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Ghosts’n Goblins Resurrection, il sequel del classico anni ’80

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Ghosts’n Goblins Resurrection, dopo aver esordito su Nintendo Switch ormai da qualche mese, arriva finalmente su Xbox e PlayStation e Steam. Per chi non lo sapesse, il gioco è un nuovo capitolo della leggendaria serie Ghosts‘n Goblins di Capcom che si ispira ai suoi due vecchi predecessori, ed è caratterizzato da una splendida grafica simile a un libro di favole e un gameplay platform ricco d’azione. I giocatori, come da tradizione, guidano il coraggioso cavaliere Arthur mentre si fa strada attraverso stravaganti scenari horror, simili a quelli visti nei due titoli usciti negli anni ‘80 e ‘90 in sala giochi, nella sua missione per salvare la principessa da Lucifero, l’infido Signore dei Demoni. Questo titolo oltre che essere un validissimo prodotto per le nuove generazioni rappresenta soprattutto un vero e proprio tesoro per chi ha vissuto l’epoca d’oro del brand, infatti, Ghosts‘n Goblins Resurrection segna l’eroico ritorno della serie che ha debuttato oltre 35 anni fa. Il gioco è infatti un chiaro omaggio a Ghosts‘n Goblins e Ghouls‘n Ghosts, che combina sapientemente il gameplay platform ricco d’azione del brand con una grafica simile a un libro di fiabe e nuovi ostacoli impegnativi. Sia i fan di lunga data di Ghosts‘n Goblins che i nuovi giocatori, potranno guidare il protagonista in armatura e mutandoni nel suo pericoloso viaggio nel Regno dei Demoni usando tutte le armi, abilità, magie e nuovi alleati a loro disposizione. Ghosts‘n Goblins Resurrection offre diverse funzionalità e modalità per aiutare i giocatori nel loro viaggio attraverso il mondo fantasy dov’è ambientato e questo è disponibile in quanto i titoli originali avevano un livello di sfida veramente molto elevato. I giocatori potranno iniziare selezionando una delle tre difficoltà: Scudiero, Cavaliere e Leggenda. È inoltre disponibile una speciale modalità Pagina, che consente agli apprendisti di rigenerarsi sul posto con vite illimitate. Fra le novità introdotte in Ghosts‘n Goblins Resurrection è da sottolineare la presenza del mistico Umbral Tree, che consente ad Arthur di apprendere e potenziare una varietà di incantesimi e abilità magiche passive e attive. Questo albero delle skill e i poteri speciali che esso ha da offrire possono essere attivati attraverso le fate che si raccoglieranno lungo le missioni, ovviamente più creature si cattureranno e più sarà possibile attivare abilità potenti e utili.

A livello di giocabilità, come dicevamo prima, Ghosts‘n Goblins Resurrection non si distacca dagli stilemi della serie: Sir Arthur si imbarcherà in un viaggio per salvare al sua amata che è stata rapita da un demone, per compiere la sua difficile missione dovrà affrontare una serie di livelli bidimensionali che mischiano meccaniche da Run‘n’ Gun a elementi del genere platform. A scuotere questa formula molto in voga negli arcade degli anni ’80, interviene un elevato livello di difficoltà che permea l’intero gioco e che, come nei capitoli originali, risiede in un’artificiosa alchimia fra i movimenti volutamente limitati di Sir Arthur e il reiterato incedere dei nemici all’interno dei livelli. Arthur potrà affrontare le orde demoniache lanciando, in quattro direzioni diverse, un differente quantitativo di armi. Che siano lance, fiaschette infiammabili, coltelli o frecce, ognuna delle armi presenti in Ghosts‘n Goblins Resurrection avrà una portata, una velocità e una direzione specifica, richiedendo al giocatore di cambiare approccio offensivo per contrastare i nemici presenti a schermo. Arthur disporrà inoltre di un’armatura a piastre che si disassemblerà ogniqualvolta verrà colpito. Una volta rimasto letteralmente in mutande, basterà un solo danno per mandare a miglior vita il coraggioso cavaliere. L’elemento che rende l’intera esperienza di Ghosts‘n Goblins Resurrection così complessa, risiede nel moveset volutamente pesante di Sir Arthur, in grado di rendere anche il più semplice salto fra due piattaforme, una sfida con la morte. Il cavaliere, infatti, si muove molto più lentamente dei suoi nemici, obbligando il giocatore a preferire un approccio offensivo rispetto a un marciare più spedito all’interno dei vari livelli. I salti di Arthur si percepiscono sempre pesanti e vincolati all’input deciso dal giocatore. Saltare sul posto non prevede alcuna correzione nella traiettoria così come lo spostarsi lateralmente in aria richiedera tempistiche precise onde evitare spiacevoli risultati. Oltre a queste artificiali limitazioni, ogni colpo accusato da Arthur lo farà retrocedere di qualche centimetro senza possibilità di recupero, rendendo ancora più complesse alcune parti maggiormente orientate al platforming. Il risultato finale è un Run‘n’ Gun frenetico e punitivo che non perdona nessun errore da parte del giocatore, richiedendo a quest’ultimo un’enorme concentrazione per evitare di incappare in spiacevoli, e costanti, morti.

A inspessire l’impianto ludico intervengono tutta una serie di segreti, sfide secondarie e rimandi al passato che aumentano la longevità di Ghosts‘n Goblins Resurrection, offrendo al giocatore molteplici ragioni per ripercorrere i vari livelli. Definire una tempistica precisa per il completamento di una run del gioco è alquanto difficile in quanto sono molteplici i fattori in campo: capacità del giocatore, livello di difficoltà selezionato, volontà di approfondire gli stage secondari e così via, quello che possiamo dirvi che e che noi abbiamo portato a termine tutti gli stage disponibili in otto ore a livello di difficoltà intermedio. Una durata più che soddisfacente per una produzione di questo tipo. In termini tecnico-artistici non si può far altro che elogiare Ghosts‘n Goblins Resurrection. Il gioco, infatti, richiama i libri di fiabe pop-up e da quelle figure di cartone dai movimenti netti e rigidi, ci erge un comparto artistico che riesce a restituire sensazioni analoghe a quelle degli sprite animati dell’epoca. Ottima anche la rivisitazione dei brani originali, che in Ghosts‘n Goblins Resurrection vengono riproposti orchestrati in maniera convincente e con arrangiamenti meno ridondanti degli originali. In termini prestazionali nulla da eccepire, il RE Engine di Capcom si mostra ancora una volta un motore versatile che riesce ad adattarsi a molteplici situazioni e tipologie di produzione. La versione per Xbox (da noi testata su Xbox Series X) di Ghosts‘n Goblins Resurrection, offre una risoluzione in 4K upscalati e un framerate ancorato a 60fps, che non mostra mai tentennamenti. L’input dei comandi è sempre preciso, con una risposta immediata e nessun lag. Cosa ancora più gradita è che Ghosts‘n Goblins Resurrection è completamente localizzato in italiano anche se non presenta alcuna linea di dialogo recitata. Tirando le somme, quest’ultimo capitolo della saga rappresenta un piccolo sogno per chi ha vissuto l’epoca d’oro della saga, ma è senza dubbio una bella sfida per i giocatori più giovani. A nostro avviso chiunque dovrebbe giocare a Ghost’n Goblins Resurrection. Lasciarselo sfuggire è un gran peccato.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8

Sonoro: 9

Gameplay: 8,5

Longevità: 8,5

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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The DioField Chronicle, strategia e battaglie in tempo reale

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The DioField Chronicle, il nuovo videogame strategico in tempo reale per Pc, Xbox, Switch e PlayStation di Square Enix, basa la propria costruzione narrativa su un universo che attinge pienamente dall’esperienza fantasy, andando a offrire alcuni spunti di riflessione fondamentali per comprendere al meglio come le guerre e le battaglie finiscano per distruggere non solo vite umane, ma anche la natura circostante. L’isola di DioField è una sorta di atollo riuscito a tenersi lontano dallo scontro che ha visto l’Impero Schoevia e l’Alleanza di Rowetale scontrarsi duramente, fino a quando il primo, per poter avere la meglio nel conflitto col secondo, non si rende conto di essere a corto di giada e proprio per tale ragione parte all’assalto dei giacimenti presenti sull’isola di DioField. Andrias Rhondarson e Fredret Lester vengono, così, incaricati dal principe dell’isola, come ultimo desiderio prima di morire, di formare un gruppo di resistenza per provare a salvare tutto ciò che si può dell’isola. Cresciuti e diventati dei soldati, dopo allenamenti su allenamenti, i due entrano nel gruppo dei Blue Fox, scoprendo tutto ciò che sta accadendo sull’isola di DioField e di come il traffico di giada sia diventato un vero e proprio pretesto per l’ascesa del dispotico duca Hende. In questo quadro geopolitico non certo originale ma ugualmente interessante si muove un cast di personaggi abbastanza vasto, il cui nucleo è formato da tre amici d’infanzia, ritrovatisi dopo tanti anni dalla stessa parte della barricata a sbarcare il lunario come mercenari. Lo sviluppo e l’evoluzione dei singoli personaggi però non è sempre allo stesso livello: se alcuni si sono dimostrati ben scritti e capaci di stupire in un paio di frangenti sul finire della corposa campagna principale, altri si sono rivelati piuttosto piatti e non hanno mostrato segni di evoluzione dal loro ingresso nel party sino allo scorrere dei titoli di coda. Detto ciò, possiamo dire che in generale il sostrato narrativo e il world building di The Diofield Chronicle riescono a soddisfare, tra qualche cliché fantasy di troppo e qualche svolta inattesa, inoltre il finale riesce a gettare le basi per un possibile sequel.

A livello di gameplay, le innovazioni di DioField stanno tutte nelle battaglie vere e proprie, poiché, gli sviluppatori si sono allontanati dalla classica formula a griglie e turni che caratterizzano il genere. The DioField Chronicle, infatti, mette in campo un sistema ibrido con chiare influenze provenienti dagli RTS occidentali, ed è a tutti gli effetti una variante di uno strategico in tempo reale con pausa tattica. Attenzione però, questo tipo di meccaniche potrebbe far pensare immediatamente a serie come Total War, mentre DioField è in realtà molto lontano da quel tipo di filosofia, e non permette di utilizzare intere armate da dividere e posizionare accuratamente: durante gli scontri si hanno a disposizione solo quattro unità al massimo, ognuna accompagnata da un altro combattente a supporto (per un massimo di otto personaggi in totale) e dotata di una classe con abilità e ruoli molto specifici. Il numero limitato di unità non significa che il posizionamento delle stesse sia trascurabile, dato che i nemici di DioField sono piuttosto differenti fra loro, dispongono spesso di abilità ad area e la loro presenza nelle mappe è accuratamente pensata in modo da rendere sempre l’avvicinamento pericoloso. Gestire un “esercito” così limitato porta dunque le tattiche del giocatore a concentrarsi su altri due fattori primari: l’uso delle abilità e il mantenimento delle risorse. Ora della fine, in parole povere, The DioField Chronicle è un titolo dove per dominare davvero risulta necessario massimizzare le sinergie tra i ruoli disponibili, usare sempre le tecniche migliori per ripulire rapidamente il campo limitando i rischi, ed evitare di sprecare prezioso mana tra i combattimenti. Gli sviluppatori, peraltro, hanno scelto di regolare ogni scontro su una scala piuttosto limitata, per evitare missioni eccessivamente lunghe e tediose; vi sono persino termini di tempo da rispettare per ottenere premi aggiuntivi, a dimostrare ulteriormente come qui l’ottimizzazione di tempi e mosse abbiano un ruolo del tutto centrale. The DioField Chronicle ripropone un sistema a classi, ma non è il caso di aspettarsi in questo gioco qualcosa di comparabile a Final Fantasy Tactics o Disgaea. Durante l’avventura, infatti, non c’è modo di cambiare specializzazione di ogni personaggio, ma si è relegati a quanto offerto dalla storia principale, dato che ogni personalità presente nell’esercito di mercenari ha una classe già decisa e immutabile. Certo, questo non significa che la varietà manchi, tuttavia il numero di guerrieri a disposizione è piuttosto limitato, così come discretamente basilari sono le opzioni per potenziare ognuno di loro. Al di fuori di potenziamenti globali delle abilità, infatti, sono presenti dei rami di sviluppo limitati per ogni singola scelta e a decidere davvero la potenza in battaglia sarà principalmente l’equipaggiamento. Non si tratta di una struttura mal fatta, per carità, ma le sue limitazioni sono chiaramente messe in campo per dare una precisa gradualità alla progressione del giocatore, che con un po’ di esperienza può comprendere pressoché subito quali siano le strade migliori per sviluppare il suo team, e concentrarsi sul livellare esclusivamente i personaggi più influenti.

A livello grafico The DioField Chronicle è tanto bello durante le fasi di combattimento quanto bruttino durante i filmati che portano avanti la trama principale, così come durante l’esplorazione della base della compagnia di mercenari. Si passa quindi con grande disinvoltura da scorci che sembrano disegnati a mano che si sposa benissimo con le ambientazioni evocate, a personaggi che muovono appena le labbra mentre il doppiaggio scorre, da evocazioni splendide che squarciano lo schermo ed il campo di battaglia a movimenti talmente legnosi da richiamare titoli di due generazioni fa. Peccato davvero. I 60 fps, il discreto doppiaggio dall’accento molto british e i caricamenti fulminei giocano a favore della produzione, anche se da un lato aumentano i rimpianti per quello che avrebbe potuto essere se solo fossero stati investiti maggiori fondi nel progetto. La colonna sonora del gioco è piacevole, pur risultando ripetitiva dopo qualche ora per via dello scarso numero di brani, ma comunque riesce perfettamente a essere credibile e a tratti anche coinvolgente. Tirando le somme, The DioField Chronicles è un titolo che riesce a conquistare grazie al suo ottimo gameplay. L’ibridazione tra uno strategico a turni ed un RTS risulta ben riuscita, l’estetica dei diorami all’interno dei quali si combatte non stanca per tutta la durata della campagna e il combat system si rivela soddisfacente anche per un veterano del genere. Grazie ad un livello di difficoltà mai troppo proibitivo e ad una curva di apprendimento alla portata di tutti, peraltro, l’ultima fatica Square Enix si presta ad essere goduta anche da quanti sono stati sempre un po’ intimiditi da un genere considerato di nicchia e di non facile approccio. Quindi, se si vuole provare qualcosa di nuovo, che offra un sistema di gioco valido e che riesca a divertire senza troppe pretese, questo è il titolo ideale.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 7

Sonoro: 8

Gameplay: 8

Longevità: 7,5

VOTO FINALE: 7,5

Francesco Pellegrino Lise

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Samsung e Intel svelano un prototipo di portatile arrotolabile

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Nel corso del lancio dei processori Intel Core di tredicesima generazione, anche noti come Raptor Lake, Samsung e Intel hanno svelato un portatile con display arrotolabile, capace di passare da 13 a 17 pollici. Secondo l’azienda coreana, si tratta di una dimostrazione di ciò che è possibile fare con la tecnologia di visualizzazione oled costruita su un substrato di plastica flessibile. Facendo scivolare il pannello dal bordo del prototipo, si passa dalle dimensioni di un tablet come l’iPad Pro ad un piccolo monitor. “Stiamo annunciando il primo display scorrevole da 17 pollici al mondo per pc”, ha detto JS Choi, l’amministratore delegato della divisione Samsung Display al pubblico della conferenza Intel Innovation 2022. “Questo dispositivo soddisferà diverse esigenze grazie alla sua portabilità”.

Nonostante si tratti di un prodotto non per la vendita, l’ad ha dunque parlato di bisogni reali degli utenti, lasciando intendere che presto il prototipo potrebbe diventare realtà. Samsung Display lavora da alcuni anni su schermi oled scorrevoli. L’azienda ha mostrato una versione di laboratorio l’anno scorso. Pat Gelsinger, il Ceo di Intel, ha definito il portatile uno “slidable pc” senza fornire però dettagli tecnici sulla dotazione di bordo. Il notebook, con tecnologia touch, non prevede la presenza di una tastiera, sebbene non sia escluso che possa includerne una a scomparsa nel dorso, qualora venga commercializzato. Di recente, Lenovo ha presentato il suo ThinkPad X1 Fold dotato di un pannello pieghevole mentre la taiwanese Asus, nel corso della fiera di tecnologia tedesca Ifa 2022, ha annunciato lo ZenBook 17 Fold Oled.

F.P.L.

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Soulstice, il videogame italiano che sfida i colossi del genere action

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Soulstice rappresenta uno di quei videogame che fa davvero piacere recensire. Il suo arrivo su Pc, Xbox e PlayStation è infatti stato una graditissima sorpresa, in primis perché sviluppato dall’italianissimo team di sviluppo Reply Game Studio, e in secondo luogo perché riesce ad avvicinarsi a colossi del genere action come Devil May Cry o Bayonetta. Certo, di lavoro per eguagliare i prima citati colossi ce ne è ancora da fare, ma la direzione è quella giusta e Soulstice rappresenta un ottimo esempio di come un titolo “doppia A” possa sorprendere in positivo e divertire. A livello di trama Soulstice narra le vicende di Keidas, un Regno Sacro nel quale il mondo reale e quello spirituale sono separati da un sottile Velo. Squarciandolo si rischia di portare distruzione nel creato e, per evitare che ciò accada, ci si affida alle Chimere, ovvero due persone che, tramite un rituale, si fondono in una sola. Il corpo della prima accetta l’anima della seconda, ottenendo così capacità superiori. Le protagoniste sono proprio una Chimera, composta dalle anime di due sorelle: Briar e Lute. La prima è il personaggio da controllato dal giocatore, mentre le seconda agisce come una sorta di spirito guardiano, sia nei combattimenti che narrativamente, in quanto risulta la voce della ragione della sorella maggiore, più avventata e impulsiva. La coppia viene inviata nella città di Ilden, dove si è aperto misteriosamente una Squarcio, il quale ha causato la trasformazione di tutti gli umani e degli animali in creature deformi e folli, che ovviamente vogliono fare a pezzi chi gioca. La trama ruota attorno alla figura parzialmente mostruosa delle Chimere, al passato delle due sorelle protagoniste e ai segreti dell’ordine sacro di cui fanno parte. In un mondo dark fantasy, ovviamente, nulla è realmente senza macchia e dall’alto le macchinazioni coinvolgono gli ingranaggi più piccoli come Briar e Lute, le quali riusciranno a superare le aspettative e a prevalere, ovviamente ma non senza sudare quattro camice.

A livello di giocabilità Soulstice è un’esperienza che sa appagare chi proviene dalla vecchia scuola degli hack ‘n’ slash a scorrimento, inclusi i numerosissimi stylish game usciti nell’era a 128-bit di cui ancora si può percepire l’eco. Come accennato poche righe più in alto, Briar è la sorella principale (o meglio, quella che è chiamata a eliminare i nemici), nonché protagonista liberamente controllabile dal giocatore, grazie anche e soprattutto ai vari attacchi a disposizione. Grazie a lei si possono sferrare colpi veloci e letali, alternati ad altri più lenti ma sicuramente più potenti rispetto a quelli base (si va infatti dal poter utilizzare un martello, un guanto e persino un arco, ciascuno con potenza e caratteristiche differenti). Un singolo tasto è adibito all’uso della lama, mentre a un altro quello dell’arma secondaria equipaggiata. Ed è qui che entrano in gioco i primi problemi: Soulstice è sì un action game di buona fattura, ma spesso e volentieri il button smashing la fa da padrone. La sensazione è che premere furiosamente i tasti sia spesso il modo migliore per uscire indenni anche dalle situazioni più caotiche e problematiche, mettendo quindi in secondo piano tutta la questione tattica che da sempre grazia i massimi esponenti del genere. Nota a parte per le boss fight, le quali riescono a stuzzicare la mente del giocatore che è costantemente a caccia dei pattern giusti per porre fine all’esistenza dei nemici nel modo più sicuro e stiloso possibile. A variare un sistema di combattimento piuttosto canonico e confusionario c’è però la presenza di Lute, che a differenza di Briar non è controllabile (o perlomeno, non completamente), sebbene il suo ruolo sia in ogni caso davvero molto importante. Lo spettro è infatti in grado di attaccare in totale autonomia, pur non infliggendo danni paragonabili a quelli della sorella maggiore. Vero anche che Lute è in grado di contribuire al buon esito di un combattimento, magari immobilizzando il nemico di turno per qualche istante, il che è fondamentale per far sì che Briar infligga successivamente il colpo di grazia. Ma non solo: lo spettro è anche in grado di generare un’aura per rendere tangibili alcune creature, così come di creare piattaforme dal nulla utili a proseguire. Purtroppo, però, l’apporto di Lute non è quasi mai risolutivo, specie dalla distanza, visto che spesso e volentieri sarà molto più utile menare le mani a piacimento, piuttosto che spendere secondi preziosi a utilizzare un’abilità dell’alleata fantasma. A ciò va aggiunto un sistema di schivata non propriamente al top, il quale sembra favorire taluni attacchi a scapito di altri, rendendo il meccanismo un po’ troppo spigoloso. Ovviamente quanto detto fino ad adesso è in paragone con i migliori esponenti del genere, quindi nel complesso Soulstice si rivela un titolo assolutamente riuscito e godibile.

A sostenere un gameplay divertente ma comunque a tratti ripetitivo interviene un’esplorazione delle ambientazioni che spesso invoglia il giocatore di deviare dal percorso principale, offrendogli potenziamenti nascosti o materiale spendibile per sbloccare nuove abilità. Inoltre a rendere l’esperienza più completa ci pensano un immenso skill tree doppio (Uno per sorella) e la meccanica dei Campi. Lute infatti può creare delle cupole colorate – blu e rosse – che rendono vulnerabili certi nemici del rispettivo colore, altrimenti impossibili da sconfiggere. Il Campo non può essere attivato all’infinito, pena la perdita della Coesione e la temporanea scomparsa di Lute, quindi bisogna sempre avere chiaro contro chi si sta combattendo, attivando e annullando il Campo rapidamente. I campi possono essere utilizzati anche per rendere calpestabili alcune superfici nascoste o per frantumare sorgenti da cui attingere gemme per lo sviluppo dei personaggi. A proposito della Coesione, quest’ultima è una sorta di indicatore che, se massimizzato, permette di attivare un breve stato di berserk, detto Furore, che rende potentissimi e veloci e permette di attivare una mossa finale distruttiva. Se si cambia continuamente arma, non si subisce danni e si attacca senza interruzioni, si può attivare anche più volte in un combattimento. Ovviamente per fare ciò serve molta pratica e una padronanza del “moveset” molto elevata. Il sistema di combattimento di Soulstice premia l’equilibrio, la velocità e la precisione. È quindi un peccato che, mediamente, la telecamera fatichi a seguire l’azione, soprattutto negli spazi più angusti dove si incastra facilmente negli angoli delle stanze. Sommando anche la quantità di elementi da tenere in considerazione, ogni tanto può capitare di avere difficoltà un po’ a stare dietro a quanto accade a schermo. Gli sviluppatori propongono un sistema di puntamento “lock-on” che molti riconosceranno per i souls-like, ma non è una soluzione sempre efficace con un gioco così veloce e alle volte si perde più tempo a cercare di bloccare la telecamera sul nemico giusto che a sconfiggerlo. Per completare Soulstice a un livello di difficoltà intermedio sono necessarie circa una quindicina di ore, che aumentano per certo se si vuole rigiocare per trovare i potenziamenti e le sfide secondarie (battaglie in arene con condizioni speciali da rispettare) non completate nella prima run. Inoltre, ogni battaglia e capitolo riceve un punteggio, quindi si potrà giocare ancora e ancora a ogni difficoltà per ottenere quello massimo. La versione Xbox Series X da noi provata include tre diverse modalità grafiche, di cui due privilegiano rispettivamente il frame rate e la risoluzione; la terza, invece, è un compromesso indicato a coloro che preferiscono un’esperienza bilanciata. Durante i nostri test abbiamo giocato perlopiù in Modalità Performance e, fatta eccezione per le fasi più concitate, abbiamo registrato rari cali di frame rate. A livello audio se nel complesso la colonna sonora svolge il proprio compito senza lode e senza infamia, con tracce che difficilmente potranno rimanere impresse, abbiamo invece apprezzato il doppiaggio in inglese, ben recitato e contraddistinto da ottimi accostamenti vocali, nonché gli scorrevoli testi tradotti in italiano, che siamo convinti faranno la gioia di coloro che non masticano la lingua anglofona.Tirando le somme, Soulstice, nonostante non raggiunga le vette di eccellenza dei caposaldi del genere, rappresenta una sorpresa davvero ben gradita nel mondo degli action. La trama interessante e il ricco ventaglio di mosse garantito dal doppio protagonista, dalla vasta gamma di armi e dalla meccanica dei “campi” fanno si che l’avventura abbia un buon livello di sfida. A nostro avviso ignorarle Soulstice sarebbe un vero e proprio peccato, quindi consigliamo vivamente di dargli una chance.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8

Sonoro: 8

Gameplay: 8,5

Gameplay: 7,5

VOTO FINALE: 8

Francesco pellegrino Lise

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