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Fumare o svapare e dipendenze da nicotina: sempre più i giovani a rischio malattie respiratorie e tumorali

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Il parere della Dottoressa Laura Bianchi Coordinatrice del Centro Antifumo della Asl Roma 6 – Dipartimento di Salute di Mentale e Dipendenze Patologiche Diretto dalla Dottoressa Diana Di Pietro

Sempre più giovani fumano le sigarette usa e getta, attirati anche dai vari aromi presenti nei liquidi, o quelle elettroniche e succede spesso che gradualmente si avvicinano anche alle sigarette tradizionali entrando nel circuito di una dipendenza di cui purtroppo sono ben noti gli effetti e i danni alla salute.

I dispositivi elettronici per la somministrazione della nicotina sono di numerose e differenti tipologie, e, molti di questi, permettono di “svapare” altre sostanze diverse da quelle presenti nel fumo di tabacco, che potrebbero causare implicazioni importanti e dannose per l’organismo.

Sul sito del Ministero della Salute sono ben spiegati i danni del fumo

Il fumo aumenta il rischio di molti tipi di tumore. Tutti conosciamo l’associazione tra fumo e tumore polmonare, ma anche altri tumori sono associati in diversa misura al fumo di tabacco, come i tumori del cavo orale e della gola, dell’esofago, del pancreas, del colon, della vescica, della prostata, del rene, del seno, delle ovaie e di alcune leucemie.

Il fumo rappresenta anche il principale fattore di rischio per le malattie respiratorie non neoplastiche, fra cui la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), episodi asmatici, infezioni respiratorie ricorrenti, ed è uno dei più importanti fattori di rischio cardiovascolare: un fumatore ha un rischio di mortalità, a causa di una coronaropatia, superiore da 3 a 5 volte rispetto a un non fumatore.

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Un individuo che fuma per tutta la vita ha il 50% di probabilità di morire per una patologia direttamente correlata al fumo e la sua vita potrebbe non superare un’età compresa tra i 45 e i 54 anni.

​In merito abbiamo raccolto il parere della Dottoressa Laura Bianchi Coordinatrice del Centro Antifumo della Asl Roma 6 – Dipartimento di Salute di Mentale e Dipendenze Patologiche Diretto dalla Dottoressa Diana Di Pietro.

Le risposte sono frutto di un ulteriore confronto con l’equipe multidisciplinare dedicata al Centro Antifumo della ASL Roma 6 (Censito dall’Istituto Superiore di Sanità) che ha visto il confronto di un medico internista, uno pneumologo, una psicologa, infermieri coordinatori ed infermieri.

Perché i ragazzi si avvicinano al fumo?

La motivazione è determinata dalla imitazione sociale, dal basso costo e dalla facile accessibilità al prodotto.

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Le sigarette usa e getta sono state la moda estiva tra i giovani nel 2022, ma molti hanno denunciato malori, tosse, mal di testa. Perchè queste sigarette sono pericolose?

Il pericolo è determinato dalla combustione, dagli eccipienti e dallo scarso controllo del prodotto, ovvero non si ha certezza della composizione chimica per cui il rischio è legato agli effetti tossici.

Le sigarette usa e getta sono più pericolose di quelle normali a combustione?

In merito alle sigarette tradizionali attraverso studi scientifici si ha la certezza del danno che provocano, mentre per le sigarette usa e getta non si hanno ad oggi dati a supporto, scaturiti da studi validati.

Le sigarette usa e getta hanno il 2% di nicotina: possono portare a un’intossicazione di nicotina?

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Non possono determinare intossicazioni acute, fatto salvo l’uso continuativo della sigaretta con determinazione della dipendenza.

In Francia sono state abolite. Dovrebbero essere tolte dal commercio anche in Italia?​

Si, a parere della nostra equipe, dovrebbero essere abolite, per la prevenzione della dipendenza in primo luogo e per la salvaguardia dell’aria respirata, tenuto conto dell’immissione di nuove sostanze nell’aria stessa.

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Cronaca

Anguillara Sabazia, Claudio Carlomagno e l’impianto “tritatutto”: indagini sulla scomparsa di Federica Torzullo

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L’imprenditore indagato per omicidio volontario visto scaricare materiali nel trituratore la mattina del 9 gennaio, mentre la moglie resta irreperibile.

Ad Anguillara Sabazia emergono nuovi elementi che potrebbero aggravare la posizione di Claudio Carlomagno, il marito di Federica Torzullo, indagato dalla Procura di Civitavecchia per omicidio volontario. Secondo quanto riportato a Il Messaggero da Luca, nipote di Stefano Capparella, la mattina del 9 gennaio l’imprenditore 44enne sarebbe stato visto entrare nell’impianto per il trattamento dei rifiuti inerti di via Valle Fienata, a bordo di uno dei suoi camion bianco e blu. «So che è arrivato con il camion e ha scaricato un carico nel trituratore. Di cosa si trattasse, non lo so», ha raccontato il testimone.

Stefano Capparella è il titolare della Eco.Sam srl, società proprietaria dell’impianto dove vengono trattati materiali edili e scarti di costruzione. L’impianto, situato in località Spanora a circa sette chilometri dalla villetta da cui Federica Torzullo è scomparsa, è già stato oggetto di controlli da parte dei carabinieri del nucleo investigativo di Ostia. L’azienda di Claudio Carlomagno, la Carlomagno srl, conferisce abitualmente in quell’impianto scarti edili e materiali da scavo, rendendo la presenza del marito della donna inizialmente non sospetta.

Dopo la scomparsa di Federica Torzullo, però, titolari e operai hanno iniziato a collegare quell’accesso alla mattinata del 9 gennaio alla vicenda. I carabinieri hanno effettuato sopralluoghi nell’impianto e stanno valutando l’uso dei cani molecolari per cercare eventuali tracce biologiche nei detriti accumulati. Le telecamere dell’impianto non hanno chiarito che cosa Claudio Carlomagno abbia conferito nel macchinario “tritatutto”, che riduce calcinacci e materiali edili in frammenti finissimi. Il ritrovamento di oggetti spariti insieme a Federica Torzullo, come cellulare, computer e borsa, potrebbe complicare ulteriormente le indagini.

Le verifiche degli investigatori si estenderanno anche a un’altra cava della zona. «Non vedo Claudio da prima della scomparsa di Federica – ha dichiarato Luca – prima veniva nella nostra cava a prendere materiale, poi si rivolgeva a un’altra cava qui vicino». Proprio lì i carabinieri effettueranno nuovi sopralluoghi, anche alla luce del ritrovamento di un paio di guanti di lattice neri, la cui provenienza non è chiara.

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Sul piano familiare, il figlio della coppia sarà affidato a un curatore legale. La separazione tra i coniugi Carlomagno avrebbe dovuto iniziare con la prima udienza davanti al Tribunale civile di Civitavecchia, dopo che Federica Torzullo aveva chiesto di trasferirsi dai genitori e aveva intrapreso una relazione con un uomo delle Marche. Claudio Carlomagno, nel denunciare la scomparsa della moglie il 9 gennaio, aveva però minimizzato la crisi coniugale, parlando di un rapporto «altalenante» senza menzionare la separazione imminente.

Gli inquirenti continuano a concentrarsi su spostamenti, conferimenti e oggetti spariti, mentre ad Anguillara Sabazia la scomparsa di Federica Torzullo resta un caso ancora irrisolto, con elementi che potrebbero risultare decisivi per l’indagine sull’omicidio.

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Anguillara Sabazia, 3 ore senza segnale: il cellulare spento del marito indagato per l’omicidio di Federica Torzullo

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Per tre ore il marito indagato si muove senza lasciare tracce digitali: indagini concentrate su veicoli e tabulati

Restano ancora senza spiegazione le tre ore in cui il telefono di Claudio Carlomagno, marito di Federica Torzullo, risultava spento la mattina del 9 gennaio ad Anguillara Sabazia. Un dettaglio ritenuto centrale dagli inquirenti nell’inchiesta per omicidio volontario che vede indagato l’imprenditore 44enne, ultimo ad aver visto viva la moglie prima della sua scomparsa.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, coordinati dalla Procura di Civitavecchia, Claudio Carlomagno sarebbe uscito dalla villetta di famiglia in via Costantino intorno alle 7 del mattino. Da quel momento e fino alle 10 circa, quando è arrivato in ritardo nella sede della sua azienda di scavi ad Anguillara Sabazia, il suo smartphone risulta spento. Una circostanza che ha impedito di tracciare gli spostamenti dell’uomo attraverso le celle telefoniche e che, secondo gli inquirenti, potrebbe configurare un tentativo di depistaggio.

Il blackout del cellulare appare anomalo anche perché l’uomo era appena uscito di casa e, come da lui stesso riferito, avrebbe iniziato a lavorare già nelle prime ore della giornata. Un’ipotesi, quella della batteria scarica, che viene ritenuta poco credibile dagli investigatori. Proprio in quelle tre ore si concentra una parte fondamentale dell’inchiesta sull’omicidio di Federica Torzullo, 41 anni, ingegnere gestionale impiegata al centro di smistamento delle Poste dell’aeroporto di Fiumicino.

Nel corso della mattinata del 9 gennaio, Claudio Carlomagno avrebbe utilizzato più veicoli per spostarsi tra le strade di campagna del comune alle porte di Roma. L’auto con cui è uscito di casa, ora sotto sequestro, è dotata di GPS, ma a un certo punto l’indagato avrebbe cambiato mezzo. Una testimone ha riferito di averlo visto arrivare intorno alle 10 a bordo di un furgone nella sede aziendale, dove gli operai lo attendevano già da circa 45 minuti. Altri testimoni lo collocano, nelle stesse ore, all’interno dell’impianto di trattamento dei rifiuti inerti in via Valle Fienata, alla guida di uno dei camion aziendali.

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Per chiarire questi spostamenti, i carabinieri del gruppo di Ostia hanno disposto un’analisi approfondita dei dati GPS e della tachigrafia dei mezzi utilizzati, affidando gli accertamenti alla polizia stradale. L’obiettivo è ricostruire orari, velocità e soste effettuate dall’indagato e incrociare i dati con le immagini delle poche telecamere presenti nella zona rurale di Anguillara Sabazia.

Un punto fermo dell’inchiesta riguarda la scomparsa di Federica Torzullo. La donna è rientrata nella villetta familiare intorno alle 23 dell’8 gennaio e da lì non è mai più uscita, come confermato da una telecamera installata nella stradina a fondo chiuso di via Costantino 9. Nessun passaggio a piedi, né movimenti di veicoli. Il marito è l’ultimo ad averla vista viva, mentre il figlio di 10 anni quella notte dormiva a casa dei nonni materni.

All’interno dell’abitazione, i carabinieri del Ris hanno individuato tracce di sangue nel soggiorno, apparentemente ripulite, e ulteriori tracce ematiche in almeno uno dei veicoli utilizzati da Claudio Carlomagno la mattina del 9 gennaio. Una consulenza genetica dovrà stabilire se il sangue appartenga a Federica Torzullo e a quale momento risalgano le tracce, considerate elementi chiave per l’evoluzione dell’indagine.

Nel frattempo continuano le ricerche della donna, portate avanti anche dal padre, Stefano Torzullo, che ha deciso di affiancare alle attività dei carabinieri una ricerca autonoma sul territorio. «Devo trovare mia figlia a tutti i costi», ha dichiarato in un’intervista televisiva, spiegando di essersi avvalso dell’aiuto di un gruppo di cacciatori esperti per perlustrare le zone circostanti.

Sotto la lente anche i messaggi WhatsApp inviati dal telefono di Federica Torzullo alla madre la mattina del 9 gennaio, fino alle 8.20. Messaggi sui quali gli investigatori nutrono forti dubbi, poiché non è stato possibile accertare chi li abbia materialmente scritti. Il cellulare e il computer della donna risultano scomparsi e, secondo gli inquirenti, potrebbero essere stati utilizzati per simulare che fosse ancora in vita.

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In un’inchiesta segnata da telefoni spenti, spostamenti oscuri e tracce cancellate, quelle tre ore senza segnale ad Anguillara Sabazia restano uno degli aspetti più inquietanti e ancora irrisolti del caso.

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Editoriali

Siamo in Italia: la discesa e la caduta delle nostre glorie… ormai scadute

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Molte cose oggi ci fanno vergognare d’essere italiani (per coloro che hanno questo sentimento), certo non tutti la pensiamo allo stesso modo. Ma come si fa a rimanere inerti davanti ad un ‘nero’, proveniente dai barconi che in pieno centro di Firenze sfascia la vetrina di un negozio per rubare una moto, operazione che dura non meno di mezz’ora, con strumenti vari, senza che nessuno si permetta di impedire questa operazione di inciviltà, mentre poi l’autore dello sfascio si allontana tranquillamente senza aver potuto portare a termine l’impresa? Oppure vedere i nostri poliziotti e carabinieri sbeffeggiati e sputati da delinquenti d’oltremare, che si scoprirà poi essere recidivi, con reati a carico in patria (e anche in Italia)? E aver già ricevuto almeno un decreto di espulsione, che useranno per una bisogna ignobile alla prima occasione? E, udite udite, senza alcun permesso di soggiorno. Oppure sentire al tiggì delle venti e trenta che una signora o signorina salutista, che legittimamente praticava la sua corsetta serale in tuta e scarpette, è stata trascinata in un angolo buio e stuprata selvaggiamente? Oppure che un episodio analogo si è svolto ai danni di una ragazza in pieno centro storico di una città delle nostre più belle?

Ormai è una moda, per questi intrusi che pare abbiano avuto precise istruzioni, e viene da pensarlo, tanto simili sono i comportamenti. Macchine sfregiate, vetri rotti, ammaccature profonde e costose. Può capitare. Ma quello che NON DEVE capitare è che tutto ciò sia eseguito nella più totale indifferenza e impunità, in città in cui fino a questa invasione selvaggia (sembra di sentire in sottofondo i tamburi rituali di una qualche religione africana – dell’Africa più nera che ci sia) si poteva camminare sicuri e godere delle bellezze della nostra storia, che nessuno può vantare come l’Italia.

Oggi l’Italia è la nazione in cui i delinquenti, per un eccesso di garantismo (o di buonismo) sono tutelati più dei legittimi abitanti che lavorano e pagano le tasse. Ormai il mito del migrante che ci aiuterà ad avere le pensioni è svanito. Ci sono anche quelli buoni, ma la maggioranza dei reati di strada contro la persona è di pochi (percentualmente) che delinquono, e, vedi caso, la palma d’oro l’hanno conquistata i passeggeri dei barconi.

Purtroppo da noi il disordine regna sovrano, ubbidendo a ordini di scuderia (sappiamo da parte di chi ma non lo diciamo), come ad esempio i cortei cosiddetti pro-palestina, che iniziano con sbandierate intenzioni pacifiste e di rivendicazione di diritti, e finiscono con bottiglie Molotov, bombe carta, auto e quant’altro incendiate, e sanpietrini tirati addosso a poliziotti e carabinieri. E il bilancio dei feriti pende sempre, alla fine, dalla parte delle Forze dell’Ordine.

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Al contrario, i nostri difensori, o almeno quelli che fra mille rischi e difficoltà dovrebbero difenderci e mantenere l’ordine e la legalità, (e non citiamo gli stipendi, per amor di patria), quando fanno il loro dovere, e magari inseguono una moto rubata che non si è fermata all’alt, condotta da una persona senza patente, che a quell’ora dovrebbe essere, se fosse onesto e lavoratore, fra le coltri del letto, dopo una giornata di lavoro, e non a scorrazzare per la città; se in questo frangente, dico, la moto condotta spericolatamente per sfuggire ai carabinieri del posto di blocco (il controllo, a questo punto, è vitale per la nostra sicurezza) ripeto, guidando in maniera spericolata, va fuori strada, e scarogna vuole che uno dei due occupanti ci rimetta la pelle, la colpa NON E’ dei due piccoli fuorilegge, ma dei carabinieri che per dovere e giuramento operavano un controllo in ordine alle condizioni notturne, che prevedono appunto che NOI CITTADINI possiamo camminare liberamente anche di notte, visto che ancora non è stato proclamato il coprifuoco. Ma no. Siamo in Italia, frase che tanto abbiamo sentito pronunciare in occasioni simili negli anni passati (e purtroppo sentiremo anche in quelli a venire). Risultato della operazione: i carabinieri del posto di blocco indagati per la morte (comunque colposa) di uno dei passeggeri, tale Ramy, poverino, aveva solo 19 anni! Ma se fosse rimasto nel suo letto sarebbe ancora in vita, e se avesse avuto dei genitori che lo avessero educato all’onestà e al rispetto delle leggi, invece che alla malavita, avrebbe potuto anche, studiando, diventare un bravo professionista. Invece tutto si risolve nella maniera più assurda. Carabinieri (forse) costretti a mentire per non essere a loro volta accusati. Sfilate con magliette con il volto di Ramy e fiaccole accese. Come se si fosse violato un importante principio della nostra Costituzione. La sfilate, le fiaccolate, le magliette, servono quando c’è un’ingiustizia, non in questo caso. (L’abbiamo detto più volte e lo ripetiamo: chi delinque accetta il rischio della sua impresa, e non ha più nulla a pretendere, neanche un indennizzo, come purtroppo succede da noi: siamo in Italia). Ben altra sinfonia si suona in Francia, o in Germania. Senza parlare degli Stati Uniti. Gli inseguimenti sono portati all’estremo, e i caricatori delle pistole, a volte, scaricati contro chi accenna un minimo di resistenza. Non che siano paesi che coltivano l’assassinio, né noi ci auguriamo questo. Ma quando a New York arrivò il Sindaco Giuliani, con TOLLERANZA ZERO, si poteva camminare ad ogni ora in piena tranquillità, ed io ne sono testimone oculare. Dobbiamo difenderci. Il nostro non è un comportamento “fascista” o assassino: è solo difesa personale. La difesa è nei nostri cromosomi, come in tutti quelli degli animali. Poco importa che lo Stato abbia reso quasi impossibile anche la concessione di un porto d’armi per uso sportivo, spacciato da alcuni giornali come la scorciatoia per un effettivo porto d’armi. Le condizioni sono precise e inequivoche. Il PdA per uso sportivo in realtà è un permesso di trasporto casa-poligono nei giorni e negli orari previsti per il tiro, e l’arma dev’essere scarica e in custodia, senza contiguità con le munizioni. Così abbiamo oggi il festival dei coltelli, da cucina, perdi più. Oggetti che nessuno può impedire di possedere, salvo contestarne il porto senza giustificato motivo. Tornando ai due carabinieri dell’inseguimento di Ramy, se dovessero essere processati, e, Dio non voglia, essere condannati, saranno di fronte ad un risarcimento milionario, come sempre accade con certa Magistratura. Purtroppo. SIAMO IN ITALIA. Se ci fosse un Sindacato come quello di Landini (sia detto senza offesa), a questo punto TUTTI I CARABINIERI d’Italia incrocerebbero le braccia. Ma non è così. Con la condanna, perderemmo due uomini tra i più validi delle nostre Forze dell’Ordine. Operare un posto di blocco di notte, con questi che girano indisturbati, magari con temperature vicine allo zero, ci vogliono gli attributi. E magari la prossima volta qualcuno girerà la testa dall’altra parte. Anche perché ormai è una prassi, quella di denunciare comunque a piede libero l’arrestato del giorno prima, in attesa di giudizio (sempre molto clemente), e che la nostra sicurezza, diurna o notturna, vada pure a ramengo.

Un’ultimo accenno a chi deve giudicare: signori magistrati, giudici, pretori, procuratori eccetera, abbiamo figli e magari nipoti in questa nazione, e bene o male, ci dobbiamo vivere anche noi, con un minimo di sicurezza. Vi costa proprio tanto, ed è così lontano dal vostro dovere professionale togliere di mezzo questa feccia che inquina l’aria, almeno per un po’ di tempo, e poi rimandarla (materialmente) nel suo paese di origine? Non è una condanna a morte, quella nessuno la vuole, né l’ergastolo, quello che “loro” infliggono ai parenti delle vittime. Non farete nulla contro la legge, che VOI siete chiamati a far rispettare, se toglierete dalla strada i malviventi che più male fanno al cittadino “normale”. Non sottovalutate reati come lo stupro (ergastolo per le vittime, da quello non ci si riprende mai più), lo scippo (che a volte genera morte), la rapina, il borseggio organizzato, la violenza fine a sè stessa, il danneggiamento per noia, o per dimostrare una impunità che ci umilia come cittadini e come nazione. Vorrei che “SIAMO IN ITALIA” non venisse più pronunciato se non per significare che siamo nella nazione del mondo più ricca di cultura, di arte, di storia, di paesaggi incantevoli, di buona cucina, e non di extracomunitari che fanno di noi ciò che vogliono, senza rispetto per quella nazione e quel popolo che VOI avete GIURATO di difendere, unitamente e di concerto con Polizia e carabinieri. Risolleviamo il capo. Un popolo che si rassegna a tutto questo è un popolo già sconfitto. Un popolo senza più dignità, perché qualcuno glie l’ha rubata. Vedete di non essere voi quel qualcuno.

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