Esteri
KENIA: MUCCHE E PECORE PER CHIEDERE LA MANO DELLA PRIMOGENITA DI BARACK OBAMA
Tempo di lettura < 1 minutoLa proposta da un avvocato keniano, forse verrà presentata al presidente durante la prossima visita in Africa
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11 anni faon
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Silvio Rossi
di Silvio Rossi
Cinquanta mucche, settanta pecore e trenta capre. Questa la dote offerta per chiedere la mano di Malia, la figlia primogenita del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.
La bizzarra proposta, che difficilmente potrebbe venir esaudita dalla famiglia della donzella, è stata avanzata da un giovane avvocato, di cui però non si conosce però la reale età, che ha promesso di presentarla direttamente al primo cittadino americano quando, nel prossimo luglio, si recherà in visita nel paese africano.
In quella data Malia Ann, figlia di Barack e Michelle Obama, avrà appena compiuto 17 anni, ma lo spasimante ha dichiarato che la segue dal 2008, quando il primo presidente afroamericano (il padre di Barack è emigrato negli Stati Uniti proprio dallo stato del corno d’Africa) si è insediato alla Casa Bianca. Felix Kiprono, questo il nome del coraggioso spasimante, ha dichiarato di essersi innamorato di Malia quando la vide in TV la prima volta nel 2008 (quando la ragazza aveva solo 10 anni), e di non aver frequentato altre donne nel frattempo, per rimanerle fedele.
Kiprono ha affermato che si è subito innamorato della ragazza, ma ha atteso che crescesse perché era troppo piccola, prima di formulare la sua richiesta. Ha detto anche che non è interessato alle ricchezze degli Obama, che vuole incoronare la sua donna in un luogo simbolo per il suo villaggio, una collina dove vengono consacrati i re, e che una volta sposati faranno una vita semplice, Malia potrà, una volta “coronato” il sogno d’amore, mungere le mucche. La bizzarra proposta certamente non verrà accettata dalla famiglia presidenziale, anche se sarebbe stato divertente vedere Michelle impegnata, dopo l’orto nei giardini della Casa Bianca, in una stalla nei pressi del Lincoln Memorial.
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Editoriali
Iran, scatta l’allarme rosso: gli Usa richiamano i cittadini mentre la diplomazia cammina sull’orlo dell’abisso
Published
6 ore faon
6 Febbraio 2026
Mentre a Muscat si riapre un canale di dialogo tra Iran e Stati Uniti, sul terreno la tensione cresce e i segnali che arrivano da Washington raccontano uno scenario molto più fragile di quanto le dichiarazioni ufficiali lascino intendere. Gli Stati Uniti hanno infatti invitato i propri cittadini presenti in Iran a lasciare immediatamente il Paese oppure, qualora ciò non fosse possibile, a mantenere un profilo estremamente basso, evitare manifestazioni e rimanere costantemente in contatto con familiari e amici. L’allerta, pubblicata sul sito dell’ambasciata virtuale americana a Teheran, cita misure di sicurezza rafforzate, chiusure stradali, interruzioni dei trasporti pubblici e possibili blackout di internet, elementi che fanno pensare a una fase di potenziale instabilità interna e regionale. Washington consiglia, se le condizioni lo permettono, di uscire via terra verso Armenia o Turchia, un’indicazione che raramente viene fornita se non in presenza di rischi concreti di deterioramento rapido della situazione.
Il tempismo del richiamo appare particolarmente significativo perché coincide con la ripresa dei colloqui tra Teheran e Washington, mediati dall’Oman. Il ministro degli Esteri omanita Badr al Busaidi ha parlato di incontri “molto seri”, utili a chiarire le posizioni delle due parti e a individuare possibili aree di progresso, sottolineando che gli esiti saranno ora valutati con attenzione sia a Teheran sia a Washington. Anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito l’avvio dei colloqui “positivo”, pur rimarcando che la loro prosecuzione dipenderà dalle consultazioni nelle rispettive capitali e dalla volontà della controparte. Araghchi ha ricordato come il negoziato riparta dopo otto mesi segnati da forti tensioni, culminate nel conflitto diretto tra Iran e Israele del giugno 2025, una guerra breve ma sufficiente a riaccendere una profonda sfiducia reciproca.
In questo contesto, le parole concilianti della diplomazia convivono con avvertimenti durissimi sul piano della sicurezza. L’Iran ribadisce di essere pronto al dialogo, ma anche a difendere la propria sovranità da “qualsiasi richiesta eccessiva o avventurismo” americano, mentre la Cina entra in scena sostenendo apertamente Teheran e opponendosi a quelle che definisce “intimidazioni unilaterali”. Il sostegno di Pechino rafforza la percezione di un equilibrio regionale sempre più polarizzato, in cui ogni passo negoziale è accompagnato da mosse strategiche preventive.
Il richiamo dei cittadini americani, letto in questa chiave, va oltre la semplice prudenza. Nella prassi statunitense è spesso il segnale che l’intelligence valuta possibili scenari di escalation: proteste interne difficili da controllare, azioni dimostrative contro interessi occidentali, o una brusca interruzione del dialogo seguita da nuove pressioni politiche o militari. È anche un modo per Washington di liberarsi da potenziali vincoli, evitando che la presenza di cittadini sul territorio iraniano diventi un fattore di ricatto o un freno decisionale in caso di crisi.
Diplomazia e allerta, dunque, procedono su binari paralleli. Da un lato si tenta di ricostruire un quadro negoziale minimo, dall’altro si prepara il terreno al peggio. Il segnale che emerge è chiaro: la finestra del dialogo esiste, ma è stretta e instabile. Se le consultazioni non riusciranno a superare la sfiducia accumulata negli ultimi mesi, l’attuale fase potrebbe rapidamente trasformarsi in un nuovo punto di rottura, con conseguenze che andrebbero ben oltre i confini iraniani.
Esteri
Negoziati di Abu Dhabi, chiusa la prima fase. Gli Usa: “Non lontani da un incontro Putin-Zelensky”
Published
2 settimane faon
24 Gennaio 2026
Si è conclusa ad Abu Dhabi la prima fase dei negoziati trilaterali tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, un passaggio diplomatico significativo nel tentativo di aprire un canale di dialogo strutturato dopo oltre tre anni di guerra. Gli incontri, svoltisi nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, non hanno prodotto un accordo formale, ma hanno consentito alle delegazioni di esplorare possibili convergenze e di definire un perimetro di lavoro per le prossime tappe del confronto.
Secondo quanto emerso al termine dei colloqui, l’amministrazione statunitense ritiene che non si sia “lontani” dalla possibilità di un incontro diretto tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Un’ipotesi che, se confermata, rappresenterebbe un passaggio di portata storica, considerando che dall’inizio del conflitto non si è mai arrivati a un confronto diretto tra i due leader.
I colloqui di Abu Dhabi hanno visto gli Stati Uniti svolgere un ruolo centrale di mediazione, cercando di mantenere aperto un dialogo tra posizioni che restano profondamente distanti. Da un lato, Kiev continua a ribadire la necessità di preservare la propria integrità territoriale e di ottenere solide garanzie di sicurezza; dall’altro, Mosca mantiene una linea rigida sulle questioni territoriali, considerate un punto imprescindibile di qualsiasi futura intesa.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito i negoziati “importanti” e ha sottolineato come il confronto abbia permesso di affrontare nodi centrali del conflitto, rinviando però ogni decisione a fasi successive. Anche la delegazione russa ha confermato la disponibilità a proseguire il dialogo, pur senza segnali di apertura sostanziale sui punti più controversi.
Il contesto in cui si sono svolti i negoziati resta tuttavia segnato dalla prosecuzione delle operazioni militari. Durante i giorni dei colloqui, il conflitto non ha conosciuto pause, con nuovi attacchi che hanno colpito diverse aree dell’Ucraina. Un elemento che evidenzia la fragilità del percorso diplomatico e la difficoltà di separare il piano della guerra da quello della trattativa politica.
La scelta di Abu Dhabi come sede dei colloqui non è casuale. Gli Emirati Arabi Uniti si propongono sempre più come piattaforma diplomatica neutrale per crisi internazionali complesse, offrendo uno spazio lontano dai tradizionali teatri europei e capace di favorire un confronto più riservato. Al tempo stesso, l’assenza di una partecipazione diretta dell’Unione Europea ha sollevato interrogativi sul ruolo del Vecchio Continente in una fase potenzialmente decisiva del conflitto.
L’eventuale incontro tra Putin e Zelensky, evocato dagli Stati Uniti, resta al momento un’ipotesi priva di calendario e di condizioni definite. Tuttavia, il solo fatto che venga presa in considerazione segnala un mutamento nel clima diplomatico, dopo mesi di stallo e di escalation militare.
I prossimi giorni saranno decisivi per capire se il percorso avviato ad Abu Dhabi potrà evolvere in un vero processo negoziale o se resterà un tentativo preliminare privo di sbocchi concreti. La distanza tra le parti rimane ampia, ma la ripresa del dialogo, anche in una fase iniziale e priva di risultati tangibili, rappresenta un segnale che la via diplomatica, pur fragile, non è stata del tutto abbandonata.
Editoriali
La Svizzera che assolve prima di giudicare: Crans-Montana, l’Italia richiama l’ambasciatore
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2 settimane faon
24 Gennaio 2026
C’è una linea sottile tra autonomia della giustizia e irresponsabilità istituzionale. La Svizzera, nel caso di Crans-Montana, sembra averla superata. La scarcerazione di Jacques Moretti, titolare del locale “Le Constellation”, non è solo un atto giudiziario: è una decisione che pesa come un macigno sulle vittime, sulle loro famiglie e sui rapporti tra due Stati.
Il richiamo a Roma dell’Ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, non è un gesto rituale né una reazione emotiva. È una presa d’atto politica. Roma considera la scelta del Tribunale delle Misure Coercitive di Sion una decisione grave, miope e profondamente lesiva del principio di giustizia sostanziale. Un provvedimento adottato nonostante accuse pesanti, responsabilità ancora tutte da chiarire e un quadro investigativo che continua a presentare evidenti rischi di fuga e di inquinamento delle prove.
La Svizzera, spesso evocata come modello di rigore e affidabilità, in questa vicenda manda un segnale opposto: quello di una giustizia che sembra preoccuparsi più delle garanzie dell’indagato che del diritto delle vittime a ottenere verità e giustizia. Una giustizia che libera prima di accertare, che allenta la presa mentre il dolore è ancora vivo e le ferite non si sono mai rimarginate.
Giorgia Meloni e Antonio Tajani hanno scelto di rompere il silenzio e di farlo nel modo più chiaro possibile, incaricando l’ambasciatore Cornado di rappresentare alla Procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud, la ferma e ufficiale indignazione del Governo italiano. Non una richiesta di spiegazioni, ma una contestazione politica e morale.
Il cuore della questione non è giuridico, ma etico e istituzionale. Ogni scarcerazione è un messaggio. In questo caso, il messaggio che arriva alle famiglie delle vittime di Crans-Montana è devastante: l’attesa può continuare, la sofferenza può essere messa in secondo piano, la giustizia può permettersi di essere distante.
La decisione svizzera non incrina solo un’indagine, ma la fiducia. Fiducia nella capacità delle istituzioni di comprendere la gravità di una tragedia, di tutelare chi ha perso tutto e di evitare che la forma prevalga sulla sostanza. È per questo che l’Italia alza la voce. Perché quando la giustizia appare sorda al dolore, il silenzio diventa complicità.
E Roma, questa volta, ha scelto di non tacere.
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