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Editoriali

Italia allo sbando e “Giuseppi” si rifà il bagno… con i soldi nostri

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Ci mancavano anche i lavori per “Giuseppi” che a Palazzo Chigi stanno impegnando una squadra di operai per installare porte blindate e rifare il bagno secondo i suoi ‘desiderata’, compresa una doccia idromassaggio a otto schizzetti, come riferisce oggi un quotidiano bene informato, per un totale di circa 23.000 euro. Che pagheremo noi. Come pagheremo i programmati – ma non si sa se saranno in questa misura – duemila esuberi della Arcelor-Mittal, che ne pretende 5.000.

La società per cui lo stesso Di Maio si occupò della conclusione dell’affare ex ILVA, sta facendo piegare in avanti il dorso del nostro presidente del Consiglio fino al raggiungimento dei fatidici 90 gradi – in senso figurato – nonostante lo stesso, la cui maggior qualità non è certo la voce che vorrebbe avere quando adotta certi toni stentorei, richiamanti il ventennio, o al massimo una requisitoria in aula di tribunale, vada tuonando a destra e a sinistra – ma soprattutto a sinistra – che la Arcelor-Mittal se la vedrà con lui.

Pare infatti che il crack fosse programmato fin da luglio, e che riguardasse la volontà di distruggere un nemico sul piano industriale, e non quella di rilevare un’azienda e metterla a regime produttivo. Prova ne siano le testimonianze dei dirigenti dell’ex-ILVA e l’ammanco di circa 500 milioni di materiale nelle riserve dell’acciaieria, spariti per mai più tornare: come se, in definitiva, non si volesse dar seguito ad un ciclo produttivo. Intanto rischiano il posto 20.000 operai, compresi quelli impiegati nell’indotto.

Il che, moltiplicando per famiglie, fa, ad occhio, almeno 60.000 persone: una città, per esempio, come Viterbo tutta intera. Non siamo d’accordo sulla negoziazione che Conte sta mettendo in atto, che prevede, secondo lui, 2000 esuberi: il che comunque fa 6000 persone, tranne l’eventuale perdita di lavoro sull’indotto. Quando il ministro Di Maio ha svenduto il nostro gioiello industriale, la più grande azienda siderurgica europea, a certi personaggi, più che delle offerte che essi facevano sulla carta, e sugli impegni che poi sono stati regolarmente disattesi, avrebbe dovuto indagare sulla qualità delle persone e sul loro coinvolgimento nel mercato mondiale dell’acciaio. Ma, si sa, non si manda un ragazzo a fare il lavoro di un uomo: lo abbiamo già scritto. È una bella cosa avere ministri giovani e rampanti ( non sempre), ma ci vuole anche esperienza. In campo industriale, è frequente il caso di una azienda concorrente che ne acquisisce un’altra soltanto per toglierla dal mercato.

Ma questo,’ Giggino  er  bibbitaro’ non poteva saperlo, data appunto la sua giovane età e la sua totale mancanza di esperienza specifica nel ministero che si era  autoattribuito. Temiamo ora, visti i fatti, per la politica estera, affidata a cotanto personaggio. Purtroppo il costo di tanta ingenuità lo pagheranno gli operai che rischiano il posto, e, alla fine della fiera, tutti gli Italiani. Dicevamo che l’Italia è allo sbando: in realtà, allo sbando c’è questo governo raccogliticcio, fatto di seconde linee: i più furbi si sono tenuti indietro, già sapendo che non sarebbe durato. Oggi, fra un Conte ex Cincinnato buono per tutte le stagioni, che crede che per risolvere i problemi basti prendere l’aereo e andare a parlare con le persone – infatti lo vediamo dappertutto, con e senza cravatta, secondo le occasioni, in alcuni casi con il maglione alla Marchionne (ma magari!), ma sempre con le scarpe nere tirate a lucido – quando poi manca, a lui come ad altri, posto che ce ne sia la capacità, il tempo materiale per fare le cose.

Ma tant’è, Mussolini ha tracciato una via, evidentemente, come quando, raccontava Giorgio Bracardi ad Alto Gradimento, programma radiofonico di Renzo Arbore che i meno giovani ricorderanno, riuscì, secondo il fido Catenacci, a fermare un’eruzione dell’Etna – o del Vesuvio, poco importa. La filosofia è quella. Fra l’allagamento periodico di Venezia, i fiumi che rischiano lo straripamento, frane e smottamenti dovuti al degrado idrogeologico, tornados che buttano giù alberi, intere foreste o pini marittimi urbani, causando danni comunque da rifondere, il povero Giuseppi non trova pace, mentre Giggino, da parte sua, fa il Salvini del vecchio governo, comportandosi esattamente come faceva il Matteo tanto criticato per il suo presenzialismo, ma in effetti oggi vediamo solo lui. Il Di Maio capopopolo dei Cinquestelle; il quale, trascurando l’attività dovuta per il suo secondo mandato ministeriale, cioè agli Affari Esteri, si occupa invece di tutto ciò che in italico suolo accade. Abbiamo anche capito perché abbia voluto farlo fuori: gli faceva ombra: ciò che faceva ieri Matteo, fa oggi Giggino, senza che un altro vicepresidente del Consiglio lo sovrasti con la sua personalità. Vediamo anche, a 24 pollici per alcuni, ma è possibile più grande, avendo un televisore con lo schermo di maggiore ampiezza, il faccione sorridente a prescindere di Zingaretti in maniche di camicia, il quale prima e dopo i pasti ci ricorda, orami da circa un mese, non avendo altri argomenti,  che ‘loro’ hanno evitato l’aumento dell’IVA, quello che invece Salvini non solo non avrebbe evitato, ma avrebbe caldeggiato. Dimenticando che il ‘salasso’ era stato ordinato dall’asse Macron-Merkel-Moscovici-Dombrowski, e non da Matteo; con il quale, comunque avremmo evitato la ‘catastrofe’. E che comunque bisogna smontare tutto ciò che Salvini ha realizzato, in una furia iconoclasta a cnhe questa a prescindere; rispolverando quello ‘ius soli’, trasformatosi per breve tempo in ‘ius culturae’, affiancato dal voto ai sedicenni e dall’esclusione dalle urne degli anziani, nel disperato tentativo di raccattare voti per il suo Partito Decotto. Poveretti, oggi “litigano su tutto”, dopo appena tre mesi insieme – o quattro, ma è lo stesso. Abbiamo un governo? Meglio sarebbe di no, a questo punto. Il tutto condito da una geniale pensata da quattro aficionados del PD e della rete, che si sono inventati le sardine, al soldo di ‘qualcuno’. Ma, si sa, quando si può gabellare un movimento per ‘spontaneo’, questo fa più presa nella mentalità di chi crede ancora alla Befana.

Siamo proprio alla frutta. È chiaro che i ragazzi fanno gruppo, non importa contro chi, anche solo per andare allo stadio, o ad un concerto di musica rock, o ad una adunata in piazza a capodanno. Potevano mai lasciarsi scappare questa occasione? La figura poi delle sardine, con tanti pescetti dipinti su carta colorata, sa tanto di Carnevale, quando noi stessi ritagliavamo le maschere da metterci sul viso con un elastico dietro la nuca. So’ ragazzi, lasciateli giocare. Ma non venite a dirci che questa è una manifestazione politica. La politica è una cosa seria, perché riguarda la gestione di una nazione, e i suoi destini. O, almeno, lo era, fino a qualche decennio fa. Basta vedere i personaggi che oggi la popolano. Insomma, non siamo in buone mani. Qualcuno prevede elezioni in primavera. Qualcun altro in settembre, quando maturano non i grappoli d’uva, ma i vitalizi. Quelli che a parole avrebbero dovuto essere aboliti. Tutto ciò mentre Salvini sospetta che il nostro presidente del Consiglio abbia usato male i risparmi degli Italiani – leggi Cassa Depositi e Prestiti – per ingraziarsi certi personaggi a Bruxelles, con i quali mostra perfetta sintonia, ma una certa subalternità, al fine di salvare le banche tedesche, dall’Italia già abbondantemente salvate in passato. Non si fanno le nozze con i fichi secchi. Questa ‘maggioranza’, tale solo in parlamento, non avrà lunga vita, come già avevamo pronosticato da queste colonne. Rimettiamo le cose a posto. E ricordiamoci, quando saremo davanti alla scheda elettorale – il più presto possibile – di tutte le menzogne, i disservizi, le faziosità, l’odio contro chi è dall’altra parte, per poi accusarne gli avversari politici, i toni di comando e di delirio di onnipotenza, le incapacità, le inesperienze, le trappole, i tradimenti e quant’altro abbiamo dovuto subire, noi Italiani, da questa gente, che s’è aggrappata ad un cavillo elettorale – una maggioranza solo parlamentare, peraltro già scaduta – per prendere in mano le nostre sorti, a vantaggio di una Unione Europea che ha in pratica usurpato la nostra sovranità, facendoci i conti in tasca e costringendoci  a manovre di austerità senza alcun motivo, se non quello di ‘avere i conti a posto’: ma nei confronti di chi?

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Editoriali

C’era una volta Carosello, spettacolo pubblicitario amato da grandi e piccini

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La pubblicità odierna, amorfa, grigia ed afona, per la sua invasività rende la visione dei programmi sgradevoli. Ottiene effetto negativo sul prodotto reclamizzato e fa sì che il cittadino, il più delle volte, si tiene lontano dall’apparecchio tv. Tutt’altra cosa la pubblicità semplice ed  intelligente dei tempi di Carosello.

Chi non si ricorda Calimero che non era piccolo e non era nero; Ernesto Calindri, all’incrocio stradale che brindava “Contro il logorio della vita moderna?”. Ancora ci ritorna in mente il ritornello “Fino dai tempi dei Garibaldini” e l’espressione: “Non dura, dura minga, non può durare.”

Personaggi simpatici che rendevano appetibile il prodotto. Minuti di pubblicità, rilassante, rispettosa verso gli ascoltatori. Una pubblicità che convinceva, trasmetteva affidabilità del prodotto reclamizzato, si accoglieva con fiducia.

Triste il dover assistere oggi a tutta un’altra pubblicità. E’aggressiva, invasiva e non convincente. Un messaggio colorato ma privo di sostanza. All’insipienza dei messaggi, che sembrano fatti appositamente per annoiare il telespettatore, ci si mette con impegno, la trasmissione, interrompendo continuamente il programma per trasmettere il messaggio. Il risultato chiunque lo può capire, rende la visione della trasmissione sgradevole con quello che ne consegue come spiegheremo di seguito.

Gli audaci del “clic” ed i temerari del “like”

La nostra è una società piena d’interessi generici, ma nessuno in particolare. Una strana società che sente ma non ascolta, guarda ma non vede. Grazie allo smartphone, sempre aggiornato secondo le ultime innovazioni, è onnipresente ma disinteressata di quello che le capita intorno. Si occupa degli indigeni dell’altro mondo ma snobba i barboni che dormono nei cartoni sotto casa. 

Sa brontolare, trova gusto a lamentarsi e protesta solamente in piazza, non si identifica ma si confonde tra altre mille facce. In privato piace ritirarsi davanti alla tastiera del PC, fa parte degli audaci del “clic”, dei partecipanti attivi dei “like” e spesso e volentieri, davanti allo schermo tv 36”, anche questo ultimo modello sul mercato, indottrinandosi del non detto, del vuoto a perdere, del banale e dello scontato, non accorgendosi che la stanno bidonando, ipnotizzando e condizionando.

Metamorfosi della sponsorizzazione

La nostra società, tanto presa a correre dietro al “non conosciuto”, al “non avuto”, sempre più ansiosa di riempire il vuoto incolmabile, ignora l’eccessiva ingerenza degli sponsor sul contenuto delle trasmissioni. La pubblicità è stata ed è tutt’ora oggetto di contestazioni tra carta stampata, radio, cinema e le stesse reti tv, pubbliche e private. Il mercato pubblicitario fa gola a tanti e coinvolge una pluralità di merci e servizi il cui costo, direttamente o indirettamente ricade sul prodotto e cioè sul consumatore. E’ un giro di milioni di euro e per questo la pubblicità in tv è stata dall’inizio regolamentata e si è cercato di disciplinarla. Tante sono le forme di pubblicità alla quale lo spettatore viene assiduamente assoggettato, quale spot, televendite, trailer, videoclip e anche, perché no, pubblicità occulta. La pubblicità nasce alla Rai nel 1957, circoscritta alle trasmissioni serali della durata di 10 minuti. Per rispetto del telespettatore fu, intelligentemente collocata tra il telegiornale e il programma di prima serata.

La comunicazione pubblicitaria televisiva fu regolamentata in maniera tale da non danneggiare la stampa, che anche questa da essa trae le sue risorse.

La legge di riforma della Rai del 1975, all’art.21 stabiliva che gli spazi pubblicitari non potevano superare il tetto del 5% del tempo di trasmissione totale. Il mercato pubblicitario si è organizzato sotto le testate Sipra e Upa. Quest’ultima gestiva circa 400 aziende, vale a dire l’80% della pubblicità circolante in Italia.

Questo dato e non solo, spiega l’invasività, l’aggressività e la prepotenza che si scatena dai monitor durante i programmi di maggiore ascolto, siano essi di intrattenimento, di approfondimento o altro.

Invasività pubblicitaria rende la visione dei programmi sgradevole

Oggi la televisione non ti allunga la vita, oggi ti logora, ti annoia e palesemente dimostra mancanza di rispetto verso il telespettatore. Come?

Alcuni casi esemplificativi:

  • Mentre si sta seguendo un dibattito, nel momento più critico della discussione, ecco la conduttrice che interrompe dicendo, un attimo di pubblicità. Lo schermo cambia colore e si riempie di pannolini, mutande e donne incontinenti.

Cambi canale, ti dicono, se non vuoi vedere. Bene. Si cambio canale, con quale risultato?

  • Altra interruzione dello spettacolo per la pubblicità. Questa volta protesi, creme per la cellulite, intime di push up varie, antidiarroici, crema anti emorroidaria e tante altre belle cose. 

Ciak si cambia nuovamente. Un caso particolare. Un interessante dibattito sui fatti del giorno.

  • E’ il giorno che Trump sganciando i suoi missili ha ucciso Soleimani. Il mondo è ad un passo dalla guerra. La Libia brucia sotto i nostri piedi. Il Medio Oriente è una polveriera. In Puglia 20 mila operai dell’ex Ilva rischiano di perdere il lavoro. Dipendenti dell’Alitalia a rischio licenziamento. La Banca di Bari con 4 miliardi di euro e oltre mancanti. I risparmiatori defraudati in piazza. Il governo sull’orlo di una crisi di sopravvivenza.
  • Orbene, di cosa si discute in studio? Non ci si crede. E’ proprio così. Si discute di Tola Tola, sì, di Tola Tola! Ma cosa avrà fatto mai di male questo paese per essere così ridotto? 

Una amara constatazione:

Vicino a Sipra e UPA nascono nuove società pubblicitarie come Publitalia, la concessionaria Publiepi e altre. L’affare pubblicità ha sempre richiamato gli interessi di forti investitori. Per rendere chiaro il concetto basti dire che nel 2018 Publitalia ha raggiunto un fatturato di 3,401 miliardi di euro. Il fatturato della Sipra nel 2000  si è fermato a euro 1.446 milioni, esiguità  della cifra spiegata con altre forme di entrate..

Assistere oggi giorno ad uno spettacolo televisivo sia esso di intrattenimento, sia un dibattito culturale, politico  o documentario, oppure durante i vari Tg e altro,  è diventato sgradevole e pochi sopportano la continua interruzione per dare spazio alla pubblicità.

Per questo disservizio si deve ringraziare anche il ben noto Parlamento Europeo che nel 2006 espresse voto favorevole al testo della nuova direttiva, recepita dall’Italia nel 2010 con una modifica al Testo unico della radiotelevisione, e così permettendo un’interruzione pubblicitaria ogni 30 minuti e consentendo la pubblicità indiretta.

Conclusione:  Si è doppiamente “cornuti e mazziati”. Prima perché non è più gradevole guardare la televisione, poi perché il costo di tutta quella pubblicità si riversa sul costo dei prodotti e cioè sui consumatori.

Addio all’intrattenimento! Largo alla pubblicità! Così è se vi pare.

(Ha collaborato Miranda Parca)

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Cronaca

Arce, omicidio Serena Mollicone e morte del Brigadiere Santino Tuzi: due facce della stessa medaglia?

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La famiglia del brigadiere dei carabinieri Santino Tuzi è stata ammessa, insieme all’Arma dei carabinieri, come parte civile nel procedimento penale che, se il Gup del Tribunale di Cassino riterrà sufficienti le prove addotte dalla pubblica accusa, si svolgerà a carico del Maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, di sua moglie e di suo figlio Marco, indagati con altri due militari dell’Arma per la morte di Serena Mollicone e per il reato di istigazione al suicidio riguardante appunto la morte del brigadiere Santino Tuzi.

Addentrarsi nel caso del suicidio del brigadiere Santino Tuzi è come avventurarsi nelle sabbie mobili di una palude in cui alla fine si perde il senso d’orientamento. Una donna che dichiara di essere stata l’amante del brigadiere, riferisce il fatto che Santino si sarebbe tolto la vita con un colpo di pistola al petto di cui lei ha sentito la deflagrazione attraverso il cellulare durante una conversazione con Santino, dopodichè il telefonino è stato chiuso.

Il cadavere del brigadiere è stato trovato riverso sul sedile di guida della sua Fiat Marea, con la pistola d’ordinanza posta sul sedile accanto, quello del passeggero. E questi sono gli unici fatti certi, di cui esistono immagini, tranne quelle, che sarebbero state preziosissime, del corpo del brigadiere.

La famiglia, ed in particolare la figlia Maria, nega ogni possibilità che il brigadiere Santino Tuzi avesse una relazione extraconiugale, e che addirittura la ragione del suicidio sia da trovare nell’intenzione della sua amante di lasciarlo per un’altra persona.

L’intervista all’avvocato Rosangela Coluzzi e Maria Tuzi figlia del Brigadiere dei Carabinieri Santino Tuzi

Viene anche posto in dubbio il fatto che il brigadiere, descritto come marito affettuoso, in procinto di andare in pensione per dedicarsi al nipotino, avesse una relazione adulterina.

Viene adombrato il dubbio che qualcuno sia intervenuto nella sua morte, che cioè sia stato ‘suicidato’, dato che a breve sarebbe stato ascoltato in merito alla morte di Serena Mollicone, quale unico testimone che avesse visto Serena, in quella fatidica mattina del primo giugno, entrare nella caserma per non uscirne più, fino a quando il Tuzi era di piantone. Né vogliamo addentrarci qui in considerazioni che sarebbe troppo lungo esperire. L’unico fatto oggettivo è la morte del brigadiere.

È chiaro però un fatto: nessuna indagine scientificamente esatta è stata fatta dai carabinieri o da chi per loro sul luogo della morte di Tuzi, né sono state poste in essere tutte quelle cautele che riguardano una che oggi possiamo definire una scienza esatta, cioè l’esame della scena del crimine.

Non si sa se esistessero due fondine d’ordinanza, né perché sia stato dichiarato che una era stata reperita nell’armadietto del brigadiere, e l’altra sul sedile posteriore dell’auto. Non sono stati fatti esami comparativi con la pistola d’ordinanza, ritrovata sul luogo della morte di Tuzi, dell’ogiva che lo ha ucciso, per stabilire se effettivamente era l’arma del delitto. Non è stato fatto alcun esame per rilevare tracce di polvere da sparo (stub) sulle mani del brigadiere, per vedere se fosse stato lui a sparare.

Non sono stati fatti rilevamenti per stabilire se lo sparo fosse avvenuto nell’abitacolo dell’auto. Ha generato sospetti il fatto che la pistola fosse sul sedile del passeggero, ma nessuno ha chiesto ai carabinieri intervenuti (della caserma di Isola Liri, dove Tuzi era stato da poco trasferito) se per caso avessero toccato l’arma, ne avessero ripulito le impronte e l’avessero spostata; anche se il medico legale prof. Costantino Ciallella ha dichiarato che sparandosi un colpo al petto probabilmente il Tuzi avrebbe potuto impugnare l’arma con ambedue le mani, e quindi il fatto che la stessa sia stata trovata su quel sedile ci sta tutto.

Non si sa perché – e non si sa se – dal caricatore della Beretta mancassero non uno ma almeno due cartucce, né si sa se nell’abitacolo siano stati repertati uno o due bossoli; né gli stessi sono stati esaminati per l’evidenziazione di tracce papillari (impronte digitali) di chi l’avrebbe dovuta materialmente caricare, cioè Santino Tuzi. Questo per cominciare.

La leggenda metropolitana, visto anche che la figlia Maria nega recisamente che il padre avesse un carattere tale da portarlo al suicidio e men che meno per una presunta amante che volesse lasciarlo, fa intendere che il Tuzi sarebbe stato ‘suicidato’ perché teste chiave nel procedimento contro la famiglia Mottola, quale unico testimone di un fatto che non è mai stato accertato senza ombra di dubbio, e cioè che Serena Mollicone quella mattina del primo giugno 2001 sia effettivamente andata in caserma dal maresciallo Mottola. E quindi il ‘suicidio’ porterebbe a ben altri scenari, cioè un crimine commesso per coprirne un altro commesso precedentemente. E questo accuserebbe il maresciallo Mottola e la sua famiglia. La morte di Tuzi è stata comunque archiviata come suicidio, e il capo d’accusa che la riguarda, nei confronti dei cinque imputati, è quello di ‘istigazione al suicidio’.

In tanto marasma, un altro fatto è certo: che nei confronti della morte di Santino Tuzi nessuna indagine è stata fatta, o ciò che è stato fatto è stato fatto ‘con i piedi’, per usare un’espressione corrente. Tanti fatti non sono più verificabili, e non sapremo mai la verità.

Vogliamo, in chiusura, riportare una dichiarazione del professor Carmelo Lavorino, consulente della difesa della famiglia Mottola, già artefice dell’assoluzione del carrozziere Carmine Belli dopo diciassette mesi di isolamento, accusato dello stesso omicidio.  

Carmelo Lavorino: “Poiché risulta che il brig. TUZI era UOMO E CARABINIERE onesto, fermo, coerente, coraggioso, con alto senso della LEGALITÀ e tutore dell’ordine, MAI E POI MAI se avesse realmente assistito a un reato (entrata di Serena Mollicone nella caserma e percezione dell’aggressione ai suoi danni così come dicono gli Inquirenti “rumore della colluttazione al piano superiore tanto che Serena veniva sbattuta con forza contro la porta”) avrebbe permesso tale reato e lo avrebbe taciuto: AVREBBE FATTO SICURAMENTE IL SUO DOVERE. MAI avrebbe omesso di avvertire i superiori provinciali e la Procura sorpassando il m.llo Mottola, MAI si sarebbe reso complice di tale misfatto. QUINDI, il brig. Tuzi, proprio per le sue qualità personali, NON HA VISTO NULLA E A NULLA HA ASSISTITO altrimenti non avrebbe omesso per sette anni la verità ed avrebbe sicuramente salvato Serena Mollicone (la reticenza ripetuta è inganno: un carabiniere ha l’obbligo giuridico di dire la verità e di impedire reati). QUINDI, il brig. Tuzi per complicati e delicati fenomeni e processi psichici ha riferito un qualcosa che MAI ha visto (altrimenti non sarebbe stato reticente) e, per motivi da investigare, ha riferito un qualcosa che MAI ha visto. Per la morte di Tuzi, che gli inquirenti hanno archiviato come suicidio dopo due consulenze medico legali, stiamo attendendo il fascicolo per capire noi, in modo indipendente, come siano andate le cose.”

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Ambiente

Impianto e discarica Roncigliano, tuona Andreassi: “Cara Raggi, caro Zingaretti, Albano non pagherà la vostra incapacità”

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di Luca Andreassi, Professore Università Roma Tor Vergata e consigliere delegato ai Rifiuti del Comune di Albano Laziale

C’è un impianto di gestione dei rifiuti. Uno di quei vecchi TMB in cui entra il rifiuto dei cassonetti stradali ed esce rifiuto che finisce in discarica o incenerito.

L’impianto è quello di Roncigliano ad Albano.

Ed era il 2016 quando andò a fuoco. (Mica solo quello di Roncigliano. Perché gli impianti TMB oltre che inutili – se si fa una buona differenziata – sono anche dannosi).

Ad inizio estate, ci comunicano che i vecchi proprietari del sito industriale di Roncigliano hanno ceduto in locazione ad una terza società un ramo d’azienda.

Guarda caso proprio quello che comprende l’impianto TMB andato a fuoco.

Contestualmente, i nuovi proprietari ci comunicano che è loro intenzione riattivare l’impianto.

Ma come?! – diciamo noi – Non serve un impianto TMB! Un impianto che tratti l’indifferenziato dei cassonetti stradali in una città che è all’82% di differenziata e, comunque in un’area vasta, i Castelli Romani, estremamente virtuosa in termini di differenziazione dei rifiuti!

E poi l’autorizzazione scade ad agosto.

Anche la Regione Lazio la pensa come noi. L’autorizzazione è scaduta. Se proprio i nuovi proprietari vogliono realizzare un impianto TMB che presentino il progetto e attivino tutta la procedura di richiesta autorizzativa.

Fin qui la logica.

Da qui in poi, un susseguirsi di colpi di scena.

A settembre la Regione Lazio, per mano della stessa dirigente che aveva affermato che l’autorizzazione era scaduta (come se fosse una cosa su cui ci possa essere discussione) afferma che “contrariamente a quanto ritenuto e precedentemente affermato”, a seguito della cessione del ramo d’azienda, l’autorizzazione doveva intendersi prorogata. Fino al 2023.
Autorizzando di fatto la rimessa in funzione dell’impianto.

E’ evidentemente una cosa folle.

La Città di Albano pertanto propone ricorso al TAR, con il supporto dell’ Associazione Culturale Contro Tutte Le Nocività, richiedendo la sospensiva. Convinti che la procedura di proroga di un’autorizzazione scaduta effettuata in questo modo abbia dei dubbi di liceità. E richiedendo un intervento immediato perché, come certificato da ARPA Lazio, ufficio tecnico della Regione Lazio (dalla cui penna è uscita la proroga dell’autorizzazione), esistono anche problemi di superamento di sostanze inquinanti nei pozzi spia.

Due giorni fa ci viene notificato la decisione del TAR, ovvero che la nostra richiesta è respinta perché il TAR ritiene che si tratti di una mera volturazione.

Caspita. Mera volturazione. Ma è quello l’oggetto del nostro ricorso! Ovviamente nessun interesse nei confronti dell’impatto ambientale.

Aspettiamo il merito del TAR. Ricorreremo al Consiglio di Stato. Intraprenderemo ogni tipo di protesta che riterremo adeguata ad impedire l’ipotesi di una riapertura.

La situazione di Roncigliano è figlia di una totale assenza di programmazione in materia di gestione dei rifiuti.

Caro Presidente Zingaretti, cara Sindaca Raggi continuate a discutere litigando, o facendo finta di farlo, sull’ubicazione della nuova discarica che dovrebbe risolvere il problema di Roma.

Consapevoli, escludo l’ipotesi alternativa, ovvero che non sappiate di cosa state parlando, che una discarica non risolve assolutamente nulla e che, probabilmente, non serve neanche a gestire l’emergenza romana.

E mentre questo accade, città come Albano che vincono premi su premi e sono all’82% di differenziata diventano vittime di questa totale assenza di programmazione. Non ve lo consentiremo. Albano non pagherà la vostra incapacità.

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