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Editoriali

FEMMINICIDIO: LE INIZIATIVE DELL'ASSOCIAZIONE BORGO ANTICO PORTASALZA PER DIRE NO ALLA VIOLENZA SULLE DONNE

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Tempo di lettura 11 minuti "Se non puoi amarmi come merito non tornare… Perché probabilmente mi sono sbagliata sul tuo conto…"

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di Domenico Leccese

Potenza – Nel corso del 2015, con numerose iniziative, sul territorio nazionale, l'Associazione Culturale Borgo Antico Portasalza (di cui il sottoscritto è Presidente), ha cercato di mobilitare l'opinione pubblica sul tema, tristemente attuale, della violenza sulle donne, quindi cercando di alimentare un dibattito circa l'entità del fenomeno e le sue cause., Le varie iniziative intraprese nell'ottica di essere un grande aiuto soprattutto nell'acquisizione di una sempre maggiore consapevolezza del problema.

Ciò che onestamente non condivido è il termine "femminicidio"; l'uccisione di una donna è omicidio a tutti gli effetti, reato già previsto e sanzionato dal nostro codice; la donna, a mio avviso, non necessita di appartenere ad un genere "speciale", ha solo il sacrosanto diritto, esattamente come ogni altro essere umano, di essere protetta e tutelata nei confronti di ogni forma di violenza, dalla più lieve alla più esasperata. Ciò che conta davvero, al di là di termini coniati ad hoc e spesso rispondenti a mere logiche propagandistiche, è che ogni forma di violenza, di ogni grado e perpetrata nei confronti di qualsiasi genere (ed è questo la speranza di cui tutti quanti, anche attraverso iniziative come questa ci facciamo portavoce), sia sempre e comunque, senza se, senza ma e senza escamotage di sorta, punita severamente, ove necessario anche, e mi riferisco all'ipotesi dello stalking, arretrando la soglia di punibilità. A riguardo è significativo quanto affermato dallo scrittore e saggista israeliano David Grossman: “Mi ha fatto molto piacere e mi ha fatto anche molto male. Non avevo mai conosciuto in vita mia un piacere e un dolore simili, così fusi insieme. Prometto che non ti scriverò e che non cercherò di mettermi in contatto con te. Non ti importunerò mai più. A malincuore chiuderò la porta che ti ho aperto con tanta gioia. Ma se per qualche motivo deciderai di tornare da me, devi sapere che in questa fase della mia vita ho bisogno della tua disponibilità più completa e della tua capacità di comprensione più profonda. Ho bisogno che tu fluisca liberamente verso di me, senza alcun ostacolo esterno. Ne ho bisogno come dell’aria che respiro. Se non puoi donarmi tutto questo, non venire. Davvero: non venire. Perché probabilmente mi sono sbagliata sul tuo conto”

Le statistiche italiane parlano chiaro.
Ogni due giorni una donna viene uccisa. E’ il femminicidio il fenomeno più amaro. Quando l’uomo a bestia feroce è a guisa. Bisogna avere il coraggio di denunciare. Trovare la forza di fermarlo molto prima. Tanto si sa che finirà con l’ammazzare. Botte, violenze, e quel pensiero sempre in cima. Il principe azzurro che si trasforma in mostro. E’ una metamorfosi del tutto sconvolgente. Gesù, Giuseppe, Maria, Padre Nostro. Ma il cielo tace e pure lo consente. Uomini intelligenti e colti diventano violenti. Ché non accettano la fine di un rapporto. “E’ perché l’amavo troppo” – così giustificano i fendenti. La loro è una vita inutile, ma intanto c’è chi è morto. Pretendono l’amore con la persecuzione. Non è così che si entra nel suo cuore. I sentimenti esigono la buona educazione. Non la vendetta, né l’odio, né tutto quel dolore. A un passato incancellabile senza rispetto e stima. Una seconda possibilità mai sarà data. Ritornerà di nuovo il mostro che era prima. Sotto lo stretto sigillo di una mente malata. Si spera che non diventino come i padri i figli. Han guardato la madre piangere con un occhio nero. Che alla compagna non mostrino gli artigli. Dalla parte delle donne con animo sincero. No al silenzio e uniti contro la violenza. Punire i comportamenti possessivi ed incivili Chi uccide non dovrà affidarsi alla clemenza. Lo stalking è il segno indelebile dei vili.

L' Abisso Regia di Patrice Makabu: Uno spot di forte impatto comunicativo che mette a nudo il dilagante fenomeno della violenza sulle donne, che fa riflettere, ma soprattutto una forte denuncia contro un fenomeno che deve essere arginato grazie al coraggio e alla consapevolezza di tutte le donne e di tutti gli uomini ad opporsi ed a reagire ad ogni forma di sopruso e violenza.

Guardalo in versione integrale

Il Caso del Marchese Casati raccontato da Dott. Domenico Scali detto Mimmo, una prestigiosa figura istituzionale, ex dirigente generale della Polizia di Stato, già capo della Squadra Omicidi e capo della Squadra Mobile di Roma più volte nel mirino delle Brigate Rosse; questore in varie province italiane, tra cui Catanzaro, dove nella Locride ha strenuamente combattuto la 'Ndrangheta; infine presidente della Commissione per il Concorso nella Polizia. Una fine estate torrida quella del 1970 a Roma. L’elegante quartiere dei Parioli alle sette di sera del 30 agosto è praticamente deserto. Gli abitanti di quella zona così ricca ed esclusiva sono quasi tutti ancora in vacanza. Nessuno dalla strada ode quei tre colpi di fucile da caccia che, in rapida successione, squassano il silenzio del lussuoso attico di via Puccini 9. Li sente solo la servitù che non osa però entrare nello studio del marchese Camillo Casati Stampa di Soncino. L’ordine è stato tassativo: nessuno deve disturbare. Non resta loro che chiamare la polizia. Lo spettacolo che si presenta agli increduli agenti è sconvolgente: Anna Fallarino, coniugata Casati, la moglie del marchese, ancora bellissima e seducente, nonostante i suoi 41 anni, è riversa senza vita su una poltrona, un seno spappolato da una raffica di pallini sparati da un fucile da caccia calibro 12. Dietro un tavolino rovesciato c’è il corpo esanime di un giovane: è Massimo Minorenti, 25 anni, amante della donna. Lui, il marchese Casati, 43 anni, è sdraiato a terra con accanto il fucile ancora caldo. Un colpo gli ha staccato una parte del viso. Un orecchio penzola dalla cornice di un quadro. Per gli investigatori è un caso che si chiude prima ancora di essere aperto. Il marchese, che aveva convocato i due fedifraghi per un ultimo chiarimento, in preda ad un raptus di follia dettato dalla gelosia, ha prima ucciso la moglie, poi ha fatto fuoco sul giovane e alla fine si è tolto la vita. Nessun mistero. Eppure la strage di via Puccini diventa il giallo dell’estate, tra i delitti dell’Italia del dopoguerra certamente quello che più eccita al morbosità dei media e dell’opinione pubblica. Il risvolto morboso sta nelle personalità delle tre vittime: lui, nobile e ricchissimo; lei, poverissima, che grazie alla sua bellezza prorompente aveva scalato tutti i gradini della scala sociale; l’altro il giovane studente fuori corso, bello e squattrinato. Ma soprattutto nei retroscena nascosti in una sterminata collezioni di foto osè dove la marchesa è ritratta in posizioni oscene, sola oppure con altri uomini e altre donne. E poi dal minuzioso diario tenuto dal marchese, dove si racconta del suo voyeurismo e delle sensazioni che provava a spiare la moglie posseduta da altri maschi, spesso compagni occasionali, che lui pagava un tanto a prestazione. L’Italietta di quell’inizio dei tremendi anni Settanta – che legge di nascosto Playboy dove al massimo riesce a scrutare la curva di un seno velato – di fronte all’emergere così palese di quel mondo viziato e vizioso perde la testa. Le foto di lei finiscono su riviste scandalistiche specializzate. La storia di quel triangolo maledetto appassiona il pubblico: dopo anni di giochi erotici che forse appassionavano anche lei, ma piacevano tanto a lui, Anna aveva scoperto l’amore di un ragazzo di tanti anni più giovane di lei. Lui, che sopportava che altri uomini possedessero quel corpo così bello, impazzì, uccise e si uccise perché lei aveva scoperto l’amore. Che il corpo appartenesse anche ad altri, lo eccitava. Che qualcuno ora possedesse il suo cuore questo no, non poteva sopportarlo.

Con il Dott. Massimo Mangiapelo, giornalista professionista, direttore della “We Do Production, autore del libro Federica la ragazza del lago” discutiamo di Federica la ragazza del Lago di Massimo Mangiapelo con la Prefazione della Dott.ssa Marina Baldi.

Dalla prefazione: I suoi grandi occhi azzurri da gattina: ecco cosa mi ha colpito di Federica la prima volta che l'ho vista, sullo schermo del televisore che mostrava la foto di una bellissima ragazzina, solare e felice mentre veniva trasmessa la notizia della sua morte. Ormai le notizie di cronaca si susseguono così velocemente che difficilmente ci fermiamo a pensare. Chi era quella ragazza? Cosa pensava, cosa provava e quali erano i suoi desideri? Cosa stanno vivendo le persone che amavano questa piccola bimba ribelle e bellissima? Cosa le ha detto mamma Rosella l'ultima volta che la ha vista? e papà Luigi? Perchè non l'ha abbracciata e baciata, perchè non é riuscita a proteggerla e a garantirle una vita felice? Perchè chi diceva amarla ha mentito e le ha fatto del male? Queste sono le domande ed i sentimenti che mi hanno riempito il cuore mano a mano che le notizie sulla morte di Federica venivano diffuse.

“Federica, la ragazza del lago” è un romanzo autobiografico. La vicenda narra la storia di Federica Mangiapelo, la ragazza trovata morta due anni fa, in circostanze non ancora chiarite, sulla riva del lago di Bracciano, in località Vigna di Valle ad Anguillara Sabazia. La storia ha avuto un forte risalto a livello di cronaca nazionale, sia per quanto riguarda le emittenti televisive che per la carta stampata, oltre che nel panorama dell’ampio mondo del web. E’ un romanzo autobiografico in quanto chi scrive l’opera è lo zio della vittima. Il papà di Federica è suo fratello. “Quando ho iniziato a scrivere queste mie impressioni – scrive Massimo Mangiapelo, autore del libro – l’ho fatto soprattutto per rendere omaggio a mia nipote, una ragazza di sedici anni, nel pieno della vita, che non meritava una fine del genere. Ma soprattutto ho voluto mettere nero su bianco quello che personalmente ho vissuto con la sua perdita, raccontando momento per momento, dal giorno della sua morte ad oggi, quello che ha vissuto la mia famiglia, quello che hanno vissuto mio fratello e la mamma di Federica, mia moglie, i miei genitori, tutti gli amici che ci sono stati accanto”. Massimo Mangiapelo è un giornalista professionista, con una carriera ventennale alle spalle. Ma la vicenda di Federica gli ha fatto emergere dei dubbi sulla serietà di una parte del mondo dei mass media. . Il libro “Federica, la ragazza del lago” è suddiviso in due parti ben distinte. Mangiapelo ha adottato i caratteri del corsivo e dello stampato per raccontare due elementi diversi. Le parti in corsivo descrivono le sue sensazioni, i suoi ricordi e quelli degli amici di Federica, le impressioni. Con il corsivo vengono descritte alcune problematiche quali la violenza sulle donne, la violenza dei mass media che si buttano a capofitto su vicende che devastano i diretti interessati. Vengono raccontati episodi del passato che mettono in evidenza il carattere, anche problematico, di Federica. Ma anche la sua parte migliore, quella di essere una donna-bambina che non aveva peli sulla lingua e si nascondeva dietro la maschera della ribellione per combattere i problemi che aveva vissuto nell’infanzia (la separazione dei genitori e il piccolo male, due elementi che l’avevano fatta crescere troppo in fretta rispetto ai suoi coetanei). Le parti in stampato, invece, rappresentano la storia, nuda e cruda, di come l’autore ha vissuto questa esperienza drammatica. Si parte dalla telefonata della madre in cui gli comunica che Federica era morta. E si prosegue, momento dopo momento, alle ore ed ai giorni successivi. In questa fase vengono descritte le prime giornate vissute ad Anguillara dopo il decesso della nipote, fino al giorno del suo funerale. Poi il testo si dilunga alle fasi successive, alla vicenda giudiziaria partita male. A quel punto l’autore illustra la tenacia della sua famiglia, con l’appoggio degli avvocati, per la riapertura del caso, fino a giungere alla conclusione, grazie alle prove che ora sono agli atti del Tribunale di Civitavecchia, che il fidanzato è coinvolto nella morte di Federica.

La parte giudiziaria, comunque, serve solo da corollario per far capire a chi legge come si sono svolte le indagini. Mangiapelo racconta questa parte, dunque, per dovere di cronaca. Ma quello che gli interessa maggiormente è il lato umano della vicenda, quello che le cronache non riferiscono. E non c’è modo migliore per far emergere questo aspetto, ossia l’aspetto umano vissuto dalla famiglia di Federica raccontata dallo zio. E’ un’immersione dentro l’anima per cercare di far comprendere ai lettori quello che si prova quando si vive un’esperienza così drammatica e la scia di dolore che resta viva, come una fiamma eterna, nel ricordo di una nipote (e di una figlia nel caso dei genitori) che, nonostante la giustizia faccia il suo corso, nessuno potrà mai ridarti.

Con il Dott. Giancarlo Piermartiri, esperto, si discute dei  sistemi di sicurezza (Angelo Protettore S.O.S.) in qualità di rappresentante di "LIFE CARE " unico marchio in Europa che fornisce strumenti atti a contrastare la violenza di genere, posizionandosi vicino a tutte le Associazioni presenti sul territorio Nazionale.
Realizzatore di sistemi di sicurezza alla guida in auto contro i colpi di sonno e distrazione; realizzatore del Progetto Europeo per il Numero Unico di Emergenza Europeo; realizzatore di sistemi di sicurezza personali contro stalking, stupri, aggressioni, bullismo; realizzatore di strumenti ad alta tecnologia per richieste di soccorso e rintracciamento di persone scomparse. I Sistemi di sicurezza ci sono vanno utilizzati, per contrastare il fenomeno.
 

Riflettete liberamente. – "L'ignoranza flagello dell’umanità". La ‪‎ignoranza‬ ha la facoltà di trasformare in un batter d’occhio le migliori idee, le più belle parole, le azioni più riuscite, in una catastrofe. Di tutti i nemici che possa avere l’uomo, l’ignoranza è la peggiore. E’ la causa di tutti gli altri ‪‎flagelli‬ come la ‪‎superbia‬ lo ‪‎odio‬ la ‪‎invidia‬ lo ‪‎orgoglio‬ la ‪‎arroganza‬ la ‪‎disonestà‬ e simili. L’ignoranza gonfia il tuo errato concetto di te stesso. Ti fa credere che sei particolarmente astuto, raffinato, superiore a tutti. L’ignoranza non tiene in considerazione nessuna virtù: ‪‎umiltà‬ ‪‎riservatezza‬ ‪‎pazienza‬ ‪‎ragionevolezza‬ e ‪‎saggezza‬ le ritiene qualità che magari per altri possono essere buone, ma per essa sono solo di impedimento. Non dobbiamo farci intimidire, l'ignoranza si combatte attraverso l'educazione e il dialogo.

In questi anni si  parla molto di un fenomeno che ha raggiunto dimensioni eclatanti, il femminicidio. Ultimamente tutti i media (video/audio, stampa e internet) raccontano fatti realmente accaduti riguardanti la violenza sulle donne che talvolta termina con la morte della vittima predestinata.
Spesso accade che le donne siano “oggetto” di vendetta da parte di fidanzati, mariti , compagni o addirittura di ex, ma anche di persone conosciute occasionalmente tramite siti web e/o social network.
Nel mese di luglio ho potuto leggere tabella di giornale riguardanti 4 casi di femminicidio. Il primo raccontava del sindaco Laura Prati, ferita da alcuni colpi di pistola da un ex funzionario della polizia Giuseppe Pegoraro. Egli è entrato nell’ufficio del sindaco alle 9:30 del giorno 2 luglio 2013 e le ha sparato; dopo un breve inseguimento è stato arrestato. 20 giorni dopo l’aggressione il sindaco non ce l’ha fatta ed è morto. Il secondo, riguarda una donna uccisa a martellate dall’ex compagno, il quale ha scontato solo 1 mese della sua pena in carcere ed il restante in una lussuosa casa di cura in Liguria.                                                        
Il terzo articolo scriveva di una donna di nome Anna Laura Millacci la quale ha denunciato il suo ex compagno Di Cataldo, per le percosse subite, tramite delle foto pubblicate su Facebook che ritraevano la donna con il viso sporco di sangue e con diversi ematomi. Anche la colf di casa Di Cataldo ha raccontato di aver visto a giugno il cantante picchiare la compagna. L’ultimo articolo riguarda un rumeno di nome Rica Manole, il quale dopo aver incontrato la ex moglie Cristina con il nuovo compagno decide di invitarli a bere un drink in un bar di viale Certosa. Dopo un litigio Manole estrae una bottiglia di alcol e versa il suo contenuto su di essi, cercando di dar loro fuoco. La donna ha riportato ustioni sul 40% del corpo, mentre il compagno marocchino, Ibrahim, è in condizioni meno gravi. L’aggressore è stato fermato dai carabinieri ed ora è in custodia cautelare per tentato omicidio plurimo.
Questi sono solo pochi casi di un fenomeno in crescita e in questi ultimi tempi, fortunatamente il governo ha pensato di creare un decreto legge che, in primo luogo garantisce l’inasprimento delle pene in caso di maltrattamento in presenza di minori, in caso di violenza sessuale su donne in gravidanza e per il coniuge, anche se divorziato o separato. In secondo caso vi è la possibilità per gli inquirenti di raccogliere le testimonianze in modalità protetta, ossia, la vittima potrà essere interrogata senza aver difronte il compagno. Un altro punto molto importante è quello della irrevocabilità della querela, grazie alla quale una volta sporta denuncia questa non può essere ritirata. Sicuramente tutto ciò disincentiva altri episodi di stalking ed impedisce che l’uomo continui tormentare la donna per convincerla a tornare sui suoi passi. Però c’è un’altra faccia della medaglia  cioè, il rischio che la donna decida a priori di non sporgere denuncia. Perciò ha senso rendere irrevocabile la querela solo se l’assistenza legale è immediata e vi è coordinamento tra procure, servizi sociali, centri antiviolenza, ospedali e commissariati.

I decreti legge emanati dal governo sono una risposta positiva per punire e combattere queste azioni violente, anche se in uno stato civile come il nostro, queste aggressioni non si dovrebbero nemmeno verificare. Secondo il mio punto di vista non esistono persone che nascono violente ma lo diventano per aver vissuto o visto violenze in casa. Un bambino, infatti, non è mai cattivo o violento ma solo agitato e dipende dai genitori educarlo in modo corretto e contenere la sua energia. Invece spesso se i bambini vivono in una famiglia dove vedono il papà che, quando si arrabbia con la mamma la picchia o vengono a loro volta picchiati, possono avere  questo atteggiamento di ira e violenza nella loro vita. Quando queste persone incontrano donne tenaci, capaci e sensibili e che sanno anche essere madri, mogli e lavoratrici; sentono di perdere la propria virilità ed il proprio orgoglio, perciò provano risentimento e rispondono con la violenza. Spero che tutti gli sforzi fatti dal governo riescano ad eliminare il susseguirsi di questi incresciosi episodi di violenza. 


Ulteriore testimonianza sul fenomeno Femminicidio.
Voleva fare la giornalista. Il Direttore Lucia Serino l'accolse al Quotidiano, primo ingresso in un mondo che l'avrebbe resa indimenticabile. Con la Tv conquistò tutti. Era brava, ma il suo sommo peccato fu la bellezza. Troppo bella. Fu uccisa, dall'uomo che non amava più il 25 novembre‬, grazie Emily Casciaro per il contributo video https://www.facebook.com/emily.casciaro/videos/10207378594010736/

Editoriali

Querele temerarie, a chi vorrà farsi carico il “caffè è pagato”

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Chiedo alla categoria tutta, a l’organismo di cui mi pregio appartenere di non lasciare da solo chi cerca di essere un giornalista libero

Ci sono giornalisti che ammiro perché timbrano il cartellino e non si sentono neppure in dovere di fare i conti con la propria coscienza quando qualcuno si rivolge a loro per sottoporgli “un caso” e loro fanno spallucce e lasciano stare. Vivono sicuramente meglio perché in realtà non fanno alcun servizio concreto alla collettività che ogni tanto si aspetta che qualche professionista dell’informazione sollevi quel tappeto polveroso e ricerchi la verità sostanziale dei fatti nell’interesse di una comunità che ha il diritto dovere di essere informata.

Una premessa per dire che la sottoscritta, iscritta all’ordine dei giornalisti, categoria Professionisti, tessera numero 083762, si sente lesa nei suoi diritti inviolabili. Mi sento messa a tacere da chi ha le spalle più larghe di me, da chi non vuole giornalisti “rompipalle” tra le scatole.

Tutti gli avvocati che ho sentito mi dicono che la persecuzione va provata ma il puzzle è difficile, ci vuole tempo, i giudici devono crederci e allora il desiderio di giustizia e la sana voglia di continuare a fare il mio mestiere sembra volermi abbandonare sempre di più.

Mettiamo un piccolo comune in provincia di Roma dove mi sono spostata con la mia famiglia nel 2005. Arrivo e Nemi è un paesino meraviglioso, sembra una piccola Svizzera innevata (siamo arrivati a dicembre, era pressappoco la Vigilia di Natale quando abbiamo messo piede in casa). In quella cornice pulita, verde e che infonde serenità decidiamo di fermarci. Proprio lì muovono i primi passi i nostri figli, proprio da lì inizia il mio percorso per diventare giornalista.

Non sò se è stata più la voglia di far emergere situazioni, di voler fornire un servizio a quella che era la mia comunità adottiva ma inizio a scrivere, senza paura delle ripercussioni. Le prime querele nei miei confronti le firma il sindaco di Nemi Alberto Bertucci per una serie di motivi tra cui probabilmente la presa d’atto che non sarei stata mai una “brava giornalista”.

Il Comune di Nemi, ovvero i cittadini, hanno iniziato ovviamente a pagare le spese legali (non sarebbe stato meglio lasciar perdere?). Tra i primi articoli ne scrissi uno di cronaca che diceva semplicemente che il cimitero era chiuso durante un giorno festivo, una settimana prima della commemorazione dei defunti. Misi anche la foto del cancello chiuso a corredo dell’articolo ricco di dichiarazioni di chi era andato al cimitero e non aveva potuto portare i fiori. Scrissi quell’articolo 9 anni fa, il 28 ottobre 2012, decidendo di dare voce ai cittadini che mi chiamarono per denunciare il fatto. Fu il primo di una lunga serie che mi portò a ricevere tanta attenzione da parte dell’attuale amministrazione. La querela fu archiviata perché ovviamente il fatto era vero.

Nel frattempo, a darmi il benvenuto, un vicino di casa, grande elettore e amico del sindaco decise di farmi una serie di esposti chiedendo di verificare se l’abitazione che avevamo comprato fosse in regola con il distanziamento dai confini, l’utilizzo della cantina…ecc.

A spingerlo a fare esposti, forse le segnalazioni di movimenti di terra sul costone del lago sempre segnalatoci (anche mio marito ha sempre seguito l’attività del giornale) dai residenti. Segnalazioni a cui demmo voce, ci furono controlli e in quel caso se ne occupò anche l’autorità competente. Poi demmo anche voce al comitato I Corsi che chiedeva di saperne di più su una lottizzazione nella zona. Prima regola di un giornalista “gobbo” mai dare voce alle minoranze, mai rompere piuttosto meglio raccontare che Nemi è praticamente perfetta grazie a chi l’amministra.

Ricordo quando entrarono in casa nostra le forze dell’ordine: sembrava di essere in un film. Misurarono tutto, entrarono dappertutto, quasi come se nascondessi qualche carico di stupefacente o un pericoloso latitante. Anche quella fu una forte pressione da sopportare. Ma più pensavo dentro di me che qualcuno stesse abusando del suo potere e più mi convincevo che scrivere sarebbe stato il mio antidoto. Credevamo di fare la cosa giusta ma non sapevamo che ci saremmo scontrati contro forze ben più grandi.

Quel periodo la moglie di questo vicino mi scrisse dei messaggi di minaccia a me e alla mia famiglia. Querelai per paura di ripercussioni ma poi persone vicine mi convinsero a rimettere la querela, “in fondo non era poi un atto così grave, c’era d’aspettarselo visti gli articoli”.

Sempre nel 2012 o giù di lì (molte cose le ho volute rimuovere per non lasciarmi fagocitare) purtroppo per me che avrei dovuto dare la notizia, arrivò l’imputazione e poi il rinvio a giudizio e poi il processo per turbativa d’asta e frode nei pubblici incanti per il sindaco di Nemi Bertucci. Un lungo processo terminato soltanto tre anni fa circa con la prescrizione. Senza che si sia chiarito nulla. Puff… il tempo ha cancellato tutto.

Era Aprile del 2013 quando all’epoca scrivevo sul quotidiano Il Tempo come collaboratore per la cronaca di Roma e Metropoli. Dopo diversi accertamenti e segnalazioni scrissi su Il Tempo: “Stipendio doppio per il sindaco Ma non gli spetta”. Approfondii il caso su questo quotidiano L’Osservatore d’Italia. Naturalmente il sindaco Bertucci non querelò il quotidiano Il Tempo per l’articolo da me firmato ma querelò sempre e soltanto me e il mio giornale per diffamazione. In seguito la Procura della Corte dei Conti chiese in merito al sindaco Bertucci la restituzione di somme “indebitamente percepite” ma poi non si seppe più nulla neppure di questa vicenda se nonché dovemmo difenderci con l’avvocato anche da questa causa, finita poi in prescrizione. E pure qui, nonostante le interrogazioni dei consiglieri di opposizione, non si è mai avuta risposta sulle successive attività amministrative.

Proseguo o devo fare un inciso su tutta la pressione che abbiamo dovuto sopportare soltanto per aver svolto il nostro lavoro? E poi volendo parlare dell’enorme esborso economico: migliaia di euro contro pochi spiccioli pagati per gli articoli scritti. L’unica grande consolazione è aver agito con la schiena dritta e senza che nessuno, nonostante i biechi tentativi, ci zittisse. Abbiamo scritto e detto e io, in fondo in fondo, ho sempre creduto che a proteggerci fosse la buona fede, la professionalità e soprattutto gli articoli 3 e 21 della Costituzione italiana che dovrebbero tutelare soprattutto chi sceglie di fare un mestieraccio come il giornalista di inchiesta.

Proseguo. Seguimmo una inchiesta sugli Ncc a Nemi che 8 anni fa portò ai sequestri di licenze a 8 persone che le avevano ottenute con false attestazioni. Un’altra operazione innescata con gli articoli de L’Osservatore D’Italia.

Sette anni fa denunciammo insieme a coraggiosi cittadini di Nemi la volontà di costruire delle ville nel Parco (ai Verbiti). Abbiamo scritto innumerevoli articoli con fotografie e atti. Quattro anni fa i carabinieri hanno definitivamente chiuso il caso e sequestrato il complesso.

Intanto ancora interrogativi in paese e la gente chiede spiegazioni. Tra una querela e uno sgambetto, il Comune ha addirittura acquisito l’intonaco esterno della mia abitazione. Poi, il macigno. Arriva un progetto dal nome inglese. Nel 2017 questo progetto prende un finanziamento dall’Europa di oltre due milioni di euro, tramite Horizon. In concomitanza con l’arrivo del finanziamento, molti cittadini di Nemi ci segnalano una moltitudine di acquisti immobiliari sul territorio da parte di “stranieri”.

Avremmo potuto girarci dall’altra parte e fare finta di nulla. Ma ancora una volta ci siamo chiesti: è giusto ignorare le tante segnalazioni? Fatti i doverosi accertamenti, qualche anno per accumulare visure, dichiarazioni, atti e interviste per poi pubblicare quattro articoli, soltanto la minima parte di quanto avevamo acquisito, gli unici articoli totalmente supportati da visure catastali e carte che ne comprovassero l’attendibilità. Circa un anno fa pubblichiamo la notizia: dalle visure emerse che gli stranieri che in poco tempo avevano acquistato 12 immobili figuravano anche nel progetto beneficiario dei fondi europei. Non abbiamo trovato solo questi elementi ma altri particolari che abbiamo preferito non pubblicare perché li ritenevamo “pesanti”, cose che poveri giornalisti di un “giornalino online” non avrebbero potuto sostenere. Così, abbiamo ritenuto di affidarci alle autorità competenti.

La Guardia di Finanza ha fatto accertamenti, consegnato di recente in Procura un fascicolo con delle rilevanze che non sappiamo che fine faranno e se verranno prescritte ma intanto, la signora straniera presente negli articoli, anziché ricorrere al diritto di replica, alla rettifica oppure anziché accogliere la mia richiesta d’intervista per fare chiarezza ha iniziato uno dei più pesanti affronti alla libertà di stampa: ha presentato due querele penali per diffamazione e mi ha citata in sede civile chiedendomi 100 mila euro di risarcimento per presunti danni che avrebbe avuto a causa dei quattro articoli che abbiamo scritto.

Il giudice ha respinto le richieste della straniera tra cui la richiesta dei 100 mila euro e la richiesta di cancellare gli articoli, ha riconosciuto la fondatezza delle informazioni degli articoli ma ha rilevato che in alcuni passaggi io abbia “superato la continenza”, ovvero abbia in qualche modo indotto il lettore ad avere dubbi sulla liceità della loro azione. Abbiamo rispettato la sentenza e stiamo pagando le spese legali pari a circa 11 mila euro.

Ben 500 euro al mese per aver detto cose vere ma secondo il giudizio del giudice civile le abbiamo dette male o meglio avremmo potuto dirle meglio. Ebbene, non siamo ancora nella fase del primo grado, l’ordinanza del giudice civile che ci condanna alle spese legali è di settembre e qualche giorno fa, tanto per rimanere in tema di “querele temerarie”, la signora straniera ci ha citati in giudizio davanti al giudice ordinario civile chiedendoci 500 mila euro (nel frattempo la somma è lievitata) perché le abbiamo cagionato delle perdite di commesse, dei danni economici oltre che psicologici.

La signora, che quasi ogni giorno vediamo sorridente a Nemi e che si beffa di noi insieme a un suo stretto amico (di recente qualcuno ha anche scritto qualcosa di poco edificante su un muro) nel suo ufficietto con il suo business perché è una imprenditrice, nel frattempo a luglio ha aperto anche un’altra attività e sempre insieme all’altro “straniero” con qui ha comprato i 12 immobili. La signora ha rinunciato agli utili della società in favore del suo socio che paga le tasse in un altro Paese.

Nel frattempo abbiamo affrontato altre spese legali per fare un reclamo rispetto all’ordinanza del giudice civile che ci condanna a spese legali per noi insostenibili soltanto perché a suo avviso abbiamo superato la continenza pur dicendo cose vere. L’udienza per il reclamo si terrà il 10 gennaio prossimo.

Ad Aprile ci aspetta la prima udienza per difenderci da una richiesta di 500 mila euro e nel frattempo stiamo pagando 500 euro al mese di spese legali. La legge sulle querele temerarie (che permetterebbe un canale giudiziario diverso) è ferma in Senato perché alcuni partiti sono contrari alla tutela dei giornalisti rispetto richieste esagerate di risarcimento economico soltanto per cercare di fermarli. Nel frattempo mio marito è stato querelato dal sindaco Bertucci perché da amministratore del gruppo Facebook Nemi Notizie ha pubblicato una domanda rivolta al primo cittadino formulata da uno sconosciuto che voleva avere chiarimenti. Sarebbe colpevole di aver permesso che una persona formulasse questa domanda. I primi giorni di dicembre si terrà l’udienza.

Questo articolo o meglio commento personale che ho scritto è in realtà una richiesta di attenzione per una categoria messa in ginocchio. I giornalisti che scavano, che ascoltano le segnalazioni che ci mettono la faccia e scrivono nero su bianco anche le cose più indigeste.

La signora straniera, oltre al mezzo milione di euro, ha chiesto che mai più e per sempre non si parli del progetto e di lei.

Devo dire che il desiderio di gettarci tutto alle spalle c’è perché al netto di tutto quello che è successo mi ritrovo con una pressione addosso troppo sproporzionata rispetto al beneficio del diritto dovere di informare la cittadinanza. Il servizio pubblico costa troppo. Meglio parlare di ricette di cucina, del fatto che a Nemi non esiste il Covid o che sia stata trovata la terza nave o fatto causa alla Merkel.

Noi giornalisti siamo esseri umani in carne ed ossa, anche non volendo, forse, esprimiamo dei sentimenti ma ciò che ci spinge a scrivere è soltanto l’interesse di fornire un servizio alla collettività.

Se la signora avesse davvero voluto che non si parlasse del progetto avrebbe potuto rispondere semplicemente a delle domande senza chiedere cifre stratosferiche a una professionista e madre di famiglia. E io non posso permettermi perizie sui danni morali che mi stanno cagionando. Non so’ fin quando potrò permettermi di pagare le spese legali per difendermi, per il momento lo facciamo a testa alta perché fortunatamente lavoro e sono una apprezzata professionista.

Chiedo alla categoria tutta, a l’organismo di cui mi pregio appartenere di non lasciare da solo chi cerca di essere un giornalista libero. Mio padre che non c’è più mi ha sempre detto che da piccola avevo una postura retta. Camminavo con il viso alto e la schiena dritta. Oggi non mi vergogno di guardarmi allo specchio e quando entro al Tribunale per parare i colpi penso che alla fine la giustizia e la verità avranno la meglio.

Il dieci gennaio e ad aprile prossimo non sarò da sola perché faccio parte di una rete di persone di valore che credono nei principi fondamentali della nostra Costituzione. E comunque vada il verdetto lo rispetterò, sicura che la vita è una ruota che gira e che se semini bene raccogli infinite soddisfazioni. Al netto di tutto mi considero molto fortunata perché nonostante gli “schiaffi” ricevuti da persone senza scrupoli ho tanta forza e tanta fede. Il benessere non ha prezzo ma confido nelle azioni delle persone oneste che siedono al vertice dell’Ordine Nazionale dei giornalisti e di quello del Lazio, di FNSI, del sindacato di Stampa Romana, di Articolo 21, del Governo, affinché la voce afona di chi fa inchiesta non venga sottaciuta da richieste economiche impossibili. Per chi vorrà farsi carico il “caffè è pagato”.

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Editoriali

Lucarella: “Tre mosse auspicabili per cambiare la giustizia e il volto del Paese. Ma serve la politica”

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La riforma Cartabia ha dovuto fare i conti con quel che rimaneva in piedi della c.d. “Bonafede” e il Governo Draghi si appresta, anche in vista dei primi passi post delega fiscale, ad intensificare gli interventi normativi in ambito giudiziario.

Il comparto giustizia, come risaputo, è anche motore di sviluppo e, traduzione economica vuole, condiziona nel bene o nel male la vita quotidiana, l’andamento del PIL, ecc.

Abbiamo voluto sentire su questo tema l’opinione dell’avvocato Angelo Lucarella, vice pres. coord. della Commissione giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico, saggista ed attento conoscitore delle dinamiche politiche.

“Indubbiamente il Min. Cartabia sta facendo il possibile stando a quanto, come ho avuto modo di dire qualche mese addietro, l’Unione Europea ci obbliga a fare dal 2016 in special modo con la direttiva sulla non regressione delle tutele e garanzie per gli imputati.

D’altronde nella relazione della Commissione Lattanzi quest’ultimo passaggio è stato evidenziato. Diciamo che intervenire sulla dinamica della prescrizione era un atto dovuto da parte del Governo Draghi e il Ministro della Giustizia, certamente, non si è sottratta alla chiamata di responsabilità.

Il vero problema sarà nella prossima legislatura perché, al netto di questi primi interventi di restyling, c’è da capire quale visione di Paese si voglia mettere a disposizione degli italiani.

Sarei dell’idea che almeno su tre fronti si possa ulteriormente intervenire, ma servirà una politica coesa, consapevole delle sfide e, soprattutto, pronta a confrontarsi con alla base un pensiero di nuova prossimità al cittadino considerando gli inediti assetti che si creeranno a seguito del taglio dei parlamentari.

Al di là di ciò che si sente ormai da mesi (se non anni), come ad esempio la separazione delle carriere, tempi della giustizia, ecc., penso a tre cose:

– costituzionalizzazione della giustizia tributaria e, al contempo, migliorare i Principi di Giusto processo con integrazioni specifiche;

– rivisitazione dell’obbligatorietà dell’azione penale legandola ad una riserva di legge (escludendo reati medi e di grave entità);

– strutturazione, presso la Corte Costituzionale, di una sorta di ufficio delle pregiudiziali e delle incostituzionalità a cui i cittadini possano ricorrere direttamente (ovviamente ciò implica, evitando la genesi di fatto di un soggetto in sé pletorico, un ridisegno del numero e/o delle funzioni sul fronte del già costituzionalmente previsto atteso che buona parte dell’ingolfamento contenzioso, oggi in mano ai giudici delle leggi, riguarda i famosi conflitti di competenza tra Stato e Regioni attesa la riforma del Titolo quinto di vent’anni fa). 

Ma senza investire sulla formazione e sulle carriere sin dal momento universitario (anche se sono convinto si possa addirittura intervenire prima e cioè sulle scuole), non si può sperare molto.

Occorrono almeno 20 anni per portare a frutto la complessa opera di ridisegnamento di un sistema come quello giudiziario italiano.

Tuttavia, a monte ci deve essere la buona volontà perché non si può pensare solo ad ingolfare la magistratura di leggi. Ecco, questo è un altro elemento da considerare. Occorre snellire il quadro normativo il più possibile e miglioralo dove c’è bisogno. Ci si può ancora fossilizzare sul concetto che il cittadino possa avere a che fare con migliaia di norme, regolamenti, ecc. per fare qualcosa? Così si rischia che non la faccia più o, peggio il contrario, che cada per forza di cose in situazioni non legittime o lecite. E questa è anche una questione che interferisce con il realismo lavorativo e, di riflesso, sul Pil.

La giustizia è un tema sul quale non si può più temporeggiare. Ne va della credibilità del Paese anche difronte alle sfide del PNRR”.

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Editoriali

Perché Mimmo Lucano è stato condannato a 13 anni e due mesi?

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La condanna di Mimmo Lucano è arrivata a una quantificazione pari al doppio di quella dell’accusa. Alla fine è stato infatti condannato per la commissione di 16 reati e, nel caso in cui si profilino le caratteristiche del reato continuato, ovvero della commissione di diversi reati accomunati da un medesimo disegno criminoso, il calcolo della pena viene effettuato tenendo presente la pena del reato più grave che potrà essere aumentata dal giudice fino al triplo.

In questo caso il reato peggiore contestato è quello di peculato. Questo reato si ricorda consistere nell’appropriazione di denaro o cosa mobile altrui in ragione della propria funzione di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio. Secondo gli inquirenti questa tipologia di reato è stata commessa dall’imputato in vari episodi, con l’aggravio del fatto che il danno costituisse una rilevante entità.

Un reato, purtroppo, tra i più diffusi tra coloro che esercitano pubbliche funzioni, tanto da indurre di recente il legislatore ad introdurre pene più severe, con l’emanazione della legge n. 190 del 2012 prima, e della legge n. 69 del 2015 dopo, che hanno fatto passare, infatti, la pena minima da tre a quattro anni e la massima da dieci anni a dieci anni e sei mesi. Quindi si presume che il computo della pena per Mimmo Lucano non sia stato fatto tenendo come base di calcolo il minimo (quattro anni) moltiplicato per tre, ma che sia stata utilizzata una base di calcolo più alta, anche in ragione della natura degli aggravi degli altri reati ad esso ascritti.

Si ricorda che l’accusa aveva chiesto una condanna di 7 anni e 11 mesi, per i reati, tra gli altri, di falso in atto pubblico, abuso d’ufficio e associazione a delinquere e concussione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Quest’ultimo reato, era il più grave secondo i PM. Per la concussione, infatti, la pena va da sei a dodici anni. Ma il Tribunale ha assolto l’imputato da questo reato, riconoscendo come reato più grave, quindi, quello di peculato.

Tra gli altri reati più gravi, per cui il Lucano è stato dichiarato colpevole sono: abuso d’ufficio, truffa aggravata e associazione a delinquere.

Per i giudici di primo grado, i fatti contestati e posti alla base della condanna scaturiscono da una complessa attività di indagine che ha visto l’ex sindaco di Riace adoperarsi nel combinare matrimoni con il solo fine di far ottenere la cittadinanza a soggetti extracomunitari e per aver messo a disposizione di questi ultimi delle case abbandonate e poi recuperate. Altra accusa era relativa all’affidamento diretto di appalti per la raccolta dei rifiuti alle cooperative Eco-Riace e L’Arcobaleno, per il periodo che va da ottobre 2012 fino all’aprile 2016, senza che fosse stata imbandita una gara d’appalto e senza che le due cooperative fossero iscritte negli albi previsti dalla legge.

Si tratta di una sentenza di primo grado e destinata da ora a raggiungere la Corte di Cassazione. Non sono da escludere colpi di scena per i successivi gradi di giudizio. La pronuncia sulla questione Lucano ha fatto chiaramente molto rumore da un punto di vista politico, nonché mediatico e l’interesse nazionale sulla questione è molto alto perché si sentono tirati in ballo gli ideali contrapposti tra chi si ritiene aperto alle politiche di accoglienza e chi invece preferisce chiudere i confini al prossimo.

In definitiva si può dire che la questione è assai delicata perché da un punto di vista prettamente tecnico-giuridico quello che viene preso in considerazione non è il fine morale dell’operato (suscettibile quindi di una valutazione ideologica) ma la commissione di fatti previsti dalla legge come reato.

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