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ISIL, STRATEGIE SOTTO INCHIESTA: QUEL VIDEO NON CONVINCE

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L’Osservatore d’Italia comincerà a rendere pubbliche le analisi dei grandi analisti e degli economisti che con sguardo al di sopra delle parti stanno delineando scenari inquietanti

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di Cinzia Marchegiani


Bruxelles
– Nel mondo dell’ipocrisia c’è lo sdegno per l’attività del gruppo armato islamico ISIL, quello sostenuto per anni dai principali alleati mediorientali degli Stati Uniti e di Israele: Turchia, Arabia Saudita e Qatar contro il Governo siriano di Bashar Al Assad?

E’ vero ci sono sgozzamenti e sgozzamenti, alcuni sono applauditi, altri condannati, anche questa è una bella fotografia dei nostri tempi, quando l’informazione viaggia tranquillamente andando a colmare quelle necessità di perbenismo e paure indotte amplificate da informazioni che spesso non raccontano mai la verità, lontana anni miglia da qualsiasi lettore o osservatore. Anche l’attivista per la pace americano degli Stati Uniti, Rick Rozoff, direttore di Stop NATO International Network con poche parole rispondendo a PressTv espone questa preoccupazione sulla ambigua situazione creatasi, anzi lancia un vero ammonimento:"che il gruppo terrorista ISIL rappresenta una minaccia chiara e immediata per gli Stati Uniti è un espediente disonesto e in malafede per giustificare l'intervento militare in Iraq.” E come dargli torto! D’altronde la storia si ripete, ora l’occidente unito ha pensato bene ad armare fino ai denti i Curdi per poter sostenere la guerriglia contro l’ISIL…insomma la pace è un obiettivo sostenuto con armi legalizzate da decreti legge che con una propria logica insegue obiettivi lontani dalla nostra portata. In un mondo che si sta preparando ad una grande guerra mondiale innescata da logiche anche troppo evidenti, con il gioco delle parti si è tessuta una bella crisi economica in paesi troppo civilizzati, dove fino a poco tempo fa il benessere e il consumismo tenevano lontani i problemi di coscienza…quelle stesse persone difficilmente avrebbero indossato un fucile. Ora basta guardare con occhio neanche tanto esperto i cambiamenti geopolitici europei dove la morsa letale del lavoro sta esasperando i cittadini, che increduli però ancora ripongono flebile la loro speranza nei propri governanti, attendono il miracolo pregato!
Rozoff continua:”Questo è un gioco di prestigio da parte della Casa Bianca, in primo luogo, che è stato utilizzato nel corso degli ultimi decenni, per giustificare l'intervento militare USA / l'aggressione degli Stati Uniti che assieme ai loro alleati sostengono un’insurrezione armata all'interno di uno stato nazione e poi sostengono che la risposta del governo per l'intervento armato sta destabilizzando la situazione e che si presenta una minaccia non solo per la regione, ma una minaccia diretta per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti…. Questo è ridicolo, naturalmente.”

Ma l’UE c’è! C’è anche economicamente, il 19 agosto 2014, ha annunciato una maggiore assistenza umanitaria agli iracheni in fuga dalla violenza, la Commissione europea intende aumentare l'assistenza umanitaria all'Iraq da € 5.000.000 a seguito dello spostamento di centinaia di migliaia di persone a causa dei recenti attacchi perpetrati dallo Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (ISIL) e di altri gruppi armati. Questo finanziamento supplementare porterà il totale 2014 aiuti umanitari per l'Iraq a € 12 milioni.

Kristalina Georgieva, commissario per la Cooperazione internazionale, gli aiuti umanitari e la protezione civile così ha dichiarato: "Questa nuova ondata di violenza ha conseguenze terribili per i bambini vulnerabili, donne e uomini. Il nostro nuovo finanziamento arriva sulla cima di 3 milioni di euro annunciati a marzo durante la mia visita a Baghdad e la regione curda dell'Iraq in previsione di un ulteriore deterioramento della sicurezza del Paese. Esso contribuirà ad alleviare la sofferenza, fornendo servizi e assistenza di base. Faccio appello a tutte le parti in lotta per garantire la sicurezza dei civili e di rispettare il ruolo umanitari di lavorare in condizioni pericolose. "

Puntuale l’UE spiega che la recente ondata di spostamento è stato precipitato dalla cattura della città di Mosul da ISIL e attacchi da parte di gruppi armati di opposizione governatorati di Ninewah, Salah Al-Din, Diyala e Al Anbar. Fino a mezzo milione di persone sono state sfollate dalle Ninewah finora, aggiungendo ai più di 400.000 persone già sfollate negli ultimi sei mesi.

Il fondo scala del disastro umanitario non è ancora chiaro, come molte famiglie sfollate sono attualmente ospitati da parenti e comunità di origine. Il numero di sfollati è previsto in aumento a causa della gravità dei combattimenti. La città di Mosul (Ninewah governatorato) cadde sotto il controllo di gruppi armati di opposizione (AOGs), tra cui lo Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (ISIL). Tutti gli ospedali di Mosul, con una popolazione di quasi due milioni di persone, sono segnalati per essere chiusi. Una crisi umanitaria su larga scala si sta sviluppando, l'ONU ha riportato vittime negli centinaia e massicci spostamenti di popolazione. La violenza continua a causare lo spostamento sul centro e nord dell'Iraq, causando il numero di sfollati interni a salire. Le stime attuali indicano che fino a 500 mila persone sono state sfollate da gennaio. Si stima che circa 300 mila sfollati sono arrivati a Erbil e Dohuk nei giorni scorsi.

Le agenzie umanitarie continuano ad organizzare l'assistenza alle famiglie sfollate. Anche se le condizioni per gli sfollati ospitati dalle comunità locali sono stabili per il momento, ci sono preoccupazioni circa la capacità delle comunità curde che già ospitano un gran numero di sfollati interni da Al-Anbar e profughi iracheni. Sul confine contese tra Ninive e governatorati curdi, sono stati segnalati scarsità di cibo sui mercati locali, nonché l'interruzione dei servizi di elettricità e acqua. Le agenzie umanitarie continuano a lavorare sulla creazione di ospitare temporanea Shikan e Khabat, e la distribuzione di prodotti alimentari e di emergenza. Il restauro e il potenziamento dei servizi sanitari nelle zone dove gli sfollati stanno raccogliendo è una priorità.

Il commissario Georgieva ricorda: "l'Europa sta con il popolo iracheno nel momento del bisogno. L'attivazione del meccanismo di protezione civile dell'UE garantisce che l'aiuto europeo può raggiungere rapidamente le zone più colpite dai combattimenti, a nome delle vittime di questa crisi, ringrazio il Regno Unito, Italia e Svezia per l'assistenza che forniscono e per quegli Stati membri che sono pronti a inviare il supporto e la competenza."

La Commissione europea è intervenuta all'inizio della crisi irachena e gradualmente ha intensificato la sua risposta dal precedente visita del Commissario Georgieva per il paese a marzo. Un ufficio umanitario dell'UE opera a Erbil da maggio. Nel mese di giugno, la Commissione ha fornito 5 milioni di euro in risposta alle crescenti esigenze derivanti dal movimento di massa di persone, e altrettanti 5 milioni di euro sono stati assegnati la scorsa settimana portando il finanziamento complessivo per l'Iraq a 17 milioni di euro nel 2014. Il sostegno umanitario totale della Commissione europea in Iraq dal 2007 ammonta a quasi 145 milioni  di euro, compreso il sostegno ai profughi siriani in Iraq. Il programma umanitario risponde alle esigenze degli iracheni sfollati nel paese e dei rifugiati iracheni in Giordania e in Libano con  7 milioni di euro nel 2013 ed 12 milioni nel 2014.
Le agenzie umanitarie continuano ad organizzare l'assistenza alle famiglie sfollate….mentre i diritti nei paesi membri sono gambizzati dalle politiche europee. C’è chi parla di un nuovo conflitto mondiale, questa volta l’occidente si armerà per difendere quello poco che gli rimarrà, basta fare zapping con la tv per vedere i focolai attivi che a macchia di leopardo si stanno espandendo…Ancorati ancora alle logiche di appartenenza politica, comprendiamo solo a carte scoperte gli obiettivi reali, eppure la fotografia appena scattata sul mondo vede delineare strade ancora reversibili….ma l’Europa troppo legata agli Stati Uniti da accordi economici e strategie visibili, si sta omologando all’America che ha fatto della lotta contro il terrorismo una vera guerra giustificata con operazioni antiterroristiche… e ora sostenendo i Curdi con le armi non si fa altro che sostenere quel disegno di divisione dell’Iraq e quindi ad una sua ulteriore destabilizzazione. l’ISIL una creatura che si sta ribellando al padrone o anche questa è una strategia?

L’Osservatore d’Italia comincerà a rendere pubbliche le analisi dei grandi analisti e degli economisti che con sguardo al di sopra delle parti stanno delineando scenari inquietanti, gli stessi che ognuno di noi forse inconsciamente vuole allontanare, ma lo spettro della povertà nell’occidente creato con logiche sovranazionali, è stato tessuto con molta maestria e devono allarmare chi ancora vive in un’ampolla di vetro….

E ora fanno discutere le immagini al rallentatore del video dell’ISIL, dove i particolari sulla decapitazione del giornalista Foley non convincono molto…il coltello puntato alla gola dopo tanti movimenti non produce sangue….e il caso diventa virale, l’FBI è a caccia del boia britannico o del regista maldestro? Le parole di Rozoff devono far riflettere….ma soprattutto se il video è un falso, l'Italia e il resto dell'Occidende quale causa stanno sostenendo se  continuano ad armare i Curdi?

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Usa, ok di Fda a somministrazione 3 dose Pfizer da 65 anni in su

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La Food and Drug Administration (Fda), l’agenzia Usa preposta al controllo dei farmaci, ha autorizzato la terza dose del vaccino Pfizer per le persone dai 65 anni in su e per quelle fragili, ossia ad alto rischio di contrarre forme severe di Covid-19 o di gravi complicazioni.

L’agenzia ha seguito le raccomandazioni date nei giorni scosi dal suo comitato di esperti indipendenti. A breve dovrebbe esprimersi anche i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), l’agenzia federale Usa per la prevenzione delle malattie.

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Bambini abbandonati dai loro governi nei campi siriani di Al-Hol e Roj: condannati a lottare quotidianamente per la sopravvivenza dopo le violenze già vissute

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Save the Children esorta i governi stranieri ad assumersi le proprie responsabilità e a rimpatriate i bambini e le loro famiglie

Più del 50% della popolazione dei campi sono bambini al di sotto dei 12 anni. Ad Al Hol 62 bambini deceduti dall’inizio dell’anno e il 60% non frequenta la scuola

Molti dei paesi più ricchi al mondo non hanno ancora rimpatriato la maggior parte dei minori bloccati nei campi di Al-Hol e Roj in Siria nord-orientale, le cui vite si stanno pian piano consumando con il rischio continuo di violenze e malattie. Questa la denuncia di Save the Children, l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro. Secondo il nuovo rapporto pubblicato oggi dall’Organizzazione “Quando inizierò a vivere? L’urgente bisogno di rimpatriare i bambini stranieri intrappolati nei campi di Al Hol e Roj”, sono circa 40.000 i bambini che vivono nei due campi per sfollati in Siria nord-orientale e che combattono quotidianamente per la sopravvivenza.

I campi di Al Hol e Roj ospitano oltre 60.000 persone, tra cui 40.000 bambini. Il 50% delle persone che vivono a Al Hol e il 55% a Roj sono bambini al di sotto dei 12 anni. Oltre ai cittadini siriani e iracheni, molti dei quali sono fuggiti dall’ISIS, ci sono donne e bambini provenienti da circa 60 paesi. Molti di loro hanno vissuto sotto il dominio dell’ISIS contro la loro volontà, ad esempio come vittime di adescamento e traffico in Siria.

Nei campi si registrano morti e malattie evitabili causate da incendi, scarsità di acqua e di servizi igienico-sanitari, malnutrizione e un sistema sanitario a malapena funzionante. Nel campo di Al Hol, dall’inizio dell’anno, 62 bambini, circa due bambini a settimana, sono morti per diversi motivi, mentre 73 persone, tra cui 2 bambini, sono state uccise. Solo il 40% dei bambini di Al Hol sta ricevendo un’istruzione, con anni di esperienze traumatiche che si ripercuotono sulla loro salute mentale, e nel campo di Roj, il 55% delle famiglie ha riferito casi di lavoro minorile tra i bambini con meno di 11 anni. I campi, sovraffollati e con servizi e rifugi inadeguati, non sono luoghi adatti per la crescita dei minori, che spesso sono vittime di matrimoni precoci, violenza domestica e altre forme di abuso mentale o psicologico.

La violenza è all’ordine del giorno ad Al Hol e non mancano omicidi, tentati omicidi, aggressioni e incendi dolosi, e anche nel campo di Roj, il rischio di incendi è costante: nel 2020, tre bambini sono morti e due sono rimasti gravemente feriti in due incendi diversi causati dall’esplosione di due stufe.

I bambini hanno raccontato allo staff di Save the Children di non sentirsi al sicuro quando camminano per il campo, quando vanno al mercato o in bagno. Maryam*, una bambina libanese di 11 anni che viveva nel cosiddetto “Annex” di Al Hol, uno spazio di appena mezzo chilometro quadrato in cui vivono 8.800 persone, tra cui 6.200 bambini, ha raccontato a Save the Children a maggio 2021: “Non posso più fare questa vita. Non facciamo altro che aspettare”. Da allora, Maryam* risulta essere stata uccisa, sua madre ferita e suo fratello disperso dopo un tentativo di fuga fallito in un camion dell’acqua.

L’insicurezza, la paura e l’incertezza per il futuro causano ansia e depressione tra i bambini, il cui benessere è minato a causa di stress, spazi limitati per giocare in sicurezza e assenza di supporto psicosociale. “Ho paura di vivere nel campo. La gente qui litiga in continuazione e ogni volta che sento qualcuno urlare mi copro le orecchie con le mani. Non faccio uscire nemmeno mia madre perché tirano fuori i coltelli, gridano, si minacciano con frasi tipo: ‘Ti ammazzo, ti taglio la testa’”, ha raccontato Bushra*, 10 anni, dalla Turchia.

Anche Samiya*, una bambina di 11 anni del Tagikistan, vive nell’Annex di Al Hol da due anni con sua madre e quattro fratelli e ha raccontato a Save the Children di una sera di maggio di quest’anno quando ha visto un incendio distruggere e danneggiare 75 tende: “All’improvviso abbiamo sentito delle urla. Nella nostra sezione era scoppiato un incendio e le tende hanno cominciato a bruciare una dopo l’altra, sciogliendosi completamente. Tutti i bambini scappavano, urlavano e piangevano. […] Anche la nostra tenda è andata a fuoco insieme ai vestiti nuovi che mia madre mi aveva comprato, i miei giochi, i nastri per capelli e tutti i dolci per l’Eid. È andato tutto a fuoco. Ora dormiamo in cucina e stiamo aspettando una nuova tenda”.

Secondo nuovi dati, gli Stati membri dell’UE, il Regno Unito, il Canada e l’Australia non hanno fatto abbastanza per rimpatriare i propri cittadini: il Regno Unito, ad esempio, ha rimpatriato solo quattro bambini mentre si stima che altri 60 siano rimasti lì; la Francia ha riportato nel Paese solo 35 degli almeno 320 bambini totali, mentre negli ultimi mesi, paesi come la Germania, la Finlandia e il Belgio hanno rimpatriato madri e bambini dai campi, dimostrando ancora una volta che è possibile salvare vite se c’è volontà politica. Save the Children esorta i governi stranieri, i cui cittadini sono nei campi di Al Hol e Roj e molti dei quali sono scappati per sfuggire all’ISIS, ad assumersi le proprie responsabilità e a rimpatriate i bambini e le loro famiglie.  Dal 2017 sono stati rimpatriati circa 1.163 bambini, di cui quasi il 59% è rientrato nel 2019 in 29 operazioni. Nel corso del 2020 si è registrato un forte calo dei rimpatri mentre quest’anno, al 3 settembre 2021, i rimpatri effettuati sono stati solo 14.

“Dopo anni trascorsi nelle zone di conflitto, questi bambini stanno vivendo eventi traumatici che nessun bambino dovrebbe mai vivere. È incomprensibile che siano condannati a questa vita. Quello che vediamo sono bambini abbandonati dai loro governi, nonostante essi siano le prime vittime del conflitto. L’83% delle operazioni di rimpatrio è stato effettuato da Uzbekistan, Kosovo, Kazakistan e Russia ma ora anche gli altri governi devono rispettare i propri obblighi, assumersi la responsabilità nei confronti dei loro cittadini e rimpatriare i bambini e le loro famiglie nel rispetto dei diritti dei bambini ai sensi della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia” ha dichiarato Sonia Khush, responsabile di Save the Children per la risposta in Siria. “Ogni giorno in più che i bambini e le loro famiglie rimangono nei campi è un fallimento dei loro governi. Ogni giorno in più in cui viene negata loro l’opportunità di tornare a casa, negati i servizi specializzati di cui hanno disperatamente bisogno e negato loro il diritto di vivere in sicurezza e riprendersi dalle loro esperienze è un giorno di troppo”.

Save the Children chiede a tutti i Paesi, i cui cittadini minori sono ancora Siria, di riconoscere e trattare i bambini prima di tutto come vittime di guerra, anche coloro che sono stati costretti ad unirsi all’ISIS, e rilasciare quelli detenuti arbitrariamente e riunirli alle loro famiglie. Chiede, inoltre, di garantire i diritti fondamentali e rispondere ai bisogni umanitari urgenti, impegnandosi per una non discriminazione e una giustizia equa e esorta i governi a rimpatriare i propri cittadini senza ulteriori ritardi e a sostenere il loro reinserimento nel paese di origine.

Oltre al ritorno sicuro e dignitoso dei bambini e delle loro famiglie nei paesi di origine, Save the Children chiede un’ampia risposta umanitaria nei campi per soddisfare i bisogni sia dei bambini stranieri in attesa del rimpatrio sia dei bambini siriani che potrebbero rimanere nei campi per altro tempo.

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Cronaca

Usa, no vax muore di Covid: lascia 4 figli

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“Smascherata, senza museruola e libera pensatrice”. Così si definiva sui social la 40enne della California Kristen Lowery, attivista no-vax e madre di quattro figli morta per il covid il 15 settembre.

Del decesso della donna ha dato notizia la pagina GoFundMe in cui si raccoglievano fondi per le spese del funerale, dove si afferma che Kristen è morta “inaspettatamente”.

All’inizio di settembre invece era stata sua sorella Cassie a scrivere su Facebook che la 40enne era “in ospedale a lottare per la sua vita contro il Covid e la polmonite”. “Per favore, non arrenderti”, aveva aggiunto, precisando che non si trattava di un post politico e che non era interessata a sentire le opinioni di nessuno sui vaccini.

Lowey aveva partecipato a tante manifestazioni no-vax: in una foto postata sui social indossava una maglietta con la scritta “ex pro vaccini, mi fidavo di loro, mai più”, in un’altra mostrava lo slogan “una mamma per la libertà”. Dopo l’annuncio della morte la sua pagina Facebook è stata quasi subito trasformata in privata per evitare che risultassero visibili i commenti degli estranei.

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