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Il giallo di Ronciglione, morte di Sestina Arcuri. Il Sostituto Procuratore Pacifici ha definito il castello accusatorio contro Landolfi, “solido e fondato”

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RONCIGLIONE (VT) – Nel loro terzo intervento nella casa di via Papirio Serangeli, a Ronciglione, effettuato venerdì 31 maggio, i Ris di Viterbo hanno, fra l’altro, sequestrato un paio di scarponcini e indumenti sporchi di sangue appartenenti a Maria Sestina Arcuri, la ventiseienne venuta a Roma da Nocara, in provincia di Cosenza, per fare la parrucchiera, deceduta il 5 di febbraio all’ospedale di Bel Colle a Viterbo, in seguito alle ferite riportate per una caduta da una scala interna all’abitazione di proprietà della nonna del fidanzato, dove i due a volte passavano insieme il fine settimana. E durante la quale, riferiscono Andrea Landolfi e la nonna, pare abbia urtato anche il capo contro lo spigolo del caminetto sottostante.

Gli inquirenti che indagano sulla morte di Sestina, il procuratore capo Paolo Auriemma e il PM Franco Pacifici, ritengono che la caduta possa non essere stata accidentale, ma che la ragazza sia stata getta per le scale dal fidanzato Andrea Landolfi, attualmente inquisito per omicidio volontario. Il referto del Pronto Soccorso, infatti, parla di “caduta libera senza resistenza”. Sta di fatto che la sera del 3 febbraio Maria Sestina e Andrea sono andati a cena in un ristorante di Ronciglione, “Il Divino”, dove hanno consumato una bottiglia di vino e alcuni bicchierini di grappa. Riferisce il cameriere che li ha serviti che sia il vino che la grappa sono stati consumati prevalentemente da Andrea, che all’andar via sembrava brillo.

Pare infatti che i due avessero preventivamente consumato anche un ‘aperitivo’, da qualche parte. Come riferisce il testimone, i due non erano in buona armonia, anche se non c’era stata una vera e propria lite. Pare, infatti, che Sestina non volesse tornare a casa con Andrea, ma che poi abbia acconsentito. Dopo il divorzio, infatti – esperienza devastante per chiunque – Andrea non voleva rimanere solo ancora una volta. Dopo la cena al ristorante, i due, accompagnati dal figlio di Andrea di 5 anni, si sono recati al pub “Il Castello”, nella zona del centro storico, dove Andrea ha continuato a bere. Il proprietario del pub, ad un certo punto, vede Sestina piangere.

Fatto sta che verso le 2 di notte, dopo essere rientrati a casa, avviene la caduta. Landolfi e la nonna di lui, l’80enne Mirella Iezzi, riferiscono che Sestina s’è alzata da sola da terra, e ha insistito per andare a letto. La nonna di Andrea, però, si reca a piedi da sola all’ospedale di Ronciglione, – distante un centinaio di metri – dove le vengono riscontrate tre costole rotte, ma le viene detto che non si può far nulla, dato il depotenziamento dell’impianto, e le viene consigliato di recarsi a Bel Colle, dove avrebbe trovato un vero Pronto Soccorso. A quel punto la Iezzi si allontana, e telefona al genero che abita a Campagnano, per farsi venire a prendere. A domanda specifica, Landolfi riferisce che la nonna era presente alla caduta, ma poi s’è allontanata, perché, secondo lui, “presa dal panico”. Il resto è storia. Alle 5,56 Andrea Landolfi, visto che Sestina perdeva sangue dalle orecchie e dalla bocca, telefona al 118 e chiede l’intervento dell’ambulanza. Sestina viene operata a Bel Colle per l’assorbimento di un ematoma cerebrale, ma non ce la fa. Secondo l’avvocato Vincenzo Luccisano, difensore della famiglia Arcuri, a differenza di quanto dichiara Landolfi, con la caduta Sestina sarebbe entrata in uno stato soporoso da cui non si sarebbe più ripresa, né, secondo il suo consulente, sarebbe stata in grado di alzarsi in piedi e di interloquire con chicchessia.

Il referto dell’ospedale di Viterbo parla di “caduta libera senza resistenza”, e di una ferita praticamente dall’occipite fino alla sommità del capo, causata da una superficie piatta. Né, riferisce l’avvocato Luccisano, si sono riscontrati segni di urto con uno spigolo, come quello del caminetto. Nella relazione autoptica i medici legali proff. Mauro Bacci e Massimo Lancia riferiscono anche di quattro lividi sul braccio destro di Sestina, compatibili con un afferramento, oltre che di una lesione estesa sulla schiena di Sestina, compatibile con l’urto su di un gradino.

Resta da spiegare il riscontro sul cellulare di Landolfi, di 100 contatti con la sua famiglia, visto che in un primo tempo lui aveva dichiarato di non aver sentito nessuno. Né si è dato peso alla testimonianza del figlio di Andrea, di 5 anni, presente sia al ristorante che al pub, che alla caduta di Sestina, il quale ha riferito che Andrea avrebbe spinto Sestina giù per le scale. Tutto rimane nel mondo dei “se” e dei “forse”. Ne sapremo di più non appena verrà desecretato il referto autoptico, e sapremo se il Tribunale del Riesame concederà al PM la custodia cautelare per Andrea Landolfi.

Il che sarà una precisa indicazione delle intenzioni degli inquirenti, stante anche il fatto che il Sostituto Procuratore Pacifici ha definito il castello accusatorio contro Landolfi, “solido e fondato”.

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ANVM chiede una legge che ufficializzi la “Giornata Nazionale in Memoria delle Vittime delle marocchinate”

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Ciotti (Presidente ANVM) “Rompiamo il muro del silenzio attorno a questa tragedia italiana.”

Si svolgerà martedì prossimo, 18 maggio 2021, la prima edizione della “Giornata Nazionale in memoria delle Vittime delle Marocchinate”. L’elenco completo delle città dove si svolgerà l’evento è pubblicato sul sito www.marocchinate.org e sulla pagina Facebook dedicata.

La manifestazione, organizzata dall’associazione nazionale vittime delle marocchinate, presieduta da Emiliano Ciotti, vuole ricordare le donne e gli uomini che, nel 1943-1944, subirono le violenze perpetrate dalle truppe coloniali francesi, passate alla storia con il termine “marocchinate”.

Furono moltissimi i Comuni italiani colpiti da questo flagello

Infatti, le violenze da parte dei magrebini francesi contro i civili italiani iniziarono con lo sbarco in Sicilia nel luglio 1943, proseguirono in Campania, nelle provincie laziali di Frosinone, Latina, Roma e Viterbo; in Toscana nel senese e nel grossetano e sull’isola d’Elba, per terminare alle porte di Firenze a fine luglio 1944.

 “Una tragedia che è stata tenuta per troppi anni sotto silenzio – dichiara Emiliano Ciotti, presidente nazionale dell’ANVM – con questa manifestazione riportiamo all’attenzione della pubblica opinione e delle amministrazioni comunali vicende che qualcuno voleva farci dimenticare.

In linea con la normativa anti covid, la partecipazione sarà numericamente contenuta  – conclude Ciotti – deporremo un fiore e un drappo tricolore a un monumento o in luogo significativo di cinquanta città. Chiederemo alle amministrazioni comunali di intitolare vie e piazze alle Vittime delle marocchinate e al Parlamento di approvare una legge che istituisca ufficialmente questa Giornata in memoria delle donne e degli uomini italiani violati dai coloniali francesi.”

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Val Baganza, entro settembre torna il ponte tibetano

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Lo spettacolare ponte è a tutti gli effetti una via di collegamento tra le sponde di due territori: i comuni di Terenzo e Berceto

Per gli appassionati escursionisti ed amanti del trekking è noto come “ponte dei Salti del Diavolo” o come “ponte tibetano sul Baganza” a causa della sua immagine, che rimanda ai celebri ponti sospesi delle lontane terre d’Asia; ora, grazie ai contributi di Regione Emilia-Romagna e Provincia di Parma, sarà ricostruito dopo che nell’Ottobre 2014 la piena del torrente distrusse una delle più affascinanti  attrattive della Val Baganza, in provincia di Parma.

“La ricostruzione del ponte tibetano della Val Baganza – commenta Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI) – assume un significato particolare nel momento, in cui il Paese è di fronte a scelte fondamentali per il proprio modello di sviluppo, che non può prescindere dalla valorizzazione del territorio e dell’economia delle sue comunità anche montane.”

Il Comune di Terenzo, cui è stato assegnato il necessario finanziamento, ha richiesto la collaborazione del Consorzio della bonifica Parmense ed i lavori avranno inizio poco prima della stagione estiva per terminare prevedibilmente a Settembre;  i comuni interessati alla ricostruzione del ponte pedonale sono Terenzo, Berceto e Calestano.

“Pur non essendo la costruzione di un ponte, una specifica competenza del nostro ente, abbiamo accettato di affiancare l’Amministrazione Comunale di Terenzo a dimostrazione degli sforzi quotidiani per essere al fianco delle comunità, che vivono in montagna” evidenziano la Presidente, Francesca Mantelli ed il Direttore Generale dell’ente consortile, Fabrizio Useri.

Lo spettacolare ponte venne  inaugurato nel 2007 ed è, a tutti gli effetti, una via di collegamento tra le sponde di due territori (i comuni di Terenzo e Berceto), oltre a  rappresentare un importante propulsore di sviluppo turistico per l’area. All’origine del nome della formazione rocciosa (Salti del Diavolo) vi è la leggenda, che narra di un monaco eremita il quale, ritiratosi in preghiera nella zona, divenne oggetto di tentazioni da parte del diavolo, che lo allettò con promesse di cibo, ricchezze ed anche di una giovane fanciulla; il monaco però non solo seppe resistere, ma scacciò il maligno che, nella fuga, lasciò impresse le proprie orme sul terreno, dando così vita alla formazione sedimentaria  ancora oggi ben visibile.

“E’ indispensabile – conclude Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI – creare ogni condizione per fermare il progressivo abbandono dei territori alti, la cui manutenzione, affidata al presidio dell’uomo, è condizione imprescindibile per garantire sicurezza idrogeologica alle aree più a valle. L’attenzione quotidiana, dimostrata dal Consorzio della bonifica Parmense, è esempio della sussidiarietà applicata, che permea la natura costitutiva degli enti consortili a servizio dell’intera collettività.”

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Morte Sestina Arcuri, gli avvocati di Landolfi: “Impianto accusatorio contrassegnato da forzature”

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Lo stesso consulente della Procura aveva escluso categoricamente la caduta diretta dal primo al piano terra ma poi è stata verbalizzata altra tesi – A Officina Stampa i video esclusivi della perizia effettuata dal consulente della Procura

Un tassello importante si aggiunge nel processo per il caso di Sestina Arcuri, la 26enne morta la notte tra il 3 e il 4 febbraio del 2019 a seguito di una caduta per le scale dell’appartamento della nonna del suo fidanzato Andrea Landolfi, 31 anni, accusato dell’omicidio della giovane donna.

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La perizia delegata alla psichiatra Cristiana Morera dalla Corte di Assise di Viterbo smonta di fatto l’attendibilità del testimone Matteo Vettori, un ragazzo che ha dichiarato che Maria Sestina, la sera del 3 febbraio 2019 avrebbe manifestato l’intenzione di lasciare il compagno perché si sarebbe ingelosita della cameriera del pub frequentato dalla coppia insieme al figlio di Landolfi quella tragica sera.

La cameriera, 24 anni, è stata la prima a testimoniare nel processo a Viterbo e la prima a dire di non aver dato peso al racconto di Matteo Vettori, frequentatore del locale e persona conosciuta nel posto, in quanto “a volte dice delle bugie bianche”. La cameriera ha dichiarato di aver visto i tre tranquilli e poi di averli visti battibeccare: “A noi che stavamo in sala non è sembrata una situazione allarmante e quindi non siamo intervenuti”. 

Dopo le dichiarazioni della lavoratrice del pub arriva l’accurata perizia tecnica stilata dalla Dottoressa Cristiana Morera, perito nominato il 20 maggio del 2020 dal Dottor Mautone, Magistrato del Tribunale di Viterbo, Presidente Della Corte di Assise giudicante.

La perizia, che riporta la data del 12 marzo 2021, non lascia spazio a interpretazioni

Matteo Vettori non è nelle condizioni di essere sottoposto a un futuro esame dibattimentale nel contradditorio tra le parti: “Le condizioni psicofisiche – si legge nell’atto – del periziando Matteo Vettori, risultato affetto da disabilità intellettiva di grado moderato lieve in comorbidità con un disturbo d’ansia con notevoli note fobiche”. Ci sono 21 pagine di accurata perizia che sostengono tali dichiarazioni.

La difesa del Landolfi – che aveva, sin da subito, dubitato fortemente della ricostruzione accusatoria – con i propri consulenti ha dimostrato alla Corte come l’impianto accusatorio fosse contrassegnato da forzature.

I consulenti degli avvocati Serena Gasperini e Daniele Fabrizi del foro di Roma, la dottoressa Roberta Bruzzone, la dottoressa Cecilia Forenza, L’ing. Giuseppe Monfreda e il dottor Massimiliano Mansutti alle ultime due udienze dibattimentali hanno spiegato ogni aspetto. A giugno la sentenza.

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