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Editoriali

Giornata internazionale del risparmio energetico e degli stili di vita sostenibili: l’intervista esclusiva al Prefetto Francesco Tagliente

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Nella Giornata internazionale del risparmio energetico e degli stili di vita sostenibili, che si celebra oggi 26 marzo il Prefetto Francesco Tagliente ha contribuito alla campagna di sensibilizzazione sulla razionalizzazione dei consumi energetici ideata dalla trasmissione “Caterpillar” di Rai Radio 2 e Rai per il Sociale.

Ricordiamo che il Prefetto Tagliente, particolarmente attento al tema del risparmio energetico, è il protagonista antesignano dei progetti concepiti e poi attuati nelle realtà fiorentina, romana e pisana

Ecco come riassume, sulla pagina FB, la sua esperienza operativa corredata da puntuali riferimenti al partenariato istituzionale

“Chi, come me, è stato chiamato da gestore di risorse pubbliche a dare concreta attuazione agli indirizzi normativi e agli obiettivi gestionali posti dal livello amministrativo superiore, nel corso degli anni si è scontrato con una contrazione progressiva dei budget a disposizione e ha dovuto, quindi, individuare e promuovere percorsi alternativi, che sfruttando le sinergie istituzionali, le competenze e le professionalità distribuite a vari livelli, consentano di perseguire l’obiettivo concreto del contenimento dei costi di gestione ma anche, in molti casi, di acquisire un arricchimento professionale e culturale da parte di tutti i soggetti coinvolti.

Da Questore di Firenze, ad esempio, nel 2007 ho avviato con il coinvolgimento di vari soggetti istituzionali pubblici, un vasto e diversificato piano di razionalizzazione e riqualificazione degli spazi in uso alle strutture della Polizia di Stato, che solo in termini di minori oneri di locazione ha garantito un risparmio annuo di milioni di euro. Tra i singoli interventi pianificati, quali la ricollocazione degli uffici o la riqualificazione architettonica e strutturale degli immobili, era ricompreso anche l’adeguamento degli impianti di illuminazione mediante la realizzazione di un sistema che ha consentito un risparmio energetico calcolato intorno a 30.000 euro annui.

Nella successiva esperienza come Questore di Roma, nel 2010 ho replicato le iniziative promosse a Firenze e, grazie al supporto gratuito di una nota società nazionale di telecomunicazioni, è stato attuato presso l’immobile sede della Questura capitolina un sistema c.d. di Smart Building, che consiste nell’applicazione di building automation ovvero installazione di meccanismi di regolazione e controllo delle fonti luminose (quali sensori di presenza, temporizzatori ecc). Il risultato è stato stimato in un abbattimento del 40% dei costi per l’energia elettrica, con picchi del 50% rispetto ai consumi ordinari.

A Pisa, culla del sapere accademico e della ricerca scientifica, nel 2012 è stato possibile proseguire nella concreta attuazione di quella politica gestionale avviata a Firenze e a Roma, promuovendo l’incontro tra il mondo del fare, rappresentato dalla Prefettura, e il mondo della ricerca e del sapere, rappresentato dall’Università.

La proficua collaborazione instaurata in particolare con la Facoltà di Ingegneria, si è concretizzata in una prima attività di rilevazione dei consumi energetici del palazzo storico che ospita la Prefettura di Pisa e nel successivo approfondimento tecnico-scientifico delle informazioni acquisite, il cui risultato è rappresentato dal complesso studio di diagnosi energetica e dalla valutazione tecnico-economica degli interventi di contenimento dei consumi oggetto di una Tesi di Laurea. Dalle risultanze di tale lavoro è stato possibile estrapolare una prima serie di interventi di immediata fattibilità sui sistemi di illuminazione.

L’intero elaborato ha costituito un importante strumento informativo a supporto dell’adozione di misure strutturali per il risparmio energetico e allo stesso tempo anche un esempio di best practice, dal punto di vista delle sinergie attuabili, per tutti i soggetti pubblici o privati comunque interessati alla tematica del risparmio energetico. I progetti, concepiti e poi attuati nelle realtà fiorentina e capitolina, dimostrano come l’intraprendenza di amministratori sensibili a criticità emergenti come quella del contenimento dei costi e delle emissioni inquinanti, coniugata ad un’adeguata rete sociale, possa addirittura anticipare la cogenza dell’intervento normativo, con benefici che si risolvono a favore dell’intera collettività.

Il patrimonio culturale e scientifico di cui le singole realtà locali dispongono può realmente rappresentare il presupposto fattivo per migliorare il benessere di una collettività, esprimendo modelli operativi ispirati alla costruzione di un lavoro di squadra che, proprio perché tali, sono senza dubbio in grado di plasmarsi ai più molteplici scenari nei quali sarebbe dunque il paziente a divenire “medico di sé stesso””.

Sul tema l’Osservatore d’Italia, ha ritenuto di contribuire alle celebrazioni della “Giornata internazionale del risparmio energetico e degli stili di vita sostenibili” con una intervista esclusiva al Prefetto Tagliente sull’uso efficiente e la conseguente riduzione del consumo dell’energia nella Pubblica Amministrazione. Ecco cosa ci ha risposto.

“Premetto che l’uso efficiente dell’energia sta divenendo, un tema importante per le Amministrazioni Pubbliche, sia perché impegnate a ridurre i costi di gestione, sia perché chiamate ad essere un esempio per tutti i cittadini.

La difficile situazione economica che vive da alcuni anni il nostro Paese ha, infatti, imposto agli apparati della Pubblica Amministrazione di rivedere le spese sostenute a tutti i livelli, per ridurre progressivamente l’impatto sull’indebitamento.

Le politiche di contenimento dei costi sono state tradotte dal legislatore in una varietà di azioni che riassumiamo, a volte anche impropriamente, con il termine di spending review e che vanno ad incidere sulle diverse voci di spesa del bilancio pubblico; gli strumenti a tal fine utilizzati vanno dai semplici tagli lineari di budget all’introduzione di misure di razionalizzazione delle procedure di spesa, come l’e-procurement, e di digitalizzazione dei processi.

Ma uno degli ambiti nei quali è possibile oggi ottenere i maggiori risultati è sicuramente quello relativo al consumo energetico, che non solo garantisce ampi margini di recupero di risorse ma è anche stato individuato, a livello mondiale (Protocollo di Kyoto) ed europeo (Direttiva Europea 2012/27/UE), come il settore su cui intervenire maggiormente per ridurre l’impatto sul clima e sull’ambiente.

Negli ultimi decenni, infatti, l’attenzione della politica internazionale si è concentrata sui temi della sostenibilità energetica ed ambientale: il surriscaldamento globale, l’aumento continuo del prezzo dei combustibili fossili e i frequenti dissesti ecologici hanno contribuito allo svilupparsi, da parte dei diversi Stati, di un interesse e di una consapevolezza nuovi nei confronti delle questioni energetiche.

Il legislatore nazionale, uniformandosi al solco tracciato a livello internazionale e soprattutto europeo, è intervenuto negli anni con una serie di provvedimenti normativi atti ad incidere soprattutto sul settore edilizio, dal momento che quasi la metà dei consumi di energia dell’Unione è imputabile agli edifici, rivolgendo la propria attenzione in primis a quelli in uso alla Pubblica Amministrazione.

Al riguardo è opportuno richiamare, per il carattere di cogenza e di stretta attualità che rivestono, due provvedimenti normativi: il primo è quello contenuto nella norma dell’art.14 del D.L. 52/2012, convertito nella legge n. 94/2012, che assegna alle Pubbliche Amministrazioni un termine di 24 mesi dall’entrata in vigore del provvedimento per adottare, sulla base delle indicazioni fornite dall’Agenzia del Demanio, misure finalizzate al contenimento dei consumi di energia e  all’efficientamento degli usi finali della stessa.  Il secondo è rappresentato decreto legislativo 4 luglio 2014, n.102 che recepisce la Direttiva Europea 2012/27/UE e aggiorna il quadro normativo nazionale esistente, introducendo misure più incisive finalizzate a promuovere l’efficienza energetica di imprese, famiglie e Pubblica Amministrazione, con l’obiettivo di centrare il target di riduzione dei consumi di energia primaria in coerenza con la Strategia energetica nazionale.

La Direttiva Europea 2012/27/UE nasce, come noto, per garantire il raggiungimento degli obiettivi di riduzione e risparmio previsti dal cosiddetto pacchetto clima-energia 20/20/20” (2009/29/Ce) e indica chiaramente come il maggiore potenziale di risparmio energetico sia insito negli edifici. Un set di regole e indicazioni che puntano ad incentivare il processo di ristrutturazione di edifici pubblici e privati e a migliorare il rendimento energetico delle relative dotazioni.

Il Governo italiano ha identificato l’efficienza energetica tra le priorità per il rilancio dell’industria nazionale e uno sviluppo di lungo periodo sostenibile. Attraverso la Strategia Energetica Nazionale, il Governo ha elevato le proprie ambizioni di efficienza, puntando ad una riduzione del consumo di energia superiore all’obiettivo europeo.

Quello dell’efficienza energetica non è, però, solo uno strumento di contenimento della spesa pubblica (la bolletta energetica della Pubblica Amministrazione ammonta a ben 6 miliardi) ma rappresenta anche un importante driver per lo sviluppo economico. Inoltre, tutti i documenti programmatici in materia, sia a livello europeo che nazionale, assegnano alla Pubblica Amministrazione anche un ruolo esemplare nei confronti di imprese e famiglie per la diffusione di una cultura e di una pratica dell’efficienza energetica.

Ma queste potenzialità del settore pubblico incontrano un forte limite nella carenza di risorse da destinare agli interventi di tal genere.

La strada per lo sviluppo dell’efficienza energetica nel settore pubblico è, quindi, ancora lunga. In aggiunta ai freni di tipo economico-finanziario si riscontra, infatti, nella Pubblica Amministrazione un deficit pluriennale di informazione e di competenze specifiche interne, necessarie affinché l’efficienza energetica possa trovare sbocco nelle pratiche di gestione corrente delle attività pubbliche.

Abbiamo chiesto al Prefetto Tagliente anche di parlarci della esperienza pisana e nello specifico come ha realizzato il progetto con dettagli sulle fasi principali delle attività di diagnosi energetica.

“La diagnosi energetica viene definita dal D. Lgs.vo del 30 maggio 2008, n.115 come “la procedura sistematica volta a fornire un’adeguata conoscenza del profilo di consumo energetico di un edificio o gruppo di edifici, di un’attività o impianto industriale o di servizi pubblici o privati, ad individuare e quantificare le opportunità di risparmio energetico sotto il profilo costi-benefici e riferire in merito ai risultati”. Per diagnosi energetica deve quindi intendersi una procedura sistematica che ha inizio con operazioni di sopralluogo e di acquisizione dei dati di consumo storici dell’edificio, si sviluppa con l’integrazione con strumenti di calcolo (elaborazione di un modello matematico dell’edificio) e si conclude con l’individuazione e l’analisi sotto il profilo costi-benefici delle opportunità di risparmio energetico.

Occorre precisare che l’edilizia esistente è fortemente energivora. Per esempio, con riferimento all’edilizia residenziale è stimato un consumo energetico annuo medio nazionale sul patrimonio edilizio esistente fino a 200 kWh/m2, a fronte di obiettivi della Comunità Europea inferiori a 70 kWh/m2 anno ed attualmente tendenti all’edificio ad energia quasi-zero (Nearly zero-energy building).

La situazione dell’edilizia del settore terziario è assai più articolata a causa dell’estrema variabilità dei tipi edilizi e delle destinazioni d’uso di questi edifici. Limitando l’analisi agli edifici per uffici è stimato un consumo energetico annuo medio pari a circa 250 kWh/m2; in tal caso si noti che i consumi sono essenzialmente dovuti alla climatizzazione (in particolare quella estiva) ed alla illuminazione degli ambienti di lavoro. Negli edifici storici tale situazione è ulteriormente aggravata dallo scarso livello di isolamento termico dell’involucro opaco e trasparente e da volumi edilizi di notevoli dimensioni.

La Prefettura di Pisa è collocata, sin dalla prima metà del ‘900, in un edificio storico di notevole pregio artistico-architettonico sui Lungarni di Pisa, noto come Palazzo Vecchio (in origine Palazzo Medici), risalente all’XI secolo (v. Figura). L’edificio è composto da tre piani per una superficie coperta pari a circa 1200 m2 ed una superficie calpestabile pari a circa 2700 m2.

 I consumi di energia primaria ammontano (con riferimento alla fatturazione energetica elettrica e termica relativa all’anno 2013) a circa 270 kWh/m2 anno, valore elevato ma del tutto concorde con i valori medi nazionali per edifici esistenti con le stesse caratteristiche.

Le proposte tecnico-economiche per la riduzione dei consumi energetici dovranno risultare diversificate in relazione agli usi termici, essenzialmente relativi al riscaldamento invernale, ed agli usi elettrici relativi alla climatizzazione estiva, all’illuminazione, al funzionamento delle apparecchiature elettriche da ufficio, al riscaldamento dell’acqua per gli usi igienico-sanitari.

Inoltre la riduzione dei consumi energetici dovrà avvenire a parità di servizio reso dall’edificio, vale a dire senza modificare le condizioni medie di comfort attualmente esistenti, ovvero migliorandole anche in relazione all’evoluzione degli aspetti di sicurezza e benessere sui luoghi di lavoro.

Pur mancando una codifica nazionale sulle modalità di procedere ad una diagnosi energetica di un edificio storico destinato ad una funzione pubblica così rilevante sul territorio come quella di una Prefettura, si è proceduto secondo i più aggiornati orientamenti europei in proposito.

In sintesi le fasi principali delle attività di diagnosi energetica possono essere così precisate: a)- acquisizione dati dei consumi energetici da fatturazione; b)- rilievo geometrico e dei sistemi impiantistici dell’edificio; c)- calcolo dei fabbisogni di energia primaria; d)- confronto tra consumi energetici e fabbisogni di energia primaria; e)- proposte di interventi migliorativi della prestazione energetica dell’edificio; f)- analisi costi-benefici delle soluzioni proposte.

Nella fase (a) sono state raccolti i dati dei consumi energetici risultanti dalle bollette di consumi gas (usi termici) ed energia elettrica (usi elettrici) per gli anni dal 2008 al 2013 compreso. I dati raccolti sono stati riorganizzati sotto forma grafica e tabellare per una più adeguata interpretazione e per facilitare il confronto con i risultati dei calcolo analitico dei fabbisogni di energia primaria.

Nella fase (b) è stato condotto un rilievo puntuale dell’involucro edilizio con caratterizzazione delle prestazioni termiche della parte opaca e della parte finestrata. Parallelamente è stato condotto un rilievo dei sistemi impiantistici di riscaldamento, di produzione di acqua calda sanitaria, di illuminazione e di climatizzazione. Le attività di rilievo sono state precedute da una analisi del sito (p.e. dati climatici) e dall’acquisizione degli elaborati grafico-planimetrici. I risultati delle attività di rilievo sono stati organizzati in una raccolta dati per schede di immediato utilizzo per completare agevolmente la procedura di diagnosi energetica.

Nella fase (c), utilizzando i più recenti standard tecnico-normativi a livello nazionale (Norme UNI/TS 11300 pubblicate a partire dall’anno 2008), è stato realizzato un modello energetico con il quale sono stati valutati i fabbisogni energetici per i principali servizi dell’edificio e gli indici energetici prestazionali previsti dalla legislazione in vigore in tema risparmio energetico nell’edilizia. Il modello di calcolo è stato realizzato prima secondo gli usi standard normativi e poi adattato al particolare profilo dell’utenza della Prefettura di Pisa.

Nella fase (d) sono stati confrontati dei risultati ottenuti nella fase (a), relativi ai consumi energetici effettivi, con i risultati ottenuti nella fase (c), relativi ai fabbisogni energetici stimati. Il confronto ha avuto il duplice scopo di verificare il grado di accordo del modello di calcolo con la prestazione effettiva dell’edificio e di mettere in evidenza l’incidenza percentuale dei vari usi energetici sul consumo complessivo annuo. L’analisi oggetto di tesi mostra la rilevanza dei consumi elettrici (pari a quelli per riscaldamento degli ambienti) ed in particolare l’incidenza dell’illuminazione interna sul totale dei consumi elettrici.

La fase (e) è stata nettamente influenzata dal valore storico-artistico dell’edificio, fattore che ha condizionato le potenziali proposte di intervento, impedendo di fatto di realizzare operazioni invasive di isolamento termico sull’involucro opaco o di rifacimento dei sistemi impiantistici di climatizzazione. Sono stati quindi analizzati in dettaglio interventi non invasivi (e poco interferenti con le normali attività lavorative) relativi all’isolamento termico del solaio di sottotetto, alla sostituzione delle finestre, alla sostituzione dei generatori di calore e relativi ai sistemi di illuminazione interna ed esterna.

La fase (f), infine, è stata articolata nella progettazione dei possibili interventi migliorativi, nell’analisi dei risparmi annui conseguibili rispetto ai consumi attuali, nella valutazione dei costi di investimento e dei relativi tempi di ritorno e nell’individuazione degli interventi di maggior convenienza fra tutti quelli proposti. A questo proposito, l’analisi si è ispirata, nelle fasi iniziali, alle Linee Guida europee redatte nel 2013 dal Buildings Performance Institute Europe, per poi svilupparsi secondo una metodologia elaborata in maniera del tutto autonoma ed inedita. Per gli scopi della valutazione tecnico-economica dei possibili interventi migliorativi è stato definito un opportuno indice di convenienza economica che permette un confronto diretto tra le varie soluzioni proposte per via grafica e su una scala di graduazione.

Dall’analisi effettuata su oltre 60 possibili combinazioni di interventi migliorativi, quelle che comprendono modifiche ai sistemi di illuminazione interna ed esterna risultano sempre favorevoli in termini di risparmio energetico conseguibile, costi di investimento e relativi tempi di ritorno. Peraltro, gli interventi sui sistemi di illuminazione interna (degli ambienti di lavoro) ed esterna (di sicurezza e dei giardini), quali per esempio la sostituzione di lampade ed apparecchi obsoleti e di scarsa efficienza con lampade a risparmio energetico ed apparecchi con elevate prestazioni, si accordano con le procedure di riduzione dei consumi già intraprese e con i criteri di riduzione di invasività degli interventi anche in relazione alle attività lavorative correnti.”

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Lucarella: “Tre mosse auspicabili per cambiare la giustizia e il volto del Paese. Ma serve la politica”

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La riforma Cartabia ha dovuto fare i conti con quel che rimaneva in piedi della c.d. “Bonafede” e il Governo Draghi si appresta, anche in vista dei primi passi post delega fiscale, ad intensificare gli interventi normativi in ambito giudiziario.

Il comparto giustizia, come risaputo, è anche motore di sviluppo e, traduzione economica vuole, condiziona nel bene o nel male la vita quotidiana, l’andamento del PIL, ecc.

Abbiamo voluto sentire su questo tema l’opinione dell’avvocato Angelo Lucarella, vice pres. coord. della Commissione giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico, saggista ed attento conoscitore delle dinamiche politiche.

“Indubbiamente il Min. Cartabia sta facendo il possibile stando a quanto, come ho avuto modo di dire qualche mese addietro, l’Unione Europea ci obbliga a fare dal 2016 in special modo con la direttiva sulla non regressione delle tutele e garanzie per gli imputati.

D’altronde nella relazione della Commissione Lattanzi quest’ultimo passaggio è stato evidenziato. Diciamo che intervenire sulla dinamica della prescrizione era un atto dovuto da parte del Governo Draghi e il Ministro della Giustizia, certamente, non si è sottratta alla chiamata di responsabilità.

Il vero problema sarà nella prossima legislatura perché, al netto di questi primi interventi di restyling, c’è da capire quale visione di Paese si voglia mettere a disposizione degli italiani.

Sarei dell’idea che almeno su tre fronti si possa ulteriormente intervenire, ma servirà una politica coesa, consapevole delle sfide e, soprattutto, pronta a confrontarsi con alla base un pensiero di nuova prossimità al cittadino considerando gli inediti assetti che si creeranno a seguito del taglio dei parlamentari.

Al di là di ciò che si sente ormai da mesi (se non anni), come ad esempio la separazione delle carriere, tempi della giustizia, ecc., penso a tre cose:

– costituzionalizzazione della giustizia tributaria e, al contempo, migliorare i Principi di Giusto processo con integrazioni specifiche;

– rivisitazione dell’obbligatorietà dell’azione penale legandola ad una riserva di legge (escludendo reati medi e di grave entità);

– strutturazione, presso la Corte Costituzionale, di una sorta di ufficio delle pregiudiziali e delle incostituzionalità a cui i cittadini possano ricorrere direttamente (ovviamente ciò implica, evitando la genesi di fatto di un soggetto in sé pletorico, un ridisegno del numero e/o delle funzioni sul fronte del già costituzionalmente previsto atteso che buona parte dell’ingolfamento contenzioso, oggi in mano ai giudici delle leggi, riguarda i famosi conflitti di competenza tra Stato e Regioni attesa la riforma del Titolo quinto di vent’anni fa). 

Ma senza investire sulla formazione e sulle carriere sin dal momento universitario (anche se sono convinto si possa addirittura intervenire prima e cioè sulle scuole), non si può sperare molto.

Occorrono almeno 20 anni per portare a frutto la complessa opera di ridisegnamento di un sistema come quello giudiziario italiano.

Tuttavia, a monte ci deve essere la buona volontà perché non si può pensare solo ad ingolfare la magistratura di leggi. Ecco, questo è un altro elemento da considerare. Occorre snellire il quadro normativo il più possibile e miglioralo dove c’è bisogno. Ci si può ancora fossilizzare sul concetto che il cittadino possa avere a che fare con migliaia di norme, regolamenti, ecc. per fare qualcosa? Così si rischia che non la faccia più o, peggio il contrario, che cada per forza di cose in situazioni non legittime o lecite. E questa è anche una questione che interferisce con il realismo lavorativo e, di riflesso, sul Pil.

La giustizia è un tema sul quale non si può più temporeggiare. Ne va della credibilità del Paese anche difronte alle sfide del PNRR”.

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Perché Mimmo Lucano è stato condannato a 13 anni e due mesi?

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La condanna di Mimmo Lucano è arrivata a una quantificazione pari al doppio di quella dell’accusa. Alla fine è stato infatti condannato per la commissione di 16 reati e, nel caso in cui si profilino le caratteristiche del reato continuato, ovvero della commissione di diversi reati accomunati da un medesimo disegno criminoso, il calcolo della pena viene effettuato tenendo presente la pena del reato più grave che potrà essere aumentata dal giudice fino al triplo.

In questo caso il reato peggiore contestato è quello di peculato. Questo reato si ricorda consistere nell’appropriazione di denaro o cosa mobile altrui in ragione della propria funzione di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio. Secondo gli inquirenti questa tipologia di reato è stata commessa dall’imputato in vari episodi, con l’aggravio del fatto che il danno costituisse una rilevante entità.

Un reato, purtroppo, tra i più diffusi tra coloro che esercitano pubbliche funzioni, tanto da indurre di recente il legislatore ad introdurre pene più severe, con l’emanazione della legge n. 190 del 2012 prima, e della legge n. 69 del 2015 dopo, che hanno fatto passare, infatti, la pena minima da tre a quattro anni e la massima da dieci anni a dieci anni e sei mesi. Quindi si presume che il computo della pena per Mimmo Lucano non sia stato fatto tenendo come base di calcolo il minimo (quattro anni) moltiplicato per tre, ma che sia stata utilizzata una base di calcolo più alta, anche in ragione della natura degli aggravi degli altri reati ad esso ascritti.

Si ricorda che l’accusa aveva chiesto una condanna di 7 anni e 11 mesi, per i reati, tra gli altri, di falso in atto pubblico, abuso d’ufficio e associazione a delinquere e concussione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Quest’ultimo reato, era il più grave secondo i PM. Per la concussione, infatti, la pena va da sei a dodici anni. Ma il Tribunale ha assolto l’imputato da questo reato, riconoscendo come reato più grave, quindi, quello di peculato.

Tra gli altri reati più gravi, per cui il Lucano è stato dichiarato colpevole sono: abuso d’ufficio, truffa aggravata e associazione a delinquere.

Per i giudici di primo grado, i fatti contestati e posti alla base della condanna scaturiscono da una complessa attività di indagine che ha visto l’ex sindaco di Riace adoperarsi nel combinare matrimoni con il solo fine di far ottenere la cittadinanza a soggetti extracomunitari e per aver messo a disposizione di questi ultimi delle case abbandonate e poi recuperate. Altra accusa era relativa all’affidamento diretto di appalti per la raccolta dei rifiuti alle cooperative Eco-Riace e L’Arcobaleno, per il periodo che va da ottobre 2012 fino all’aprile 2016, senza che fosse stata imbandita una gara d’appalto e senza che le due cooperative fossero iscritte negli albi previsti dalla legge.

Si tratta di una sentenza di primo grado e destinata da ora a raggiungere la Corte di Cassazione. Non sono da escludere colpi di scena per i successivi gradi di giudizio. La pronuncia sulla questione Lucano ha fatto chiaramente molto rumore da un punto di vista politico, nonché mediatico e l’interesse nazionale sulla questione è molto alto perché si sentono tirati in ballo gli ideali contrapposti tra chi si ritiene aperto alle politiche di accoglienza e chi invece preferisce chiudere i confini al prossimo.

In definitiva si può dire che la questione è assai delicata perché da un punto di vista prettamente tecnico-giuridico quello che viene preso in considerazione non è il fine morale dell’operato (suscettibile quindi di una valutazione ideologica) ma la commissione di fatti previsti dalla legge come reato.

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Vaccini: svolta autoritaria, non ‘dovere morale’

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Dopo l’amara esperienza del deprecato ventennio fascista, finita la guerra, il pensiero dominante dei padri costituenti è stato quello di evitare una seconda esperienza come quella del fascismo mussoliniano. Tutti i riflettori quindi si sono concentrati su chi, preso dalla nostalgia, avrebbe voluto ritornare all’orbace, alle marcette, alle adunanze ‘oceaniche, alla premilitare per i ragazzini, e a quello che una volta si chiamava ‘sabato fascista’, e che poi, sotto altro regime, ha preso il nome di ‘settimana corta’: almeno in questo molti sono stati accontentati, rivendicando il sabato festivo come una conquista sindacale.

Democrazia, dunque, se mai questa parola in Italia ha avuto senso. Ma ciò che sta accadendo in questi giorni (e che speriamo cessi al più presto) con lo sbandierato ‘obbligo vaccinale’, negato sia dalla Costituzione Repubblicana, sia dai Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, e, se non bastasse, dalla Risoluzione del Consiglio d’Europa n. 2361 del 2021, dal titolo: ‘Considerazioni sulla distribuzione e somministrazione dei vaccini contro il Covid 19’, (in particolare al punto7.3.1 e al punto 7.3.2) ha l’amaro sapore di un ricatto e di una costrizione che fa leva su ciò che sia la nostra Costituzione, e sia la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo dichiarano assolutamente sacro e imprescindibile, cioè il lavoro. Non vogliamo parlare delle tante incongruenze e delle poche trasparenze che hanno accompagnato questa tragedia fin dall’inizio, non ci spetta e non ci compete. A fronte di centinaia di morti, ci sarà qualcuno che potrà meglio andare a fondo di tante situazioni anomale, come quella dell’azione legale di un gruppo di familiari di morti (di Covid o di terapia?) presso un ospedale tarantino. Ma sventolare un obbligo vaccinale che, sia pure in presenza di una legge, sarebbe, insieme alla legge che lo rendesse possibile, incostituzionale e contrario a qualsivoglia iniziativa democratica.

Ci sono, e c’erano anche all’inizio della dichiarata ‘pandemia’, terapie atte a guarire dal Covid 19: l’esempio ci viene dalla guarigione, all’Ospedale Spallanzani di Roma, di due cinesi curati con un integratore da pochi euro, la Lattoferrina. Una notizia che, data da un tiggì della RAI, è subito sparita in quelli successivi. Tranne a ricomparire tempo dopo, nella risposta ad una domanda della conduttrice di un programma domenicale su RAI 1, che tratta di salute. Infatti, alla domanda rivolta ad un virologo, di quelli che sempre vediamo in televisione da qualche tempo, la conduttrice s’è vista rispondere che sì, la Lattoferrina inibisce l’ingresso della proteina nelle cellule. Ma non era quello il messaggio che doveva passare. Senza parlare della sieroterapia, che guarisce ad horas, e di altri supporti medici che sarebbe troppo lungo enumerare. Non vogliamo, per quanto possibile, entrare nel merito del trattamento dei soggetti positivi: anche se la ‘vigile attenzione e tachipirina per tre giorni’ ad alcuni è sembrata un incoraggiamento ad ammalarsi. Dubitiamo che i grandi virologi, infettivologi e ricercatori non ne fossero al corrente: ma questa è solo una nostra opinione.

Il nostro tema è diverso: quanto è ‘morale’ costringere una persona a farsi inoculare un vaccino, o presunto tale, in nome di un ‘dovere morale’, quando dai fatti riportati dai media ufficiali (e non dai social) sappiamo che nessun vaccino rende immune chi lo assume, lasciandolo, come riscontrato, portatore di una carica virale simile a chi il vaccino non ha assunto? E che significano la seconda e la terza dose di tali vaccini, se non funzionano, e in pratica non si sa fino a che punto siano efficaci (e se lo siano) e per quanto tempo? E che significa ciò che riporta FIRST ON LINE sul web, in data 7 agosto a firma di Ugo Bertone:

“Per i Pharma Usa profitti record trainati dai vaccini contro la pandemia. Per Moderna utile trimestrale raddoppiato e per Pfizer si profila un fatturato di 33,5 miliardi a fine anno. E il secondo trimestre si preannuncia anche più ricco”.

Legittimo sospettare che, stante il fatto che il vaccino non ‘immunizza’, come si affrettano a dichiarare i telegiornali, (più corretto sarebbe chiamare ‘vaccinati’ e non ‘immunizzati’ i soggetti che hanno ricevuto la dose, ma tant’è, la guerra psicologica passa anche attraverso questi squallidi escamotage), questa grande campagna di vaccinazione (o di inoculazione di terapia genica sperimentale) non prescinda dai profitti delle case farmaceutiche.

Ma torniamo all’argomento principale, la deriva autoritaria imposta da questo governo Draghi che ‘tira diritto’ (vi ricorda qualcosa?) nonostante navighi controcorrente, incurante dei morti di vaccino (dei quali, ufficialmente, non è possibile stabilire la correlazione col vaccino stesso, ma che comunque sono morti, oppure le persone che hanno riportato, in maniera dimostrabile, un danno fisico irreversibile) è un fatto che tutti i giorni leggiamo sulle prime pagine dei giornali.

In pratica, a nessuno può essere inoculato il vaccino, o il prodotto di una terapia genica sperimentale, senza che lui vi acconsenta. È di questi giorni la comunicazione dell’FDA americana del termine della fase sperimentale del vaccino Pfizer, il che lo renderebbe quanto meno un ‘vaccino’.

Esiste una corrente filosofica, che parecchi medici allopatici farebbero bene a considerare, l’Olismo. Una definizione più precisa la troviamo sul web:

“Principio filosofico e metodologico di alcune scienze per il quale i sistemi complessi sono irriducibili alla mera somma delle loro parti, in modo tale che le leggi che regolano la totalità non possano mai essere riducibili alla semplice composizione delle leggi che regolano le parti costituenti.

PARTICOLARMENTE

In biologia, tesi secondo la quale, assumendo l’organizzazione dei viventi secondo livelli gerarchici (da quello atomico-molecolare agli ecosistemi), ogni livello superiore mostra valori di funzionalità e di autoorganizzazione superiore a quello che scaturirebbe dalla semplice somma degli elementi di cui è composto e che costituiscono il livello immediatamente precedente.

Definizioni da Oxford Languages

 In parole povere: siamo tutti fatti nella stessa maniera, abbiamo tutti lo stesso numero di organi interni e così via, ma ognuno di noi è diverso da un altro. Non si può quindi adottare la stessa cura per tutti. La visione olistica ci conduce a curare non la malattia, ma la persona. I ‘bugiardini’ esistono proprio perché questo principio è stato riconosciuto, e quindi il farmaco che può giovare ad alcuni, può essere nocivo ad altri. Il ‘Consenso informato’ che si fa firmare a chi deve ricevere il vaccino, serve proprio a questo: riconoscendo i limiti di una terapia (I vaccini non sono una terapia, ma una prevenzione, e non andrebbero fatti in presenza di terapie ad hoc, come accade nel nostro caso), i fabbricanti si proteggono dai danni collaterali, scaricandone la responsabilità su chi il farmaco deve assumere. Ed è chiaro che questi non ha alcuna nozione di medicina o di probabili conseguenze negative.

Concludendo, questa smania di ‘vaccinare’ l’80% della popolazione entro il 15 settembre, spingendo in tutti i modi su chi non desidera essere vaccinato, ricorda molto un regime autoritario al quale non vorremmo appartenere. Gli strumenti sono molti, a cominciare dal Green Pass, per finire alla sospensione dal lavoro con relativa sospensione dello stipendio. Questo non è democratico. La democrazia non è il regime perfetto, ma non riusciamo ad immaginare di meglio. L’impressione che si ricava da questa accelerazione è che si voglia smaltire il maggior numero di dosi di vaccino prima che questa pressione debba forzatamente cessare: cosa che ci auguriamo accada al più presto, e senza danni per chi vuole soltanto tornare ad una forma di normalità e al proprio lavoro, senza sentirsi ogni momento costretto e insidiato.

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