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KAROL WOJTYLA ATTRAVERSO I RICORDI DI DON PAWEŁ PTASZNIK.

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Fin dal primo giorno del mio servizio il Santo Padre mi ha fatto sentire “in famiglia”.

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di Rita Sberna

Mons Pawel, è stato collaboratore per dieci anni di Papa Giovanni Paolo II e Responsabile della Sezione polacca della Segreteria di Stato Vaticana: abbiamo chiesto a Monsignore, i ricordi che porta nel cuore del Beato in prossimità della Sua Santificazione.


Mons. Pawel, Lei è stato collaboratore di Giovanni Paolo II per 10 anni. Qual è stata la Sua impressione sia da consacrato che da uomo nell’aver vissuto con un Santo?
Sì. Devo dire che sono stati per me dieci anni meravigliosi, anni di un grazia particolare, per la quale ringrazio il Signore ogni giorno. Li ho vissuti con la chiara consapevolezza d’aver avuto l’onore di partecipare al ministero del grande Papa, uomo di profonda fede e di illimitato impegno per la vita della Chiesa e per la diffusione del Vangelo di Cristo nel mondo. Non ho pensato però alla santità, o almeno non ho avuto il coraggio di chiamare questa realtà per nome. Forse sarebbe per me troppo impegnativo? Sì, a volte mi viene un rimorso: il rimorso che, vivendo accanto a un santo, non abbia approfittato bene di questa opportunità per imparare la santità. Ma mi consola il pensiero che questa scuola non è finita… Comunque, ammiravo soprattutto il suo continuo, profondo contatto con Dio, il suo spirito di preghiera, la sua capacità di vedere, analizzare e valutare le vicende e di risolvere i problemi alla luce del Vangelo. E poi, la sua semplicità, l’apertura, l’attenzione che aveva per ogni uomo che incontrava – come se fosse l’unico al mondo. E alla fine, la sua pazienza e la totale dedizione al Signore nella sofferenza…
 

Ultimamente Le è stato dato l’ incarico di tradurre il testamento di Giovanni Paolo II. Cos’ha significato per Lei, questo compito?
Alcuni giorni prima della dipartita del Santo Padre, mi ha chiamato Mons. Dziwisz, mi ha dato una cartella con delle pagine scritte a mano dicendo: “Bisogna cominciare a tradurlo”. Era il testamento… In quel momento, di colpo, mi sono reso conto che inevitabilmente si avvicinava il momento in cui questo testamento sarebbe stato letto. E’ stato per me il momento più doloroso… forse anche più doloroso dell’ora della morte stessa: mentre tutta la Chiesa pregava per la sua guarigione, io sapevo che la fine era imminente… Cominciai la traduzione. A un certo momento arrivai alle parole che mi hanno profondamente  confortato. Nell’anno 1980, scriveva così: “Accettando già ora questa morte, spero che il Cristo mi dia la grazia per l'ultimo passaggio, cioè la [mia] Pasqua. Spero anche che la renda utile per questa più importante causa alla quale cerco di servire: la salvezza degli uomini, la salvaguardia della famiglia umana, e in essa di tutte le nazioni e dei popoli (tra essi il cuore si rivolge in modo particolare alla mia Patria terrena), utile per le persone che in modo particolare mi ha affidato, per la questione della Chiesa, per la gloria dello stesso Dio”.Avevo davanti agli occhi quell’immensa distesa di gente che in Piazza San Pietro pregava con tutto l’animo, e pensavo: “Questa morte è davvero utile per la causa che Lui ha servito per tutta la vita… Il Signore ha accolto la sua preghiera”.
 

Lei ha anche avuto l’incarico di curare i discorsi di Papa Wojtyla, aiutandolo anche nella riscrittura finale dei testi “Memoria e identità” e “Trittico romano”. Com’era con Lei, Giovanni Paolo II?
Fin dal primo giorno del mio servizio il Santo Padre mi ha fatto sentire “in famiglia”. Certo, all’inizio avevo una reverenza confinante con la paura. Ma lui non creava distanze, non dimostrava nessuna “maestà”, ispirava serenità, sì che dopo qualche istante potei tranquillamente fare il mio lavoro. All’inizio sembrava che il mio compito fosse quello di “scriba veloce”. Quando il Santo Padre si è rotto la mano, non poteva scrivere e nello stesso tempo voleva continuare a lavorare, a preparare i suoi discorsi, qualcuno gli ha consigliato di servirsi di uno scrittore e di dettare i testi. Poi questo modo di lavorare gli è piaciuto e ha continuato, prima con Mons. (oggi cardinale) Ryłko e poi con me. Presto mi sono reso conto che non finiva qui – non si trattava solo del lavoro tecnico di un dattilografo. Quando ho cominciato il mio lavoro nella Segreteria di Stato stava per essere pubblicato il libro “Dono e mistero”. Ho ricevuto il testo in fase di elaborazione finale e mi è stato chiesto di completare il lavoro, di curare l’edizione polacca e di collaborare con i traduttori. E’ stato il primo lavoro serio, con certa responsabilità. E poi, anche nel lavoro quotidiano, il Papa attendeva da me una collaborazione attiva e creativa. Chiedeva spesso il mio parere su temi concreti, o sui testi che aveva appena dettato. All’inizio avevo timore di esprimere i miei giudizi davanti al Papa, grande filosofo e teologo, conoscitore della Sacra Scrittura e della letteratura mondiale. Ma, man mano,acquistai più coraggio e spesso ebbi la possibilità di scambiare con Lui idee, osservazioni, o anche di entrare nel merito delle questioni. E poi c’erano i documenti più importanti – encicliche, esortazioni, lettere apostoliche – e i libri, fino a “Memoria e identità” e al “Trittico Romano”.
 

Mons. Pawel, Lei ha curato personalmente la sezione del casting per il film dedicato a Karol Wojtyla: Karol un uomo diventato Papa (2005) Karol un Papa rimasto uomo (2006) e Giovanni Paolo II (2006). Com’è stata questa esperienza?
E’ stata bella e interessante – un campo di creatività per me totalmente nuovo. Mi pare che mi abbia introdotto in questo mondo Gian Franco Svidercoschi, che conoscevo dai tempi della redazione del “Dono e mistero”. I produttori stavano cercando un consulente, uno che conoscesse Giovanni Paolo II da vicino e potesse suggerire alcuni particolari o valutare se le invenzioni artistiche corrispondessero al carattere della persona e dell’insegnamento del Papa. L’altro consulente, forse con più esperienza, era padre Tucci, gesuita, organizzatore dei viaggi pontifici, che poi è stato creato cardinale. Devo dire che la collaborazione con il regista Giacomo Battiato e il protagonista Piotr Adamczyk è stata stupenda. Forse perché tutti volevano una cosa sola: far vedere Giovanni Paolo II con tutta la ricchezza della sua storia, della sua personalità e della sua opera. Certo, una fiction è sempre una sintesi artificiale, ma a parere di molti il film sembrerebbe riuscito bene. E in seguito ci sono stati altri impegni, ad esempio il documentario “Testimonianza”, realizzato sulla base del libro scritto dal Card. Dziwisz con la collaborazione di Svidercoschi.
 

Ha ricevuto in dono un dossier su Karol Wojtyla,  copia del testamento di donazione del monumento e un album fotografico contenente più di 300 foto ora custodito in Vaticano. Ma qual è il dono che in assoluto le ha lasciato Giovanni Paolo II?
Di cose materiali, avevo la tonaca bianca e lo zucchetto, che Lui stesso mi aveva donato; ora, l’una e l’altro sono esposti nella chiesa di San Stanislao a Roma, della quale sono rettore. Ovviamente possiedo anche i suoi libri con l’autografo. Ma questi sono solo un ricordo della sua persona e dei bei tempi che ho passato accanto a Lui. Il dono più grande che tengo nel cuore è la sua paterna amicizia, il suo esempio di vita unita a Cristo e sicuramente la sua preghiera. Sa, Egli aveva nella sua cappella alcuni fogli dell’edizione polacca de “L’Osservatore Romano”, con i nomi di tutti i capi dicastero e degli ufficiali polacchi in servizio alla Santa Sede. Vi era anche il mio nome. So che il Papa ogni giorno pregava per questi suoi collaboratori. Pregava dunque anche per me. E sono certo che questa sua preghiera continua…   
 

Se dovessimo ricordare la figura di Giovanni Paolo II in una sola parola, quale sarebbe più attinente?
Forse in tre: Un grande uomo santo.    

 

Don Paweł Ptasznik
Nato nel 1962. Sacerdote cattolico, prelato, dottore in teologia. Laureato presso: Il Seminario Maggiore e la Pontificia Accademia Teologica a Cracovia, la Pontificia Universita' Gregoriana a Roma.

Dal 1996 legato alla Sezione Polacca del Segretariato dello Stato della Citta' del Vaticano, dal 2001 facente funzione di direttore. E' anche responsabile dell'assistenza spirituale degli immigrati polacchi presso la diocesi di Roma. Rettore della Chiesa e Ospizio di S. Stanislao a Roma.
Autore dei libri: "Lasciate che i bambini vengano a me" (1991); "Lo Spirito Santo nei sacramenti dell'iniziazione cristiana secondo i libri liturgici della riforma dopo il Concilio Vaticano II (1995); "Alla luce del Vangelo" (1999-2000), piu' diversi tabella pubblicati in riviste scientifiche e popolari. Redattore delle seguenti opere del Papa Giovanni Paolo II: "Dono e Mistero" (1996); "Alzatevi, andiamo!" (1994); "Trittico romano" (2003); "Memoria e identita'" (2005). Attualmente redattore capo delle "Opere raccolte di Giovanni Paolo II". Consulente dei film: "Karol. Un uomo diventato Papa." (2005); "Karol. Un Papa rimasto uomo" (2006); "Giovanni Paolo II" (2006).                                                    

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Viterbo: tra canti, giocolerie, fuoco e mirabolanti alchimie si chiude la XXI edizione di Ludika 1243

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L’appuntamento con il medioevo dalle 18 alle 21 in piazza San Lorenzo

VITERBO – Si chiude oggi a Viterbo la XXI edizione di Ludika 1243 il festival dedicato al periodo medievale, tornato quest’anno in presenza dopo l’edizione virtuale del 2020, che attraverso una serie di ricostruzioni storiche e iniziative ha animato il centro storico in quest’ultima settimana.

Alle 18 e alle 21 piazza San Lorenzo ospiterà lo spettacolo di giulleria medievale “C’era una volta il 1243” con protagonista Il Paggio Giullare, progenitore ed epigono dei CLerici Vagantes, in compagnia del fido Paggetto, in viaggio fin da allora per allietare i presenti con canti, giocolerie, fuoco e mirabolanti alchimie.

La manifestazione si chiuderà con “Luce” spettacolo di focoleria e mangiafuoco con le performer Elenifera per salutare questa edizione. Una performance ironica e sensuale: in una cornice musicale arabeggiante sarà la danza a svilupparsi con l’elemento del fuoco, alternando sulla scena bolas, ventagli e altri effetti pirotecnici.

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Roma, al circo Massimo arrivano le migliori amazzoni e cavalieri del panorama mondiale

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Il Carosello del San Raffaele Viterbo torna al Longines Global Champions Tour

È prevista domani alle 19:30 la prima delle due esibizioni del Carosello del San Raffaele Viterbo, nel corso della serata inaugurale della prima delle due tappe romane del Longines Global Champions Tour 2021, competizione internazionale che porta a Roma le amazzoni e i cavalieri migliori del panorama mondiale.

Dopo lo stop di un anno, dovuto alla pandemia, quest’anno l’ineguagliabile palcoscenico del Circo Massimo avrà tra i protagonisti d’eccezione il gruppo di ragazzi normodotati e con disabilità che compongono la squadra del Carosello del San Raffaele Viterbo, che rinnoverà, in occasione della sua 6ª partecipazione alla competizione equestre mondiale, la magia dello sport che “va oltre” e travalica le diversità.

I ragazzi del Centro di riabilitazione equestre si esibiranno domani e giovedì 16 settembre alle ore 19:30 nel corso degli show inaugurali dei due fine settimana dedicati all’equitazione, dal 10 al 12 e dal 16 al 18 settembre. Ancora una volta uniti in un suggestivo e significativo spettacolo che si fa testimone del ruolo sociale del cavallo e dell’equitazione e che consacra ogni anno l’importanza della riabilitazione equestre. Il team, fiore all’occhiello della struttura viterbese del Gruppo San Raffaele S.p.A., regalerà al pubblico un momento particolare per la competizione ippica mondiale: in campo una squadra perfettamente sincronizzata nella realizzazione delle figure che compongono lo spettacolo, con un gruppo costituito da 16 binomi e un attacco, in sella ai biondi Haflinger, cavalli allevati e addestrati nel Centro Equestre San Raffaele Viterbo e che si sono dimostrati particolarmente adatti ai percorsi riabilitativi.

Il Carosello dei ragazzi del San Raffaele Viterbo

Il Centro di Riabilitazione Equestre del San Raffaele Viterbo nasce nel 1986 all’interno dell’omonima struttura sanitaria (un tempo nota come Villa Buon Respiro), specializzata nel recupero funzionale e sociale di persone colpite da minorazioni fisiche, psichiche e sensoriali. L’attività equestre è parte di un progetto medico scientifico multidisciplinare ed offre ai pazienti un’opportunità riabilitativa in più, grazie all’apertura verso il mondo esterno. Un momento di grande valore sportivo e sociale, ormai riconosciuto da tutti come simbolo di integrazione e della capacità di inclusione sociale dello sport.

Il Carosello del San Raffaele Viterbo, eseguito da cavalieri disabili e normodotati in completa armonia tra loro e i loro cavalli è l’esempio tangibile del successo della riabilitazione equestre e non smette di meravigliare gli spettatori che vedono gli effetti di un percorso complesso e di grande impegno. Ragazzi ed operatori lavorano costantemente durante l’anno per eseguire correttamente le figure scandite dalla musica oltre a gestire e curare quotidianamente i cavalli con cui instaurano una relazione profonda. Il Carosello, da un punto di vista riabilitativo, rappresenta l’obiettivo raggiunto ed anche l’inizio di un nuovo percorso ricco di possibilità di crescita: è il momento in cui i pazienti si sentono protagonisti e partecipi, valorizzando le differenze e ottenendo un risultato eccezionale: ‘a cavallo siamo tutti uguali’.

Dal debutto nel 1990, avvenuto in occasione della Fiera Internazionale Tuscia Cavalli a Viterbo il Carosello del San Raffaele è sceso in campo in occasione di numerosi eventi legati al mondo del cavallo e della disabilità.

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Sicilia, i fagioli dei Nebrodi sono un nuovo Presidio Slow Food

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Dei circa sessanta fagioli censiti, quelli riconosciuti Presidio Slow Food sono nove

Un Presidio Slow Food che ne racchiude nove, tutti insieme. È quello dei fagioli di carrazzo dei Nebrodi, in provincia di Messina. Scriviamo nove, perché altrettante sono le varietà di fagiolo rampicante (carrazzo, nel dialetto dei Nebrodi, significa proprio rampicante) che in quest’area della Sicilia sono accomunate dalla caratteristica di crescere avvinghiati a tutori fatti con le canne, con i polloni di nocciolo oppure con reti, pur mantenendo forma e colori diversi gli uni dagli altri, oltre che naturalmente un’identità ben precisa esplicitata anche dal nome. 

I Nebrodi, terra di fagioli

C’è il fagiolo lumachedda, di colore marroncino chiaro con venature marrone scuro; il setticanni, dal seme nero; l’ucchittu santanciulisi e l’ucchiuttu di Santa Lucia, al contrario, sono bianchi; c’è il buttuna di gaddu, rosato e nero e il pinuttaru, rosa con venature viola. E poi tre ecotipi chiamati crucchittu, coltivati nell’alta valle del torrente Naso: vanno dal colore rosso vinoso al viola scuro screziato di rosa. Tutti e nove si caratterizzano per la quasi totale assenza di buccia, caratteristica che li rende altamente digeribili, e per rappresentare la tradizione agricola dei Nebrodi. 

Secondo i racconti degli anziani, infatti, nei Nebrodi i fagioli vengono coltivati almeno dalla metà dell’Ottocento, in particolare in prossimità delle sorgenti, tra i 600 metri di altitudine fino ai 1200 metri. Un territorio caratterizzato da forti pendenze e, proprio per questa ragione, ben poco adatto a produzioni intensive. Più semplice, si fa per dire, seminare i fagioli negli appezzamenti di terra pianeggiante ricavati dai terrazzamenti: piccole superfici, che garantivano ai contadini una produzione appena sufficiente per il consumo familiare, magari nella ricetta più tipica e semplice di tutte, lessi e conditi con un filo di olio extravergine (a piatto, come si dice in dialetto). Poi, a partire dagli anni ’60, la presenza degli orti sui Nebrodi ha subito un lento declino.

A spiegarci il progetto di recupero è Salvatore Granata, referente Slow Food del Presidio: «Tutto è nato dalla collaborazione tra il Parco dei Nebrodi e il Dipartimento di Scienze Botaniche dell’Università di Palermo, che insieme hanno dato vita alla Banca vivente del germoplasma vegetale a Ucria, un luogo destinato alla conservazione della biodiversità e della salvaguardia del patrimonio naturalistico e ambientale di varie specie vegetali, sia forestali che agricole, e l’annesso “Giardino dei Semplici”, un orto per la riproduzione dei semi». 

Negli anni, la Banca del germoplasma ha studiato la tradizionale coltivazione di fagioli nel territorio dei Nebrodi, raccogliendo e catalogando i semi di diverse varietà: alla fine, il loro numero sfiorava quota 60. «Come comunità abbiamo pensato che conservare i semi non fosse sufficiente – prosegue Granata – ma che bisognasse diffonderli, inducendo i coltivatori locali a valorizzare queste specie tornando a coltivarle». Gli obiettivi? «Fungere da barriera contro l’omologazione dei fagioli coltivati intensivamente, scongiurare la perdita di varietà e, naturalmente, anche produrre reddito».

Scelta di vita

Dei circa sessanta fagioli censiti, quelli riconosciuti Presidio Slow Food sono nove. La scelta, spiega il referente di Slow Food, è caduta «su quelli antichi, quelli cioè la cui presenza è attestata più indietro nel tempo, e su quelli dalle caratteristiche organolettiche migliori, maggiormente apprezzati dal mercato». 

I produttori che aderiscono al Presidio Slow Food dei fagioli di carrazzo sono otto. Il loro referente, Stefano Lembo, ha meno di 40 anni e una passione nata in un giorno di settembre del 2008: «Era il primo anno che alla Banca del germoplasma venivano piantati i fagioli e le varietà erano già 43 – ricorda -. Quel giorno mio padre, che lavorava lì, mi chiese di accompagnarlo e di aiutarlo a spostare le cassette. Arrivato lì mi trovai di fronte agli occhi un’esplosione di forme e di colori che mi lasciò senza parole: decine di varietà di fagioli tutte diverse… e io che fino ad allora pensavo soltanto ai borlotti e ai cannellini! Fu in quel momento che, inconsciamente, decisi che avrei voluto fare questo lavoro». I tempi, allora, però non erano ancora maturi: «Nel 2014, insieme alla ragazza che oggi è diventata mia moglie, ho piantato 40 varietà di fagioli nell’orto di casa. Per me era un periodo difficile perché non trovavo lavoro, e dopo qualche tempo ci siamo chiesti perché non provare a cominciare a commercializzare la nostra produzione. È cominciata così e poi, come spesso accade, da cosa nasce cosa, fino al riconoscimento come Presidio Slow Food: sono convinto che, per tanti ragazzi come me, questa produzione possa rappresentare una strada, uno sbocco anche professionale». Il Presidio Slow Food dei fagioli di carrazzo dei Nebrodi è sostenuto dal Parco naturale regionale dei Nebrodi, dal Comune di Ucria e dalla Banca vivente del germoplasma vegetale dei Nebrodi. L’area di produzione del Presidio Slow Food dei fagioli di carrazzo dei Nebrodi coincide con i Monti Nebrodi, tra la Vallata del Valdemone e la Vallata del Fitalia, fino all’altopiano di Ucria e il comune di Floresta.

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