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GREENPEACE E QUELL' "INSOSTENIBILE" RISCALDAMENTO GLOBALE

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Tra business, educazione ambientale e allarmismi

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di Cinzia Marchegiani

La storica organizzazione ambientalista Greenpeace ha perso 3,8 milioni di euro, cercando di guadagnare giocando alla borsa speculando al ribasso sull’euro. La stessa associazione ha chiesto scusa a tutti coloro che l’appoggiano con le donazioni o semplici attivisti poiché il grave errore è stato commesso dal dipartimento finanziario di Greenpeace International, spiegando che è stata aperta un’indagine interna, poiché un dipendente avrebbe agito da solo e per questo è stato licenziato.

Ma chi è Greenpeace? Essa stessa si definisce come un'organizzazione che agisce con finalità di protezione e conservazione dell'ambiente e di promozione della pace: per mantenere la sua indipendenza, Greenpeace non accetta donazioni da governi o aziende, ma si basa su contributi di singoli sostenitori e sovvenzioni della Fondazione. Ma su questa rande organizzazione, si sono sollevate da molto tempo spietate polemiche rivoltegli soprattutto in merito alle "ombre" dei fondi che la Greenpeace Fund ha ricevuto da fondazioni di compagnie petrolifere, nonché dalla Rockefeller Brothers Found. Infatti si legge che la Greenpeace Fund, Inc. si occupa esclusivamente di raccolta di fondi deducibili e della loro successiva distribuzione ad organizzazioni collegate, ma con diverso regime fiscale, e proprio per questo motivo viene accusata di essere una centrale di "lavaggio" di denaro. Non si capisce il motivo dell'esistenza di organizzazioni a diverso statuto per uno scopo apparentemente unico, come l’asserita tutela dell'ambiente. Per verificare se queste accuse avessero un fondamento, l’Osservatore d’Italia è andata a verificare sul sito della Rockefeller Brothers Fund e ha trovato le seguenti donazioni:

 

• $150.000 per due anni “Per i suoi sforzi per educare i politici e future sul riscaldamento globale” Data Premio: 14.06. 2014 Programma Sviluppo sostenibile 

• $150.000 per due anni “Per la campagna Clean Water in Cina” Data Premio 14.12. 2006 – Programma Pivotal: Cina Meridionale

• $ 25.000 per un anno “Per sostenere la sua conservazione e il lavoro Ecosystem-Based Managemente in British Columbia” Data Premio 6.11.2005 – Programma Sviluppo sostenibile

• $ 150.000 per due anni “Per il suo lavoro sull’agricoltura in Cina” Data Premio 12.11.2003 – Programma Sviluppo sostenibile

Ci troviamo di fronte ad una matassa di difficile disbrigo.  Se si comincia a collegare i fili della politica economica energetica dettata dal G20 che fondamentalmente preme sui cambiamenti geopolitici mondiali, tesi a contrastare il cosìdetto effetto riscaldamento globale, dovuto all’incremento della CO2. Ma andiamo per ordine. La Greenpeace, deve sensibilizzare la politica rispetto al riscaldamento globale. Il suo primo co-fondatore Patrick Moore dopo aver occupato per nove anni la carica di presidente di Greenpeace Canada e sette anni come direttore di Greenpeace International si è poi dimesso accusando che la stessa organizzazione Greenpeace avrebbe "perso la sua bussola morale. "Lo stesso Patrick Moore nel dettaglio spiega il suo allontanamento: "Col passare del tempo Greenpeace si è evoluto per assumere molte altre campagne. Ma durante il mio mandato di 15 anni si è verificato un cambiamento, dalla preoccupazione per il benessere delle persone a una convinzione che gli esseri umani sono il nemico della terra. Per me il culmine di tale campagna è venuto quando i miei colleghi direttori di Greenpeace Interbational hanno adottato la campagna per vietare cloro in tutto il mondo. Per loro la logica era semplice, il cloro è tossico e molti composti del cloro come le diossine sono tossiche. Ho ricordato che l’aggiunta di cloro nell’acqua potabile è stato il grande progresso nella storia della sanità pubblica e che la maggioranza dei nostri farmaci sono basati sulla chimica del cloro e ho capito che il lato umanitario di Greenpeace era svanito e mi sono allontanato. Un ambientalista ragionevole riconosce le esigenze di oltre 7 miliardi di persone per il cibo, energia e materiali per costruire la nostra civiltà.” Lo stesso Moore lo scorso 25 febbraio 2014 in un’audizione al Senato Ambiente ha presentato un documento, al Presidente della Casa Bianca e ai membri del Pubblic Works Committeestesso, dal titolo "Adeguamento delle risorse naturali: Proteggere gli ecosistemi e le economie" in cui espone come non vi sia alcuna prova scientifica che le emissioni umane di anidride carbonica (CO2) siano la causa dominante del riscaldamento minore della atmosfera terrestre negli ultimi 100 anni. Anzi dimostra che se ci fosse una tale prova sarebbe svalutata, poiché nessuna prova concreta, come viene inteso nella scienza, esiste. Moore nell’audizione stessa analizza le affermazioni del gruppo di esperti intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) che riportano che :"È estremamente probabile che l'influenza umana è stata la causa dominante del riscaldamento osservato dalla metà del 20 ° secolo e ribadisce che il termine ‘Estremamente probabile’ non è un termine scientifico, ma piuttosto un giudizio, come in un tribunale di diritto e va oltre: ”L'IPCC definisce ‘estremamente probabile’ come una ‘probabilità 95-100%’. Ma su ulteriore esame è evidente che questi numeri non sono il risultato di un calcolo matematico o analisi statistica. Essi sono stati ‘inventati’ come un costrutto all'interno del rapporto IPCC per esprimere ‘giudizio di esperti’, come determinato dai contributori dell'IPCC. Questi giudizi si basano, quasi interamente, sui risultati di modelli informatici più sofisticati per prevedere il futuro del clima globale. Moore fa emergere quello che molti osservatori, tra cui il Dr. Freeman Dyson dell'Institute for Advanced Studies di Princeton, confermano e cioè che un modello al computer non è una sfera di cristallo:” In questo documento Moore dimostra la fallacia di ‘estrema certezza’ riportando il record storico. Infatti spiega che quando la vita moderna si è evoluta oltre 500 milioni di anni fa, la CO2 è più di 10 volte superiore a quella attuale, ma la vita fiorì in questo momento. Vi è una certa correlazione, ma poche prove, a sostegno di una relazione causale diretta tra CO2 e temperatura globale attraverso i millenni. Il fatto che abbiamo avuto entrambe le temperature più elevate e una glaciazione in un momento in cui le emissioni di CO2 erano 10 volte superiori a quelli che sono oggi, contraddice radicalmente la certezza che le emissioni di CO2 antropica sono la principale causa del riscaldamento globale. Continua nell’audizione: ”Oggi rimaniamo chiusi in quella che è essenzialmente ancora il Pleistocene glaciale, con una temperatura media globale di 14.5oC. Ciò a fronte di un basso di circa 12 ° C durante i periodi di massima glaciazione in questo glaciale ad una media di 22 ° C durante l'età serra, che si sono verificati in periodi di tempo più lunghi prima del più recente Ice Age. Durante il Medioevo serra, non c'era ghiaccio su entrambi i poli e tutto il paese era tropicale e sub-tropicale, da un polo all'altro. Come ha recentemente 5 milioni di anni fa, le isole artiche canadesi erano completamente di boschi. Oggi, viviamo in un periodo insolitamente freddo nella storia della vita sulla terra e non c'è motivo di credere che un clima più caldo potrebbe essere tutt'altro che benefico per gli esseri umani e la maggior parte delle altre specie. Vi è un ampio motivo di credere che un forte raffreddamento del clima avrebbe portato risultati disastrosi per la civiltà umana.”

Interessante poi leggere il confronto generato dall’aumento della temperatura tra 1910-1940 che è praticamente identico all’aumento tra il 1970-2000, ma l'IPCC non attribuisce l'aumento dal 1910-1940 (di cui non ha alcuna spiegazione) all’ influenza umana, ma sono nella convinzione che l'impatto delle emissioni umane è determinato solo dall'aumento a partire dalla metà del XX secolo.” L'impeachment climatico comincia a realizzare una fisionomia precisa, dove spesso gli allarmismi hanno prodotto scelte politiche ed economiche stravolgento le società e le nazioni. La politica sta avendo un ruolo predominante su scelte importanti e lo dimostra la posizione dello scienziato Robert N. Stavins, professore all’Albert Pratt di Business, direttore del programma Economia Ambientale Harvard e Presidente della Facoltà Ambiente e delle Risorse Naturali che lo scorso 25 aprile 2014 ha pubblicato una lettera critica dopo aver partecipato in Germania al meeting sul clima a Berlino. Senza giri di parole sul sito dell’Harvard Stavins chiarisce come il rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) sia stato completamente depredato di tutti contributi di 2000 pagine ed è stato approvato (line-by-line) il "Riepilogo per i Decisori Politici" (SPM), in solo 33 pagine condensando il testo proveniente da 15 capitoli. ”Molti dei CLA presenti con me”- ha scritto Stavins -“a Berlino, hanno commentato che, data la natura e l'esito della settimana, il documento risultante dovrebbe probabilmente essere ribattezzato ‘il riepilogo da politici’ piuttosto che ‘il riepilogo per politici". 

Sembra che la maggior parte di questi funzionari aveva fatto notare che il rapporto non era conforme ai loro interessi e ai negoziati multilaterali che erano stati condotti in altre sedi. Scettici e sicuri delle proprie decisioni sono invece l’Australia il Canada che hanno fatto sapere che non serve la carbon tax per combattere il riscaldamento globale, e non prenderanno alcuna azione per combattere i cambiamenti climatici che a conti fatti danneggia le economie nazionali e minaccia posti di lavoro. Entrambi i leader dei due paesi hanno sottolineato che non saranno spinti a prendere misure sul cambiamento climatico che ritengono imprudente:"Non è che noi non cerchiamo di affrontare il cambiamento climatico" – spiega il primo ministro Stephen Harper australiano – cercheremo di affrontarla in modo tale da tutelare e migliorare la proprie capacità di creare occupazione e crescita e non distruggere posti di lavoro e la crescita nei nostri paesi”; mentre Abbot, primo ministro del Canada fotografa un dato allarmante: "il cambiamento climatico è un problema significativo, ma non è il problema più importante che il mondo deve affrontare.”

Intanto in sordina lo scorso giovedì a Vienna c’è stata un’importante conferenza sul tema “Sudden Blackout”, poiché l’Europa non ha alcun piano di emergenza. 

Dai siti stranieri si viene a conoscenza che Herbert Saurugg, iniziatore della conferenza, ha esordito confermando che la gestione delle crisi nazionale non è sufficiente, inoltre ha aggiunto che la società deve fare il primo passo nel riconoscere che, un black-out su larga scala è una reale possibilità. Nella conferenza è stato affrontato anche la possibilità e il dovere che almeno il 50 % della popolazione deve saper affrontare una situazione di grave emergenza come quella di un blackout totale anche per molti giorni, soprattutto la necessità di reperire petrolio, gas, cibo e acqua, che sono i beni primari che saranno per logica non reperibili. Anzi Berd Benser di GrigLab spiega che questo scenario concretamente possibile trascina con se fattori scatenanti, tra cui attacchi informatici e terrorismo….il quadro dipinto è di totale insicurezza, poiché un blackout potrebbe durare più di sei giorni che creeranno scene di panico in ogni ambiente, partendo da quello ospedaliero dove in primis, pazienti in terapia intensiva sarebbero in pericolo di vita concreto.

L’intera rete elettrica europea "interconnesso dal Portogallo fino a poco prima Mosca" è potenzialmente a rischio e per questo le città particolarmente grandi devono attuare strategie per affrontare una situazione di emergenza. 

Un tempo alcuni scrittori e giornalisti sono stati etichettati complottisti perché avevano dipinto e fotografato questo scenario di completo disastro energetico, e con molta lungimiranza avevano allarmato proprio sull’eventualità di blackout nazionali, qui si parla dell’intera Europa. Il bene più prezioso, l’acqua sarà la prima materia a mancare, e a cascata tutto il resto…peccato che questa conferenza confermi i dubbi che venivano indicati in tempi meno sospetti. Eppure i cambiamenti climatici, controversi e dibattuti da scienziati che difendono le proprie convinzioni su due sponde diverse, sembrano essere l’unica emergenza dei nostri amministratori, mentre le politiche energetiche stanno mietendo la morte delle aziende ed economica e il futuro delle famiglie è diventato sempre più incerto. Se è stata paventata l’emergenza di un blackout, allora la situazione è diventata concretamente precaria. I nuovi scenari stanno cambiando la nostra vita, giorno per giorno, e goccia a goccia stanno snaturando questo sistema che fino a poco tempo fa funzionava…quando la logica manca, nulla è comprensibile. 

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Software spia sugli iPhone: Apple corre ai ripari

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Apple ha dovuto riparare urgentemente un difetto informatico che il controverso software Pegasus è riuscito a sfruttare per infettare gli iPhone.

Lo spyware della società israeliana NSO ha hackerato con successo i dispositivi a marchio Apple senza ricorrere a collegamenti o pulsanti ingannevoli, la tecnica comunemente utilizzata. 

Il difetto è stato individuato la scorsa settimana dai ricercatori di Citizen Lab, che hanno scoperto che l’iPhone di un attivista saudita era stato infettato tramite iMessage, il sistema di messaggistica di Apple.

Secondo questa organizzazione di sicurezza informatica dell’Università di Toronto, Pegasus utilizza questa vulnerabilità “almeno da febbraio 2021”.  

“Questa intrusione, che abbiamo chiamato Forcedentry, prende di mira la libreria di rendering delle immagini di Apple e ha funzionato contro i dispositivi Apple iOS, MacOS e WatchOS”, i sistemi operativi di telefoni cellulari, computer e smartwatch a marchio Apple.

“Dopo aver identificato questo difetto (…), Apple ha rapidamente sviluppato e distribuito una patch in iOS 14.8 per proteggere i nostri utenti”, ha affermato Ivan Krstic, direttore dei sistemi di sicurezza di Apple, in risposta a una richiesta dell’AFP.

Il gruppo californiano ha elogiato Citizen Lab per il suo lavoro e ha sottolineato che questo tipo di attacchi “ultrasofisticati” “costano milioni di dollari, non durano a lungo e sono usati per prendere di mira persone specifiche”. Pertanto, “non sono una minaccia per la stragrande maggioranza dei nostri utenti”, ha affermato Ivan Krstic. “Ma continuiamo a lavorare instancabilmente per difendere tutti i nostri clienti”.

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Aliens Fireteam Elite, gli “Xeno” escono ancora dalle pareti

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Aliens Fireteam Elite, disponibile su Pc e sulle console della famiglia Xbox e PlayStation, è un frenetico sparatutto che catapulta i giocatori nei luoghi più noti della saga cinematografica. La storia alla base di Aliens Fireteam Elite è quanto di più semplice e lineare si possa concepire, un mero pretesto per lanciare il giocatore e la sua squadra di fuoco nelle furiose battaglie contro lo Sciame, ma in fondo non c’è niente di meglio che una storia che funga da pretesto per un bel massacro di Xenomorfi in vecchio stile. Il titolo è ambientato nel 2202, appena vent’anni dopo gli eventi narrati in Aliens: Scontro Finale, a bordo della nave d’assalto spaziale Endeavor, la punta di diamante dell’esercito Coloniale. I soldati sono stati svegliati dal crio-sonno per rispondere alla chiamata di aiuto di un certo dottor Tim Hoenikker, apparentemente bloccato in una stazione di raffineria orbitale e in balia di un cospicuo numero di Xenomorfi. Il dottore sembra essere in possesso di informazioni vitali per il comando dei Marine, tra cui le prove di un ipotetico coinvolgimento della Weyland-Yutani in alcuni fumosi esperimenti che avrebbero dato vita a una nuova specie di alieni, ancora più feroci e implacabili di quelli visti in passato. Quale migliore occasione per un po’ di caccia agli insetti? Inizia qui l’epopea del team di Marine Coloniali protagonisti di Aliens Fireteam Elite, una missione disperata, viaggio pericoloso e pieno di insidie alle prese con l’orda più inesorabile mai pensata dal cinema hollywoodiano. Ma veniamo al dunque: una volta avviato il gioco e dopo aver creato il proprio alter-ego attraverso l’editor e aver scelto la sua classe di appartenenza tra le quattro disponibili (cinque se si conta quella sbloccabile una volta conclusa la campagna), è tutto pronto per iniziare l’avventura che si suddivide in 4 capitoli suddivisi a loro volta in tre sottomissioni. La nave UAS Endeavor, già citata qualche riga più in alto, funge da hub social per radunarsi con i propri compagni, organizzare l’inventario e preparare le missioni prima di scendere sul campo di battaglia. In questo ambiente ci sono anche molti NPC pronti ad approfondire la lore con un sistema di dialoghi a scelta multipla ma nulla di realmente interessante ai fini della narrazione (se non qualche piccolo, nostalgico riferimento a quanto visto nelle pellicole cinematografiche). Una volta radunato il team e selezionata la missione, si potrà scegliere come impostare la difficoltà e alcuni modificatori di difficoltà (che sono sotto forma di card) i quali influiranno sull’andamento delle partite andando, ad esempio, a dimezzare i danni in uscita oppure a restringere la capienza dei caricatori. In cambio, dopo aver concluso la quest, si potrà ricevere un cospicuo quantitativo di punti esperienza, utili a ottenere nuove armi, accessori e abilità per la nostra classe preferita.

La struttura ludica di Aliens: Fireteam Elite non inventa nulla di nuovo ma sfrutta alcune delle formule più usate negli ultimi anni negli shooter coop. Già dalle prime battute è evidente come Cold Iron si sia ispirata pesantemente alle meccaniche di Gears of War e Left 4 Dead per realizzare questo progetto: c’è l’immancabile sistema di coperture che sulla carta che garantisce un certo grado di protezione contro alcuni avversari capaci di attaccare a distanza, ma c’è la possibilità anche di curare se stessi e i compagni attraverso alcuni utili medikit. Presente anche la possibilità di schierare armamenti difensivi come torrette, mine, droni, ma anche letali munizioni elettriche e al napalm. In Aliens: Fireteam Elite tutto può salire di livello: le classi, le armi e le varie abilità. E’ possibile personalizzare le bocche da fuoco sia a livello visivo sia per quanto riguarda gli accessori, tra mirini, caricatori estesi ed altre componenti. Inoltre un sistema di perk consente di modificare il funzionamento delle abilità e l’efficacia del soldato sul campo. Risulta interessante come i potenziamenti vadano gestiti alla stregua di oggetti in un inventario dalle caselle limitate. Ci sono comunque a disposizione opzioni per tutti i gusti, con una buona scalabilità e configurabilità di audio e video. C’è pure un buon supporto dal punto di vista dell’accessibilità che tiene da conto daltonismo ed altre problematiche con alcune opzioni dedicate. La giocabilità poi può essere modificata per creare un’esperienza più o meno arcade con la possibilità di visualizzare o meno indicatori di vita o di uccisione e con l’opportunità di attivare delle sagome che individuano in maniera più efficace i nemici presenti sullo schermo. Aliens Fireteam Elite può essere affrontato da soli o in compagnia. Ovviamente con due amici al proprio fianco l’esperienza risulta molto più appagante e divertente: è vero che gli altri componenti della squadra in caso si giocasse in solitaria sono rimpiazzati da bot sintetici, ma bisogna sottolineare come l’intelligenza artificiale non sia esattamente allo stato dell’arte, soprattutto se si sceglie una difficoltà alta. Usando un medico ad esempio si può notare come gli alleati artificiali tendano a non entrare nell’area curativa, inoltre c’è una tendenza dei nostri androidi ad avanzare velocemente verso situazioni che li espongono a rischi mortali. Ovviamente poi l’utilizzo di una squadra umana permette il coordinamento strategico delle abilità che caratterizzano le varie classi. Già la presenza in duo di un demolitore e di un medico permette di gestire la situazione piuttosto egregiamente. Nel caso si decida di giocare in singolo però è bene sapere che in alcuni punti, anche al livello di difficoltà più facile, ci sono ad attendere un grado di sfida a nostro parere molto elevato che, anche a causa della mancanza di checkpoint, potrebbe costringere, specialmente i giocatori meno esperti, a ripetere la missione più volte. Come già detto in precedenza la campagna si divide in quattro atti, ciascuno dei quali è composto da tre capitoli, di cui inizialmente solo il primo è selezionabile. Le creature nemiche provengono prevalentemente dall’universo canonico di Alien, ma in parte anche da quello del prequel, per un bestiario che arriva alle venti unità. La struttura dei livelli si ripropone identica a sé stessa dal primo all’ultimo minuto della campagna: atri, piazzali o saloni più o meno ampi sono le arene in cui si consumano le carneficine di xenomorfi. Sono collegati da corridoi pressoché vuoti che si vorrà percorrere il prima possibile, anche sorvolando sul fatto che, nascosti qua e là, ci sono dei collezionabili. Questo perché ci si accorge subito che l’esplorazione è sterile: i vicoli apparentemente interessanti conducono a sentieri bloccati da rocce, mentre le porte che si affacciano sui corridoi sono tutte chiuse. C’è una sola direzione obbligata, peraltro indicata da un cursore, e non sono contemplate variazioni sul tema. Le ambientazioni sono ispirate dalla saga cinematografica, in particolare da Scontro Finale, ma non manca fortunatamente qualche colpo di scena e alcune location che faranno la gioia degli appassionati della saga. L’azione segue ostinatamente uno schema collaudato: si arriva in una stanza infestata di alieni, inizialmente di piccole dimensioni; man mano che si neutralizzano lo sciame continua a riversarsi sui giocatori con nemici sempre più resistenti e perniciosi. I momenti clou sono quelli degli assedi che si attivano dopo aver premuto un interruttore, dando un minimo di tempo per approntare le difese prima di attacchi apparentemente interminabili che culminano con la discesa in campo degli xenomorfi più ostici. In questa struttura piuttosto monotona, l’elemento di originalità è rappresentato proprio dagli alieni. Come ci insegnano le pellicole, possono arrivare anche dal soffitto, dal pavimento o dalle “fottute pareti”, sfruttando grate e condotti di aerazione: questo rende le coperture poco effettive e costringe non solo a muoversi di continuo, ma ad avere un occhio costante sull’iconico radar di prossimità. Si avverte l’assenza di variazioni sul tema che avrebbero garantito una maggior varietà, ma nel complesso l’esperienza è divertente e appagante. Insomma, a chi non piace massacrare centinaia di Xenomorfi arrabbiati? Per quanto riguarda la varietà di classi, gli sviluppatori propongono in totale cinque specializzazioni militari di cui quattro disponibili sin dal primo minuto, mentre la quinta (il ricognitore) si potrà utilizzare solo dopo aver portato a termine la campagna la prima volta. Le specializzazioni sono: il mitragliere, classico factotum buono per ogni occasione; il demolitore che può maneggiare armi pesanti come l’iconica Smartgun, il lanciafiamme o il lanciagranate; il tecnico e la sua micidiale torretta portatile; il dottore, l’unico a cui affidarsi per ripristinare la salute; il ricognitore con i suoi gadget di supporto.

Ad aumentare il tasso di rigiocabilità di Aliens Fireteam Elite c’è la modalità orda, che si sblocca solo dopo aver finito la campagna. Ci sono poi le sfide giornaliere e le carte “malus”, che alzano ulteriormente il tasso di sfida a fronte di un moltiplicatore d’esperienza. Il rischio noia, per via della struttura stessa del gioco e per il ridotto numero di mappe, è però scongiurato dalla natura cooperativa del titolo che è limitata ad internet (niente coop in locale purtroppo). Per completare la campagna a livello normale è necessaria una decina d’ore, alcune delle quali spese per fare esperienza. Dal punto di vista grafico e tecnico il titolo (da noi testato su Xbox Series X) sfrutta l’Unreal Engine, ma senza eccellere particolarmente. I personaggi non sono caratterizzati da un dettaglio eccezionale ma almeno, npc a parte, sono dotati di un livello decente di espressività. L’effetto che si ricava spesso è quello di un personaggio di plastica in stile action figure anni ‘80, soprattutto per quanto riguarda i capelli, decisamente finti. Anche le location sembrano spesso ampie, ma purtroppo vuote e a tratti ripetitive. Effetti, modelli e ombre sembrano dunque nella media, con qualche eccezione relativa ad esplosioni e fumo in certi casi piuttosto suggestivi. L’audio invece non sembra rendere pienamente giustizia al tutto. La colonna sonora per quanto piacevole non riesce a trasmettere il giusto grado di inquietudine. Anche la resa degli effetti sonori non ci ha convinto fino in fondo con il sound dell’artiglieria che non rende giustizia alla potenza dei fucili risultando i colpi stranamente ovattati. Abbiamo preferito di gran lunga la resa delle armi del vecchio Aliens: Colonial Marines decisamente più violenta e grezza in quanto ad impatto sonoro. Nota di merito agli effetti del fucile a impulsi M41 e alla “smartgun” che sono identici a quelli proposti in Aliens Scontro Finale. Peccato invece per il suono prodotto dal radar che non scannerizza di continuo ma emette brevi suoni solo quando c’è qualche pericolo in avvicinamento. Tirando le somme, se quello che si cerca è un titolo cooperativo che possa dare la possibilità di massacrare alieni con una vasta varietà di armi e che renda omaggio all’universo di Alien, allora questo è un gioco che non dovete lasciarvi sfuggire. Ovviamente, vista la natura del titolo, Aliens Fireteam Elite è un semplice shooter puro e semplice, non aspettatevi trame roboanti o colpi di scena incredibili. Tutto quello che vi si chiederà è imbracciare le armi e andare avanti a suon di scariche di mitra, vampate di lanciafiamme ed esplosioni. A noi tutto questo non è affatto dispiaciuto, quindi il nostro consiglio è quello di provarlo e giocarlo senza avere aspettative enormi. Il titolo nel complesso diverte e fa il suo dovere.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8,5

Sonoro: 8,5

Gameplay: 8,5

Longevità: 8

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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Netflix e videogames, il debutto in Polonia

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Dopo una serie di rumors in rete e assunzioni focalizzate al gaming, Netflix ha ufficializzato il suo debutto nel settore dei videogiochi. La nota piattaforma ha infatti lanciato, per ora solo in Polonia, un’integrazione al servizio di streaming on demand all’interno dell’app Android.

I primi titoli disponibili sono due giochi di Stranger Things. “A partire da oggi, i clienti in Polonia possono provare il servizio su Android con ‘Stranger Things 1984’ e ‘Stranger Things 3’, già inclusi nell’abbonamento periodico – ha confermato la società, ricordano poi – siamo ancora agli inizi ma lavoreremo duramente per offrire la migliore esperienza possibile nei prossimi mesi con il nostro approccio al gioco senza pubblicità e senza acquisti in-app”.

I titoli disponibili verranno visualizzati, di volta in volta, nel feed della home page personale. Toccando l’icona, si passa al download, che indirizza direttamente al Play Store di Google. Ad ogni modo, non si tratta di videogame esclusivi, visto che gli stessi sono già presenti sul negozio digitale di Android. Nelle scorse settimane si è parlato di un presunto accordo tra Netflix e PlayStation, per l’inclusione nel servizio di videogiochi di celebri titoli della console di Sony, anche se al momento non vi è nulla di ufficiale.

A luglio, l’azienda di Reed Hastings ha assunto un ex dirigente di EA e Oculus per guidare la divisione gaming del gruppo, confermando l’interesse nell’estendere l’intrattenimento su mobile. Non è comunque la prima volta che Netflix flirta con i giochi. L’app di streaming offre episodi interattivi di ‘Black Mirror’, ‘Minecraft’ e ‘Carmen Sandiego’, dove l’utente può decidere come far proseguire la storia. Insomma, nel futuro del gaming sembra proprio che anche Netflix avrà un certo peso.

F.P.L.

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