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Economia e Finanza

Fatturazione elettronica e violazione della Privacy, Marco Sivestroni: “Qui c’è un problema a monte” L’intervista

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L’obbligo relativo alla fatturazione elettronica tra privati stabilito a partire dal 1 gennaio 2019 sembra destinato a slittare dopo l’autorevole intervento del Garante sulla Privacy. Il provvedimento n. 481 del 15 novembre 2018 non lascia adito a dubbi: il sistema congegnato dall’Agenzia delle Entrate viola la normativa italiana ed europea sulla protezione dei dati personali.
Le criticità sono legate tanto alla trasmissione, quanto alla ricezione e alla conservazione delle fatture.
Grandi concentrazioni di dati rappresentano infatti una ricchezza molto appetibile e, se priva di cifratura e memorizzata su server di posta elettronica, anche facilmente aggredibile.

Sul tema abbiamo voluto sentire l’Onorevole Marco Silvestroni (FdI) anche alla luce dei suoi emendamenti in finanziaria.

Onorevole, alla luce delle criticità rilevate dal Garante sul sistema per la fatturazione elettronica predisposto dall’Agenzia, si è venuta a creare confusione in migliaia di professionisti e imprese che ora non sanno come prepararsi ad affrontare il 1 gennaio 2019. Fratelli d’Italia cosa chiederà al Governo in merito?

Con tutto il rispetto per il lavoro del Garante della Privacy, ma qui c’è un problema a monte. Il problema delle imprese è avere l’ennesimo fardello burocratico messo dallo stato incapace di fare il proprio lavoro cioè i controlli sulla evasione e perciò lo scarica sui cittadini. Non è giusto che una piccola impresa ha potenzialmente un controllo e delle incombenze burocratiche ogni 3 giorni. Dal 1 gennaio 2019 le piccole aziende familiari e le piccole e medie imprese compresi i professionisti hanno un ulteriore obbligo ” la fattura elettronica” e devono spendere oltre 1.500 euro all’anno in più rispetto il 2018. Non mi sembra un buon sistema per rilanciare l’economia e aiutare quei pochi che cercano di creare ricchezza. Il governo ha a disposizione la proposta di legge depositata da Fratelli d’Italia, che prevede il graduale inserimento dell’obbligo della fatturazione elettronica partendo dalle grandi imprese e grandi fatturati per arrivare in 4 -5 anni agli artigiani e alle piccole imprese. Dando così al sistema la possibilità all’Agenzia delle Entrate di correggere eventuali errori e snellire le procedure e i costi.

Riguardo le altre criticità che lei ha già evidenziato la scorsa settimana insieme all’Ordine dei commercialisti del Lazio durante la conferenza alla Camera, alla luce del fatto che ora l’Agenzia dovrà rivedere tutto il sistema ritiene che sia necessario apportare altre modifiche con particolare riguardo al Terzo settore?

Per me il terzo settore dovrebbe essere del tutto esentato da questo ulteriore fardello della fatturazione elettronica anzi dovrebbe essere ulteriormente snellito il sistema di tassazione per chi opera nel no profit e comunque garantisce servizi spesso essenziali per i più fragili. Di contro chi dietro il no profit si arricchisce ingiustamente e illegalmente deve finire in galera e pensare a lungo che sulla pelle dei più deboli non si deve giocare.

Puo’ chiarire meglio quali punti della finanziaria andrebbero rivisti secondo lei?

In questa finanziaria varata da lega e dai 5 stelle troppi pochi punti del programma di chi ha vinto le elezioni ovvero il centro destra. Troppa poca attenzione a chi crea ricchezza e può garantire crescita e benessere ossia imprese e lavoratori. Uno stato si mette a fare assistenzialismo quando ha la disoccupazione al 4% no al 12% e quando la disoccupazione giovanile non sta vicino al 40% come sta adesso. In Italia non c’è lavoro e non si creerà buttando 9 miliardi sul reddito di cittadinanza. Bisognava selezionare e darsi delle priorità, perché oggi c’è un Italia da salvare, con pensioni di invalidità a 278 euro e indennità di accompagno a 516 euro in un contesto nazionale di 5 milioni di poveri.

Da dove partire per me e Fratelli d’Italia è chiaro: i miei emendamenti in finanziaria sono da giovedì 15 Novembre a disposizione del governo e della maggioranza, vediamo se le mie proposte di buon senso verranno accolte e se saranno all’altezza del cambiamento che viene tanto sbandierato.

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Economia e Finanza

Riforma del Terzo Settore, a “Ci vediamo a via Veneto” l’avvocato Gabriele Sepio spiega cosa cambia

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Una puntata di “Ci vediamo a via Veneto”, quella che verrà trasmessa alle ore 18 di sabato 25 gennaio 2020, come sempre nell’esclusiva location dell’Harry’s Bar di via Vittorio Veneto, che vedrà come ospite l’avvocato Gabriele Sepio.

Sepio è membro del Consiglio Nazionale del Terzo Settore, del Comitato di Gestione della Fondazione Italia Sociale, editorialista de “Il Sole 24 Ore” per economia e finanza, Coordinatore del Tavolo tecnico-fiscale per la Riforma del Terzo Settore e consulente del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Un’intervista per cercare di capire, a pochi giorni dall’entrata in vigore della Riforma del Terzo Settore, cosa cambierà.

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Economia e Finanza

Ristorazione in Italia, stato di salute del settore e le nuove tendenze dei consumi nel rapporto FIPE 2019

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Cambiano i ritmi di vita, i luoghi di consumo, gli stili alimentari, ma una cosa è certa: la passione degli italiani per il ristorante e la buona cucina non accenna a tramontare. Al contrario.

Se si guarda ai dati assemblati da Fipe, la Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi, all’interno del rapporto 2019, appena presentato a Roma, infatti, si nota come il settore della ristorazione stia conoscendo una stagione estremamente dinamica.

Il Presidente ed il Direttore Generale di FIPE

Gli italiani infatti non solo investono di più, ma lo fanno in maniera sempre più mirata, andando a ricercare la miglior qualità dei prodotti locali e un servizio attento alla sostenibilità ambientale. Una marcia in più per un comparto che si muove all’interno di un quadro congiunturale niente non semplice, con un 2019 che ha visto il moltiplicarsi di forme di concorrenza sleale nel mondo del cibo. Hanno preso parte alla presentazione, il presidente di Fipe, Lino Enrico Stoppani, il direttore generale, Roberto Calugi, ed il vice direttore generale, Luciano Sbraga.

Il mondo della ristorazione– ha dichiarato il presidente di Fipe, Lino Enrico Stoppaniè un grande asset della nostra economia e un patrimonio, anche culturale, del Paese. I dati parlano chiaro: con 46 miliardi di euro siamo la prima componente del valore aggiunto della filiera agroalimentare, continuiamo a far crescere l’occupazione e contribuiamo alla tenuta dei consumi alimentari: negli ultimi 10 anni, nonostante la crisi, gli italiani hanno speso sempre di più per mangiare fuori casa, riducendo al contrario la spesa in casa. Merito di un’offerta che cresce in segmentazione dei formati commerciali, in qualità dell’offerta gastronomica e in professionalità. I milioni di turisti che arrivano in Italia mettono proprio bar e ristoranti tra le cose che maggiormente apprezzano del nostro Paese.” “Questo – ha aggiunto Stoppani – non è un settore dove si vive di rendita, come dimostra l’altissimo turnover imprenditoriale. I nostri imprenditori si stanno dimostrando particolarmente attenti ad alcune nuove tendenze del mercato: sono in prima linea nella lotta allo spreco alimentare e molto sensibili sia al tema della sostenibilità ambientale che a quello della valorizzazione dei prodotti del territorio. Su questo punto giova ricordare che come settore acquistiamo ogni anno 20 miliardi di euro di materie prime alimentari sia dall’industria che dall’agricoltura”.

A colazione e a pranzo, vince il fuori casa

Dall’analisi in dettaglio del rapporto 2019, si scopre che ogni giorno circa cinque milioni di persone, il 10,8% degli italiani, fanno colazione in uno dei 148mila bar della penisola. Altrettante sono le persone che ogni giorno pranzano fuori casa, mentre sono poco meno di 10 milioni (18,5%) gli italiani che cenano al ristorante almeno due volte a settimana.  Un vero e proprio esercito di consumatori che nel 2018 ha speso, tra bar e ristoranti, 84,3 miliardi di euro, l’1,7% in più in termini reali rispetto all’anno precedente e che nel 2019 ha fatto ancora meglio, arrivando complessivamente a spenderne 86 milioni. La ciliegina sulla torta di un decennio che ha visto i consumi degli italiani spostarsi al di fuori delle mura domestiche: tra il 2008 e il 2018, infatti, l’incremento reale nel mondo della ristorazione è stato del 5,7%, pari a 4,9 miliardi di euro, a fronte di una riduzione di circa 8,6 miliardi di euro dei consumi alimentari in casa. Una cifra, quest’ultima, che nel 2019 è salita a 8,9 miliardi di euro. Una performance che consente al mercato italiano della ristorazione di diventare il terzo più grande in Europa, dopo quelli di Gran Bretagna e Spagna e che ha ricadute positive sull’intera economia italiana e in particolare sulla filiera agroalimentare. Ogni anno, infatti, la ristorazione acquista prodotti alimentari per un totale di 20 miliardi di euro, andando a creare un valore aggiunto superiore ai 46 miliardi, il 34% del valore complessivo dell’intera filiera agroalimentare.

Prodotti tracciabili e zero sprechi

Nonostante la sperimentazione degli chef televisivi abbia raggiunto in questi anni livelli record, ciò che attira in maniera sempre più marcata i consumatori all’interno dei ristoranti è la tradizione. Il 50% degli intervistati da Fipe, infatti, cerca e trova nei locali che frequenta un’ampia offerta di prodotti del territorio, preparati con ricette classiche ma non solo. Il 90,7% dei clienti confessa di essersi fatto tentare da piatti nuovi e mai provati, mentre il 60,5% ammette di andare al ristorante anche per affinare il proprio palato. Tutti, o quasi, concordano, però su un punto: è fondamentale sapere ciò che si mangia. Il 68,1% dei clienti quando entra al ristorante, per prima cosa si informa sulla provenienza geografica dei prodotti, il 58,5% sui valori nutrizionali dei piatti e il 54,5% sull’origine e la storia di una ricetta. L’altro elemento che incide sulla scelta di un locale è la sua politica “verde”. Sette consumatori su dieci sostengono infatti che sia importante che i ristoranti operino in modo sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale. Il che significa, per il 37,7% degli avventori, che portino avanti politiche contro lo spreco alimentare dotandosi di doggy bag o rimpiattini, per il 36,7% che utilizzino materie prime provenienti da allevamenti sostenibili, mentre per il 33,3% che limitino l’uso della plastica. Solo meno di un italiano su tre rimane totalmente indifferente di fronte a questo tipo di politiche sostenibili.

Un marchio doc contro la contraffazione alimentare

Quello della contraffazione alimentare dei prodotti italiani è un problema che si sta estendendo sempre più e che ormai non vede coinvolti solo i prodotti italiani. Sempre più numerosi sono infatti i casi di plagio all’estero dei marchi dei principali ristoranti e delle pasticcerie italiane più note. Per questo è stato creato il marchio di riconoscimento “ospitalità italiana”, attraverso il quale il nostro Paese certifica che si tratta di ristoranti che utilizzano prodotti italiani e si ispirano ad autentiche ricette italiane con una forte enfasi sulle cucine del territorio. La presenza è diffusa ovunque, dall’Europa all’Oceania: il Paese con il maggior numero di ristoranti certificati sono gli Stati Uniti d’America e la prima città è New York. In totale, sugli oltre 60mila ristoranti “all’italiana” presenti nel mondo, solo 2.200 hanno ottenuto questo importante riconoscimento.

Donne, giovani e stranieri. sempre più occupati nella ristorazione

Secondo l’ultimo censimento disponibile, sono 336mila le imprese della ristorazione attualmente attive. Sono 112.441 quelle gestite da donne che scelgono in un caso su due di aprire un ristorante. 56.606 imprese sono, invece, gestite da giovani sotto i 35. Sono infine 45mila le imprese che hanno soci o titolari stranieri. Nel mondo della ristorazione l’occupazione rimane stabile rispetto allo scorso anno (1,2 milioni di dipendenti di cui il 52% donne) ma sul lungo periodo mostra un’impennata notevole, soprattutto rispetto agli altri settori dell’economia nazionale. Negli ultimi 10 anni fa, infatti, i posti di lavoro, misurati in unità di lavoro standard, in bar e ristoranti sono cresciuti del 20%, a fronte di un calo dell’occupazione totale del 3,4%.

Luci e ombre

Esistono alcune criticità strutturali nel mercato della ristorazione e alcuni fenomeni recenti. Da un lato il settore soffre ancora di un elevato tasso di mortalità imprenditoriale: dopo un anno chiude il 25% dei ristoranti; dopo 3 anni abbassa le serrande quasi un locale su due, mentre dopo 5 anni le chiusure interessano il 57% di bar e ristoranti. Un dato che fa il paio con la bassa produttività di questo settore: il valore aggiunto per unità di lavoro è di 38.700 euro, il 41% più basso rispetto al dato complessivo dell’intera economia. Nel corso degli ultimi 10 anni il valore aggiunto per ora lavorata è sceso di 9 punti percentuali. La novità risiede invece nelle piaghe dell’abusivismo commerciale e della concorrenza sleale. Nei centri storici, nel corso degli ultimi 10 anni, si è impennato il numero di paninoteche, kebab e (finti) da asporto di ogni genere (+54,7%), mentre sono diminuiti i bar (-0,5%). Il pubblico esercizio deve fare i conti con una concorrenza ormai fuori controllo. Crescono soprattutto le attività senza spazi, senza personale, senza servizi soprattutto nei centri storici delle città più grandi.

Questo – continua il Presidente Stoppani – dipende da una molteplicità di fattori: i costi di locazione sono diventati insostenibili, il servizio richiede personale e il personale costa, gli oneri di gestione, a cominciare dalla Tari, sono sempre più pesanti. La scorciatoia è fatta da attività senza servizio, senza spazi e con personale ridotto all’osso, ed è favorita da politiche poco lungimiranti delle amministrazioni locali che consentono a tutti di fare tutto senza il rispetto del principio “stesso mercato, stesse regole” che per noi è alla base di una buona e sana concorrenza. La disparità di condizioni non genera soltanto concorrenza sleale, ma finisce per impoverire il mercato stesso, la sicurezza dei consumatori e la qualità delle nostre città”.

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Economia e Finanza

Milano, all’UniCredit Tower Hall il rapporto sul turismo enogastronomico 2020

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MILANO – UniCredit è sponsor del Rapporto sul Turismo Enogastronomico 2020, la ricerca più completa sulla domanda e sull’offerta del settore, promosso e realizzato dall’Associazione Italiana Turismo Enogastronomico

Il rapporto verrà presentato il 29 gennaio alle 15.00, presso UniCredit Tower Hall (via Fratelli Castiglioni 12 a Milano), una presentazione riservata solo ed unicamente alla stampa accreditata.

Si parlerà dell’offerta di prodotti e servizi del settore, scenario europeo nel contesto italiano, prodotti d’eccellenza, strategie di crescita, intermediazione, caratteristiche della domanda con focus sui turisti enogastronomici, impatto sul settore, influenze sociali, ecc.

Saranno presenti Massimo Costantino Macchitella (UniCredit), Roberta Garibaldi (coordinatrice della ricerca nonché massima esperta di turismo e cultura, docente presso l’Università degli Studi di Bergamo e consulente di UniCredit all’interno del programma Made4Italy), Bruno Bertero (PromoTurismoFVG), Giorgio Palmucci (Presidente Enit), Alberto Lupini (Direttore responsabile Italia a Tavola).

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