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GIULIO REGENI: SI CERCA LA VERITÀ. IL CORPO CONSEGNATO ALL'OSPEDALE ITALIANO DE IL CAIRO

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Tempo di lettura 5 minutiIl Presidente della Repubblica Sergio Mattarella spera che con la collaborazione delle autorità egiziane si possa chiarire rapidamente quanto accaduto e consegnare alla giustizia i responsabili

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di Angelo Barraco
 
Roma – Il cadavere di Giulio Regeni è stato consegnato all’Ospedale italiano “Umberto I” del Cairo dalle autorità egiziane. Emergono delle novità in merito alla morte del giovane dottorando Giulio Regeni, il cui corpo è stato rinvenuto in un fosso nella periferia del Cairo. Sul corpo del giovane sono stati rinvenuti segni di bruciatura di sigaretta, ferite da coltello e tortura, segno le la morte del giovane è stata lenta. A riferirlo è il procuratore egiziano alla Associated Press. Anche le ciò che era stato detto in una prima fase dal direttore dell’Amministrazione generale delle indagini a Giza aveva riferito che: “le indagini preliminari parlano di un incidente stradale e ha smentito che Regeni sia stato raggiunto da colpi di arma da fuoco o sia stato accoltellato”. Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri vuole vederci chiaro e chiede verità su quanto accaduto. La macchina investiga, sul fronte italiano, si è messa in moto e la procura di Roma procede per omicidio, indagando contro ignoti e affida la delega alla polizia giudiziaria che si occuperà delle indagini preliminari. Le alte cariche dello Stato Italiano si sono fatte avanti in merito alla questione, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella spera che con la collaborazione delle autorità egiziane si possa chiarire rapidamente quanto accaduto e consegnare alla giustizia i responsabili. Matteo Renzi ha sentito Abdel Fattah Al Sisi, tenendo presente a quest’ultimo l’esigenza del rientro in Italia della salma del giovane per restituirla alla famiglia. L’ambasciatore d’Egitto Amr Mostafa Kamal Helmy è stato convocato dalla Farnesina, ha espresso inoltre massimo cordoglio per la tragica morte del giovane e si ha precisato che l’Egitto darà la sua massima collaborazione per individuare e consegnare alla giustizia i responsabili. 
E’ emerso inoltre che il giovane studente collaborava per il giornale “Il Manifesto”, ma non utilizzava il suo nome bensì uno pseudonimo con il fine di auto tutelarsi e perché temeva per la sua incolumità.
 
La scomparsa, il ritrovamento. La scomparsa di Giulio Regeni, studente friulano scomparso dal Cairo il 25 gennaio, ha avuto un tragico epilogo. Il corpo del giovane 30enne è stato rinvenuto alla periferia della capitale egiziana, all’interno di un fossato. Giulio sarebbe stato ucciso, ma le circostanze che hanno portato alla sua morte non sono chiare, saranno le indagini a far luce al mistero che avvolge la sua morte.  Secondo quanto scrive il sito del quotidiano Al Watan, sul corpo del giovane vi sarebbero segni di tortura. Sul giornale vi è scritto: “Ritrovamento del  corpo di un giovane uomo di circa 30 anni, totalmente nudo nella parte inferiore, con tracce di tortura e ferite su tutto il corpo”, il cadavere sarebbe stato rinvenuto nella zona di Hazem Hassan. 
 
La Farnesina ha annunciato: “Il Governo italiano ha appreso del probabile tragico epilogo della vicenda del nostro connazionale” e malgrado si aspettava la conferma dalle autorità egiziane, Il Ministro degli Interni Paolo Gentiloni ha esternato il suo “profondo cordoglio personale e del Governo ai familiari” poiché i familiari del giovane si erano recati al Cairo per seguire le ricerche del loro figlio misteriosamente scomparso. L’Italia ha messo in atto la macchina investigativa per stabilire il perché sia stato ucciso il giovane e da chi. Il Ministro ha fatto sapere inoltre: “Il Governo italiano ha richiesto alle autorità egiziane il massimo impegno per l'accertamento della verità e dello svolgimento dei fatti, anche con l'avvio immediato di un'indagine congiunta con la partecipazione di esperti italiani”. Il risvolto negativo della vicenda ha portato anche la sospensione di una missione di circa sessanta aziende italiane al Cairo, missione guidata da Federica Guidi, Ministro dello Sviluppo Economico. 
 
Allo stato attuale non c’è una pista ufficiale che stanno seguendo gli inquirenti in merito alla morte del giovane dottorando che da settembre risiedeva al Cairo in un appartamento. Rimane avvolta da una fitta cortina di mistero. Stava scrivendo una tesi sull’economia egiziana presso l’American University di Cambridge. Tante le ipotesi al vaglio degli inquirenti, martedì scorso ci sono stati intensi scontri al Cairo, proprio nella zona in cui risiedeva il giovane, ma fonti del Cairo avevano escluso l’ipotesi della scomparsa associata ad un errore dei servizi di sicurezza. Una delle ipotesi al vaglio degli inquirenti è quella del rapimento messo in atto dalla criminalità locale o a sfondo politico, a sfondo economico. Si è parlato anche di una possibile mano dell’Isis, ma gli estremisti operano in una zona settentrionale e non è giunta alcuna rivendicazione in merito al delitto. Intanto una fonte della sicurezza locale aveva riferito che la scomparsa del giovane poteva essere legata a motivi personali. 
 
Non si sa molto in merito agli ultimi istanti di vita del giovane, prima delle 20 di quel lunedì sicuramente era vivo e stava andando a trovare alcuni amici per un compleanno, a confermare questa circostanza è l’amico Omar Aassad. Si stava muovendo a piedi sulla sponda del Nilo, tra il quartiere di El Dokki e il centro. Le informazioni che al momento giungono sono poche, ma visto il luogo in cui è stato rinvenuto il cadavere si può ipotizzare che si sia trattato di una rapina finita male. L’Italia si stringe attorno al dolore della famiglia del giovane, Debora Serracchiani, presidente del Friuli Venezia Giulia, ha scritto su facebook: “Siamo sgomenti per la giovane vita spezzata di Giulio Regeni. Il nostro pensiero è tutto per la famiglia, che sta vivendo momenti di indicibile sofferenza. Auspichiamo che sia fatta luce completa su ogni particolare di questo dramma terribile”.

Regeni sulle prime pagine di tutti i quotidiani egiziani Tutte le prime pagine dei principali quotidiani nazionali egiziani dedicano oggi ampio spazio al caso dello studente italiano Giulio Regeni. "La tragica morte di Regeni, tensioni diplomatiche e perdite economiche", titola il quotidiano indipendente "al Masry el Youm". Una linea editoriale simile a quella adottata dal quotidiano "al Shorouk", secondo cui la morte del giovane potrebbe causare tensioni diplomatiche con l'Italia, paese che negli ultimi anni ha intrattenuto relazioni molto amichevoli con l'Egitto, suggellate anche da numerose visite ufficiali. "Crisi imminente tra il Cairo e Roma dopo il ritrovamento del corpo senza vita di Regeni", e' in titolo del quotidiano di proprieta' privata, che sottolinea le circostanze misteriose che hanno portato alla morte dello studente italiano e giudica l'interruzione della visita del ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, come un segnale negativo.
Il quotidiano filo-governativo "al Ahram", invece, si concentra sulla cooperazione bilaterale tra Roma e il Cairo e cita l'incontro tra il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, e l'omologo Paolo Gentiloni avvenuto a Londra, a margine della conferenza dei donatori sulla Siria. Lo stesso quotidiano riferisce che il capo della diplomazia del Cairo ha promesso "piena cooperazione" per appurare le cause della morte del giovane, nel contesto dei "forti legami e dell'amicizia tra i due paesi". Un altro quotidiano di proprieta' statale, "al Jumhouria", cita al contrario fonti giudiziarie secondo cui Regeni avrebbe subito gravi torture, con tagli alle orecchie e fratture al cranio che avrebbero comportato un copioso sanguinamento ed un'emorragia interna, causandone infine la morte. Secondo un editoriale del quotidiano egiziano dell'opposizione "al Dostor", la morte di Regeni "pone fine alla luna di miele tra l'Italia e l'Egitto". Il giornale indipendente sottolinea che "il governo italiano ha convocato l'ambasciatore egiziano, Amr Mostafa Kamal Helmy, per discutere di questo e in particolare del fatto che il ragazzo avrebbe subito torture". L'editoriale aggiunge infine che "gli italiani hanno chiesto indagini coordinate alla presenza di esperti di Roma per capire perche' vi siano segni di tortura sul corpo del giovane".

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Groenlandia, il nuovo epicentro della tensione globale: tra pressioni Usa, reazioni europee e l’ombra delle grandi potenze

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La Groenlandia, immensa isola artica coperta per l’80% dai ghiacci e abitata da poco più di 56 mila persone, è tornata al centro della scena geopolitica internazionale. Non più soltanto territorio remoto e simbolo del cambiamento climatico, ma snodo strategico cruciale in una partita globale che intreccia sicurezza militare, sovranità nazionale, equilibri Nato e competizione tra grandi potenze. L’incontro avviato all’Eisenhower Executive Office Building, presieduto dal vicepresidente americano JD Vance, rappresenta l’ultimo tassello di una vicenda che si sta rapidamente trasformando in uno dei dossier più delicati del nuovo equilibrio internazionale.

Il vertice, iniziato con circa mezz’ora di ritardo a causa dei consueti rituali diplomatici, conferma quanto il tema Groenlandia sia ormai uscito dalla dimensione tecnica per assumere una valenza politica di primo livello. Non si tratta più solo di cooperazione artica o di sicurezza dei confini settentrionali della Nato, ma di una ridefinizione degli spazi di influenza in un mondo sempre più segnato dal ritorno della logica delle sfere di potere.

La posizione europea: sovranità, Nato e volontà dei popoli

A ribadire la linea dell’Unione Europea è stata la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, che ha sottolineato come la Groenlandia “appartenga al suo popolo” e come Bruxelles mantenga un contatto costante con il governo danese sul dossier. Il messaggio è chiaro: qualsiasi discussione sul futuro dell’isola non può prescindere dalla volontà dei suoi abitanti e dal rispetto delle regole internazionali.

Von der Leyen ha ricordato inoltre che la Groenlandia è parte integrante del sistema di sicurezza euro-atlantico attraverso la Nato, un’alleanza che, per definizione, deve tenere insieme interessi diversi ma convergenti. Un passaggio tutt’altro che scontato, soprattutto alla luce delle crescenti pressioni provenienti da Washington.

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Trump e la dottrina del controllo strategico

Le parole di Donald Trump, diffuse attraverso il suo social network, segnano una rottura netta con la tradizionale diplomazia multilaterale. Secondo il presidente statunitense, la Groenlandia è “fondamentale” per la sicurezza nazionale americana e per il sistema di difesa strategica denominato “Golden Dome”. Qualsiasi soluzione che non preveda il controllo diretto degli Stati Uniti sull’isola viene definita “inaccettabile”.

Trump lega esplicitamente la Groenlandia all’efficacia stessa della Nato, sostenendo che senza il “vasto potere” degli Stati Uniti l’Alleanza non sarebbe un deterrente credibile. In questa visione, il controllo americano dell’isola non è una forzatura, ma una necessità strategica per evitare che Russia o Cina possano rafforzare la propria presenza nell’Artico.

Si tratta di una narrativa che sposta il baricentro del dibattito: non più cooperazione tra alleati, ma una gerarchia di potere in cui Washington si attribuisce il ruolo di garante unico della sicurezza occidentale.

La risposta della Danimarca: rafforzamento militare e linea dura

Di fronte alle pressioni americane, la Danimarca ha scelto di reagire rafforzando la propria presenza militare in Groenlandia. Il ministro della Difesa Troels Lund Poulsen ha annunciato un incremento degli investimenti e delle forze dispiegate sul territorio, confermando che Copenaghen non intende lasciare zone d’ombra sulla propria sovranità.

Secondo fonti ufficiali, è già stato inviato un comando avanzato con il compito di preparare il terreno logistico e operativo per un eventuale dispiegamento più ampio. Un segnale chiaro: la Groenlandia non è una terra di nessuno, ma parte integrante del Regno di Danimarca e del sistema di sicurezza Nato.

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L’Europa si muove: il caso francese e il fronte della solidarietà

Tra i Paesi europei, la Francia è quella che ha assunto l’iniziativa più visibile. L’apertura di un consolato francese in Groenlandia, annunciata per il 6 febbraio, viene definita dal ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot come un “segnale politico”. Non solo presenza diplomatica, ma anche cooperazione scientifica e rafforzamento del legame con il territorio artico.

Il presidente Emmanuel Macron ha usato toni particolarmente netti, avvertendo che una violazione della sovranità della Groenlandia avrebbe “conseguenze a cascata senza precedenti”. Parole che suonano come un monito non solo agli Stati Uniti, ma a chiunque intenda forzare l’assetto attuale dell’Europa.

Anche altri Paesi dell’Unione, come Cipro, hanno espresso piena solidarietà alla Danimarca, sottolineando che nessuno Stato membro può parlare o negoziare a nome di un altro. La linea è quella del rispetto delle decisioni sovrane e del coordinamento europeo.

Più prudente la posizione tedesca: Berlino, pur intensificando i contatti, ha escluso per ora l’apertura di un consolato in Groenlandia, preferendo mantenere l’assistenza diplomatica attraverso la propria ambasciata in Danimarca.

La Russia osserva e provoca

Dal fronte russo, la portavoce del Ministero degli Esteri Maria Zakharova ha colto l’occasione per attaccare l’Unione Europea, accusandola di concentrarsi su dossier come l’Iran per distogliere l’attenzione da quanto accade in Groenlandia. Secondo Mosca, il rischio è che l’isola venga “sottratta” senza un referendum, una critica che punta a delegittimare l’azione occidentale e a presentare la Russia come difensore del diritto internazionale.

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È una posizione tutt’altro che neutrale: l’Artico è da tempo uno degli spazi strategici su cui Mosca investe risorse militari ed economiche, e l’eventuale rafforzamento americano in Groenlandia verrebbe percepito come una minaccia diretta.

Scenari possibili: dalla tensione diplomatica alla crisi sistemica

Alla luce degli sviluppi attuali, si possono ipotizzare diversi scenari.

Il primo scenario è quello di una stabilizzazione negoziata: gli Stati Uniti continuano a esercitare pressione, ma all’interno di un quadro Nato condiviso, con un rafforzamento della presenza militare multilaterale nell’Artico e un maggiore coinvolgimento europeo, senza modifiche formali alla sovranità groenlandese.

Il secondo scenario prevede un’escalation diplomatica: Washington insiste su una soluzione unilaterale, l’Europa reagisce irrigidendo le proprie posizioni e la Groenlandia diventa terreno di scontro politico permanente, con effetti destabilizzanti sull’Alleanza Atlantica.

Il terzo scenario, il più critico, è quello di una crisi sistemica: una forzatura sul controllo dell’isola potrebbe innescare una frattura profonda tra Stati Uniti ed Europa, aprendo spazi di manovra a Russia e Cina e trasformando l’Artico in una nuova area di confronto diretto tra grandi potenze.

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Una partita che va oltre l’Artico

La questione groenlandese va ben oltre i confini dell’isola. È un banco di prova per la tenuta dell’Occidente, per il concetto stesso di alleanza e per il rispetto delle regole internazionali in un mondo sempre più competitivo. In gioco non c’è solo una porzione di territorio artico, ma il modello di relazioni tra alleati e il futuro equilibrio tra potenza e diritto.

La Groenlandia, da periferia del mondo, si trova oggi al centro di una partita globale. E il modo in cui questa partita verrà giocata dirà molto su che tipo di ordine internazionale emergerà nei prossimi anni.

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Venezuela, segnali di apertura dal nuovo corso: liberati prigionieri politici, tornano liberi anche due italiani

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Un segnale di distensione atteso da tempo arriva da Caracas, dove il nuovo corso politico venezuelano ha annunciato la liberazione di un “numero significativo” di prigionieri politici, compresi cittadini stranieri. Una mossa che appare come un tentativo di riallacciare i rapporti con gli Stati Uniti e con la comunità internazionale, nel pieno di una fase delicata per il Paese sudamericano, alle prese con una difficile transizione dopo l’uscita di scena di Nicolás Maduro.

Tra i detenuti rilasciati figurano anche due italiani: l’imprenditore Luigi Gasperin e il giornalista e politico italo-venezuelano Biagio Pilieri. Una notizia accolta con sollievo a Roma e che riaccende le speranze per altri connazionali ancora detenuti nelle carceri venezuelane, a cominciare dal cooperante Alberto Trentini, arrestato da oltre 400 giorni, e dal commercialista piemontese Mario Burlò.

Gasperin, 77 anni, era stato arrestato il 7 agosto 2025 nello Stato di Monagas. Le autorità locali gli contestavano la presunta detenzione, il trasporto e l’uso di materiale esplosivo all’interno degli uffici di una società di cui era socio di maggioranza e presidente. Accuse che avevano suscitato forti perplessità in Italia e inserito il suo nome nella lunga lista di connazionali detenuti in Venezuela per motivi legati alla politica, all’attività professionale o all’espressione di opinioni considerate ostili al governo.

Nella notte è stato liberato anche Biagio Pilieri, giornalista e politico, detenuto da oltre 16 mesi in un carcere di Caracas. La sua scarcerazione rientra nel pacchetto di rilasci annunciato dalle autorità venezuelane come gesto volto a “promuovere la pacifica convivenza” e a favorire un clima di dialogo interno e internazionale.

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Il governo italiano segue da vicino l’evolversi della situazione. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani si è messo in contatto con l’ambasciatore a Caracas, con la rete consolare e con rappresentanti della Chiesa e della società civile venezuelana. La Farnesina ha fatto sapere di aver attivato tutte le iniziative possibili per ottenere “una soluzione favorevole per ogni singolo detenuto” e accelerare il rilascio degli altri cittadini italiani ancora in carcere.

Tra questi resta alta l’attenzione sul caso di Alberto Trentini, 46 anni, cooperante arrestato il 15 novembre 2024 nello Stato di Apure mentre lavorava per l’ong Humanity and Inclusion. Fermato senza accuse formali, è stato successivamente trasferito nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo, a Caracas. In oltre 400 giorni di detenzione, il suo nome è diventato il simbolo di una battaglia diplomatica complessa, condotta in un contesto reso ancora più difficile dal mancato riconoscimento del precedente governo venezuelano da parte dell’Italia.

In queste settimane il dossier è stato al centro di una fitta interlocuzione tra Roma e Washington. Tajani ha avuto più contatti con il segretario di Stato americano Marco Rubio, con gli Stati Uniti impegnati a sostenere ogni sforzo per la liberazione dei detenuti occidentali. La sensazione, negli ambienti diplomatici, è che qualcosa possa muoversi dopo il cambio al vertice a Caracas.

Lo stesso Tajani aveva parlato nei mesi scorsi di una possibile maggiore flessibilità da parte della nuova presidente ad interim Delcy Rodríguez, ipotizzando gesti distensivi anche sul fronte dei detenuti politici. In questa direzione vanno letti i primi segnali di apertura, sostenuti anche da settori dell’opposizione che, con Corina Machado in prima linea, hanno rilanciato la richiesta di un’amnistia generale.

Intanto, a Lido di Venezia, davanti alla casa della famiglia Trentini, resta appeso lo striscione “Alberto Trentini libero”. Da quasi 14 mesi accompagna l’attesa silenziosa dei familiari, che continuano a sperare senza rilasciare dichiarazioni.

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Il rilascio degli ultimi detenuti ha riguardato anche cittadini di altri Paesi europei: Madrid ha annunciato la liberazione di cinque spagnoli. Secondo i dati più recenti delle organizzazioni per i diritti umani, in Venezuela restano ancora centinaia di prigionieri politici, tra cui decine di stranieri o persone con doppia cittadinanza.

Una mossa, quella di Caracas, che appare come un primo tentativo di uscire dall’isolamento internazionale, in una fase in cui il chavismo è chiamato a bilanciare la propria retorica anti-occidentale con la necessità di aprire un canale di dialogo con gli Stati Uniti e l’Europa. Resta ora da capire se il gesto rappresenterà l’inizio di un cambio di rotta o solo una concessione tattica in una partita diplomatica ancora tutta da giocare.

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Missili e droni su Kiev: la risposta di Mosca all’ombra dell’attacco a Putin

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La guerra tra Russia e Ucraina conosce una nuova fase di escalation. Nelle ultime ore le forze armate russe hanno lanciato un massiccio attacco missilistico e con droni contro obiettivi strategici ucraini, definendolo una risposta diretta a un presunto attacco condotto da Kiev contro una residenza del presidente Vladimir Putin nella regione russa di Novgorod.

Secondo la ricostruzione fornita dalle autorità di Mosca, nella notte tra il 28 e il 29 dicembre un’operazione con droni avrebbe preso di mira l’abitazione presidenziale, situata in un’area fortemente sorvegliata e lontana dalla linea del fronte. I velivoli senza pilota sarebbero stati intercettati in gran parte dai sistemi di difesa aerea russi, evitando danni rilevanti o conseguenze per l’incolumità del capo dello Stato. L’episodio è stato comunque definito dal Cremlino come un atto ostile di estrema gravità, diretto contro la sicurezza nazionale della Federazione Russa.

Mosca sostiene che l’obiettivo dell’azione fosse simbolico e politico: dimostrare la capacità ucraina di colpire in profondità il territorio russo e di prendere di mira luoghi riconducibili direttamente alla leadership del Paese. Una versione che Kiev respinge, negando ogni coinvolgimento e accusando la Russia di utilizzare l’episodio per giustificare una nuova intensificazione delle operazioni militari.

A poche ore di distanza dall’attacco denunciato, la Russia ha avviato una vasta operazione di rappresaglia. Nella notte successiva sono stati lanciati missili a lungo raggio da piattaforme terrestri e navali, droni d’attacco e, secondo quanto riferito da Mosca, anche il missile balistico a medio raggio Oreshnik, impiegato per la prima volta in questo contesto.

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Gli obiettivi colpiti si troverebbero in diverse regioni dell’Ucraina e riguarderebbero infrastrutture considerate strategiche per lo sforzo bellico di Kiev: impianti di produzione di droni, strutture dell’industria militare e nodi della rete energetica utilizzata per sostenere le attività del complesso militare-industriale ucraino. Il Ministero della Difesa russo ha affermato che l’operazione ha raggiunto tutti gli obiettivi prefissati.

In Ucraina, le autorità stanno valutando l’entità dei danni, mentre si registrano nuove interruzioni dei servizi energetici in alcune aree già duramente colpite dai bombardamenti negli ultimi mesi. Non sono ancora disponibili dati definitivi su eventuali vittime.

L’episodio segna un passaggio delicato nel conflitto: per la prima volta Mosca afferma che un attacco ucraino avrebbe preso di mira un luogo direttamente collegato alla figura del presidente Putin. Un’accusa che, se confermata, innalzerebbe ulteriormente il livello dello scontro, spostandolo su un piano fortemente simbolico e politico.

La comunità internazionale segue con attenzione l’evolversi della situazione, mentre crescono i timori per una nuova spirale di violenze in un conflitto che, a distanza di anni dall’inizio, continua a mostrare segnali di profonda instabilità e di difficile soluzione diplomatica.

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