dipendenze – SER D – di via dei Sestili a Roma: “In data odierna alle 14:40 circa – si legge – la signora Mastropietro, eludendo la vigilanza degli operatori, si è allontanata arbitrariamente dalla comunità, la quale si è prontamente attivata per ricercarla senza ottenere risultati. La famiglia, l’amministratore di sostegno – la nonna Ndr. – e i Carabinieri di zona sono stati avvertiti”.

Perché la famiglia non è stata avvisata immediatamente? Il grosso giallo della somministrazione di farmaci rimane da risolvere. C’è un fiume di interrogativi che pesano come macigni sulla comunità che ha ospitato Pamela Mastropietro. Perché sulla terapia farmacologica ci sono delle firme che sono palesemente tutte uguali? Perché sembra così normale avere dei dubbi sull’originalità di quelle firme? Pamela prendeva regolarmente i farmaci. Perché sono state trovate tracce di oppiacei nei capelli della ragazza risalenti al periodo in cui lei era in Comunità a Macerata (dal 18 ottobre 2017)?

Perché Pamela il 29 gennaio 2018 si allontana dalla comunità “per problematiche di tossicodipendenza” e per cercare eroina? Non era stata disintossicata?

La nonna in quanto amministratore di sostegno della ragazza veniva informata di tutto? Perché non sono stati fatti dei controlli con i cani antidroga nella struttura?

Eppure sul sito della Cooperativa sociale PARS Pio Carosi Onlus si fa riferimento all’aspetto educativo e alle dimensioni psicoterapeutiche e farmacologiche.

Tra l’altro si legge che l’aspetto farmacologico, approntato a sostegno ed integrazione della psicoterapia, si rivela utile e necessario per alleviare situazioni di disturbo o di sofferenza personale laddove queste non siano altrimenti contenibili; nei casi di “doppia diagnosi” si impongono talora, ad esempio nelle psicosi croniche, trattamenti psicofarmacologici impegnativi e/o di lunga durata. Tale lavoro, che si fonda su una diagnosi attenta e scrupolosa e si avvale anche di valutazione testistica, viene adeguato alla situazione medico – psichiatrica e psicologica, nonché raccordato con gli interventi effettuati dalle strutture invianti e con le situazioni previste al termine del rapporto terapeutico con la Cooperativa. La comunità persone con problemi di dipendenza da sostanze stupefacenti, alcol o altri tipi di dipendenza, anche con patologie psichiatriche correlate, doppia diagnosi.
I programmi di trattamento individualizzati sono organizzati in fasi e prevedono anche un percorso di reinserimento sociale.

Pamela era inserita in questi percorsi o si tratta solo di pubblicità della struttura accreditata al Sistema Sanitario Nazionale?

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Immigrati col Covid. Cittadini si sdraiano per terra per protesta: Santelli pronta a vietare sbarchi in Calabria

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Protesta sulla statale SS 18 ad Amantea (Cosenza) per l’arrivo di 13 migranti positivi al Covid 19, sbarcati a Roccella Jonica. Si tratta di 13 pakistani, al momento asintomatici. La task force dell’Asp di Cosenza ha prontamente avviato i protocolli e sta gestendo in loco il focolaio dei migranti. Saranno visitati dall’equipe medica e poi tamponati nuovamente.

Alcuni cittadini si sono sdraiati a terra chiedendo sicurezza e il trasferimento immediato dei migranti in un centro più idoneo.

“I migranti positivi al Covid-19 arrivati ieri a Roccella Jonica confermano gli enormi rischi connessi agli sbarchi di persone che arrivano da Paesi in cui l’epidemia è ancora fuori controllo”, ha detto il presidente della Regione Calabria, Jole Santelli

“Per mesi – spiega Santelli – abbiamo combattuto il Coronavirus, al costo di grandissimi sacrifici esistenziali, sociali ed economici. Ma ora, a causa di questa incomprensibile indifferenza nei confronti della minaccia rappresentata dagli sbarchi incontrollati, tutti gli sforzi compiuti dai calabresi e dagli italiani rischiano di essere vanificati. Non possiamo consentirlo. Lo Stato, il Governo, devono essere presenti e affrontare una situazione che, da qui in avanti, potrebbe diventare ancora più esplosiva”.

Per la presidente della Regione Jole Santelli l’unica soluzione è “la requisizione di unità navali, da dislocare davanti alle coste delle regioni italiane maggiormente interessate, a bordo delle quali potranno essere svolti i controlli sanitari sugli immigrati e in caso di positività la quarantena obbligatoria”. Santelli scrive al premier Giuseppe Conte che senza una risposta rapida “non esiterò ad agire, vietando gli sbarchi in Calabria”.

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Firenze, revenge porn e traffico immagini hard: denunciati 20 minorenni. Vittime tanti quindicenni

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La Polizia Postale e delle Comunicazioni ha concluso una complessa e delicata attività d´indagine che ha portato alla denuncia in stato di libertà di 20 minorenni, in concorso tra loro, per i reati di detenzione, divulgazione, cessione di materiale pedopornografico e istigazione a delinquere aggravata.
L´attività è stata svolta dai poliziotti del Compartimento Polizia Postale per la Toscana coordinati dal Procuratore Capo della Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Firenze, dott. Antonio Sangermano.
La vicenda è iniziata quando una madre lucchese, trovando sul telefono cellulare del figlio quindicenne numerosi filmati hard con protagoniste giovanissime vittime, si è rivolta alla Polizia Postale chiedendo aiuto.
Dall’analisi del telefonino è emerso un numero esorbitante di filmati e immagini pedopornografiche, anche sotto forma di stickers, scambiate e cedute dal giovane, rivelatosi l´organizzatore e promotore dell´attività criminosa insieme ad altri minori, attraverso Whatsapp, Telegram e altre applicazioni di messaggistica istantanea e social network.
Sul telefono del ragazzo erano inoltre presenti numerosi file “gore” (dall´inglese “incornare”), la nuova frontiera della divulgazione illegale, video e immagini provenienti dal dark web raffiguranti suicidi, mutilazioni, squartamenti e decapitazioni di persone, in qualche caso di animali.
Dopo oltre cinque mesi d´indagini i poliziotti hanno identificato i soggetti che a vario titolo detenevano o scambiavano immagini e video pedopornografico per i quali il Procuratore Capo della Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Firenze ha ritenuto necessario interrompere da subito “l’attività delittuosa” dei minori che condividevano l’inconfessabile segreto di provar gusto in maniera più o meno consapevole nell’osservare quelle immagini di orribili violenze e con contenuti di alta crudeltà.
Le numerose perquisizioni eseguite dalla Polizia Postale e delle Comunicazioni, coordinate dal CNCPO (Centro Nazionale Contrasto alla Pedopornografia Online), sono state eseguite nei confronti di minori nelle città di Lucca, Pisa, Cesena, Ferrara, Reggio Emilia, Ancona, Napoli, Milano, Pavia, Varese, Lecce, Roma, Potenza e Vicenza.
Il più “anziano” del gruppo ha compiuto da poco 17 anni, il più giovane ne ha 13. A far parte delle chat dell’orrore vi erano anche 7 adolescenti, tutti 13enni.
Sono stati sequestrati decine di telefonini e computer, dalla cui perquisizione informatica sono emersi elementi di riscontro inconfutabili.
Sono in corso, da parte degli esperti della Polizia Postale, approfondite analisi di tutti i supporti sequestrati al fine di acquisire le prove informatiche e verificare il coinvolgimento di altri soggetti, nonché l´ambito di diffusione del fenomeno.
Per contrastare il fenomeno si evidenzia l´importanza per tutti gli utenti di segnalare eventuali contenuti illeciti rinvenuti sul web rivolgendosi al Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni, sia mediante il Commissariato di P.S. Online (dove sono proposte per i genitori linee guida e suggerimenti utili a contenere i rischi presenti in rete) sia attraverso le diverse Sezioni e Compartimenti di Polizia Postale presenti su tutto il territorio nazionale.

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Palermo, sparatoria tra due famiglie nel quartiere Danisinni: 3 arresti

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I Carabinieri della Compagnia Piazza Verdi delegati dalla Procura della Repubblica di Palermo hanno dato esecuzione ad un’ordinanza applicativa della misura della custodia cautelare in carcere emessa dal GIP del Tribunale nei confronti di 3 indagati ritenuti responsabili, a vario titolo, di rissa, lesioni personali, deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, tentato omicidio, detenzione e porto abusivo di arma da sparo.

I fatti oggetto di indagine risalgono al 16 settembre 2019, allorquando in via Regina Bianca, a Palermo, nel quartiere Danisinni, vi fu una violenta rissa tra un gruppo di persone di due distinti nuclei familiari.

Uno degli indagati, Davide Gargano, destinatario della misura cautelare, era rimasto a terra con gravi lesioni al braccio, ad una costola e alle ossa nasali, e, poco dopo, come reazione, ne era scaturita una sparatoria, all’esito della quale erano rimasti feriti due persone, del nucleo familiare Giordano, uno attinto di striscio all’addome e l’altro, Gianluca, destinatario della misura cautelare, attinto da diversi proiettili al femore e al polso.

L’indagine, corroborata dalle risultanze dei rilievi scientifici eseguiti sulla scena del crimine, ha permesso di ricondurre la vicenda ad una vera e propria faida tra i due nuclei familiari Giordano e Gargano, a seguito di un tamponamento tra un’autovettura, condotta da Davide Gargano, e uno scooter, di proprietà di Giordano Gianluca.

Antonino Gargano, fratello di Davide, detentore illegale di arma, avendo visto il congiunto soccombere alla violenta aggressione del nucleo familiare rivale, esplodeva diversi colpi all’indirizzo dei Giordano, rendendosi poi irreperibile nei giorni immediatamente successivi. Lo stesso si era presentato presso la Caserma dei Carabinieri con l’avvocato il 19 settembre scorso, 3 giorni dopo i fatti.

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