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FINLANDIA, SICUREZZA, IMMIGRAZIONE ED ECONOMIA: I TEMI PRINCIPALI NEI DISCORSI DI INIZIO D’ANNO DEI LEADERS DEL PAESE

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La crisi dei rifugiati ha colto di sorpresa i responsabili politici

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di Gianfranco Nitti

Nel suo consueto discorso di Capodanno, trasmesso alla nazione  il 1° gennaio 2016, il Presidente della Repubblica Sauli Niinistö ha sottolineato come Finlandia e la Svezia abbiano una grande e comune, opportunità di promuovere la sicurezza del Nord Europa. "La Svezia e la Finlandia sono partner speciali della NATO. La nostra intensificata cooperazione militare sta andando bene ed è molto apprezzato in entrambi i paesi", ha detto. "Nessuno dei nostri paesi è in un'alleanza militare. Insieme, abbiamo forti legami sia con ovest che con l’est, il che fornisce ai due paesi uno status speciale. Questo crea anche opportunità per impegnarsi in un lavoro importante per promuovere la sicurezza e la stabilità del Nord Europa”. Secondo il Presidente, è logico continuare a estendere la cooperazione tra i due paesi in materia di politica estera e di sicurezza. "È nell'interesse di entrambi i paesi promuovere la reciproca sicurezza su base cooperativa, al fine di sviluppare misure di fiducia."

La crisi dei rifugiati ha colto di sorpresa i responsabili politici Niinistö ha sottolineato come la crisi dei rifugiati abbia colto di sorpresa l’Europa, nonostante il fatto che si fosse assistito all’esodo durante gli anni di un enorme numero di persone attraverso il Mediterraneo. "Mentre alcuni sono in fuga da pericoli, altri sono alla ricerca di una vita migliore, ed entrambe sono naturali motivazioni umane. Lo sfruttamento, a volte anche come esercizio di politica di potenza, può anche celarsi dietro questo spostamento di persone".
Il Presidente ha ricordato che anche se nel mondo vi sia un numero incalcolabile di persone che sarebbero dirette verso destinazioni europee, ci sono limiti alla apacità di prendersi cura di loro. "Considero le soluzioni adottate dal governo finlandese come un tentativo di assicurare risorse per aiutare i più bisognosi."
Il Presidente ha anche sottolineato come siano sorti problemi per la popolazione finlandese ma che il lancio di  molotov e la persecuzione o incitamento all'odio nei confronti dei rifugiati sono reati gravi. "Si sono verificati troppi incidenti di questo tipo." Alcuni immigrati, peraltro, hanno commesso dei crimini. "Le autorità devono informare chiaramente su tali atti e le loro conseguenze, indipendentemente dal fatto che gli autori siano finlandesi o immigrati. Ciò contribuirà a calmare le emozioni in aumento ed a stroncare voci sul nascere".
Niinistö ha detto che i finlandesi non sono attratti da idee estremiste ed ha parafrasato la vecchia massima – "Quando in Finlandia …(Quando sei a Roma, fai come fanno i Romani(, ndr)" "L'immigrazione non può mai significare che i nostri valori fondamentali – la democrazia, uguaglianza e diritti umani – siano messi in discussione".

La percezione della sicurezza è cambiata Per Niinistö, il concetto di sicurezza è cambiato. "Ci siamo svegliati in guerra solo quando era su di noi in Europa, con le azioni riprovevoli della Russia in Crimea e Ucraina hanno interrotto la nostra oasi di pace."
La questione chiave sta nel risolvere la crisi siriana. "Gli Stati Uniti e la Russia sono coinvolti, impegnati in combattimento sullo stesso fronte, ma con un idee un po’ diverse su chi sia il nemico. Mentre tale situazione è fonte di pericolo, sta anche costringendoli a cercare soluzioni comuni. Se tali soluzioni si possono trovare in Siria, ciò consentirà sperabilmente un rilassamento delle tensioni altrove." L'aumento delle tensioni internazionali si sono riflesse anche nelle regioni vicino alla Finlandia, ove la Russia e la NATO hanno aumentato la loro presenza militare. Il Presidente ha ribadito la sua posizione sul fatto che la Finlandia sta perseguendo una politica attiva di promozione della stabilità e che questa ha buone prospettive di successo nella regione del Baltico. "I vari Stati non hanno rivendicazioni territoriali tra loro le loro situazioni politiche interne sono stabili. Nonostante il fatto che le tensioni da lontano stiano avendo un impatto, nessuna crisi spontanea sta minacciando di erompere nella regione”.

Gli obiettivi raggiunti e quelli mancati
Soffermandosi sulla situazione e le prospettive economiche del Paese, il Presidente ha detto che la Finlandia ha registrato anni di magra in termini economici, senza alcun grande miglioramento ancora in vista. "Continueremo a vivere con i soldi presi in prestito per qualche tempo, anche se abbiamo già provveduto a correggere questa situazione Tali periodi servono anche per mettere alla prova anche il nostro senso di giustizia, ed anche l’impegno che ognuno di noi profondere in linea con le proprie capacità." Ha quindi aggiunto che la Finlandia non può ora permettersi di dividersi e che la sua maggior forza risiede nella unità come società. Ha incoraggiato le varie parti che effettuano trattative nel mercato del lavoro a raggiungere un accordo: "Non si deve arrivare ad una primavera di contrasti tra di loro". Niinistö si è anche riferito nel suo discorso ai risultati ottenuti, ed alla competitività dei prezzi. "I risultati positivi ottenuti costituiscono una questione importante, molte persone basano su questi  il proprio benessere attuale e futuro. Tali benefici possono essere considerati acquisiti allorquando siano guadagnati e distribuiti.". Tuttavia, questo non è stato sempre il caso, facendo riferimento al fatto che il problema della competitività dei prezzi è stato riconosciuto da tutte le parti, anche se un accordo su come risolvere il problema deve ancora essere raggiunto. "Decidere su chi debba rinunciare ad alcuni vantaggi non è mai facile, e molti sospettano che altri ne raccoglieranno i benefici. I miglioramenti di competitività di prezzi non possono limitarsi ad una semplice divisione dei guadagni. Abbiamo bisogno di assumere impegni sufficientemente generali o addirittura specifici dell'azienda per utilizzare i guadagni come discusso, al fine di salvaguardare posti di lavoro ".

Anche buone notizie e contributi positivi Oltre ai vari problemi che la Finlandia deve affrontare, il Presidente non ha mancato di citare alcune buone notizie. Cominciando dal riferimento all'accordo di Parigi sul clima, alla nascente collaborazione tra gli Stati Uniti e la Russia nella risoluzione del conflitto siriano. "Anche se queste immagini non servono a sconfiggere i nostri nemici comuni, a risolvere il cambiamento climatico od a sconfiggere il terrorismo, sono risultati migliori del previsto."
Al termine del suo discorso, il Presidente, per comunicare speranza ed ottimismo, è tornato ad esemplificare elementi di notizie positive, riferendosi ad uno scolaro che ha fatto molto bene nella raccolta di mirtilli, e all'aumento della volontà di impegnarsi in attività di volontariato e per dare una mano. "Anche se abbiamo molti problemi, c'è anche molto di cui rallegrarsi."

La posizione del Premier: il 2016 come momento della verità….
Anche il  primo ministro finlandese Juha Sipilä, che guida un governo di coalizione tripartitica di centrodestra,  ha rivolto il suo indirizzo tradizionale, il 31 dicembre, cominciandolo con un elogio ad autorità e volontari che hanno partecipato nella gestione della crisi dei rifugiati ad oggi, dicendo che la Finlandia aveva gestito l'afflusso di oltre 32.000 rifugiati ragionevolmente bene. Non ha però lesinato critiche, sulla capacità della nazione di rinnovarsi, definendo il 2016 come “momento della verità”. "Da anni non siamo stati in grado di intraprendere le decisioni e le riforme necessarie. Il nostro mercato del lavoro è poco flessibile e non è stato in grado di rispettare la sua capacità di regolarsi, come avevamo promesso quando abbiamo aderito all'euro. L'unico modo per adattarsi è stato l’aumento del numero di disoccupati e questo non può continuare”.

Lavoretto sgradevole
Il  premier ha proseguito lamentando che il suo Governo ha il "compito sgradevole" di eliminare un divario di sostenibilità del valore di 10 miliardi di euro, ricordando che le misure di austerità sono impostate per rafforzare le finanze pubbliche di circa 4 miliardi di euro, e che le riforme strutturali quali quelle su servizi sanitari e sociali taglieranno la spesa pubblica di altri 4 miliardi. La riforma delle pensioni è già stato approvata dal Parlamento e le decisioni per ridimensionare il governo locale sono previste per l'inizio del 2016.
"Il Governo mira a coprire i restanti 2 miliardi del divario di sostenibilità con altre misure volte a promuovere la competitività e l'occupazione. Se questo obiettivo non venisse raggiunto, nella primavera del 2017 il governo dovrà attivare ulteriori risparmi e aumenti di tasse ".
Dopo i tentativi per assicurare quello che ha definito un 'contratto sociale' tra i sindacati e le associazioni dei datori di lavoro erano falliti per l'ennesima volta all'inizio del dicembre scorso, Sipilä tenterà di superare lo stallo procedendo con il piano del governo di imporre una riforma del lavoro, ovvero tagli e risparmi in stipendi e benefici con cui preme sui negoziatori del suo contratto sociale, se le trattative dovessero andare a vuoto definitivamente. La riforma del lavoro è destinata a ridurre i costi per unità del lavoro del cinque per cento, cominciando ad entrare in vigore nel 2017, se il Parlamento la voterà come legge la prossima primavera.

Sondaggio poco promettente
Peraltro, forse proprio la concreta possibilità che il Governo scavalchi le parti sociali se queste non raggiungessero un accordo, sta avendo effetti non salutari sulla tenuta del Governo nell’opinione pubblica, visto che un recente sondaggio YLE, pubblicato il  30.12 scorso, fa balzare il partito socialdemocratico,SDP, che nelle elezioni politiche della scorsa primavera risultò quarto collocandolo all’opposizione, al primo posto, sopravanzando il Partito di Centro,KESK, del premier Sipilä come il più popolare partito in Finlandia. Nell’aprile 2015 il SDP conseguiva il 16,5% mentre in questo sondaggio sale al 22,7% e il KESK scende al 21,4%, pur rimanendo, con l’alleato KOK, Partito conservatore, ai libelli elettorali del 2015. In discesa i populisti Finlandesi del ministro degli esteri Soini e, in leggero calo, l’alleanza di sinistra ed i Verdi.
 

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Afghanistan, nuovo governo: il ministro dell’Interno è ricercato dall’FBI

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Nominato il governo talebano alla guida dell’Afghanistan che vede come ministro dell’Interno Sirajuddin Haqqani, leader dell’omonima rete di milizie ritenuta vicina ad Al Qaida, è attualmente ricercato dall’Fbi per terrorismo, con una taglia di 5 milioni di dollari, secondo quanto riferisce la stessa agenzia Usa. Mohammad Hassan Akhund, il nuovo primo ministro afghano nel governo dei Talebani, figura nella lista dell’Onu di persone designate come “terroristi o associati a terroristi”. Mohammad Hassan è stato in passato consigliere politico del Mullah Omar, già leader dei Talebani, oltre che governatore di Kandahar e ministro degli Esteri negli anni del primo governo degli studenti coranici, tra il 1996 e il 2001.

Il mullah Mohammad Hasan è stato nominato primo ministro ad interim del nuovo governo “provvisorio” dei talebani.

Il mullah Mohammad Hasan (anche detto Mohammad Hasan Akhund, laddove akhund è un sinonimo di mullah) è figura meno nota di altre nella leadership dei Talebani, ma non per questo meno potente. A lui era infatti affidata fino ad oggi la presidenza del Rahbari Shura, (letteralmente il ‘Consiglio della guida’, cioè il Consiglio direttivo), che ha svolto praticamente le funzioni di governo dei Talebani, prendendo tutte le maggiori decisioni prima di sottoporle all’approvazione della guida suprema del movimento, il mullah Hibatullah Akhundzada. Nei giorni scorsi media pachistani avevano riferito che lo stesso Akhundzada aveva scelto Mohammad Hasan come nuovo primo ministro.

Il mullah Abdul Ghani Baradar, co-fondatore dei talebani, negoziatore con gli Usa a Doha e capo politico in pectore degli studenti coranici, sarà il vice leader del nuovo governo a Kabul. Il figlio del mullah Omar, il mullah Yaqoub, sarà il ministro della Difesa del nuovo governo provvisorio dei talebani. All’Interno c’è Serajuddin Haqqani, leader della temibile e omonima rete alleata dei talebani Lo ha annunciato il portavoce Mujahid in conferenza stampa. “I preparativi per l’annuncio del governo islamico (in Afghanistan) sono stati completati, il governo sarà annunciato a breve, a Dio piacendo”: ha scritto su Twitter Ahmadullah Muttaqi, capo del settore multimedia della commissione culturale dell’Emirato islamico, che aggiunge che “sarà l’unico governo in 40 anni di storia afghana a governare sull’intero Afghanistan”. Sono diversi giorni che viene dato come imminente l’annuncio del nuovo governo dei talebani, ma negli ultimi giorni si è combattuto nella Valle del Panshir per sottomettere l’ultima sacca di resistenza contro l’Emirato talebano.

Il segretario di Stato americano Antony Blinken, in una conferenza stampa in Qatar, ha dichiarato che i talebani hanno rinnovato la promessa di consentire agli afghani di partire liberamente, dopo il diffondersi di timori per una serie di voli charter bloccati a Kabul. I talebani hanno detto agli Stati Uniti che “lasceranno partire liberamente le persone in possesso dei documenti di viaggio”, ha detto Blinken in una conferenza stampa in Qatar. “Ci aspettiamo che si attengano a questo”. 

I talebani a Kabul hanno sparato per disperdere una manifestazione di protesta contro il Pakistan. Lo rivelano fonti giornalistiche sul posto. La manifestazione di una settantina di persone, in maggioranza donne, ha protestato davanti all’ambasciata pachistana. ToloNews su Twitter parla di “centinaia di manifestanti oggi a Kabul” che “gridano slogan contro il Pakistan”. Nelle foto di ToloNews si vedono in prima fila diverse donne che reggono uno striscione. 

I testimoni affermano che gli spari erano diretti in aria. Filmati ripresi sui social e diffusi da ToloNews mostrano centinaia di donne che gridano rabbiosamente slogan di protesta contro il Pakistan, accusato di appoggiare il regime talebano. Le donne reggono cartelli, striscioni e alcune bandierine nazionali afghane. In un altro breve filmato si vede della gente fuggire mentre in sottofondo si sentono spari e raffiche. 

“Preoccupa l’emergenza umanitaria nel Panshir, dove i talebani stanno stroncando nel sangue la rivolta dei cittadini. Migliaia di persone senza né cibo, né farmaci: sì a un corridoio umanitario per dare urgente soccorso a chi ha bisogno”. Lo scrive il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, su Twitter

I talebani hanno annunciano di avere il controllo totale del Panshir, ultima sacca di resistenza in Afghanistan e hanno avvertito  che “qualsiasi tentativo di insurrezione sarà duramente colpito”. L’Iran condanna “con fermezza l’assalto” dei Talebani. E intanto il leader del movimento di resistenza nella valle afghana, Ahmad Massoud, lancia l’appello per una “rivolta nazionale” contro i talebani: “Ovunque tu sia, dentro o fuori, ti invito a iniziare una rivolta nazionale per la dignità, la libertà e la prosperità del nostro Paese”. Secondo Al Arabiya, un aiuto ai talebani per espugnare il Panshir è arrivato dalle forze armate del Pakistan, con “appoggio dall’aria e lancio di paracadutisti”.

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Lutto nel mondo del cinema: morto Jean Paul Belmondo

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E’ morto all’età di 88 anni l’attore francese Jean-Paul Belmondo. Belmondo è morto nella sua casa di Parigi, all’età di 88 anni, ha precisato il suo avvocato, Michel Godest, citato dalla France Presse.

“Era molto affaticato da qualche tempo,. Si è spento serenamente”, ha detto il legale. Mostro sacro del cinema francese ed europeo, Belmondo ha girato 80 film. Lascia in eredità ruoli indimenticabili, come quello in ‘A bout de souffle’ (Fino all’ultimo respiro) di Jean-Luc Godard o sorvolando il cielo di Venezia, appeso ad un elicottero, in ‘Le Guignolo’ (Il piccione di Piazza San Marco) di Georges Lautner.

Nato a Neuilly sur Seine, alle porte di Parigi, aveva sangue italiano nelle vene giacche’ il padre era uno scultore di buona fama, Paolo Raimondo. Dopo un esordio a teatro, Belmondo si fa apprezzare come ‘jeune premier’ in ‘Peccatori in Blue Jeans’ di Marc Allegret (1958), ma da’ anche fiducia al giovanissimo Claude Chabrol che lo dirige in ‘A doppia mandata’ (1959). Comincia da li’ il suo percorso parallelo con Alain Delon che sta folgorando il pubblico grazie al successo di ‘Delitto in pieno sole’ (regia di René Clement). Ma ‘Bebel’ (cosi’ si fa chiamare per sottolineare il suo stile stravagante e canzonatorio) e’ rapido a cambiare registro affidandosi a Jean-Luc Godard che lo vuole protagonista di ‘Fino all’ultimo respiro’ (1960) e poi di ‘Pierrot le fou’ (1965). 

Lavorare con il maestro indiscusso della Nouvelle Vague rappresenta per Belmondo una sfida: deve tenere insieme i canoni della recitazione classica e il loro stravolgimento. E ci riesce, contribuendo da solo all’inatteso successo commerciale dei due film. Rispetto a Delon, di due anni piu’ giovane, Bebel ha il vantaggio dell’innata simpatia comunicativa, un bel naso schiacciato da boxeur fallito, una naturale predisposizione a stupire, tanto il suo ‘gemello’ gioca invece la carta del bel tenebroso, divorato da dilemmi interiori. Hanno esordito (o quasi) con lo stesso maestro, Yves Allegret, hanno flirtato entrambi con la nouvelle vague, hanno successo con le donne e con gli spettatori, si dividono il campo come Coppi e Bartali. In qualche modo li accomuna anche l’Italia, giacche’ entrambi vengono adottati – molto giovani – dal nostro cinema. Ed ecco allora Belmondo vestire i panni di Michele ne ‘La ciociara‘ di Vittorio De Sica e poi di Amerigo ne ‘La viaccia‘ di Mauro Bolognini (1961). 

Ma e’ sul mercato francese e, in particolare, nel cinema poliziesco (il polar) che combatte la grande battaglia per la popolarita’ con Delon. Belmondo recita con Claude Sautet in ‘Asfalto che scotta‘ (1960), ‘Quello che spara per primo‘ di Jean Becker (1961), ‘Quando torna l’inverno‘ di Henri Verneuil (1962), fino a ‘Lo spione’ del maestro Jean Pierre Melville, lo stesso che portera’ a vette assolute Delon in ‘Frank Costello‘. Il sodalizio con Melville dura tre film e da’ a Belmondo tutti i ‘quarti di nobilta” di cui ha bisogno presso la critica. Ma il giovane mattatore vuole il gran successo popolare. 

Per questo, in una sorta di terza vita artistica, si affida a Philippe de Broca e interpreta ‘L’uomo di Rio‘ (1964), cocktail di commedia gialla, film d’avventura, parodia di generi in voga: Bebel recita a velocita’ supersonica, compie peripezie spericolate da stuntman (fino in tarda eta’ non vorra’ mai una controfigura) e conquista i francesi.

Conquista anche il riottoso Delon che si rassegna all’idea di far coppia col suo rivale. Avverra’ nel 1970 con ‘Borsalino‘, successo planetario e inizio di una quarta fase nella carriera di Belmondo che intanto ha lavorato con tutti i registi piu’ apprezzati e popolari, da Claude Lelouch a François Truffaut (‘La mia droga si chiama Julie‘) e ha coniato una coppia di sicura simpatia con la perfetta ‘spalla’ Lino Ventura.

Belmondo si e’ sposato due volte (con la ballerina Elodie che gli ha dato tre figli e l’ultima compagna Natty), legandosi anche a lungo con Laura Antonelli.

Sul set raccoglie l’eredita’ di Gerard Philippe interpretando eroi acrobatici e romantici, quella di Jean Gabin incarnando lo spirito francese piu’ nazionalista e orgoglioso, di Yves Montand regalandosi ampie licenze tra cinema e teatro. Nel 1974 sente di nuovo il richiamo del cinema d’autore e accetta la parte del truffatore Stavisky nel raffinato film omonimo di Alain Resnais. Non rinuncia ai ruoli che hanno fatto la sua carriera e ai registi-complici di sempre (Gerard Oury, Philippe Labro, Henri Verneuil, Jacques Deray, Georges Lautner), ma cerca altro. In teatro ripassa tutti i grandi classici, veste perfino i panni del mattatore Kean e aspira a un finale di carriera da ‘padre nobile’, guadagnandosi intanto il Premio Cesar come miglior attore nel 1989 per ”Una vita non basta” di Claude Lelouch. Oggi e domani la Francia e la Repubblica mondiale del cinema non lo dimenticheranno: il gatto continuerà a saltare sui tetti dell’immaginario e sarà un Re anche nel pantheon dell’arte.

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Bye bye Afghanistan: partite a sorpresa le ultime truppe Usa

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Cala il sipario sulla guerra in Afghanistan, la più lunga della storia americana. Le ultime truppe Usa hanno lasciato ieri sera a sorpresa Kabul, con un giorno d’anticipo rispetto alla scadenza fissata per il 31 agosto.

Troppo grande la paura di nuovi attentati da parte dei jihadisti dell’Isis-K, con gli allarmi lanciati fino all’ultimo dal Pentagono che ancora in giornata aveva parlato di minacce “reali” e “specifiche” di altri attacchi terroristici.

“In Afghanistan non è rimasto un solo soldato americano. Il ritiro significa sia la fine dell’evacuazione del materiale militare che la fine di quasi 20 anni di missione iniziata poco dopo l’11 settembre”, ha annunciato in serata il generale Kenneth McKenzie, capo del comando centrale Usa. “E’ una missione che ha assicurato alla giustizia Osama Bin Laden insieme a molti cospiratori di Al-Qaida”, ha proseguito. “Il costo è stato 2.461 militari e civili americani uccisi ed oltre 20 mila feriti, inclusi sfortunatamente i 13 marines morti la scorsa settimana”, ha aggiunto McKenzie, specificando che gli ultimi a lasciare il suolo afghano sono stati l’ambasciatore e un generale. Subito dopo l’annuncio del Pentagono, spari sono stati uditi a Kabul per festeggiare la partenza dell’ultimo volo Usa. I colpi venivano in particolare dai principali check point dei talebani, mentre urla di giubilo si sono innalzate da postazioni nella ex green zone. “Abbiamo nuovamente fatto la storia”, ha esultato su Twitter Anas Haqqani, un alto dirigente delle milizie talebane.

Il presidente Usa Joe Biden ha annunciato di aver chiesto al segretario di Stato Antony Blinken di “continuare a guidare il coordinamento con i nostri partner internazionali per garantire il passaggio sicuro di tutti gli americani, dei partner afghani, degli stranieri che vogliono lasciare l’Afghanistan”. Il presidente ha ricordato la risoluzione approvata dal consiglio di sicurezza dell’Onu, che “manda un chiaro messaggio su cio’ che la comunita’ internazionale si aspetta che i talebani facciano andando avanti, in particolare la liberta’ di viaggiare”.

“I talebani si sono impegnati per un passaggio sicuro e il mondo chiedera’ conto dei loro impegni”, ha aggiunto. Tra gli sforzi indicati da Biden l’azione diplomatica in corso in Afghanistan e il coordinamento con i partner nella regione “per riaprire l’aeroporto consentendo la continuazione della partenza per quelli che desiderano partire e per la consegna dell’assistenza umanitaria al popolo afghano”.

“E’ cominciato un nuovo capitolo del nostro impegno con l’Afghanistan”, ha detto il segretario di stato Antony Blinken nel suo primo briefing dopo il ritiro Usa da Kabul. Gli Usa restano impegnati, anche dopo il ritiro, ad aiutare tutti gli americani che vogliono lasciare l’Afghanistan.

Il più importante portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, si è congratulato con gli afghani per la loro vittoria, poche ore dopo che le ultime truppe statunitensi avevano lasciato il Paese dopo 20 anni di intervento militare. “Congratulazioni all’Afghanistan – ha detto dalla pista dell’aeroporto di Kabul – questa vittoria appartiene a tutti noi. Vogliamo avere buoni rapporti con gli Stati Uniti e il mondo. Accogliamo con favore – ha concluso – buone relazioni diplomatiche con tutti”. La sconfitta degli Stati Uniti è stata una “grande lezione per gli altri invasori e per la nostra generazione futura”. “E anche una lezione per il mondo”, ha aggiunto il portavoce dalla pista dell’aeroporto di Kabul.

Il ritiro delle truppe Usa dall’Afghanistan ha dimostrato che la “politica di intervento militare sfrenato e di imposizione dei propri valori e sistemi sociali in altri Paesi è irrealizzabile ed è destinata al fallimento”. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, commentando nel briefing quotidiano la partenza delle ultime truppe americane da Kabul, ha osservato che l’Afghanistan “è stato in grado di liberarsi dell’occupazione militare straniera e ha inaugurato un nuovo punto di partenza per la pace e la ricostruzione nazionale. La storia dell’Afghanistan ha aperto una nuova pagina”.

Gli ultimi americani a lasciare l’Afghanistan, secondo il Pentagono, sono stati l’ambasciatore Ross Wilson e del gen. Chris Donahue, capo dell’82/ma divisione aereotrasportata.

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