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Esteri

ISIS: ANCORA FOLLIA DISTRUTTRICE

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Distrutta e saccheggiata l'antica città assira di Dur Sarrukin, l'odierna Khorsabad, fondata nel 717 a.C..

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LEGGI ANCHE: ISIS, SCANDALO: L'INTELLIGENCE INGLESE SA DAL 2005 CHI E' JIHADI JOHN

 

Jihadi John chiede scusa alla sua famiglia. In un messaggio inviato dalla Siria,Mohammed Emwazi, il boia dell'Isis, ha fatto sapere di essere dispiaciuto per "i problemi e i guai che la rivelazione della sua identità hanno causato" a genitori e parenti.

 

di Chiara Rai

Dopo Nimrud e Hatra, gli uomini dell'Isis hanno distrutto e saccheggiato l'antica città assira di Dur Sarrukin, l'odierna Khorsabad, fondata nel 717 a.C.. La follia distruttrice dei jihadisti si è abbattuta questa volta contro il sito archeologico che ospita un'antica capitale dell'impero assiro, a circa 20 km a nord-est di Mosul, in Iraq. A lanciare l'allarme è stato il ministro delle Antichità e del Turismo iracheno Adel Shirshab precisando che le autorità stanno verificando le notizie che provengono dal nord del Paese, in base alle quali i miliziani avrebbero già distrutto diverse statue e danneggiato seriamente la città che fu fondata dal re Sargon II. "Il mondo deve fermare le atrocità che i miliziani stanno compiendo altrimenti i gruppi terroristi andranno avanti", ha allertato Shirshab.

Solo qualche settimana fa – con la motivazione che offendevano l'Islam – i miliziani del Califfo al Baghdadi avevano trafugato e distrutto oggetti di inestimabile valore conservati nel museo di Mosul. Poi con una colonna di bulldozer si era accanita contro Nimrud, la biblica Calah, un altro sito assiro. Lo scempio è poi proseguito a Hatra, città del III secolo a.C. inserita nella lista dei siti patrimonio dell'umanità dall'Unesco. Orrore e sconcerto è stato espresso a livello internazionale contro la 'guerra santa' che il Califfato sta portando avanti. Due giorni fa il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, aveva parlato di "crimine di guerra". Khorsabad (il cui nome significa "Fortezza di Sargon") fu edificata in sette anni, ma mai completata. Dopo la morte del suo ideatore, nel 705, ad appena un anno di distanza dall'inaugurazione, la città venne abbandonata dal suo successore Sennacherib, che portò la capitale di nuovo a Ninive. Tuttavia nella sua incompletezza Khorsabad mostra chiaramente le concezioni urbanistiche dei suoi costruttori: regolarità, simmetria e viabilità. La città presenta infatti una pianta quadrata. Tre delle sette porte dello spesso muro di cinta, presentano una decorazione monumentale, mentre le altre sono più semplici. Intanto, mentre continua l'offensiva delle forze irachene per cercare di strappare all'Isis la strategica area di Tikrit, un'ennesima ondata di attentati ha colpito ieri l'area di Baghdad con almeno 11 morti e 24 feriti. Funzionari di polizia hanno precisato che una prima autobomba è esplosa in un parcheggio a Mahmoudiya e 30 km a sud della capitale irachena uccidendo tre persone e ferendone altre 15. Poco dopo un altro ordigno è esploso in una strada commerciale a Husseiniyah, come altre tre vittime. E in due ulteriori attentati, avvenuti rispettivamente a sud e a est della capitale, ancora cinque persone hanno perso la vita.

Banki – Moon esorta ad agire con urgenza.
Il segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki-moon, si è detto "oltraggiato dalla continua distruzione del patrimonio culturale in Iraq" da parte dello Stato islamico e ha invitato "urgentemente la comunità internazionale a porre fine rapidamente a un'attività terroristica tanto efferata e a contrastare il traffico illegale di reperti". È quanto riferisce il suo portavoce. "Il segretario generale ribadisce che la distruzione deliberata del nostro patrimonio culturale costituisce un crimine di guerra e che i responsabili devono risponderne davanti alla giustizia", aggiunge. Ieri si è saputo che i militanti dello Stato islamico hanno distrutto un altro sito archeologico in Iraq, quello dell'antica capitale assira di 'Dur-Sharrukin', vicino all'attuale Khorsabad, 15 chilometri a nordest di Mossul.

Il 27 febbraio i jihadisti avevano diffuso un video in cui si vedevano i militanti che distruggevano statue nel museo di Mossul, definite dei "falsi idoli". Poi il 5 marzo avevano distrutto con le ruspe i resti della città assira di Nimrud, 30 chilometri a sudest di Mossul, e il 7 marzo era giunta la notizia della distruzione del sito di Hatra patrimonio dell'Unesco dal 1987, circa 110 chilometri a sudovest di Mossul. Inoltre, prima di questi episodi, gli estremisti dell'Isis avevano distrutto molti templi antichi, santuari, chiese e preziosi manoscritti nella città di Mossul e in diverse altre zone.

Decapitazioni shock in Libia.
L'orrore delle decapitazioni dell'Isis ha colpito di nuovo la Libia ricordando la minaccia che incombe sul paese, fragilissimo perchè ancora spaccato in due nonostante difficili negoziati di riconciliazione in corso fra Tobruk e Tripoli. Mentre l'onda lunga della destabilizzazione jihadista torna a proiettarsi anche nel vicino Mali dove un attacco, il secondo in due giorni, ha preso oggi di mira una base dell'Onu facendo almeno tre morti.

A essere decapitate sono state otto delle 11 guardie uccise venerdì scorso in un attacco portato dai miliziani del 'califfato' contro il campo petrolifero libico di Al Ghani, a sud di Sirte e dell'omonimo golfo. Informazioni sull'efferatezza del raid erano già circolate, ma ora si è appreso che otto teste sono state consegnate a un ospedale della zona e una macabra foto circola su Twitter. Il ministero degli Esteri di Vienna, dicastero coinvolto perché nell'attacco sono stati rapiti nove dipendenti stranieri dell'impianto tra cui un austriaco di 39 anni e un altro europeo (un ceco), ha precisato che ad attaccare sono stati elementi affiliati dello Stato islamico di Sirte noti per aver decapitato i 21 copti sui quali fu diffuso un video a metà del mese scorso. Nonostante le informazioni restino controverse, fonti libiche confermano che Sirte – come da tempo il 'califfato' di Derna – è ormai in mano allo Stato islamico.

L'attacco, ultimo di una serie che ha preso di mira almeno quattro campi petroliferi nel frattempo riconquistati dalle forze che fanno capo a Tripoli (almeno secondo dichiarazioni di un loro portavoce), non è stato in ogni caso rivendicato. E senza firma resta per ora anche la scarica di oltre 30 razzi e bombe di mortaio che hanno colpito una base dell'Onu a Kidal, nel nord-est del Mali, dove sono morti un Casco blu e due bambini. Il gruppo qaedista "Ansar Dine" aveva rivendicato un attacco simile compiuto nel settembre scorso contro soldati delle Nazioni unite nella stessa città, a circa 1.500 km dalla capitale Bamako. Ma soprattutto un gruppo formato dal capo jihadista algerino Moktar Belmoktar si è ascritto la paternità della raffica di colpi che un uomo a volto coperto ha sparato sabato in un bar-ristorante di Bamako uccidendo cinque persone tra cui un francese e un belga: attentato che sarebbe una vendetta per l'uccisione di un altro leader fondamentalista islamico in un raid franco-maliano (la Francia a inizio 2013 guidò l'intervento militari contro i jihadisti che avevano occupato parte del nord-est del Paese per imporvi la sharia).

Eventi che confermano come la minaccia non sia ancora debellata in Mali.
Mentre imperversa ormai da mesi ad opera dell'Isis in vaste aree della Libia del dopo-Gheddafi: da Derna, sulla costa est, fino a Sirte. Il pericolo sta spingendo le due principali fazioni rivali libiche – il governo riconosciuto internazionalmente, ma riparato a Tobruk, e quello sostenuto da milizie islamiche a Tripoli – a negoziare un accordo di unità nazionale sotto l'egida dell'Onu, con colloqui itineranti che da giovedì a sabato sembrano aver fatto passi avanti nei pressi di Rabat, in Marocco. Il nuovo appuntamento è per mercoledì, ma i media libici segnalano un certo nervosismo fra i delegati 'laici' di Tobruk e tra le forze che fanno capo al generale Haftar, a dispetto delle parole di ottimismo riecheggiate ieri dal tavolo delle trattative. E riferiscono di scontri avvenuti ancora sabato attorno alla base aerea di Brak, dopo che l'Onu aveva avvertito come violazioni dell'attuale cessate il fuoco fossero destinate a rappresentare una "minaccia molto seria" per il negoziato.

Violenti scontri, Baghdad invia rinforzi a Tikrit.
L'esercito iracheno ha inviato rinforzi a Tikrit, 140 chilometri a nord-ovest di Baghdad, dove da giorni sta conducendo una dura battaglia per riconquistare la citta' sunnita, che diede i natali a Saddam Hussein e da mesi controllata dallo Stato Islamico. Lo riferiscono fonti della sicurezza all'emittente televisiva al Jazeera. Nella zona da giorni sono in corso violenti combattimenti, ai quali partecipano anche le milizie sciite. Il villaggio di al Dour, a sud di Tikrit, da pochi giorni e' in parte controllato dall'esercito iracheno. Si combatte anche nella citta' di al Karma, nella provincia sunnita di Anbar. In queste zone i militari stanno trovando una strenua resistenza da parte dei miliziani dello Stato islamico

Colpita raffineria in Siria, morti militanti Isis.
La coalizione internazionale anti Isis ha colpito ieri sera in Siria una raffineria di petrolio sotto il controllo dello Stato islamico che si trova a Tal Abyad, nella provincia di Raqqa vicino il confine con la Turchia, uccidendo 30 militanti dell' Isis. Lo riferisce l'Osservatorio siriano per i diritti umani, che ha anche pubblicato online un video che mostrerebbe le fiamme scoppiate nella raffineria dopo il raid.

Minacce interne al Califfato. Martellato dai cieli dai raid della coalizione internazionale e sul terreno dal pressing delle truppe irachene e delle milizie sciite, lo Stato Islamico sembra cominciare a logorarsi anche all'interno. E' quanto emerge da un reportage dal Washington Post, che per la prima volta testimonia le defezioni e il dissenso che starebbero logorando l'aura di invicibilita' del 'califfato'. "La tensione e' provocata dal dissenso tra i miliziani locali e i foreign fighters, i volontari stranieri, ma anche dagli infruttuosi tentativi di reclutare cittadini pronti ad andare sulla linea del fronte", scrive il quotidiano. Il risultato e' che al momento "la maggiore minaccia alla capacita' dello Stato Islamico di perdurare sembra arrivare dall'interno, pecche' le sue grandiose promesse non collidono con la realta' sul terreno", ha raccontato al quotidiano l'analista, Lina Khatib, alla guida del Carnegie Middle East Center a Beirut. Il segno piu' forte di attrito e' la tensione tra i foreign fighters e e i miliziani locali, sempre piu' risentiti dal trattamento preferenziale riservato agli stranieri, pagati di piu' e con migliori condizioni di vita: ai foreign fighters viene permesso di vivere nelle citta' (dove i raid della coalizione sono abbastanza rari per il timore che vengano colpiti i civili), mentre ai siriani tocca stare negli avamposti rurali, piu' vulnerabili, ha raccontato al quotidiano un attivista che vice nella citta' di Abu Kamal, al confine tra Siria e Iraq. La tensione e' tale che ci sono state anche sparatorie in strada, come la scorsa settimana quando alcuni foreign fighters e un gruppo di siriani hanno incrociato le armi perche' questi ultimi avevano disobbedito all'ordine di un comandante kuwaitiano, rifiutandosi di andare sulla linea del fronte con l'Iraq. E non e' stato l'unico episodio di questo tipo: a gennaio a Ramadi, in Iraq, un gruppo di locali si e' scontrato con un altro, composto soprattutto di ceceni, dopo che questi ultimi avevano deciso di tornare in Siria. Ci sono infatti segnali che i jihadisti stranieri, sempre piu' disillusi, cercano di tornarsene a casa: alcuni attivisti nelle provincie siriane di Deir al-Zour e Raqqa hanno raccontato di tentativi di varcare il confine con la Siria. A febbraio nella citta' di Tabqa, nella provincia di Raqqa, vennero ritrovati i corpi di 30/40 uomini, la gran parte dai tratti asiatici: secondo attivisti locali, erano proprio jihadisti che stavano cercando di scappare e invece sono stati catturati. Non a caso nelle ultime settimane, nel Califfato, l'
Isis ha imposto il divieto ai camion di trasportare uomini senza permesso. E non solo. Secondo l'Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, nelle ultime settimane ci sono stati 120 pubbliche esecuzioni di jihadisti: alcuni erano accusati di spionaggio, uno di aver fumato, ma la gran parte sarebbero stati invece solo miliziani che cercavano di fuggire

Jihadi John chiede scusa ai parenti. Jihadi John chiede scusa alla sua famiglia. In un messaggio inviato dalla Siria,Mohammed Emwazi, il boia dell'Isis, ha fatto sapere di essere dispiaciuto per "i problemi e i guai che la rivelazione della sua identità hanno causato" a genitori e parenti. Lo riferisce il Sunday Times. Il Sunday Telegraph, dal canto suo, scrive che almeno 320 dei 700"foreign fighters" britannici, andati in Siria a combattere con l'Isis, sarebbero già tornati in patria, smentendo i dati forniti dal governo di sua Maestà.

Esteri

Beirut, guerriglia in città: ucciso un poliziotto. Feriti oltre 230 manifestanti

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La rabbia di una città devastata e di un intero Paese, scivolato da mesi nel baratro del collasso economico e politico, è scoppiata, con azioni senza precedenti da parte dei manifestanti anti-governativi. Dimostranti hanno preso d’assalto e occupato per diverse ore la sede del ministero degli esteri, nel cuore di Beirut colpita dall’esplosione di martedì scorso, per essere poi in serata costretti dall’esercito ad uscire. Altri manifestanti hanno ‘impiccato’ un manichino del leader degli Hezbollah, Hasan Nasrallah, a un finto patibolo eretto a piazza dei Martiri. Nelle violenze di strada un poliziotto è morto e i feriti sono almeno 230.

Questo mentre i vertici istituzionali continuano a prendere tempo rispetto alla pericolosa spirale di violenza in corso nel paese: il premier Hassan Diab è intervenuto con un laconico discorso tv, lanciando ai suoi stessi alleati governativi un “ultimatum” di due mesi, evocando elezioni anticipate. “Sono pronto ad assumere la responsabilità per i prossimi due mesi fino a che i partiti non troveranno un accordo sulla prossima fase. Lunedì proporrò al governo elezioni anticipate”, ha detto Diab dal Serraglio, la sede governativa che sovrasta la zona del parlamento e Piazza dei Martiri, teatro di una vera e propria guerriglia urbana. Diab invoca “il momento della responsabilità collettiva. Vogliamo una soluzione per tutti i libanesi”, ha detto il premier, promettendo, come già fatto nei giorni scorsi, che “presto emergerà la verità” sull’esplosione di martedì scorso, nel quale sono state uccise più di 150 persone, cinquemila sono rimaste ferite, anche gravemente, 300 mila sono rimasti senza casa. In quello che appare come una svolta negli eventi in rapida evoluzione, i manifestanti in piazza hanno espresso la loro ira anche, e soprattutto, contro il leader degli Hezbollah filo-iraniani, Hasan Nasrallah. E’ considerato dalla comunità sciita libanese e mediorientale un leader politico e religioso “intoccabile” soprattutto per il fatto che è un ‘sayyid’, un discendente del profeta Maometto. La scena del manichino di Nasrallah ‘impiccato’ a un finto patibolo in piazza dei Martiri ha suscitato l’attesa reazione di centinaia di suoi seguaci, che dal vicino quartiere di Zoqaq al Blatt hanno provato a scendere verso la piazza ma sono stati fermati da un cordone di militari sul Ring, la sopraelevata che si affaccia su piazza dei Martiri. Negli stessi concitati momenti, nel cuore di Ashrafiye, uno dei quartieri di Beirut più colpiti dalla potente esplosione del 4 agosto, decine di attivisti guidati da un manipolo di veterani dell’esercito in pensione, hanno assaltato la sede del ministero degli esteri, considerato da tempo un feudo del partito del presidente della Repubblica Michel Aoun e di suo genero, l’ex ministro Gibran Bassil. Gli assalitori hanno sfondato la porta sopra le antiche scale di pietra e hanno strappato dal muro foto di Bassil e di Aoun, fracassandole a terra, pestandole, sputandoci sopra e pronunciando pesanti offese.

Gli assalitori hanno appeso degli striscioni alle finestre di palazzo Bustros, con su scritto: “Beirut capitale della rivoluzione”, di cui hanno proclamato l’edificio “quartier generale”, Poi in serata c’e’ stato l’intervento dell’esercito, che ha chiesto anche rinforzi per l’operazione ed ha messo fine all’occupazione Stesse scene, qualche ora dopo, al ministero dell’economia. Un altro striscione recita: “Fuori le armi da Beirut”, in riferimento al fatto che da più parti si è affermato in questi giorni che l’esplosione del porto possa essere stata provocata non da un “incidente” – come hanno affermato le autorità in un primo momento e come ha detto lo stesso Nasrallah nel suo discorso di venerdì – ma dalla detonazione di un deposito di missili di Hezbollah. In serata, altri manifestanti hanno preso d’assalto la super-fortificata sede dell’Associazione delle Banche, vicino a piazza dei Martiri. E altri attivisti si sono diretti alla sede del ministero dell’energia. Una guerriglia che rischia di non fermarsi presto. 

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Beirut, esplosioni: oltre 300 mila persone rimaste senza casa

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E’ salito ad almeno 137 i morti e 5.000 i feriti il bilancio delle devastanti esplosioni di martedì al porto di Beirut. Lo rende noto il ministero libanese della Sanità.

Il ministro della salute libanese Hamad Hasan consiglia a chiunque possa di andare via da Beirut, devastata da due potenti esplosioni.

Hasan – citato dai media locali – afferma infatti che materiali pericolosi sprigionatisi nell’aria dopo le deflagrazioni potrebbero avere effetti a lungo termine mortali. Le squadre di soccorso cercano i dispersi.

Oltre 300 mila persone sono rimaste senza casa, ha detto il governatore della città precisando che, secondo una prima stima, i danni materiali ammontano a oltre tre miliardi di dollari. Lo scoppio ha causato gravi danni in circa la metà del territorio cittadino.

“La Ue ha attivato il meccanismo di protezione civile in seguito alla richiesta delle autorità libanesi, e coordinerà l’invio urgente di 100 pompieri altamente qualificati, con veicoli, cani ed attrezzature specializzati nella ricerca e salvataggio in zone urbane. Lavoreranno con le autorità libanesi per salvare vite”, ha annunciato il commissario alla gestione delle crisi, Janez Lenarcic. “La Ue è pronta a fornire assistenza e sostegno. Siate forti”: così in un tweet il presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Anche l’alto rappresentante della politica estera, Josep Borrell, esprime “piena solidarietà e sostegno totale alle famiglie delle vittime, al popolo e alle autorità libanesi”.

“Preghiamo per le vittime e per i loro familiari, e preghiamo per il Libano, perché con l’impegno di tutte le sue componenti sociali politiche e religiose possa affrontare questo momento così tragico e doloroso, e con l’aiuto della comunità internazionale superare la grave crisi che sta attraversando”, ha detto il Papa nell’udienza generale.

È “un appello agli Stati del mondo” quello che il card. Bechara Boutros Rai, patriarca d’Antiochia e di tutto l’Oriente, presidente dell’Assemblea dei patriarchi e vescovi cattolici del Libano, lancia all’indomani della “misteriosa esplosione” che ha squarciato la capitale Beirut. “Beirut è una città devastata – scrive il cardinale nel suo appello inviato al Sir – è una catastrofe”. Il patriarca maronita parla di “una scena di guerra senza guerra”. Il cardinale libanese si rivolge a tutti gli Stati del mondo “per fornire aiuti immediati necessari a salvare la città di Beirut”.


Mattarella ha inviato al Presidente della Repubblica Libanese, Michel Aoun, un messaggio: “Ci stringiamo con affetto all’amico popolo Libanese. Il nostro pensiero va alle numerosissime vittime della tragedia e alle loro famiglie, mentre con viva speranza auguriamo ai feriti una pronta e completa guarigione”.

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Finlandia, dal 1 agosto cambiano le restrizioni imposte a causa di COVID-19

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Le vigenti restrizioni, introdotte per mitigare la diffusione del coronavirus, sono revocate come previsto dal 1 ° agosto 2020; il governo e le autorità sottolineano però di seguire attentamente la situazione e di esser pronti ad adottare nuove decisioni secondo necessità.

In linea con il regolamento emanato dalle Agenzie amministrative regionali dello Stato, eventi pubblici e incontri pubblici con oltre 500 partecipanti possono ora svolgersi in spazi interni e chiusi, a condizione che rispettino le linee guida dell’Istituto finlandese per la Salute e il Benessere* e del Ministero dell’Istruzione e della Cultura sulla prevenzione delle infezioni da COVID-19.

Ai sensi della legge sulle malattie trasmissibili, i regolamenti possono essere emessi per un massimo di un mese alla volta. Se la situazione in Finlandia peggiorasse in modo significativo, le citate agenzie potranno modificare le loro decisioni sulle restrizioni anche in agosto.

La raccomandazione del governo sul lavoro a distanza diffuso termina il 1 ° agosto ma con l’avvertenza che la questione potrebbe essere rivista se lo sviluppo dell’epidemia lo richiedesse.

Sempre il governo e le autorità competenti stanno controllando attentamente lo sviluppo dell’epidemia e gli effetti della revoca delle restrizioni. Durante l’ultimo periodo di controllo (20-26 luglio), sono stati segnalati al registro delle malattie trasmissibili un totale di 51 nuovi casi. Il numero settimanale di casi è leggermente aumentato ed è ora allo stesso livello di fine giugno.

Le restrizioni imposte a causa della pandemia COVID-19 sono state gradualmente eliminate e in modo controllato durante la primavera e l’estate. Il governo si prefigge di arginare l’epidemia minimizzando al contempo l’impatto negativo su persone, imprese, società e sull’esercizio dei diritti fondamentali.

La compagnia aerea di bandiera Finnair, ha ricordato inoltre che dal 2 agosto riaprono i propri collegamenti da Helsinki per Milano e Roma, decisione che potrà facilitare il reciproco scambio turistico.

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https://thl.fi/en/web/infectious-diseases-and-vaccinations/what-s-new/coronavirus-covid-19-latest-updates/transmission-and-protection-coronavirus

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