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La diplomazia internazionale si muove su un crinale estremamente sottile dopo l’annuncio di un imminente vertice tra l’ex Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il Presidente russo, Vladimir Putin, da tenersi a Budapest, Ungheria. L’incontro, previsto tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, dopo che Trump avrà incontrato il leader cinese Xi Jinping a margine del summit Asean in Corea del Sud, è percepito da molti come il momento decisivo per il destino della guerra in Ucraina. Trump ha espresso un cauto ottimismo, dichiarando: “Penso ci arriveremo… Siamo sulla strada di provare a fare un accordo. Se non lo faremo, un sacco di persone pagheranno un grande prezzo,” pur lasciando intendere uno scetticismo sulla vittoria ucraina: “L’Ucraina potrebbe ancora vincere, ma non credo ci riuscirà.”
Le manovre diplomatiche sono frenetiche. Il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto è atteso a Washington per definire i dettagli logistici, mentre il premier ungherese Viktor Orbán, alleato di Mosca, ha offerto a Putin un corridoio aereo sicuro per raggiungere Budapest, aggirando il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale (CPI). Il Cremlino, tramite il consigliere per la politica estera Yuri Ushakov, ha confermato alla TASS la “disponibilità a discutere senza precondizioni,” ribadendo però che l’unica via per la pace è un cessate il fuoco che tenga conto degli interessi di sicurezza della Russia, inclusa la difesa dei territori già integrati nella Federazione Russa.
La pressione di Trump sul Presidente ucraino Volodymyr Zelensky per un accordo è palese. Il tycoon ha congelato la potenziale fornitura dei missili a lungo raggio Tomahawk, invocati da Zelensky per colpire in profondità il territorio russo. Vladimir Putin ha commentato l’eventuale invio dei Tomahawk, come riportato dalla TASS, sottolineando che “non cambierebbero la situazione sul campo di battaglia, ma provocherebbero danni significativi alle prospettive di una soluzione pacifica.” Zelensky ha incassato il colpo, ripiegando sulla richiesta di 25 sistemi Patriot per rafforzare le difese aeree contro i continui attacchi russi (nella notte tre missili e 60 droni), e sta cercando di coordinare l’acquisto con gli Stati Uniti e le aziende produttrici.
L’Europa è in allarme per un negoziato che sembra volerla escludere. Il Presidente francese Emmanuel Macron ha convocato una riunione della “coalizione dei volenterosi” a Londra e ha lanciato un avvertimento perentorio a Trump: se il vertice di Budapest dovesse riguardare l’Ucraina, “anche Kiev dovrebbe partecipare e se il tema è la sicurezza europea, anche l’UE dovrebbe sedere a quel tavolo.” Una posizione condivisa dall’alto rappresentante UE Kaja Kallas, che ha invitato a “non farci distrarre” da incontri senza la partecipazione di Kiev e Bruxelles. Zelensky, da parte sua, si è detto pronto a partecipare a un incontro a tre o a una “diplomazia itinerante” che lo veda incontrare separatamente i due leader, pur non avendo ancora ricevuto un invito, evocando la celebre canzone di Jannacci: “Vengo anch’io, no tu no.”
Di fronte al rischio di essere scavalcativa, l’Unione Europea accelera. È imminente l’approvazione del 19° pacchetto di sanzioni contro Mosca ed è stata data luce verde, nonostante il voto contrario di Ungheria e Slovacchia, alla proposta della Commissione Europea sullo stop all’importazione di gas e GNL russi. Inoltre, l’UE spinge per l’utilizzo degli asset russi congelati e ha completato l’esame per avviare i negoziati di adesione con l’Ucraina, segnali forti volti a riaffermare il sostegno incrollabile a Kiev e l’unità occidentale, messa a dura prova dalle ambiguità diplomatiche di Donald Trump.