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Hot Wheels Unleashed, corse mozzafiato con i bolidi Mattel

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Hot Wheels Unleashed, videogame disponibile per Pc, Xbox, PlayStation e Switch, è a tutti gli effetti il sogno di ogni bambino nato a partire dali anni ‘80 in poi. Chi da piccolo non ha mai sognato di gareggiare e far correre le proprie macchinine su piste spettacolari e compiere straordinari giri della morte e curve pericolose a tutta birra? Bene, il titolo sviluppato dalla italianissima Milestone rende tutto questo possibile e lo fa davvero alla grande. C’è da dire che Hot Wheels Unleashed è solo l’ultimo di una miriade di videogiochi su licenza Hot Wheels, che di per sé è un brand nato addirittura alla fine degli anni ’60 e che ha ricevuto la sua prima trasposizione videoludica addirittura nel lontano 1984 su Commodore64; una lunghissima serie di titoli che, in un modo o nell’altro, hanno sempre cercato di andare oltre il concept alla base del marchio cercando di staccarsi il più possibile dalla sua natura collezionistica e in un certo senso eccessiva tipica della sua incarnazione tipica del periodo in cui le macchinine giocattolo spopolavano. Hot Wheels Unleashed abbraccia appieno le auto della Mattel nella loro forma reale; non cerca in nessuna maniera di presentarsi per ciò che non è ma punta tutto su una rappresentazione il più fedele possibile dei bolidi in quanto giocattoli più che come vere e proprie auto da corsa. Questa filosofia diventa più che mai esplicita quando si posano gli occhi sulle auto, realizzate come vere e proprie digitalizzazioni dei modellini originali a partire proprio dalla resa dei materiali di cui sono fatti. Plastica opaca, metallo satinato, acciaio brillante e molte altre realizzazioni che richiamano una fedeltà a tratti davvero impressionante le controparti reali dei mezzi venduti nei negozi di giocattoli. Il colpo d’occhio offerto da Hot Wheels Unleashed è sbalorditivo fin dai primi istanti di gioco grazie alla resa dei design a volte spigolosi e futuristici, a volte morbidi e sinuosi delle automobili che vanno a comporre il parco auto in miniatura che ha fatto la fortuna di Mattel in tutti gli anni in cui il marchio ha infestato le case di tutti gli appassionati, che peraltro include anche un buon numero di riproduzioni di macchine realmente esistenti come la nuova 500 e i grandi classici dell’automotive come le Chevrolet, le Mustang e i prototipi quasi fantascientifici di Koenigsegg. Lo stesso trattamento è stato riservato ai circuiti, che sono quasi interamente realizzati sulla base delle più classiche piste componibili in plastica che per anni hanno affollato le letterine indirizzate a Babbo Natale in tutto il mondo. Come dicevamo, la resa dei materiali è meravigliosa e contribuisce a donare ad ogni auto e ad ogni pista un aspetto vissuto, quasi come se tutto ciò che appare a schermo avesse una storia da raccontare e fosse stato tirato fuori da uno scatolone per essere assemblato e tirato a lucido in occasione della gara che si sta affrontando. Il merito non è solo tecnico, non è soltanto una questione di quanto sia stato ben utilizzato Unreal Engine per progettare Hot Wheels Unleashed: il fulcro di tutta l’operazione e della sua resa effettiva a schermo è proprio la filosofia che Mattel e Milestone hanno deciso di adottare nell’ideazione del gioco, che risulta essere a conti fatti una celebrazione assoluta del brand e delle Hot Wheels come giocattolo. Insomma, questo titolo farà felici sia i nati negli anni ‘80 che i ragazzini di oggi proprio grazie a un connubio “nostalgia-grande giocabilità” che non era facile da realizzare.

A livello di giocabilità, Hot Wheels Unleashed sposa un classico del modo di guida arcade, cioè quello nitro-centrico, la cui barra del turbo può essere ricaricata esclusivamente derapando o tramite le apposite pedane sparse sul tracciato. La derapata è facilmente controllabile, la si gestisce con il pulsante del freno e la sterzata. Le gare sono velocissime e si passerà buona parte del tempo con il nitro attivato, vista la facilità per mezzo della quale esso si ricarica. Non ci sono potenziamenti bonus e malus come nei giochi in stile Mario Kart per intenderci, ma i tracciati di tanto in tanto ospitano qualche pericolo: correnti d’aria, caselle ghiacciate, fantasmi che ostacolano la vista, caselle velenose, ragni giganti che intrappolano con le loro ragnatele e fanno perdere preziosi secondi e molti altri. Anche la gravità gioca un piccolo ruolo, ad esempio: durante le rampe che formano il classico “giro della morte” è fondamentale attivare il turbo per prendere la rincorsa e rimanere incollati alla pista, per evitare di cadere. In alcune particolari situazioni, inoltre, è fondamentale dover ruotare di 180° la macchina alla fine di una rampa ribaltata, ma è un espediente che purtroppo non viene utilizzato troppe volte. Insomma, la guida di Hot Wheels Unleashed è una guida puramente arcade che premia soltanto l’abilità dei piloti, anche se una piccola parte dei pericoli risulta confusionaria e difficile da prevedere. L’offerta di contenuti presente in game vede primeggiare la modalità “City Rumble”, che fa le veci della carriera. Distribuisce una serie di eventi diversi su una plancia, divisi a caselle, il cui completamento sblocca quelle adiacenti: tale modalità tiene impegnati per almeno 6 ore, ma la durata è raddoppiata, se non triplicata, nel caso si voglia completare tutto. Non a caso, il numero di tracciati è buono, visto che ce ne sono ben 48 realizzati dal team di sviluppo, ma deludono le modalità di gara, che vanno poco oltre l’attacco a tempo e la gara veloce. Le prove più impegnative sono le “gare boss”, cioè delle piste più lunghe dove fa capolino un mostro-giocattolo meccanico che mette i bastoni tra le ruote, senza però stravolgere troppo la conduzione della gara. Anche le stesse 48 piste presentano costrutti ripetuti che alle volte le fanno somigliare troppo l’un l’altra, basate su 6 ambienti, tra cui una, La Taverna, che può essere lievemente personalizzata, piazzando mura, sedie, tavoli ed altri oggetti cosmetici.

Per quanto riguarda i bolidi a disposizione, al momento, se ne contano 66 provenienti da marchi automobilistici ufficiali come Fiat, Ford, Honda, Chevrolet e altri, con al fianco dei veicoli speciali a tema Batman, Tartarughe Ninja, Ritorno al Futuro e non solo. Ogni bolide ha attributi e livelli di rarità (comune, raro, leggendario) che è possibile aumentare spendendo la valuta “ingranaggi”. Di conseguenza, anche una vettura di livello comune può raggiungere le statistiche leggendarie spendendo i materiali, così potrete utilizzare la macchina che più vi piace esteticamente: non si percepisce molto la differenza di veicolo in veicolo, ma di certo uno leggendario ha delle migliori prestazioni. Non manca poi il multigiocatore, sia in locale, che online. Davvero gradita la presenza dello schermo condiviso, eppure è un peccato non poter giocare insieme a un amico la carriera. L’online si spinge fino a 12 giocatori in contemporanea, ma consente solo la partita veloce o l’apertura di una lobby privata. L’acquisizione delle auto avviene in modalità perlopiù casuale tramite le scatole a sorpresa. L’ottenimento è un po’ lento, specie se non si gioca la modalità City Rumble, e i tassi di uscita delle auto rare e leggendarie è un po’troppo basso. Fortunatamente c’è uno store che a cadenza regolare propone veicoli ad un prezzo fisso: in questo modo è possibile comprare bolidi a un costo variabile di 500 o 1.200 monete a seconda della rarità. Se si considera che la cima del podio ne dà generalmente 50 fino a un massimo di 100 (nelle gare boss), si capisce che per sbloccare tutte le auto ci vuole davvero molto tempo. Va apprezzato che i doppioni ottenuti possono essere rivenduti e smantellati per ottenere monete o ingranaggi, e che comunque City Rumble offre monete, scatole ed ingranaggi extra al primo completamento di ogni evento. A nostro av viso però l’inserimento di missioni giornaliere potrebbero fare del bene al flusso del bottino e quindi potrebbero rendere meno frustranti gli sforzi per ottenere monete. Le livree di ogni singolo mezzo, invece, possono essere scelte fra quelle offerte dalla community o personalizzate tramite l’editor, che tuttavia risulta scomodo poiché se ne può applicare solo una per volta e solo tramite un apposito menù fuori dal pre-gara. Ottima invece la presenza del Track Builder, tramite cui creare i propri tracciati utilizzando più di 20 moduli, condividendo poi il risultato con il resto della community. L’editor è ottimo e profondo, e siamo assolutamente certi che i giocatori ne vedranno delle belle non appena i players più creativi si metteranno all’opera e pubblicheranno piste assurde. Noi abbiamo testato Hot Wheels Unleashed su Xbox Series X, dove il gioco restituisce un impatto a 60 fps e una buona pulizia dell’immagine. La colonna sonora completamente in stile elettronico non è particolarmente ispirata ma fa bene il suo lavoro per accompagnare l’adrenalina delle corse. Nel complesso, poi, il resto dell’effettistica è di buon livello e rende l’esperienza abbastanza immersiva. Tirando le somme, con l’uscita di Hot Wheels Unleashed, Milestone e Mattel hanno voluto regalare ai gamers di tutto il mondo un gioco arcade assolutamente alla portata di tutti, avvincente e che fa scattare una pioggia di ricordi nei gamers più grandicelli. Semplice, immediato, divertente ed adrenalinico quanto basta, supportato da un ottimo comparto tecnico e che propone uno dei migliori editor di circuiti che si siano visti negli ultimi anni, il titolo è a nostro avviso assolutamente da giocare sia da soli che in compagnia.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8

Sonoro: 8

Longevità: 8

Gameplay: 8,5

VOTO FINALE: 8

Francesco Pellegrino Lise

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The DioField Chronicle, strategia e battaglie in tempo reale

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The DioField Chronicle, il nuovo videogame strategico in tempo reale per Pc, Xbox, Switch e PlayStation di Square Enix, basa la propria costruzione narrativa su un universo che attinge pienamente dall’esperienza fantasy, andando a offrire alcuni spunti di riflessione fondamentali per comprendere al meglio come le guerre e le battaglie finiscano per distruggere non solo vite umane, ma anche la natura circostante. L’isola di DioField è una sorta di atollo riuscito a tenersi lontano dallo scontro che ha visto l’Impero Schoevia e l’Alleanza di Rowetale scontrarsi duramente, fino a quando il primo, per poter avere la meglio nel conflitto col secondo, non si rende conto di essere a corto di giada e proprio per tale ragione parte all’assalto dei giacimenti presenti sull’isola di DioField. Andrias Rhondarson e Fredret Lester vengono, così, incaricati dal principe dell’isola, come ultimo desiderio prima di morire, di formare un gruppo di resistenza per provare a salvare tutto ciò che si può dell’isola. Cresciuti e diventati dei soldati, dopo allenamenti su allenamenti, i due entrano nel gruppo dei Blue Fox, scoprendo tutto ciò che sta accadendo sull’isola di DioField e di come il traffico di giada sia diventato un vero e proprio pretesto per l’ascesa del dispotico duca Hende. In questo quadro geopolitico non certo originale ma ugualmente interessante si muove un cast di personaggi abbastanza vasto, il cui nucleo è formato da tre amici d’infanzia, ritrovatisi dopo tanti anni dalla stessa parte della barricata a sbarcare il lunario come mercenari. Lo sviluppo e l’evoluzione dei singoli personaggi però non è sempre allo stesso livello: se alcuni si sono dimostrati ben scritti e capaci di stupire in un paio di frangenti sul finire della corposa campagna principale, altri si sono rivelati piuttosto piatti e non hanno mostrato segni di evoluzione dal loro ingresso nel party sino allo scorrere dei titoli di coda. Detto ciò, possiamo dire che in generale il sostrato narrativo e il world building di The Diofield Chronicle riescono a soddisfare, tra qualche cliché fantasy di troppo e qualche svolta inattesa, inoltre il finale riesce a gettare le basi per un possibile sequel.

A livello di gameplay, le innovazioni di DioField stanno tutte nelle battaglie vere e proprie, poiché, gli sviluppatori si sono allontanati dalla classica formula a griglie e turni che caratterizzano il genere. The DioField Chronicle, infatti, mette in campo un sistema ibrido con chiare influenze provenienti dagli RTS occidentali, ed è a tutti gli effetti una variante di uno strategico in tempo reale con pausa tattica. Attenzione però, questo tipo di meccaniche potrebbe far pensare immediatamente a serie come Total War, mentre DioField è in realtà molto lontano da quel tipo di filosofia, e non permette di utilizzare intere armate da dividere e posizionare accuratamente: durante gli scontri si hanno a disposizione solo quattro unità al massimo, ognuna accompagnata da un altro combattente a supporto (per un massimo di otto personaggi in totale) e dotata di una classe con abilità e ruoli molto specifici. Il numero limitato di unità non significa che il posizionamento delle stesse sia trascurabile, dato che i nemici di DioField sono piuttosto differenti fra loro, dispongono spesso di abilità ad area e la loro presenza nelle mappe è accuratamente pensata in modo da rendere sempre l’avvicinamento pericoloso. Gestire un “esercito” così limitato porta dunque le tattiche del giocatore a concentrarsi su altri due fattori primari: l’uso delle abilità e il mantenimento delle risorse. Ora della fine, in parole povere, The DioField Chronicle è un titolo dove per dominare davvero risulta necessario massimizzare le sinergie tra i ruoli disponibili, usare sempre le tecniche migliori per ripulire rapidamente il campo limitando i rischi, ed evitare di sprecare prezioso mana tra i combattimenti. Gli sviluppatori, peraltro, hanno scelto di regolare ogni scontro su una scala piuttosto limitata, per evitare missioni eccessivamente lunghe e tediose; vi sono persino termini di tempo da rispettare per ottenere premi aggiuntivi, a dimostrare ulteriormente come qui l’ottimizzazione di tempi e mosse abbiano un ruolo del tutto centrale. The DioField Chronicle ripropone un sistema a classi, ma non è il caso di aspettarsi in questo gioco qualcosa di comparabile a Final Fantasy Tactics o Disgaea. Durante l’avventura, infatti, non c’è modo di cambiare specializzazione di ogni personaggio, ma si è relegati a quanto offerto dalla storia principale, dato che ogni personalità presente nell’esercito di mercenari ha una classe già decisa e immutabile. Certo, questo non significa che la varietà manchi, tuttavia il numero di guerrieri a disposizione è piuttosto limitato, così come discretamente basilari sono le opzioni per potenziare ognuno di loro. Al di fuori di potenziamenti globali delle abilità, infatti, sono presenti dei rami di sviluppo limitati per ogni singola scelta e a decidere davvero la potenza in battaglia sarà principalmente l’equipaggiamento. Non si tratta di una struttura mal fatta, per carità, ma le sue limitazioni sono chiaramente messe in campo per dare una precisa gradualità alla progressione del giocatore, che con un po’ di esperienza può comprendere pressoché subito quali siano le strade migliori per sviluppare il suo team, e concentrarsi sul livellare esclusivamente i personaggi più influenti.

A livello grafico The DioField Chronicle è tanto bello durante le fasi di combattimento quanto bruttino durante i filmati che portano avanti la trama principale, così come durante l’esplorazione della base della compagnia di mercenari. Si passa quindi con grande disinvoltura da scorci che sembrano disegnati a mano che si sposa benissimo con le ambientazioni evocate, a personaggi che muovono appena le labbra mentre il doppiaggio scorre, da evocazioni splendide che squarciano lo schermo ed il campo di battaglia a movimenti talmente legnosi da richiamare titoli di due generazioni fa. Peccato davvero. I 60 fps, il discreto doppiaggio dall’accento molto british e i caricamenti fulminei giocano a favore della produzione, anche se da un lato aumentano i rimpianti per quello che avrebbe potuto essere se solo fossero stati investiti maggiori fondi nel progetto. La colonna sonora del gioco è piacevole, pur risultando ripetitiva dopo qualche ora per via dello scarso numero di brani, ma comunque riesce perfettamente a essere credibile e a tratti anche coinvolgente. Tirando le somme, The DioField Chronicles è un titolo che riesce a conquistare grazie al suo ottimo gameplay. L’ibridazione tra uno strategico a turni ed un RTS risulta ben riuscita, l’estetica dei diorami all’interno dei quali si combatte non stanca per tutta la durata della campagna e il combat system si rivela soddisfacente anche per un veterano del genere. Grazie ad un livello di difficoltà mai troppo proibitivo e ad una curva di apprendimento alla portata di tutti, peraltro, l’ultima fatica Square Enix si presta ad essere goduta anche da quanti sono stati sempre un po’ intimiditi da un genere considerato di nicchia e di non facile approccio. Quindi, se si vuole provare qualcosa di nuovo, che offra un sistema di gioco valido e che riesca a divertire senza troppe pretese, questo è il titolo ideale.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 7

Sonoro: 8

Gameplay: 8

Longevità: 7,5

VOTO FINALE: 7,5

Francesco Pellegrino Lise

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Samsung e Intel svelano un prototipo di portatile arrotolabile

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Nel corso del lancio dei processori Intel Core di tredicesima generazione, anche noti come Raptor Lake, Samsung e Intel hanno svelato un portatile con display arrotolabile, capace di passare da 13 a 17 pollici. Secondo l’azienda coreana, si tratta di una dimostrazione di ciò che è possibile fare con la tecnologia di visualizzazione oled costruita su un substrato di plastica flessibile. Facendo scivolare il pannello dal bordo del prototipo, si passa dalle dimensioni di un tablet come l’iPad Pro ad un piccolo monitor. “Stiamo annunciando il primo display scorrevole da 17 pollici al mondo per pc”, ha detto JS Choi, l’amministratore delegato della divisione Samsung Display al pubblico della conferenza Intel Innovation 2022. “Questo dispositivo soddisferà diverse esigenze grazie alla sua portabilità”.

Nonostante si tratti di un prodotto non per la vendita, l’ad ha dunque parlato di bisogni reali degli utenti, lasciando intendere che presto il prototipo potrebbe diventare realtà. Samsung Display lavora da alcuni anni su schermi oled scorrevoli. L’azienda ha mostrato una versione di laboratorio l’anno scorso. Pat Gelsinger, il Ceo di Intel, ha definito il portatile uno “slidable pc” senza fornire però dettagli tecnici sulla dotazione di bordo. Il notebook, con tecnologia touch, non prevede la presenza di una tastiera, sebbene non sia escluso che possa includerne una a scomparsa nel dorso, qualora venga commercializzato. Di recente, Lenovo ha presentato il suo ThinkPad X1 Fold dotato di un pannello pieghevole mentre la taiwanese Asus, nel corso della fiera di tecnologia tedesca Ifa 2022, ha annunciato lo ZenBook 17 Fold Oled.

F.P.L.

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Soulstice, il videogame italiano che sfida i colossi del genere action

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Soulstice rappresenta uno di quei videogame che fa davvero piacere recensire. Il suo arrivo su Pc, Xbox e PlayStation è infatti stato una graditissima sorpresa, in primis perché sviluppato dall’italianissimo team di sviluppo Reply Game Studio, e in secondo luogo perché riesce ad avvicinarsi a colossi del genere action come Devil May Cry o Bayonetta. Certo, di lavoro per eguagliare i prima citati colossi ce ne è ancora da fare, ma la direzione è quella giusta e Soulstice rappresenta un ottimo esempio di come un titolo “doppia A” possa sorprendere in positivo e divertire. A livello di trama Soulstice narra le vicende di Keidas, un Regno Sacro nel quale il mondo reale e quello spirituale sono separati da un sottile Velo. Squarciandolo si rischia di portare distruzione nel creato e, per evitare che ciò accada, ci si affida alle Chimere, ovvero due persone che, tramite un rituale, si fondono in una sola. Il corpo della prima accetta l’anima della seconda, ottenendo così capacità superiori. Le protagoniste sono proprio una Chimera, composta dalle anime di due sorelle: Briar e Lute. La prima è il personaggio da controllato dal giocatore, mentre le seconda agisce come una sorta di spirito guardiano, sia nei combattimenti che narrativamente, in quanto risulta la voce della ragione della sorella maggiore, più avventata e impulsiva. La coppia viene inviata nella città di Ilden, dove si è aperto misteriosamente una Squarcio, il quale ha causato la trasformazione di tutti gli umani e degli animali in creature deformi e folli, che ovviamente vogliono fare a pezzi chi gioca. La trama ruota attorno alla figura parzialmente mostruosa delle Chimere, al passato delle due sorelle protagoniste e ai segreti dell’ordine sacro di cui fanno parte. In un mondo dark fantasy, ovviamente, nulla è realmente senza macchia e dall’alto le macchinazioni coinvolgono gli ingranaggi più piccoli come Briar e Lute, le quali riusciranno a superare le aspettative e a prevalere, ovviamente ma non senza sudare quattro camice.

A livello di giocabilità Soulstice è un’esperienza che sa appagare chi proviene dalla vecchia scuola degli hack ‘n’ slash a scorrimento, inclusi i numerosissimi stylish game usciti nell’era a 128-bit di cui ancora si può percepire l’eco. Come accennato poche righe più in alto, Briar è la sorella principale (o meglio, quella che è chiamata a eliminare i nemici), nonché protagonista liberamente controllabile dal giocatore, grazie anche e soprattutto ai vari attacchi a disposizione. Grazie a lei si possono sferrare colpi veloci e letali, alternati ad altri più lenti ma sicuramente più potenti rispetto a quelli base (si va infatti dal poter utilizzare un martello, un guanto e persino un arco, ciascuno con potenza e caratteristiche differenti). Un singolo tasto è adibito all’uso della lama, mentre a un altro quello dell’arma secondaria equipaggiata. Ed è qui che entrano in gioco i primi problemi: Soulstice è sì un action game di buona fattura, ma spesso e volentieri il button smashing la fa da padrone. La sensazione è che premere furiosamente i tasti sia spesso il modo migliore per uscire indenni anche dalle situazioni più caotiche e problematiche, mettendo quindi in secondo piano tutta la questione tattica che da sempre grazia i massimi esponenti del genere. Nota a parte per le boss fight, le quali riescono a stuzzicare la mente del giocatore che è costantemente a caccia dei pattern giusti per porre fine all’esistenza dei nemici nel modo più sicuro e stiloso possibile. A variare un sistema di combattimento piuttosto canonico e confusionario c’è però la presenza di Lute, che a differenza di Briar non è controllabile (o perlomeno, non completamente), sebbene il suo ruolo sia in ogni caso davvero molto importante. Lo spettro è infatti in grado di attaccare in totale autonomia, pur non infliggendo danni paragonabili a quelli della sorella maggiore. Vero anche che Lute è in grado di contribuire al buon esito di un combattimento, magari immobilizzando il nemico di turno per qualche istante, il che è fondamentale per far sì che Briar infligga successivamente il colpo di grazia. Ma non solo: lo spettro è anche in grado di generare un’aura per rendere tangibili alcune creature, così come di creare piattaforme dal nulla utili a proseguire. Purtroppo, però, l’apporto di Lute non è quasi mai risolutivo, specie dalla distanza, visto che spesso e volentieri sarà molto più utile menare le mani a piacimento, piuttosto che spendere secondi preziosi a utilizzare un’abilità dell’alleata fantasma. A ciò va aggiunto un sistema di schivata non propriamente al top, il quale sembra favorire taluni attacchi a scapito di altri, rendendo il meccanismo un po’ troppo spigoloso. Ovviamente quanto detto fino ad adesso è in paragone con i migliori esponenti del genere, quindi nel complesso Soulstice si rivela un titolo assolutamente riuscito e godibile.

A sostenere un gameplay divertente ma comunque a tratti ripetitivo interviene un’esplorazione delle ambientazioni che spesso invoglia il giocatore di deviare dal percorso principale, offrendogli potenziamenti nascosti o materiale spendibile per sbloccare nuove abilità. Inoltre a rendere l’esperienza più completa ci pensano un immenso skill tree doppio (Uno per sorella) e la meccanica dei Campi. Lute infatti può creare delle cupole colorate – blu e rosse – che rendono vulnerabili certi nemici del rispettivo colore, altrimenti impossibili da sconfiggere. Il Campo non può essere attivato all’infinito, pena la perdita della Coesione e la temporanea scomparsa di Lute, quindi bisogna sempre avere chiaro contro chi si sta combattendo, attivando e annullando il Campo rapidamente. I campi possono essere utilizzati anche per rendere calpestabili alcune superfici nascoste o per frantumare sorgenti da cui attingere gemme per lo sviluppo dei personaggi. A proposito della Coesione, quest’ultima è una sorta di indicatore che, se massimizzato, permette di attivare un breve stato di berserk, detto Furore, che rende potentissimi e veloci e permette di attivare una mossa finale distruttiva. Se si cambia continuamente arma, non si subisce danni e si attacca senza interruzioni, si può attivare anche più volte in un combattimento. Ovviamente per fare ciò serve molta pratica e una padronanza del “moveset” molto elevata. Il sistema di combattimento di Soulstice premia l’equilibrio, la velocità e la precisione. È quindi un peccato che, mediamente, la telecamera fatichi a seguire l’azione, soprattutto negli spazi più angusti dove si incastra facilmente negli angoli delle stanze. Sommando anche la quantità di elementi da tenere in considerazione, ogni tanto può capitare di avere difficoltà un po’ a stare dietro a quanto accade a schermo. Gli sviluppatori propongono un sistema di puntamento “lock-on” che molti riconosceranno per i souls-like, ma non è una soluzione sempre efficace con un gioco così veloce e alle volte si perde più tempo a cercare di bloccare la telecamera sul nemico giusto che a sconfiggerlo. Per completare Soulstice a un livello di difficoltà intermedio sono necessarie circa una quindicina di ore, che aumentano per certo se si vuole rigiocare per trovare i potenziamenti e le sfide secondarie (battaglie in arene con condizioni speciali da rispettare) non completate nella prima run. Inoltre, ogni battaglia e capitolo riceve un punteggio, quindi si potrà giocare ancora e ancora a ogni difficoltà per ottenere quello massimo. La versione Xbox Series X da noi provata include tre diverse modalità grafiche, di cui due privilegiano rispettivamente il frame rate e la risoluzione; la terza, invece, è un compromesso indicato a coloro che preferiscono un’esperienza bilanciata. Durante i nostri test abbiamo giocato perlopiù in Modalità Performance e, fatta eccezione per le fasi più concitate, abbiamo registrato rari cali di frame rate. A livello audio se nel complesso la colonna sonora svolge il proprio compito senza lode e senza infamia, con tracce che difficilmente potranno rimanere impresse, abbiamo invece apprezzato il doppiaggio in inglese, ben recitato e contraddistinto da ottimi accostamenti vocali, nonché gli scorrevoli testi tradotti in italiano, che siamo convinti faranno la gioia di coloro che non masticano la lingua anglofona.Tirando le somme, Soulstice, nonostante non raggiunga le vette di eccellenza dei caposaldi del genere, rappresenta una sorpresa davvero ben gradita nel mondo degli action. La trama interessante e il ricco ventaglio di mosse garantito dal doppio protagonista, dalla vasta gamma di armi e dalla meccanica dei “campi” fanno si che l’avventura abbia un buon livello di sfida. A nostro avviso ignorarle Soulstice sarebbe un vero e proprio peccato, quindi consigliamo vivamente di dargli una chance.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8

Sonoro: 8

Gameplay: 8,5

Gameplay: 7,5

VOTO FINALE: 8

Francesco pellegrino Lise

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