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Kenya, Silvia Romano ricoperta di fango per non farla riconoscere: sulle tracce dei rapitori

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Silvia Romano, la volontaria italiana rapita in Kenya nove giorni fa, “è stata costretta a indossare un niqab” che lascia scoperti solo gli occhi, e i rapitori “le mettono sul viso e sulle mani” del fango per non farla riconoscere. Lo riferiscono all’Ansa fonti nella zona in cui la giovane è tenuta in ostaggio e a Malindi. Sempre per non farla riconoscere, i sequestratori “le hanno tagliato le treccine” con un coltello, ritrovate domenica scorsa nella foresta a nord di Malindi.

“Ottimismo sulla liberazione”

C’è “ottimismo” nella base di polizia “Tana Delta” a Garsen in Kenya, sulla liberazione di Silvia Romano, la volontaria italiana rapita la scorsa settimana (CHI È). Lo riferisce all’Ansa uno dei responsabili. Nella base, dove opera il centro di coordinamento dell’operazione per liberare la ragazza, camionette cariche di agenti e militari sfrecciano dirette verso le zone boschive nei dintorni, dove i rapitori sarebbero oramai stati “accerchiati”. In queste ore la moglie di uno dei sequestratori, arrestata domenica scorsa, starebbe “attivamente” collaborando. Negli ultimi giorni le ricerche hanno ricevuto una spinta in avanti grazie alle informazioni ottenute dai tre sospetti tenuti in custodia dalla polizia. Il raggio delle ricerche è stato ristretto a una specifica area della foresta.

Ministro Moavero Milanesi: “Necessario mantenere riserbo”

“Quanto sta accadendo in Kenya è un fatto molto grave: una nostra connazionale è stata rapita”, ha detto intanto il ministro degli Esteri italiano Enzo Moavero Milanesi. “Noi lavoriamo in costante contatto con le autorità del Kenya per le ricerche che vengono effettuate e siamo assolutamente motivati a fare tutto il necessario per riportare la nostra compatriota a casa”. Moavero ha ribadito la necessità di mantenere “un doveroso riserbo per consentire alle indagini di andare avanti e arrivare a un risultato positivo”. La polizia del Kenya si è detta certa che Silvia Romano sia viva e che presto verrà liberata, perché il cerchio intorno ai rapitori si sta stringendo. “Ci stiamo avvicinando. Tutto indica che li abbiamo quasi raggiunti”, ha detto nei giorni scorsi il comandante regionale Noah Mwivanda.

Chi è Silvia Romano?

Milanese, 23 anni e un grande amore per l’Africa. Silvia Romano, la giovane volontaria italiana sequestrata in Kenya, è un’istruttrice di ginnastica e si è laureata lo scorso febbraio. In queste settimane era impegnata, tra le altre cose, in una raccolta fondi della onlus “Africa Milele Onlus” finalizzata all’acquisto di una cisterna per il recupero dell’acqua piovana dal tetto di una ludoteca.

Silvia Costanza Romano, lo scorso febbraio si è laureata in Mediazione Linguistica per la Sicurezza e Difesa Sociale al Ciels, il Centro di Intermediazione Linguistica Europea. La scorsa estate ha deciso di partire da sola per l’Africa, per la sua prima esperienza di volontariato in un orfanotrofio a Likoni, gestito dalla onlus “Orphan’s Dream”. Poi Silvia ha proseguito le sue attività con la piccola onlus marchigiana “Africa Milele” (che opera nel Paese africano su progetti di sostegno all’infanzia) a Chakama, prima di tornare in Italia. Ma poi ha deciso di continuare con il suo impegno in Africa, dove era tornata ai primi di novembre.

Il rapimento

La volontaria italiana di 23 anni è stata rapita durante un attacco armato avvenuto il 20 novembre sera, alle 20 ora locale, in Kenya, nella contea di Kilifi. La Farnesina conferma l’accaduto precisando che si tratta di Silvia Costanza Romano , una ragazza di Milano che lavora per la onlus marchigiana Africa Milele. Durante l’episodio, avvenuto nella zona di Chakama, a circa 80 chilometri a ovest di Malindi (LE IMMAGINI DEL LUOGO DEL RAPIMENTO), sono rimaste ferite cinque persone. Lo ha riferito all’Associated Press il capo della polizia keniota Joseph Boinnet, che ha precisato che non è ancora chiaro il motivo dell’attacco né chi l’abbia compiuto. Nella zona ci sarebbero stati rapimenti di stranieri da parte di fondamentalisti islamici con base in Somalia: una delle ipotesi è che a entrare in azione sia stato un commando delle milizie di Al-Shabaab. “Non ci sono parole per commentare quello che sta accadendo. Silvia, siamo tutti con te. Africa Milele Onlus”: questa la scritta che appare sulla homepage del sito della onlus di Fano con cui la ragazza è impegnata in Kenya.

Attivata l’unità di crisi della Farnesina, la Procura apre un’indagine

L’unità di Crisi della Farnesina si è immediatamente attivata e lavora a stretto contatto con l’ambasciata italiana a Nairobi e con la famiglia della cooperante. Come in tutti i casi di rapimenti all’estero, sottolineano le stesse fonti, la Farnesina intende mantenere il più stretto riserbo sulla vicenda “nell’esclusivo interesse della connazionale”. Intanto la Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona per finalità di terrorismo e, mentre si attende una prima informativa sulla vicenda, i carabinieri del Ros sono già in contatto con le autorità keniote.

Uomini armati hanno “sparato indiscriminatamente”

La polizia keniota su Twitter ha reso noto che nell’attacco gli uomini armati hanno “sparato indiscriminatamente” ferendo 5 persone, tra cui due ragazzini di 10 e 12 anni le cui condizioni sono stabili. In ospedale è stato anche ricoverato un 23enne, colpito al petto, le cui condizioni sono invece critiche, insieme ad altri due giovani feriti uno al ginocchio e l’altro alla coscia. La polizia sta lavorando “per scovare i criminali”, hanno assicurato.

Un testimone: “Schiaffeggiata e legata prima di essere portata via”

Un testimone, un ragazzo che studia grazie alla onlus per cui lavora la ragazza, sostiene che i rapitori cercassero proprio lei, e che l’hanno schiaffeggiata e legata con le mani dietro la schiena, prima di portarla via. Il giovane afferma che la banda ha fatto irruzione nell’ufficio dell’organizzazione con fucili e machete, intimando che gli venisse detto “dov’era la donna bianca”. I rapitori non gli hanno creduto quando ha detto che lei non c’era e l’hanno trovata, aggredita, legata e portata via. A parlare è stato anche Davide Ciarrapica, fondatore della Onlus Orphan’s Dream, con cui Silvia Romano aveva fatto un’esperienza di un mese di volontariato lo scorso agosto nell’orfanotrofio di Likoni: “Quando un mese fa è tornata in Kenya, Silvia mi è venuta a trovare e le ho detto di non andare a Chakama”, ha affermato Ciarrapica all’Ansa, “perché non è un posto sicuro, ma lei mi ha risposto che lì erano tutti suoi amici”.

La presidente della onlus: “Sono andati a colpo sicuro”

“Il rapimento della volontaria italiana 23enne è avvenuto in una parte del Kenya dove non ci sono centri commerciali, al massimo un negozietto dove si vendono fagioli e dove soprattutto non succede mai niente del genere”, ha spiegato Lilian Sora, presidente della onlus, smentendo le ricostruzioni iniziali. “A quanto ci hanno raccontato le persone che abitano nel villaggio – ha aggiunto – sono arrivati quattro-cinque individui armati che hanno lanciato un petardo, facendo sollevare la sabbia e hanno sparato più volte. Poi sono andati, a colpo sicuro, nella casa dove era la nostra volontaria, probabilmente perché lì sapevano che c’era un’italiana, anche se non so spiegarmi il motivo di quello che è successo. In quel momento era da sola, perché altri erano partiti e altri ancora arriveranno nei prossimi giorni”.

L’associazione attiva dal 2012
“Siamo in costante contatto con la Farnesina – ha proseguito Sora – e attendiamo risvolti positivi affinché possa essere al più presto liberata la nostra volontaria”. La fondatrice della onlus racconta di non aver mai avuto problemi, perché “si tratta di un’area tranquilla, un centro rurale in mezzo alla foresta”. Africa Milele, che ha sede a Fano, è nata nel settembre 2012, a tre anni di distanza dal viaggio di nozze della sua fondatrice, con l’obiettivo di “fare qualcosa per quel Paese al quale sono legata affettivamente”. E Milele, il nome in lingua swahili della onlus che ha fondato, significa “per sempre”. Nel tempo, Lilian Sora ha coinvolto nell’associazione anche i suoi genitori e gli amici e i progetti di Africa Milele si sono concentrati nel tempo soprattutto all’interno della comunità di Chakama, con l’obiettivo di renderla autosufficiente.

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Verità e riconciliazione, un difficile percorso per il popolo lappone di Finlandia

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È stato recentemente pubblicato,dal Governo finlandese, un rapporto denominato “Processo di verità e riconciliazione riguardante le questioni Sámi”.

Redattrice del rapporto è Anni-Kristiina Juuso, una nota esponente Sámi della provincia di Inari, attrice e giornalista e qui nella veste di consigliere speciale del Primo Ministro.

Il rapporto contiene una sintesi dei risultati delle audizioni svolte nell’ambito dei preparativi per il processo di verità e riconciliazione riguardante il popolo Sámi. La serie di audizioni, rivolte in particolare ai membri della comunità indigena Sámi, si è svolta dal 2 maggio al 29 giugno 2018.

Il processo di verità e riconciliazione attualmente in preparazione in Finlandia si basa sull’istituzione internazionale di commissioni di verità e riconciliazione emerse negli anni ’70.

Commissioni per la verità o commissioni per la verità e la riconciliazione si riferiscono a processi di investigazione delle ingiustizie che hanno avuto luogo nel corso della storia e alla scoperta della verità (cioè cosa è successo) al fine di evitare che tali ingiustizie si ripetano. Una caratteristica centrale delle commissioni che indagano le ingiustizie contro le popolazioni indigene è quella di mirare principalmente a mettere in evidenza le ingiustizie collettive piuttosto che a indagare sulle ingiustizie affrontate dagli individui. Queste ingiustizie collettive hanno avuto e continuano ad avere vari effetti sulle singole persone.

Il rapporto discute di argomenti che includono le riflessioni del popolo Sámi riguardo al processo di riconciliazione in preparazione in Finlandia, che decide quali tematiche la commissione, se stabilita, debba indagare e quali tipi di commissari o direttori di commissioni potrebbero godere della fiducia degli indigeni Sámi. Il rapporto elabora inoltre particolari caratteristiche emerse nelle audizioni in diverse aree e / o con diversi gruppi.

Il popolo indigeno Sámi ritiene che la verità e il processo di riconciliazione siano generalmente una buona idea. Tuttavia è stata espressa una certa sfiducia riguardo all’idea che la Finlandia stia indagando sulle ingiustizie affrontate dal popolo indigeno Sámi in buona fede.

La fase successiva del processo – se davvero ci sarà anche un’altra fase – dovrebbe dipendere da una decisione congiunta del Ministero della Giustizia, del Parlamento Sámi e dell’ufficio del Primo Ministro. Non vi è scadenza per il processo anche se sembra che ci sia volontà da tutte le parti di progredire.

Le rivendicazioni del popolo lappone o Sámi, probabilmente l’unico popolo autoctono d’Europa, sono di lunga data.

Sparsi in poche migliaia tra Svezia, Finlandia, Norvegia con tracce in Russia, i Sámi han subito nel corso dei secoli vessazioni e tentativi di assimilazione forzata che ne hanno messo in pericolo cultura, lingua e tradizioni. Ma negli ultimi trenta anni si è fatta strada un significativa consapevolezza delle proprie caratteristiche etniche, culturali e sociali, che ne hanno promosso il risveglio ed un rinnovato desiderio di valorizzazione di usanze, tradizioni e diritti, con particolare riguardo alla proprietà delle terre ed all’allevamento delle renne. Da qui l’esigenza di conformare le legislazioni degli Stati ove i Sámi sono distribuiti per meglio tutelare tali diritti ed anche sostenere insegnamento ed uso delle tre lingue Sámi.

Il rapporto, pubblicato nelle tre lingue Sámi, finlandese e svedese, è disponibile in inglese al link
http://julkaisut.valtioneuvosto.fi/bitstream/handle/10024/161203/15_18_Saamelaisten%20asioita%20koskeva%20sovintoprosessi_EN.pdf?sequence=1&isAllowed=y

Gianfranco Nitti

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Strasburgo, blitz delle forze speciali: ucciso l’attentatore Cherif Chekatt

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L’attentatore di Strasburgo, Cherif Chekatt, è stato ucciso in un blitz delle forze speciali. Il killer, che non aveva mai lasciato la città, aveva con sé una pistola e un coltello. Intanto l’Isis, poco dopo la morte dell’attentatore, ha rivendicato l’attacco, affermando che Cherif Chekatt era un “soldato” dello Stato islamico.

Il killer ha sparato agli agenti che hanno risposto al fuoco – E’ stato Cherif Chekatt a sparare per primo contro i poliziotti, che lo hanno successivamente neutralizzato. Il killer si era rifugiato in un magazzino situato in località Plaine des Bouchers, nel quartiere di Meineau, non lontano da Neudorf, dove aveva fatto perdere le proprie tracce dopo l’attentato.

Polizia avvisata da una passante – La fuga del terrorista è finita a rue Lazaret, dove i passanti, dietro le transenne, hanno applaudito a lungo i poliziotti impegnati nel blitz decisivo. A segnalare la presenza di Chekatt a Meineau sarebbe stata una passante che ha riconosciuto il killer per strada e ha chiamato la polizia.

Una volta giunti sul posto gli agenti hanno individuato l’uomo, ma quando hanno tentato di fermarlo, ha spiegato il ministro dell’Interno, Christophe Castaner, Chekatt ha iniziato a sparare. I poliziotti hanno risposto al fuoco e lo hanno ucciso.

Chekatt non aveva mai lasciato Strasburgo – Nelle 48 ore successive all’attacco ai mercatini di Natale, Chekatt dunque non aveva mai lasciato Strasburgo, ma si era rifugiato nel suo quartiere dove, secondo alcune fonti, potrebbe aver goduto di appoggi e potrebbe essersi fatto curare la ferita al braccio che si era procurato nello scontro a fuoco con la polizia durante l’attentato.

L’ipotesi che Chekatt fosse ancora a Strasburgo era tenuta in forte considerazione dagli inquirenti: già nelle ore precedenti la “cattura”, la pista di una fuga in Germania era stata infatti almeno in parte tralasciata e gli sforzi delle forze dell’ordine si erano focalizzati in città e in particolare nella zona di Neudorf, dove già nel pomeriggio di giovedì era scattato un primo blitz.

La rivendicazione dell’Isis – Poche ore dopo la morte di Chekatt, l’Isis ha rivendicato l’attentato di Strasburgo: “E’ un soldato dello Stato islamico” che ha risposto alla richiesta di “colpire obiettivi della coalizione”.

La pista di un attentato di matrice islamica era stata peventata dopo la testimonianza resa dal tassista costretto a trasportare Chekatt dal luogo dell’attentato fino a Neudorf. L’uomo aveva infatti raccontato che il killer aveva detto di aver ucciso per “vendicare i fratelli morti in Siria”.

Il ministro Castaner: “Attentatore non aveva alcuna rete” – Circa una possibile affiliazione all’Isis frena il ministro Castaner. “Al momento non c’è nulla che dimostri che facesse parte di una rete o che abbia avuto protezioni particolari”. Tuttavia, ha aggiunto Castaner, “l’inchiesta non è chiusa”.
Tre le vittime dell’attentato, ma il bilancio potrebbe peggiorare – Al momento sono tre le vittime dell’attentato di Strasburgo, ma il bilancio potrebbe peggiorare a causa delle gravi condizioni in cui versano alcuni dei feriti, tra cui l’italiano Antonio Megalizzi. Il giovane reporter, raggiunto da un proiettile alla testa, è tenuto in coma farmacologico e lotta tra la vita e la morte.
Venerdì riapre il mercatino di Natale di Strasburgo – Intano il ministro dell’Interno, Christophe Castaner, ha comunicato che venerdì riapre il mercatino di Natale di Strasburgo con un rafforzato dispositivo di sicurezza. L’annuncio era stato fatto pochi minuti prima del blitz contro l’attentatore. Una riapertura, aveva spiegato il ministro, motivata dalla volontà di “non cedere alla paura”.

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L’aeroporto di Helsinki diventa il primo al mondo a rete 5G

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HELSINKI – L’aeroporto di Helsinki diventa il primo aeroporto a rete 5G al mondo mentre Finavia, il gestore degli aeroporti finlandesi, e Telia, la società finlandese di telecomunicazioni, introducono un robot per utilizzare la rete 5G lanciata all’aeroporto appena inaugurata da Telia,.
Finavia e Telia hanno avviato un progetto che esplora le possibilità di utilizzare il 5G nelle operazioni aeroportuali e di offrire nuovi tipi di esperienze ai passeggeri. Il progetto significa che Finavia sarà il primo cliente di Telia ad utilizzare la rete pre-commerciale5G in Finlandia.
Il robot 5G opera dal 3 dicembre scorso nell’area non Schengen del terminal T2. Telia e Finavia studieranno come i passeggeri e il personale dell’aeroporto reagiscono e interagiscono con un robot autonomo che svolge compiti di servizio.

“Il robot è in grado di fornire flussi video in tempo reale dal terminale e consente ad esempio di monitorare l’area del terminale tramite controllo remoto o autonomo e verificare che tutto funzioni come dovrebbe.

Il robot può anche guidare i passeggeri nel terminal e miriamo a provare diversi casi d’uso durante il progetto “, afferma Heikki Koski, Chief Digital Officer di Finavia.

La trasmissione e il controllo dei dati del robot sono effettuati su una stazione base 5G in aeroporto. La rete, basata sulla tecnologia di Nokia, utilizza la banda di frequenza a 28 GHz, banda di frequenza più elevata riservata per il5G. Questa è la prima volta in Finlandia che le cosiddette onde millimetriche vengono utilizzate per il 5G in un caso di uso pubblico.
“Il 5G inizierà con i clienti aziendali, in particolare per l’automazione industriale e il controllo remoto. La connessione a bassa latenza e la massiccia capacità del 5G serviranno l’aeroporto con le masse di passeggeri e dati e con l’attenzione per la sicurezza e la fluidità dei servizi “, afferma il direttore del programma 5G Janne Koistinen, diTelia Finland.

Gianfranco Nitti

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