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Giovanni dietro Falcone – prima puntata: i suoi angeli custodi

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Nel 1979, Giovanni Falcone arriva a Palermo chiamato dal consigliere istruttore Rocco Chinnici. Da quel momento con Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e poi anche Leonardo Guarnotta, la Procura di Palermo diverrà il centro nevralgico per la lotta alla mafia. Chinnici si era insediato al posto di Cesare Terranova ucciso il 25 settembre 1979. Per i magistrati l’aria di Palermo era insopportabile. Le parole di due agenti della tutela e scorta della Polizia di Stato, Diego Bonsignore e Giovan Battista Guttadauro ci riportano indietro ai quei giorni. Falcone diventa l’effige della lotta alla criminalità organizzata e perciò bersaglio preferito dalla cupola di Cosa Nostra. È l’inizio di una vita blindata: 6 macchine di scorta e un elicottero lo seguono ovunque. Il rumore delle sirene è assordante. Come gli agenti di scorta all’inizio non venivano dotati del giubbotto anti proiettile, cosi anche il dottor Falcone doveva far fronte personalmente alla sua incolumità. Dietro Falcone, forti e ben addestrati i suoi agenti dell’ufficio scorte. Diego Bonsignore, Giovan Battista Guttadauro, Pasquale Patinella e Paolo Buscemi. Suoi angeli custodi e amici.

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Il video servizio trasmesso a Officina Stampa del 13/6/2019

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Luna e marte più vicine. Luca Parmitano ha raggiunto la Stazione Spaziale. Dallo spazio un robot si muoverà sulla terra

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E’ arrivata in sei ore sulla Stazione Spaziale Internazionale la Soyuz MS-13 con a bordo l’astronauta Luca Parmitano sulla Stazione Spaziale Internazionale. Per l’astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa),  con l’americano Andrew Morgan e il russo Alexander Skvortsov, comincia così la missione Beyond, “Oltre”, nella seconda parte della quale sarà al comando, primo italiano e terzo europeo ad avere questo ruolo. AstroLuca dovrà inoltre affrontare delle passeggiate spaziali ed eseguire esperimenti volti a preparare l’uomo ai lunghi viaggi verso Luna e Marte.

Perfetta manovra di aggancio alla Stazione Spaziale
La capsula Soyuz si è agganciata al modulo russo Zvezda della Stazione Spaziale alle 00,49. A bordo ci sono l’italiano Luca Parmitano, dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa), l’americano Andrew Morgan della Nasa e il russo Alexander Skvortsov della Roscosmos. Si è concluso così il viaggio di sei ore iniziato con il lancio della missione Beyond. Tra circa due ore, necessarie per le operazioni di controllo, gli astronauti potranno entrare nella Stazione Spaziale e incontrare i colleghi Aleksej Ovčinin, Nick Hague e Christina Koch.

Gli astronauti entrati nella Stasione Spaziale poco dopo le 3,00
L’astronauta Luca Parmitano è a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. E’ entrato insieme ai suoi compagni di equipaggio, l’americano Andrew Morgan e il russo Alexander Skvortsov, a circa due ore dall’aggancio della Soyuz

Beyond, la seconda missione dell’astronauta Luca Parmitano: dovrà sperimentare tecnologie nuove, che lo porteranno a controllare dallo spazio un robot che si muove sulla Terra, riciclare l’anidride carbonica per ottenere nuovo ossigeno per gli astronauti, studiare microrganismi minatori per estrarre minerali su altri corpi celesti, trovare la dieta ideale per gli astronauti che devono affrontare lunghi viaggi. Parlano di futuro tutti gli esperimenti che l’astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) dovrà condurre sulla Stazione Spaziale. Alcuni di questi sono stati preparati dall’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e tutti guardano nella stessa prospettiva: aprire una nuova strada nell’esplorazione spaziale, che permetta all’uomo di affrontare le future lunghe missioni verso la Luna e Marte riducendo al massimo i rischi, primi fra tutti quelli legati all’esposizione alle radiazioni, ma anche la riduzione della massa muscolare e l’impoverimento del tessuto osseo. Gli esperimenti comprendono test di fisiologia umana, dimostratori tecnologici, attività educative e di osservazione della Terra.

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Borsellino, Franco Gabrielli su poliziotti Caltanissetta imputati per aver favorito la mafia: “No a verità di comodo su strage”

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‘Se tra noi qualcuno ha sbagliato, se qualcuno ha tradito per ansia da prestazione o per oscuri progetti, siamo i primi a pretendere la verità. E non ci si pari dietro a chi non può più parlare o a scorciatoie. Non vogliamo verità di comodo’, ha detto il capo della polizia Gabrielli, nella sede della questura a Palermo, durante la cerimonia a 27 anni dalla strage di via D’Amelio, dove sono stati uccisi Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta. Parlando dei presunti depistaggi nelle inchieste sulle stragi di mafia, Gabrielli ha aggiunto: ‘Noi vogliamo la verità intera, costi quel che costi. Tutto questo per noi non è negoziabile. Pretendiamo la verità al pari dei familiari delle vittime delle stragi mafiose’.

Mattarella: ‘impegno per giustizia e verità’ – “Nel ventisettesimo anniversario della strage di via D’Amelio, in cui persero la vita, insieme a lui, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, rivolgo nei loro confronti un pensiero commosso e rinnovo la solidarietà ai loro familiari, tra i quali, per il primo anno, manca Rita Borsellino che ne ha continuato in altre forme lo stesso impegno. Rimane forte l’impegno per Paolo Borsellino, e per tutte le vittime di mafia, di assicurare, oltre al tributo doveroso della memoria, giustizia e verità”. Così Sergio Mattarella in una nota. “L’emozione suscitata dalla pubblicazione delle audizioni di Paolo Borsellino avanti alla Commissione Antimafia ha coinvolto in questi giorni tanti italiani – dice ancora il Presidente della Repubblica – e ha richiamato, ancora una volta, il nostro Paese all’impegno nella lotta contro la mafia e ai pesanti sacrifici che questa ha comportato. La riconoscenza verso la sua figura e la sua azione non si potrà attenuare con il trascorrere del tempo e appartiene al patrimonio di civiltà dell’Italia, conservato e coltivato specialmente tra i giovani. Ed è, questo, un segno di speranza”, conclude Mattarella

Gabrielli, se qualcuno ha sbagliato paghi – “Se tra di noi qualcuno ha sbagliato, se qualcuno ha tradito per ansia da prestazione o per oscuri progetti, siamo i primi a pretendere la verità. E non ci si pari dietro a chi non più parlare e a scorciatoie. Non vogliamo verità di comodo”. Così il capo della polizia, Franco Gabrielli, facendo riferimento ai presunti depistaggi nelle inchieste sulle stragi di mafia. A Caltanissetta tre poliziotti sono imputati per calunnia aggravata dall’aver favorito la mafia.

Don Scordato, ora la beatificazione – “E’ nostro dovere chiedere per Paolo Borsellino e per le tante persone che hanno servito la comunità e lo Stato un processo di beatificazione”. Lo ha proposto don Cosimo Scordato che nella chiesa di San Saverio ha celebrato la messa per il magistrato ucciso nel 1992 nella strage di via D’Amelio.

Conte: ‘Contrasto a mafie impegno quotidiano’ – “Oggi ricordiamo il giudice Borsellino, ucciso 27 anni fa insieme agli agenti della scorta. Le sue parole e il suo coraggio sono sempre vivi nella nostra memoria, nella nostra coscienza. Ricerca della verità e contrasto alle mafie sono per noi un imperativo, un impegno quotidiano”. Lo scrive il premier Giuseppe Conte su twitter.

Casellati: ‘Libertà e giustizia tra i suoi ideali’ – “Libertà, giustizia, coraggio: ancora oggi il ricordo degli ideali che animavano Borsellino e ai quali egli improntò tutta la sua vita, è vivo nella memoria collettiva del Paese. Lo dichiara il presidente del Senato Casellati nell’anniversario della strage di via D’Amelio, nella quale, 27 anni fa, persero la vita Paolo Borsellino e i suoi cinque agenti di scorta. “Oggi come allora ricordiamo con orgoglio la loro fedeltà allo Stato”, afferma il ministro della Difesa Trenta.

Maria Falcone, ‘pesanti ombre, ora verità su stragi’ – “Sono passati 27 anni dalla strage di via D’Amelio in cui vennero assassinati Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, eroi laici che hanno sacrificato la vita per la giustizia”. Così Maria Falcone, sorella del giudice ucciso a Capaci e presidente della Fondazione Falcone, nel giorno del 27esimo anniversario della strage di via D’Amelio. “Su quell’attentato, per troppo tempo avvolto da pesanti ombre – aggiunge – intravediamo i primi squarci di luce, chiesti con forza dalla famiglia di Paolo Borsellino che per anni ha atteso con dignità e compostezza di conoscere la verità. Si va intravedendo il contesto in cui maturò il depistaggio delle indagini sull’eccidio. Ma è ora indispensabile che si vada avanti su questa strada, che le eventuali responsabilità istituzionali vengano fuori senza sconti come chiedono i familiari delle vittime che, giustamente, pretendono una verità piena”. “La nostra non sarà una democrazia compiuta – sottolinea Maria Falcone – fin quando non saranno chiariti tutti i punti oscuri di una tragica pagina della storia della Sicilia e dell’Italia tutta. Ne hanno diritto i familiari del giudice Borsellino e degli agenti morti, ne hanno diritto gli italiani. Oggi un pensiero commosso va alla cara Rita, che non è più con noi e che di questa strada ha potuto solo intravedere l’inizio”.

Salvini, ‘un pensiero per questi Eroi italiani’ – “Il 19 luglio di 27 anni fa, nella strage di via D’Amelio, vennero assassinati Paolo Borsellino e cinque donne e uomini della scorta. Un pensiero e una preghiera per questi Eroi Italiani, ringraziando Forze dell’Ordine e magistrati che ne onorano la memoria con la guerra quotidiana a tutte le Mafie, con decine di arresti e confische di patrimoni milionari anche in questi giorni. #lamafiamifaschifo”. Così il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ricorda il 27/mo l’anniversario della strage di via D’Amelio.

Fraccaro: ‘Ora verità, desecretazione è passo avanti’ – “Borsellino fu ucciso perché era un ostacolo alla trattativa Stato-mafia. Il suo sacrificio ci impone di cercare, con coraggio e senza sosta, la verità. La desecretazione è un passo avanti. Lavorare per rendere l’Italia un Paese migliore è il modo giusto di per onorarlo”. Lo scrive in un tweet il ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro

Musumeci, ognuno di noi s’impegni per antimafia – “Siamo davanti all’albero di ulivo che simboleggia l’eternità del messaggio che hanno voluto lasciare Paolo Borsellino, la sua scorta e anche Giovanni Falcone e gli uomini che lo accompagnavano e tutti coloro che sono caduti nella trincea della lotta alla mafia”. Lo ha detto questa mattina ai giornalisti il presidente della Regione Nello Musumeci a margine della deposizione di un cuscino di fiori ai piedi dell’albero della pace di via D’Amelio, nel 27/mo anniversario della strage in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta della Polizia di Stato Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Presenti, tra gli altri, il vice presidente della Regione Gaetano Armao, gli assessori Ruggero Razza e Toto Cordaro. “E’ un iniziativa sobria, breve, semplice come è giusto che sia il messaggio che deve passare soprattutto a questi giovani meravigliosi che ho incontrato qua – ha aggiunto – ai quali dobbiamo spiegare che ognuno di noi è impegnato e deve sentirsi impegnato sul fronte della Antimafia che non deve essere gridata, non deve essere un passaporto per affrontare con comodità le criticità della vita, l’antimafia va praticata giorno dopo giorno nel silenzio del dovere e il dovere si fa sempre in silenzio”, ha concluso Musumeci.

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Editoriali

Il Vangelo, l’immigrante ed il grande equivoco

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Succede qualcosa di sconcertante. Persone che non hanno mai letto una pagina dei libri sacri ed altri che si sono sempre dichiarati agnostici, in quest’era che infiamma i cuori, ardendo con il sacro fuoco degli adulatori del culto del migrante, predicano e pontificano e spesso quello che non dicono nasconde il grande equivoco.

Ovvio, la figura dell’emigrante non può che suggerire loro la parabola del buon Samaritano

Non sanno dove l’abbiano sentita e non sanno dire precisamente di che si tratta. Qualche monsignore adulto, qualche parroco di frontiera oppure qualcuno del “migrante generation” l’avrà nominata in qualche partecipazione ai talk show di intrattenimento televisivo. L’avranno sentita ed anche se non l’avessero capita avranno pensato: sa di buono, è d’effetto, perché non sfruttarla?

Impossessatisi di questa “verità evangelica secondo i talk show televisivi” pensano di usarla come clava contro quei credenti che si dichiarano contrari ad un’accoglienza disordinata e ad un’integrazione disorganizzata, caotica e non compatibile con la capacità ricettiva della penisola. Questi credenti rischiano la scomunica e subiscono le imprecazioni, fra le tante, anche della “cattolicissima” Famiglia Cristiana che non ci pensa due volte ad intimargli : andate retro, voi assatanati.

C’è in giro un grande equivoco e a nessuno giovano le mezze verità.
La parabola del buon samaritano è narrata dall’evangelista Luca e si trova in 10, 25-37.

Anche allora c’era chi si serviva delle parole del Maestro per scopi propri. A parere di molti uomini di Chiesa la scomunica a Salvini di mons. Domenico Mogavero non ha nulla di misericordioso anche perché i suoi commenti successivi sapevano molto del politico. Il primo a smarcarsi dal vescovo di Mazara è stato il suo confratello il vescovo di Noto, che con modi evangelici ha dimostrato moderazione, arrivando persino a dichiarare : “se Salvini lo ha fatto dal profondo del suo cuore ha fatto anche bene”.

Poi, se vogliamo dirla tutta: chi siamo noi a giudicare?

Riprendiamo con il testo della parabola. Alla domanda faziosa di un dottore della legge per mettere il Maestro alla prova, Gesù aveva ribattuto: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno”. (Vangelo: Luca 10, 25-37)

La conclusione è più che ovvia, ma non della conclusione bensì dell’atto completo di cui vogliamo parlare.
I tanti buonisti, “gli ultràs dell’immigrazione”, forse per svista o più probabilmente perché non avranno mai letto il testo evangelico, si fermano al fatto che il Samaritano, pur non facendo parte del “popolo eletto” ebbe compassione del malcapitato, lo caricò sopra il suo giumento e lo portò a una locanda.

Per i tanti che dibattono nei vari talk show televisivi la storia finisce qui. L’atto di per se è misericordioso ma non è quello che vuole trasmettere il messaggio evangelico.

Quale sarebbe stato il giudizio di tutti se il Samaritano, seppure mosso dalla compassione , caricando il malcapitato sul giumento lo avesse scaricato vicino alla locanda e poi avesse ripreso la strada, senza accertarsi se il locandiere fosse stato in grado fisicamente e anche finanziariamente di accudirlo?

C’è poi un altro atto misericordioso compiuto dai Carola di turno e le Ong di passaggio. E’ bello e buono salvare le vite umane, “ fasciare le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricarli sopra le navi Ong, portarli a Lampedusa. E poi? E il “giorno dopo”? Nulla da obiettare, la loro opera è meritevole, è caritatevole ma c’entra niente con la parabola del samaritano? No, il messaggio della parabola è un altro. C’è il seguito che poi è la parte più importante.” Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno”. E’ proprio questo passaggio che manca. Chi scarica l’emigrante a Lampedusa non si sente più responsabile di quello che succede dopo.

Bello è l’operato delle varie Carola che salvano naufraghi oppure li trasferiscono da un paese all’altro , li mettono in salvo a Lampedusa ma poi, sono veramente certi di avere fatto tutto?
Fino ad ora non si è sentito alcuno dire : “Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno”. Al contrario, da quando la diaria giornaliera per ogni emigrante è stata ridotta da 35 euro a 20 euro, molte associazioni di “accoglienza”si sono tirate indietro. Che tipo di carità è questa? Mi sembra tanto che stiano liberando gli emigranti dal fuoco africano per buttarli nella brace italiana. No….! Chi è il locandiere? Che capacità ha di prendersi cura di quell’emigrante, curarlo, offrirgli un lavoro, istruzione, futuro per lui e per la sua famiglia? E’ questo il problema. Salvare le vite è sacrosanto e nessuno lo può negare e non c’è bisogno che ce lo ricordi nessuno. L’abbiamo inciso nel nostro dna. Il problema è un altro.

Chi sono oggi i vari leviti e i vari sacerdoti che girano la testa e fanno finta di non vedere e di non sentire?

L’Europa per primo, con i suoi moderni leviti,sempre pronti a legiferare, pontificare su tutto, promuovere teorie del gender, legiferare a favore delle unioni civili, condannare l’omofobia, l’islamofobia , si occupa dei temi etici, dell’intelligenza artificiale MA ” il tema immigrazione”è sparito dalla sua agenda.

L’Onu, la Nato e non solo mentre risultano osservanti rigorosi dell’inviolabilità del diritto di ingerenza che potrebbe salvare le vite nei campi libici, in Venezuela e non solo, sono di manica larga quando una Carola forza il blocco, infrangendo qualsiasi regola in nome dei “diritti umani”. Quelli in Libia, in Venezuela cosa sarebbero?

Il messaggio pieno della parabola verrà compiuto quando gli ultras dell’emigrazione si faranno avanti, dichiarandosi disposti a prendere a proprio carico un certo numero di immigranti, provvedendo alla loro sistemazione, offrendo loro casa e mantenimento, assistenza e sicurezza e assicurandogli un futuro lavorativo. Garantendo che nulla avranno mai a pretendere dallo Stato per quanto suesposto.

“Armiamoci e PARTITE” l’abbiamo sentita tante altre volte. E’ ora di tacere se non si crede in quello che si dice.

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